Vincenzo Leone

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di Adriana Pollice - NAPOLI
altra italia - IL PARTIGIANO CRESCIUTO IN STRADA
Il Leone DEL VOMERO
Vincenzo Leone è morto a 80 anni. Partigiano, scugnizzo, un dirigente senza stellette. Dalle quattro giornate di Napoli, passando per la lotta alla speculazione edilizia, l'organizzazione dei disoccupati e la protesta contro Casa Pound
«Uno scugnizzo e non un dirigente, nato e cresciuto in strada»: il ritratto di Vincenzo Leone secondo i compagni di lotte della Rete antifascista. Martedì scorso i funerali di un ottantenne che un mese fa era nel quartiere Materdei con Silvia Baraldini e Haidi Giuliani contro l'apertura di Casa Pound a Napoli. Scugnizzo a tredici anni durante le Quattro Giornate, le strade non le aveva mai lasciate. Sei anni fa al Vomero era in prima linea nei picchetti antisfratto, a difendere il diritto alla casa in una zona che, tramite l'aumento indiscriminato degli affitti, continuava a buttare fuori i residenti storici per accogliere una borghesia senza storia, e anche molta camorra di seconda generazione. Il Vomero era il suo quartiere da sempre, dove era nato e dove non aveva mai smesso di fare politica.
«A Marsiglia in pullman per la Palestina, al Global forum di Napoli, al G8 di Genova tra cariche e lacrimogeni, Vincenzo c'era sempre», ricorda Mario Avoletto. Uno che non aveva mai perso il contatto con i movimenti sociali: «Negli anni '60 era uscito dal Pci - prosegue Avoletto - in disaccordo con la linea morbida del partito, proseguendo il cammino di militante fino all'incontro negli anni '70 con la sinistra extraparlamentare». Ancora il Vomero il suo terreno di lotta, con l'area dell'autonomia che si ritrovava a piazza Medaglie d'oro. Fino a organizzare la sezione locale dei disoccupati organizzati: battaglie per l'autoriduzione delle tariffe e per il lavoro in un bacino che arrivava fino a Soccavo e Pianura, oltre seicento i disoccupati stabilizzati attraverso un percorso di lotta dal basso, accanto alle liste storiche che agivano in città.
Prima ancora, negli anni del dopoguerra, c'erano stato l'impegno contro il sacco di Napoli, contro il cemento che distruggeva il verde dei giardini, le colture agricole della masserie vomeresi, i palazzi degli anni venti e trenta, stanze grandi e soffitti alti. Tutto spianato per fare posto al cemento depotenziato. Una speculazione a cui neppure il Pci oppose un netto rifiuto, lasciando mano libera al ceto produttivo locale, cresciuto sulle speculazioni, spingendo fuori dal partito militanti come Vincenzo. Scugnizzi, eretici sognatori. Nel giorno dei funerali il governatore Bassolino e la sindaca Iervolino ne hanno onorato la figura, promesso targhe e riconoscimenti, ma per fargli riconoscere la qualifica di partigiano c'è voluta la testardaggine dell'Anpi, e del fatto che vivesse da indigente nessuna delle autorità se ne è preoccupata, lasciandolo alla solidarietà dei compagni.
Eppure Vincenzo lo conoscevano tutti, era con Erri de Luca e Sergio Piro nell'associazione amici di Officina99, quando il centro sociale era minacciato di sfratto, nelle scuole a ricordare la resistenza, combattuta tra fame e rastrellamenti: «Una volta entrai in una fabbrica di porcellane abbandonata, mi presi un servizio da tè, lo portai a casa e mio padre andò a venderlo», raccontava in un'intervista. Poi scoppia la rivolta, la prima scintilla al Vomero, a due passi da casa sua in via Belvedere: «Un mese fa - ricorda Avoletto - ci portò a fare il giro dei luoghi della resistenza, dove cominciò e dove proseguì alla masseria Pezzalonga, fino al canalone che porta alla zone della Pigna, dove erano nascosti gli antifascisti». «Sono il più giovane dei sette partigiani napoletani rimasti», urlava con orgoglio dal palco Vincenzo, l'ottobre scorso.
Cosa furono quei quattro giorni di insurrezione spontanea lo ricorda un suo amico, Antonio Amoretti, presidente dell'Anpi: «Mio padre non aveva la tessera del partito, si era fatto fare un certificato falso al paese in cui era nato, nel Cilento. Non andavamo nemmeno alle adunate, una volta ci convocarono alla casa del fascio, ci minacciarono, io mi spaventai ma quando uscimmo mio padre mi disse 'non dare retta, chill' è 'nu strunz'». Tra gli amici del quartiere è l'unico che va a scuola, gli altri sono garzoni di falegname o nelle fabbrichette di calzature disseminate tra via Foria e la Sanità. «A casa lo sapevamo che stava per scoppiare la rivolta, perché fu un fatto spontaneo ma c'era anche la rete antifascista che agiva, io radunai un gruppo di ragazzi e andammo a combattere alla barricata di via Cristallini, una della poche organizzata militarmente. In due ci mandarono a prendere armi e munizioni, a via Foria c'era un carrarmato che sparava su chiunque passasse, avevamo sedici anni e non sapevamo niente delle armi. Facemmo la conta su chi doveva passare per primo e ci rifuggiamo dietro un muro, iniziammo a sparare alla torretta, una cosa inutile ma eravamo solo ragazzini». Il quattro agosto gli americani avevano bombardato a tappeto la città facendo strage di civili, a piazza Mario Pagano una bomba era rotolata fino al rifugio e poi era esplosa, una carneficina con i corpi gonfi per il caldo stesi nel cortile della vicina scuola elementare. «Una volta - racconta Amoretti - in un caseificio ho visto un enorme formaggio, se ci battevi era cavo, i topi lo divoravano dall'interno. E' quello che sta succedendo alla nostra costituzione a furia di leggi e leggine, Vincenzo la pensava come me e la colpa è della sinistra che ha abbandonato la memoria storica dell'antifascismo e della resistenza». «Quanne nuie distruggimme chistu guverne/quanne 'a terre sa piglia chi 'a fatiche/quanne e frutte vanne a tutte a gente/soltante allore i vac 'a faticà », scriveva Vincenzo Leone, comunista di strada, paroliere e poeta.

 

 

di Giuseppe Aragno
LA STORIA
La mia casa sul vigneto
Casa mia sorge su un vecchio vigneto ch'era un tempo alle spalle d'una casa colonica, nel verde della collina del Vomero, in quello che un tempo fu il piccolo villaggio di «Antignano», che Salvatore Di Giacomo immortalò nella musica dei suoi versi: «Maggio 'na tavernella 'ncopp'Antignano/ Addore d'anepeta novella...».
Nulla di tutto ciò sopravvive: il cemento degli anni Sessanta s'è mangiato tutto. E il Vomero è ormai solo un affollato e opulento quartiere della Napoli di questo inizio di millennio, anonimo e congestionato che non ha più memoria di ciò che siamo stati.
Il 30 settembre del 1943, dov'è oggi casa mia, allo sbocco di Case Puntellate, prima dell'ampio slargo sul quale s'affacciava lo stadio «Littorio», la «Masseria Pezzalonga» era in subbuglio. La città si batteva da giorni. Era cominciato tutto al «Pagliarone», un'altra masseria poco lontana da lì, e si sparava ancora. Il crepitare dei colpi d'arma automatica, gli ordini secchi e ripetuti, i lunghi silenzi, il rumore dei passi veloci sulle foglie d'autunno tenevano compagnia e atterrivano. L'ho sempre creduto: non abbiamo appuntamento col destino. Ce ne portiamo dentro la traccia, ma le direzioni non sono obbligate: quella che conduce all'appuntamento è quasi sempre una scelta. Nella cecità del fato ci sono i nostri occhi che hanno visto. Nella masseria, oltre il muro di tufo scavato dal vento e dalla pioggia e a tratti segnato di verde dal manto sottile del muschio, Adolfo Pansini, non ancora venti anni, e un pugno di ragazzi come lui hanno due vie davanti: cedere all'ansia che incombe e lasciare la partita, ora che tutto tace e i nazisti terrorizzati sembrano svaniti nel nulla, o stanarli per un'ultima volta, dopo averli braccati per due giorni senza concedere scampo alla ferocia vile dei soldati di Hitler. Vanno avanti, facendosi animo a vicenda e stringendo il moschetto tra le mani contratte. Sono lì, ci sono di certo, tra i filari di vite nel pomeriggio che allunga le sue ombre. Gli stessi che hanno trucidato innocenti senza fare una piega. Adolfo fa un segno ai compagni: resta di guardia, e gli altri via, a cercare rinforzi. La masseria è una trappola da cui tirarsi fuori. Un cenno d'intesa e il gruppo si separa.
Non serve tentare di portarlo via: tra le tracce del suo destino ha scelto quella che conduce alla fine. E' questo il fato: quello che ci attende ed al quale consapevoli scegliamo noi di andare incontro.
E', Adolfo, snello bruno, lo sguardo franco, lui, che tre anni prima ha messo insieme un gruppo di giovani antifascisti capace di impegnare per mesi gli specialisti dell'Ovra. Lui che ha inviato ai gerarchi di mezza Italia lettere listate a lutto e frasi minacciose: «Morte a Mussolini! Abbasso la guerra!». Coi compagni ha studiato un sistema semplice e geniale di volantinaggio. Poggia sul predellino d'un tram, tra i piedi della gente il suo pacco di manifestini stampigliati ed il vento fa il resto, mentre si diverte a guardare e la gente rincorre i foglietti multicolori: «Italiani! E' tempo di scuotersi dal giogo fascista!». Al vigneto dietro la masseria ci è giunto così, tappa dopo tappa: l'arresto, quando una cameriera curiosa gli ha trovato nel cassetto manifesti e pistola, la durezza dell'interrogatorio, la galera, il processo e nove mesi di reclusorio perché è minorenne.
Forse ci pensa, mentre nazisti e fascisti in fuga sembrano annunciare la fine del regime e l'arma tra le mani non è ancora fredda. Pochi metri più in là dietro il muro di cinta, alle sue spalle un fascista porta una scala a un drappello nazista. E' lì fa segno: lo prendete alle spalle. La sparatoria è breve e intensa. Adolfo si difende ma non ha scampo e cade combattendo, tra i compagni tornati indietro e massacrati con lui.
Gli ultimi bagliori d'una eroica insurrezione che insegna civiltà e coraggio ad un'armata di uomini imbestialiti.
Salendo verso nord, la Wermacht in ritirata si copre di vergogna, seminando morte e distruzione tra popolazioni inermi. Ai soldati tedeschi si accompagnano, complici, i fascisti napoletani. Molti, poi militeranno assieme a Salò, razziando ebrei, bruciando villaggi e torturando donne vecchi e bambini. I «ragazzi di Salò». Napoli li ha visti, li ha conosciuti bene e cacciati via per sempre. Erano alleati dei nazisti e qualcuno oggi li vorrebbe santi.
Casa mia sorge su un vecchio vigneto ch'era un tempo alle spalle d'una casa colonica; c'era il verde della collina del Vomero, allo sbocco di Case Puntellate, prima dell'ampio slargo sul quale s'affacciava lo stadio «Littorio». Della «Masseria Pezzalonga» rimane la facciata. Da un po', la notte, senza trovar pace, persino le anime dei tedeschi rimaste per sempre tra il vigneto e Antignano appaiono disgustate.