Carta quotidiano lunedì 28 aprile 2008 ore 18.30 Pagina 3

___________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

_

Un lunedì di movimento,

a Vicenza

A Vicenza ha vinto il candidato del centrosinistra, Achille

Variati. Una vittoria inaspettata, dovuta anche all’appoggio

della lista Vicenza Libera dei No Dal Molin. Con loro,

Variati ha sottoscritto un patto, che ora dovrà mantenere.

Chiara Spadaro

Si muove Achille Variati, candidato del Pd e neoeletto

sindaco del capoluogo berico, con il 50,48 per

cento delle preferenze [27.645 voti, circa 500 in più di

quelli della candidata del Pdl, Lia Sartori]. Una vittoria

da molti inaspettata, visti i risultati del primo turno,

quando la candidata del Pdl aveva ottenuto il 39 per

cento delle preferenze. Un segnale importante nella

città dove da oltre un anno e mezzo il movimento No

Dal Molin lotta contro una nuova base a stelle e

strisce. Proprio la questione Dal Molin era stata un

aspetto importante della campagna elettorale del

nuovo sindaco di Vicenza, che si è sempre dichiarato

contrario alla costruzione della base militare.

Per ribadire la sua posizione sul Dal Molin – un progetto

che ritiene «dissennato» per la città di Vicenza –

lo scorso 22 aprile Variati ha scritto una lettera al

Presidio Permanente, un vero e proprio «patto con la

città», con il quale si è preso degli impegni precisi.

«Promuoverò in consiglio comunale una delibera di

segno opposto a quella che ha dato il via libera al

progetto – ha scritto nella lettera – e organizzerò una

consultazione popolare per dare alla città la

possibilità, fin qui negata, di dire sì o no a questo

progetto di costruzione della nuova base militare

americana al Dal Molin. E per far sì che questa operazione

abbia un senso – ha poi aggiunto – chiederò con

fermezza allo Stato e alle autorità americane una

sospensione nell’esecuzione dei lavori, così da

rispettare i tempi, il più possibile brevi, dell’espressione

della volontà vicentina».

L’impegno del nuovo sindaco nel caso in cui da questa

consultazione emerga «un chiaro no» è quello di «rappresentare

tale volontà utilizzando ogni prerogativa

attribuitami dalla legge». Pare così aprirsi qualche

nuova possibilità per bloccare la costruzione della

base a Vicenza. Si muovono i No Dal Molin e la lista

civica del Presidio Permanente, «Vicenza libera» [quarta

lista cittadina al primo turno, con più di tremila

voti e un consigliere comunale]. «Vicenza libera» aveva

deciso fin dall’inizio di non fare apparentamenti di

alcun genere, ma aveva anche chiesto ai suo elettori di

tornare a votare, per Achille Variati, «per poi essere

pronti, dal giorno dopo la sua elezione, a chiedere il

rispetto del patto con la città». C’è soddisfazione da

parte del movimento contro la base, un soggetto con il

quale il nuovo sindaco dovrà confrontarsi nei prossimi

mesi. «Ora ci aspettiamo – dicono dal Presidio Permanente

– il rispetto del patto che Achille Variati ha fatto

con la città: il nuovo consiglio comunale dovrà immediatamente

annullare l’ordine del giorno che esprimeva

parere favorevole all’installazione militare».

Una delle prime questioni che il nuovo sindaco dovrà

affrontare è proprio l’ordinanza di sgombero del Presidio

Permanente, emanata lo scorso febbraio dalla

giunta comunale, nel suo ultimo giorno di mandato.

«Un luogo di partecipazione e democrazia, come è il

Presidio – aveva detto Achille Variati negli ultimi

giorni di campagna elettorale – non viene smantellato

con le ruspe. Un sindaco non costruisce muri contro la

protesta». Variati, che si è impegnato fin dall’inizio per

«una politica di confronto aperto» con la cittadinanza,

alla ricerca di «soluzioni per conciliare il rispetto

necessario della legalità – che non può conoscere sconti

– con il diritto sancito dalla costituzione alla libera

espressione democratica». Ma c’è anche qualcun altro

che si muove, ma in senso opposto. A farlo è uno dei

personaggi che hanno caratterizzato la vicenda Dal

Molin, il generale Frank Helmick, comandante della

Setaf [Southern european task force] di stanza a Vicenza.

Il generale ha salutato questa mattina con una

cerimonia ufficiale la caserma Ederle, per partire per

l’Iraq, al comando del «Multi national security transition

command», struttura militare Usa. Strana coincidenza

o buon auspicio per la città del Palladio?

 Gli articoli su Vicenza su La stampa silenzio sul 15 dicembre? (ricerca web con 'Vicenza' --- ricerca web con 'Dal Molin'

---------------------------------------

Colorata, partecipata e pacifica. In almeno 40mila hanno manifestato, sotto la neve, sotto le bandiere "No dal Molin"e dietro "maschere bianche"
per contestare l'invisibilità della protesta. Tanti attivisti ma anche tante famiglie con bambini. Franca Rame annuncia le dimissioni da senatrice

Vicenza non è invisibile: migliaia sfilano
contro il raddoppio della base Usa

Checchino Antonini- liberazione 16.12.07
Vicenza nostro inviato
«Pensavamo di essere soli e invece siete ancora qui. E' davvero commovente rivedervi!». Boicottati dai media nazionali, attaccati da quelli di qui, tutti di proprietà degli industriali pro Dal Molin, i promotori del corteo contro la nuova base hanno tutte le ragioni per gridare dal palco itinerante la loro contentezza.
Sono più dei ventimila previsti, il triplo di quando si materializzarono in piazza la prima volta il 2 dicembre di un anno fa. Sono settantamila, forse, più simili al 9 giugno che contestò Bush piuttosto che al più ecumenico 17 febbraio. E se qualcuno è mancato sono state le componenti moderate, magari ambigue, non certo i vicentini (Lalla Trupia, deputata indigena di Sd, dice di non averne mai visti così tanti in piazza) che aprono il corteo con una sfilza di maschere bianche a simboleggiare la condizione di presenze inascoltate. E sfilano passando innanzi al brutto teatro, un vero e proprio ecomostro, sorto sulle rovine di un centro sociale per scongiurare che l'intera città possa tramutarsi a sua volta in un teatro, di guerra s'intende. Da queste parti va forte il nobel Dario Fo e un'altra star del movimento sarà don Gallo, il prete genovese fondatore della comunità di S.Benedetto al Porto che dal camion non smette di gridare ai cristiani come lui di uscire dalle chiese e mettersi a gridare a loro volta. 51 sacerdoti vicentini lo hanno fatto, come loro gli evangelici metodisti e gli scout in divisa mescolati agli statunitensi per la pace, alle delegazioni belga e tedesca, alle americane di Code Pink.
Orgogliosissimi, quelli di Quinto Vicentino si riconoscono da cartelli, pettorine, striscioni. Tutti blu con scritto che il loro paese ha già detto No al Villaggio americano. Racconta Innocente, uno degli attivisti, che c'è voluto un anno ma il consiglio comunale ha respinto all'unanimità un progetto di 220mila metri quadri che avrebbe stravolto l'unica zona verde di una cittadina cresciuta per anni al ritmo di 80 abitanti nuovi al giorno. Innocente vuole smentire anche la leggenda metropolitana sul benessere che lo Zio Sam seminerebbe nei territori dove mette su base: «Chiedilo al popolo delle partite Iva», esorta il cronista. Terra dove non attecchiscono più le bugie come quella della presunta opera compensatoria offerta a Vicenza, una tangenziale devastante per l'ambiente e utile solo a unire Ederle 1 con Ederle 2. Che accadrà adesso? si domanda Cinzia Bottene, portavoce del presidio permanente, da quale parte delle ruspe si metterà il governo? Le guiderà o starà con chi cerca di fermarle? Le parole di D'alema e Napolitano hanno avuto il solo merito di ricompattare il fronte del No fatto di molte anime. «Questo presidente è più guerrafondaio di Cossiga!», esclama il portavoce Cobas Piero Bernocchi che ricorda il nuovo step del movimento no war, la giornata mondiale del 26 gennaio. Una riunione fiorentina, domani, stabilirà se la tappa italiana sarà una manifestazione nazionale.
-------

Quelli dell'aeroclub, «persone normali» non si sentono scomodi a sfilare con gli ex disobbedienti di Casarini: la nuova base interromperà 90 anni di volo amatoriale e a loro non va proprio giù. Già da un po', la pista è interdetta per tre giorni a settimana. «Sono le contraddizioni interne a settori della borghesia locale - commenta la deputata veneta Tiziana Valpiana del Prc - anche An chiede che siano rimborsati gli industriali che avevano investito in un aeroporto civile che non ci sarà più». A rischio sfratto anche i rugbisti. Forse sarà più facile trovare un nuovo campo per loro ma la battaglia, lo sanno tutti, va oltre. Tra donne in nero (tante) e uomini casalinghi (molti meno), si svela un Italia fatta da comitati grandi e piccoli che difendono terra, acqua, pace e comunità. Lillipuziani, sindacati di base, No Tav, No Mose, No Expo milanesi, novaresi contro gli F35, anarchici, comunisti, studenti, centri sociali, presìdi contro discariche, rigassificatori, aeroporti spesso decisi «alla zitta», come spiegano da Ampugnano, 8 km da Siena, teatro di un progetto di aeroporto turistico. «Sono movimenti forti, questa manifestazione lo conferma, e non sono riconducibili ai partiti di governo», osserva Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica.
Dei partiti "di governo", c'è soprattutto Rifondazione, in fondo a tutto lo spezzone, in mezzo tanti militanti e parlamentari e un ristoro gestito dalla federazione locale in Viale Roma. «Stiamo lavorando sulle adesioni alla nostra mozione parlamentare per una moratoria dei lavori almeno fino alla conferenza sulle servitù militari», dice Gino Sperandio, deputato e segretario veneto. Valpiana, il capogruppo al Senato Russo Spena e Michele De Palma, della segreteria nazionale, tornano sulle parole sprezzanti di Napolitano e D'Alema dagli States. «La seconda base non dev'essere costruita - ripete Russo Spena - noi non abbiamo mai accettato una scelta sulla testa della gente, continua la battaglia perché il governo rispetti gli impegni con gli elettori». Anche Claudio Grassi rimanda alla verifica di gennaio con il Dal Molin, l'Afghanistan, la precarietà e i migranti che serviranno a misurare la tenuta dell'Unione: «La decisione di raddoppiare la base è avvenuta fuori dal Parlamento - ricorda - in contrasto col programma dell'Unione ma, soprattutto, con lo spirito della Costituzione». «Il presidente dovrebbe rispondere, anziché alla Casa Bianca, alle domande di pacifismo e autogoverno delle comunità che pone Vicenza», ricorda Michele De Palma. Unici irresponsabili i vertici di Trenitalia che, per 500 euro, bloccano 5 treni e rischiano di far saltare i nervi a un migliaio di manifestanti che devono ripartire. A sbloccare Gino Sperandio che anticipa la somma con la carta di credito. A Milano, alla partenza, è andata peggio ai ragazzi di un centro sociale. Nonostante abbiano pagato 104 biglietti a 22 euro si sono visti consegnare solo 68 ricevute e sono stati caricati in stazione, vittime di una rappresaglia congiunta, hanno detto, della questura e di un corpo speciale che finora non s'era mai sentito: la Protezione aziendale di Trenitalia, stessa struttura che ha ordinato, così riferisce il comandante della polfer locale, di vietare i bagni dello scalo vicentino anche ai clienti del monopolista delle ferrovie pubbliche.
Cappello a larghe tese, cappotto e sciarpa per fronteggiare il "Generale Inverno", Dario Fo sbotta contro i dirigenti della sinistra che, a suo dire, non si renderebbero conto dell'importanza che hanno queste manifestazioni «e della voglia di sentirsi cittadini che hanno queste persone». Quello che direbbe al governo è molto simile a quanto chiesto da Cinzia Bottene: «Perché continuare a parlare di pace ma poi spendere migliaia di euro per acquistare aerei da massacro?». Davanti all'ennesimo successo dei No Dal Molin, anche il segretario della locale Camera del lavoro, Oscar Mancini, rilancia la proposta di Cgil e Arci: la mobilitazione deve estendersi in tutto il Paese. Obiettivo: cento piazze e altrettanti gazebo per raccogliere firme a sostegno della moratoria. Finalmente il servizio pubblico televisivo si accorge della mobilitazione ma comincia il servizio sul tg regionale con le parole: «Senza incidenti», bucando (al contrario del Gr Rai) la vera notizia della straordinaria stagione di partecipazione che sta vivendo una città.


16/12/2007

Vicenza, in migliaia per ridire No alla base- l'unità 16.12.07


Una sfilata pacifica con tanti "no", su cartelli e bandiere. La manifestazione che ha percorso sabato pomeriggio per le vie di Vicenza ha raggiunto l'obiettivo delle 20mila persone e lo ha sicuramente doppiato. Alla fine i partecipanti sono stati 30 mila secondo i dati della questura, circa 70 mila per gli organizzatori.

Pochi i politici e relegati in coda al corteo: da Franco Turigliatto, transfuga di Rifondazione comunista come pure Marco Ferrando, a Lalla della Sinistra democratica, a Francesco Caruso del Prc. 

In testa i vari comitati locali, primi fra tutti i No Dal Molin - ospiti di casa - poi striscioni dei No Tav dei comitati della Campania e del Piemonte, i No Mose di Venezia, i toscani contro l'ampliamento dell'aeroporto senese di Ampugnano, quelli contro gli cacciabombardieri F35 in costruzione a Novara, ma anche i lavoratori e i cittadini milanesi contrari alle progetto di ampliamento dell'aeroporto di Malpensa. Molti anche i no gridati contro la guerra in Afghanistan, e contro l'accordo tra Italia e Israele stipulato nel 2003 dal precedente governo, accordo che prevede l'interscambio di armamenti e di know how tra i due eserciti. Molti i ragazzi della sinistra antagonista, dei centri sociali, e dell'area dei "Disobbedienti".

Il corteo si è comunque svolto senza incidenti, con angoli di colore e di musica diffusa da decine di altoparlanti montati su furgoni, in una atmosfera di festa di piazza. Soltanto al momento di risalire sui treni c'è stato, alla stazione, qualche attimo di tensione con la Polfer perché alcuni manifestanti sono stati trovati senza biglietto. 

Non poteva mancare il premio Nobel Dario Fo-cappello a larghe tese, cappotto di lana nero, una sciarpa rosa attorno al collo - che ha accusato il governo di essere sordo alle contestazioni del movimento pacifista e a tornare a esprimere il suo profondo dissenso sulla costruzione degli aerei da guerra F35. Con lui la moglie Franca Rame, senatrice eletta con l'Italia dei Valori, che ha annunciato le dimissioni dopo l'approvazione definitiva della Finanziaria per aperti dissensi con la maggioranza su temi per lei di natura etica.

«Abbiamo avuto un gran senso di responsabilità - ha commentato Cinzia Bottene, leader dei presidi No Dal Molin - il centro della città è libero, chi vuole fare shopping può farlo in tutta tranquillità». I quattro chilometri del percorso dei manifestanti infatti hanno circondato la città, senza toccare il centro.

Presenti rappresentanze della "sinistra arcobaleno" - l'ex Cosa rossa -, della "Rete 28 aprile" guidata dal segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi e, persino una delegazione proveniente dalla Repubblica Ceca contro la localizzazione dell'annunciato scudo stellare della Nato.

Pur non partecipando alla manifestazione il capogruppo di Rifondazione comunista a Palazzo Madama Giovanni Russo Spena ha voluto testimoniare solidarietà ai pacifisti in piazza con una dichiarazione in cui ricorda che il Prc «non ha mai accettato la scelta di ampliare la base di Vicenza contro la volontà della popolazione locale e continuerà la battaglia perchè il governo rispetti gli impegni assunti con gli elettori».

Russo Spena ha quindi rilanciato la proposta di una moratoria sul progetto Dal Molin fino a che non verrà fatta la conferenza nazionale sulle servitù militari così come scritto in un punto del programma dell'Unione. Russo Spena ha detto che il Prc si sente «tradito su questo dagli alleati» e che rimetterà la questione in agenda nella verifica di gennaio, dicendosi per altro «sconcertato» per la presa di posizione su Vicenza del presidente Napolitano. Durante la sua recente visita ufficiale negli Stati Uniti il presidente della Repubblica Napolitano ha infatti confermato direttamente a George W. Bush che non ci sarà nessun ripensamento da parte dell'Italia sugli impegni presi con Washington sulla costruzione della nuova base militare a Vicenza. Un impegno che il capo dello Stato si è assunto lasciando cadere la lettera che i quattro ministri della sinistra dell'Unione - Mussi, Bianchi, Pecoraro Scanio e Ferrero - avevano inviato a Romano Prodi proprio pochi giorni prima della partenza di Napolitano per gli States perché si riconsiderasse il sì al Dal Molin.