Non c'è alternativa. Questa sentenza
apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche
un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del
cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio
ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui
sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte
di volta in volta dettate dai detentori del potere economico:
prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e
formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e
alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di
stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria
dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a
un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari,
pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti
degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la
ricetta che non contempla alternative oggi è libertà
dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e
dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate
dall'art. 41 della Costituzione italiana.
A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito
ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall'autorità sulla
concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A
tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza
condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori
giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato
l'amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del
nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale,
ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!)
del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.
Una organizzazione del lavoro che sostituisce l'esattezza
cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei
cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina»,
perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e
tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per
ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che
azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti
e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere
la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma
non c'è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo
rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive.
L'alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell'Alfasud - il
«piano B» di Marchionne - e di altri diecimila lavoratori
dell'indotto, in un territorio in cui l'unica vera alternativa al
lavoro che non c'è è l'affiliazione alla camorra.
Per anni, a ripeterci «non c'è alternativa» sono stati
banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti
paragovernativi, professori universitari e soprattutto
bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con
un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo
sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero
unico: votate pure, tanto non c'è niente da scegliere.
Effettivamente, al piano Marchionne non c'è alternativa. Nessuno
ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso
pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la
crisi dell'auto l'aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai
pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era
chiaro da anni che prima o poi - più prima che poi - la campana
sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per
Pomigliano.
Ma a che cosa non c'è alternativa? Al «piano A» di Marchionne.
Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar
credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler
producano - e vendano - sei milioni di auto all'anno: 2,2 Chrysler,
3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia,
1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in
Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso
di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli
incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma
quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di
lunga e intensa deflazione.
Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo
vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati,
all'«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla
«ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa
tornino a vendersi sedici milioni di auto all'anno. Come dire: «il
piano A» non si farà mai.
Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più
indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già
sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di
veicoli, l'entità degli investimenti e la riduzione di manodopera
previsti. Tranne l'ultimo punto, che era la vera posta in palio,
degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche
perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi
di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee
andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un
ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si
dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto
all'anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un'autentica follia.
Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà.
L'alternativa in realtà c'è, ed è il «piano B». Se a chiudere
non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi
finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche
può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700
milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l'impianto -
cosa tutt'altro che scontata - a cadere sarà qualche altro
stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente,
tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non
«tirerà» come si era previsto
Hai voglia! Il mercato europeo dell'auto è in irreversibile
contrazione; l'auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta
intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano»,
per ora, solo i paesi emergenti - fino a che il disastro
ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi -
ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si
producono qui: né in Italia né in Polonia.
Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è
ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa.
L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo
- e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e
dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali
l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I
settori in cui progettare, creare opportunità e investire non
mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all'efficienza
energetica, dalla mobilità sostenibile all'agricoltura a chimica
e chilometri zero, dal riassetto del territorio all'edilizia
ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il
petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un
certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili
costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di
questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza
nell'uso dell'energia. L'industria meccanica - come quella degli
armamenti - può essere facilmente convertita alla produzione di
pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti
di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli
condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici
da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da
riedificare - densificando l'abitato - dalle fondamenta.
Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili
fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano
(peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel
pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente
risparmiati i due o tre miliardi di penali che l'Italia dovrà
pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza
incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i
flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere
irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le
piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i
suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che
vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate
potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora
di metterci tutti a fare i conti!
Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né
questo né - eventualmente - uno di quelli che abbiamo conosciuto
in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte.
Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno
riportandoci all'età della pietra.
La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»:
fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere,
città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere
appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il
prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a
confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi
e preclusioni, tutti coloro che nell'attuale situazione non hanno
avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza
lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi
ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare
strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di
economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di
organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e
culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non
ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e
nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il
mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.
Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è
saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi
formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico
non sa e non vuole mettere a frutto.
Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a
progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione
sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper
dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende
procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?
Pomigliano, anche la Cgil
cede al ricatto della Fiat
sara
farolfi-liberazione
La Cgil lascia la Fiom da sola a combattere la battaglia in
difesa dei diritti dei lavoratori della Fiat di Pomigliano
d’Arco. Dopo le dichiarazioni ambigue del segretario generale
Guglielmo Epifani a proposito del referendum che si terrà il 22
giugno («Tocca alla Fiom decidere cosa fare. E’ corretto però
che dica che ci sono materie non disponibili ai referendum. Allo
stesso modo - aggiunge Epifani - è altrettanto importante che i
lavoratori partecipino alle consultazioni») la nebbia si è
sciolta non appena è arrivato il comunicato congiunto delle
segreterie della Campania e di Napoli. Una sorta di appello
rivolto agli oltre 5mila operai del Gianbattista Vico, con cui li
si invita a votare Sì all’accordo per l’aumento di
produttività nello stabilimento sottoscritto da tutti i sindacati
tranne che dalle tute blu Cgil.
Presa di posizione accolta con una valanga di fischi dagli
operai riuniti in assemblea con la Fiom ieri a Pomigliano, che si
sono così espressi durante l’intervento di Federico Libertino,
della segreteria regionale della Cgil. Naturalmente la Fiom non ha
nessuna intenzione di “allinearsi” ai desiderata della
segreteria confederale, tanto più che gli iscritti hanno mostrato
di condividere la sua linea sulla vertenza, facendo propria la
risoluzione del Comitato centrale con «il netto no» al ricatto
della Fiat. «Abbiamo già detto che l’accordo non è firmabile
e il referendum è illegittimo: se la Cgil Campania invita a fare
il contrario è un impegno loro», taglia corto il segretario
nazionale Maurizio Landini.
«Nella mia esperienza che, visti gli anni, è lunga, non
ricordo un testo d’accordo come quello che oggi propone la Fiat»,
denuncia l’ex segretario generale della Cgil Antonio Pizzinato.
«In pochi ricordano - racconta Pizzinato scuotendo la testa - che
con gli scioperi del 1943-44 i lavoratori tra le altre cose
chiedevano la pausa mensa e la ottennero. Nel decreto prefettizio
si parlava esplicitamente di mezz’ora di pausa e di primo e
secondo». Una conquista operaia durante la Repubblica sociale che
adesso viene messa in discussione: «L’accordo che oggi propone
la Fiat - spiega l’ex segretario della Cgil - prevede una
riduzione della pausa mensa che sarà spostata a fine turno».
Non solo: con le regole di produttività fissate nell’accordo
di Pomigliano, sottolinea questa volta Landini, «la gente lavorerà
peggio e rischierà di fermarsi. Se una volta per avere malattie
professionali ci volevano 10-12 anni, oggi stiamo a 3-4 anni.
Progettiamo delle cose in cui le persone non si rompano».
Nel documento approvato ieri dai lavoratori si ribadisce
pertanto che l’accordo per Pomigliano è «inaccettabile perchè
si tiene sotto la minaccia della Fiat di chiudere lo stabilimento»
ed è «illegittimo perchè in violazione di diritti fondamentali
dei lavoratori previsti dalla Carta Costituzionale, delle leggi
europee e internazionali, dello Statuto dei lavoratori e dal
Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici». L’assemblea
ritiene «conseguentemente inaccettabile e illegittimo il
referendum indetto per il 22 giugno e, in ogni caso, in alcun modo
vincolante per la Fiom perchè riguardante diritti indisponibili
delle lavoratrici e dei lavoratori». Comunque, consiglia ai
lavoratori la partecipazione al referendum, «al fine di evitare
azioni di rappresaglia individuale da parte dell’Azienda».
Confindustria ovviamente non ci sta: «Secondo noi è
incredibile che ci sia un no - commenta Emma Marcegaglia - davanti
ad una azienda che va contro la storia, prende produzioni dalla
Polonia e le riporta in Italia, investe 700 milioni di euro».
Incredibile è invece il fatto che dalla parte della Fiom, sul
fronte politico, si schierino solo la sinistra e l’Italia dei
Valori, con il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che ingoia
il rospo e si limita ad augurarsi che quello di Pomigliano resti
«un caso particolare». Nichi Vendola, leader di Sinistra e
Libertà, non esita a descrivere quanto sta accadendo nello
stabilimento Fiat come la «tomba della Costituzione». Il
segretario del Prc Paolo Ferrero denuncia il «ricatto di tipo
mafioso» messo in atto da Marchionne. E di «ricatto» parla
anche l’Idv: «La firma dell’accordo separato per il futuro di
Pomigliano è una sconfitta innanzitutto per la Fiat, perchè non
si può governare un’azienda con la propaganda e le battaglie
ideologiche tese a smontare il contratto nazionale del lavoro e i
diritti costituzionali come il diritto di sciopero», affermano in
una nota congiunta Antonio Di Pietro, e il responsabile lavoro del
partito, Maurizio Zipponi.
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