a Villar Perosa un cinema pieno ha ospitato il film  'Il vento fa il suo giro'

**** alcune considerazioni a cura di Piero Baral ( dopo un confronto a più voci)

Il film ‘Il vento fa il suo giro’ , a quanto apprendo, nasce da una deformazione di un episodio accaduto a Ostana nei primi anni Novanta. Il capraio che arriva nel paesino di Chersogno ( nome inventato ispirandosi a un monte della val Maira) era nella realtà un belga, ex insegnante, già spostatosi in vari paesi esteri e che ora sembra viva in Maremma. Era un violento, trascurava i figli e non aveva rispetto per il paese e le sue regole,  e per le persone che l’avevano accolto. Si era presentato a gennaio, in pieno inverno e non a San Martino come d’usanza. La popolazione di Ostana, dopo l’iniziale solidarietà, fu costretta dai suoi comportamenti a diffidarlo con più di cento firme dal violare i confini delle proprietà. Nel film,  forse per scelta di  meglio collocarlo nel contesto più vasto e problematico della immigrazione in Italia,  viene dipinto come un personaggio positivo, un mite francese, forse di ‘sinistra’, che ha scelto di fare il capraio, viene accolto nel paese con la famiglia e poi riparte per i vari contrasti che insorgono. 

L’operazione del sceneggiatore del film, autoprodotto - che nonostante l’assenza dei distributori commerciali  incontra  gradimento del pubblico, attirato dal passaparola- è quella di dipingere un piccolo ma complesso mondo di montagna, spopolato e quasi senza giovani, che si anima un po’ con i villeggianti estivi, chiuso alle novità e un po’‘razzista’, il tutto con un velo di poesia amara che non fa mai male. Si coglie una certa ’mentalità media’, il patois, l’habitat, i paesaggi estivi ed invernali. Ma c’è’ qualche abitante di Ostana che ha vissuto la vera storia nel vasto cast di volontari che anima il film?  Nessun accenno in ‘Il vento fa il suo giro’- ma un film non è un’enciclopedia-  alla cultura locale, che non si intende più produrre ma semplicemente strumentalizzare

Il film tecnicamente è comunque  interessante e molti riconoscono situazioni della propria esperienza non solo locale. E’ stato presentato  anche a Villar Perosa, nel corso delle manifestazioni per il decennale del laboratorio di storia, operante nell'Istituto Comprensivo “F. Marro” di Villar Perosa, ed ha fatto discutere. Il che di per sé è già un risultato positivo, perchè non è così comune che la gente di un territorio si ritrovi e si senta motivata a parlare di montagna e del suo futuro. Erano presenti alla serata anche tre degli attori che hanno partecipato al film, persone scelte per la maggior parte tra i valligiani stessi..Una protagonista in particolare ha ricordato che, durante le riprese,  si è ricreata una comunità di valle, si sono conosciute persone che abitavano in vari paesi . 

La storia si chiude con quattro segnali:  l’intellettuale- musicista che ritorna a fare concerti per il mondo, una ragazza che se ne va in pianura, il suicidio  del  ‘matto’ del paese (l’anello debole), un filo di speranza con  un giovane  che riaccende il focolare nella casa del capraio e che forse vivrà nel paese … 

La realtà  quotidiana - non solo recente-  nel ‘paesino’ Italia, rivela che è sempre più difficile arginare la devastazione culturale e sociale, punto d’arrivo della decennale sperimentazione del ‘consumismo’ e del pensiero forte del ‘libero mercato’. Di fronte allo straniero, al ‘diverso’ c’è un diffuso allarmismo. 

altre voci

            1. La cultura occitana e il suo uso. (Non sono di cultura occitana - le osservazioni che seguono le ho raccolte in questa occasione).

Un settore  della  ‘intellighenzia’ da molto tempo porta avanti una scelta: cerca di ‘valorizzare’ la cultura occitana  e di renderla vendibile sul piano politico, economico e turistico attraverso la sua  ‘monetizzazione’ (pagando ad esempio le interviste) , coltivando  gli interesse personali di alcuni, abbandonando la ricerca  e la pratica politica volontaria dei primi anni del movimento occitano. Oggi ci sono molti esempi di questo tipo,  è diffuso ed egemone questo approccio culturale-commerciale, incentivato da ingenti finanziamenti europei e regionali, ne sono intrisi documenti e iniziative delle amministrazioni. In questo sistema economico tutto è merce…(vari occitani) 

2. La montagna e il suo destino. Lasciare che la montagna – al 90% - si spopoli definitivamente, per non stravolgerne la natura e la storia,  salvando solo alcune oasi  abitative integrate nell’economia del  turismo? A quando invece una politica capace di  intervenire contro la tendenza dominante,  per dar modo a chi  vive in montagna di continuare a utilizzarne le risorse naturali coi lavori tradizionali?            (S.M.)

3. . Segnalo l'aspetto positivo, relativo all'interesse che il film ha suscitato sulla montagna e sulle relative problematiche, che vanno al di là del fatto narrato.  E' posta in primo piano la difficoltà  nel conservare le proprie tradizioni e nel proiettarsi contemporaneamente verso un futuro che richiede integrazione e , come sempre, compromesso. Gli integralismi non portano mai a costruire una comunità, ma a sfasciarla.E  poi c'è il livello artistico che credo essere di tutto riguardo e per una volta tanto che raccontano le nostre Valli non mi sembra poco.. (L.P)

 

Il vento fa il suo giro. Ma questa volta non è detto che torni! E’ un’affermazione che non ha a che vedere con le mutazioni climatiche, vorrei solo che qualcuno fosse in grado di confutarle.

Il pessimismo nasce da una serie di dati di fatto e problematiche, che incontrano sovente proposte risolutive ardite, talvolta del tutto irricevibili. I latori di tali editti sono di solito intellettuali che amano farsi belli emanando sentenze dai loro morbidi rifugi cittadini.

Il tutto nasce da un tipo di società, da una cultura che ha perso la sua competizione contro la modernità. E questo non deve stupire: la Montagna non è il luogo naturale per l’uomo ove trarre il suo sostentamento. La colonizzazione dei territori alpini è nata quando per vari motivi le genti non avevano più posto nelle aree a valle. Ne consegue che siano anche i primi luoghi ad essere abbandonati quando le condizioni lo permettano. Le civiltà sono fiorite lungo le coste o i fiumi, in prossimità di nodi viari o in zone fertili. La Montagna è sempre stata appannaggio dei fuggiaschi o di chi aveva ragioni per estraniarsi dal resto del mondo. Solo negli ultimi secoli si è visto un certo inurbamento ma, non appena se ne sono create le condizioni, gli uomini sono ridiscesi. Il tutto viene ulteriormente accentuato sulle nostre Montagne, più aspre rispetto ad altre dell’arco alpino.

E questo preoccupa, ma solo fino ad un certo punto. Non si può costringere la gente ad abitare in luoghi inospitali, offrendo in cambio unicamente degli aspetti suggestivi.

Il problema parte anche da chi vi è rimasto, quei pochi. Hanno perso l’orgoglio, la tenacia con la quale i loro avi vivevano aggrappati a quell’ambiente. In troppi non fanno altro che elemosinare contributi, sovvenzioni o chiedere aiuti qualsiasi costo. Ormai il triste quadro è rappresentato essenzialmente da pensionati che resistono, o di ritorno da un periodo più o meno lungo trascorso a lavorare in pianura. I pochi giovani rimasti sono per lo più disadattati e rappresentano più un costo sociale che non una risorsa. Ma anche non volendo mettere il tutto sul mero piano economico, resta ben poco da aggiungere quando si vedono le frequenti piaghe della droga o dell’alcolismo. Esistono delle fiere eccezioni, ma non bastano per tingere il quadro con i colori della speranza.

Non ha più senso chiedere che la gente resti, perché è già partita. Ci si può semmai chiedere che torni o che venga rimpiazzata da altri. Ma anche, chi è disposto a fare dei sacrifici e per cosa, soprattutto. Le comodità offerte altrove servono per avvicinare solo pochi idealisti, che la storia non ha mai ripagato a dovere.  

Viene anche da chiedersi se il millantato ripopolamento montano sia veramente necessario, dacché la cultura che legava quella società può ormai considerarsi scomparsa, così come lo è in generale la cultura contadina. Solo che quest’ultima è stata rimpiazzata con i mezzi moderni ed il mondo finge di non sentirne la mancanza, salvo nelle emergenze, in cui ancora si ricorre ai detti di un tempo.

E’ vero, piange il cuore nel vedere le case abbandonate. Le lose che, con la pressione del tempo, hanno sfondato le travi. Tutto è lì, in attesa di un’ultima spallata anche ai muri perimetrali. Si inumidiscono gli occhi nell’animare quegli ambienti, immaginare la vita che scorreva faticosa, ma più semplice e quindi più felice di oggi. Dobbiamo renderci conto che ciò appartiene ad un passato destinato a non fare ritorno. I sentieri, i muri tirati su ad arte da mani e cervelli che non sapevano cosa fosse il Politecnico, ma conoscevano quanto avevano imparato dagli anziani, il tutto condito dal buon senso, ingrediente essenziale per ogni iniziativa. Oggi si ritiene inutile tramandare il sapere, impararlo a piccole dosi da chi ci ha preceduto, basta frequentare un corso. In poche settimane o mesi ci fornisce l’illusione del sapere. Una volta persa la cultura, quella che si è sedimentata con le generazioni, ben poco resta di una popolazione autoctona. Chi intendesse tornarci vedrebbe comunque rotto quel cordone ombelicale che lo legava, non avrebbe più nulla a che vedere con l’identità locale. Quando questo filo s’interrompe non è possibile ricucirlo. E’ pesante sentire su di noi il fardello che sono state proprio le nostre generazioni ad operare questo taglio. Non necessariamente per colpa, ma resta il fatto che ognuno di noi rappresenta un ponte fra passato e futuro e su quel ponte abbiamo fatto transitare ben poco sapere pratico. E’ un discorso che vale in generale per tutto il mondo rurale, non è solo legato al mondo montanaro, ma forse questo ne ha subito le conseguenze più devastanti. 

Le autorità politiche ed amministrative concedono qualche finanziamento di sussistenza, ma non vedono abbastanza lucro per iniziative a lungo respiro. Attendono al contrario che i rimasti esalino proprio l’ultimo respiro per risparmiare anche quei fondi.

I soldi arrivano invece dove le attività invernali rendono il business attrattivo. Spuntano finanziamenti e occasioni per costruire ogni genere d’indecenza profanatrice della Natura, quello che altrove non si può fare lì viene concesso in deroga. Piuttosto che vedere la Montagna violentata da tali scempi turistici è auspicabile vederla abbandonata. Non è detto che abbia poi proprio tutta questa necessità di vedere degli umani, soprattutto se irriguardosi nei suoi confronti.

Considerando come un dato di fatto la graduale ritirata, camminando per le Montagne si vede sempre di più che con l’assenza dell’uomo la Natura riprende possesso dei suoi luoghi: che la sua perfezione ci consoli. Spiace solo per chi è passato, avranno immaginato un futuro diverso e ne sarebbero delusi.

 UN torinese che ama la montagna- Lanfranco

5. 

  vedi articolo sulla Rivista della Montagna- Cai-pdf

6.

 Non faccio osservazioni, se non brevi e conclusive, sul film. Così come non ho alcunché da dire sull’occitano le sue diverse “anime” che lo percorrono. Rilevo però che la collaborazione con Fredo Valla  nella scrittura del film dovrebbe garantire qualcosa rispetto alla serietà dell’approccio al progetto da parte del regista. Ma conosco solo di riflesso le questioni e preferisco tacere. Vorrei invece fare due osservazioni che rimandano al modo in cui è stata “osservata” la realtà contadina. Per comodità di approccio mi muovo lungo un tradizionale “asse” di tipo ideologico e culturale.

Nelle sinistra c’è indubbiamente stata diffidenza verso il mondo contadino. Proprietario nella sostanza, sottoculturato, solidale solo all’interno della cerchia familiare, teso, anche nella condivisione, sempre e solo al proprio interesse. Al mondo contadino così sommariamente descritto viene tradizionalmente contrapposta nella tradizione marxista la classe generale, classe operaia, espropriata di ogni cosa ma collocata nel cuore stesso della produzione e della valorizzazione capitalistica, quindi dello sviluppo e di quel grandioso percorso di affrancamento dell’umano dalla necessità. Lì, nella coscienza operaia, è lo sbocciare della consapevolezza di classe, dunque l’origine del conflitto che porterà al mutamento di tutti i rapporti sociali. Questo marxismo in sedicesima (di cui mi scuso) ci dice insomma che i contadini hanno rappresentato, nella migliore delle ipotesi e solo in riferimento al proletariato bracciantile, alleati della classe operaia contro la grande proprietà del latifondo. Comunque sempre visti con sospetto a causa di una loro “naturale” deriva verso la proprietà privata. Il contadino insomma è naturalmente estraneo al comunismo. Per fare un po’ di archeologia si possono leggere i dibattiti all’interno della Terza internazionale su questo punto. O, se si vuole guardare in faccia l’abisso,  osservare un po’ da vicino fatti e idee del “piccolo padre” Stalin. Bene, credo che questa retaggio abbia pesato molto sulla tradizione di pensiero del movimento operaio. A ben guardare è un’impostazione che non è mai stata seriamente ridiscussa. Figure come l’operaio sociale o quelle legate al lavoro cognitivo (per ricordare di sfuggita non remoti tentativi, a sinistra, di ripensare i termini sociologici della composizione di classe) hanno sistematicamente escluso il mondo contadino. Così come la riflessione storica mostra uno squilibrio impressionante tra l’attenzione alle lotte sociali “urbane” (di fabbrica e non solo) e la realtà contadina. Momenti altissimi di conflitto e richiesta di diritti come, per restare nei confini nazionali, le lotte contadine in Italia degli anni Cinquanta (con decine di morti) sono a tutt’oggi un “buco” di riflessione storiografica impressionante. Oppure si rifletta sull’immigrazione. Ci sono riflessioni attentissime relative all’inurbamento. L’impatto con la fabbrica, la città, le dinamiche sociali, i linguaggi. Ma poco viene detto sul “senso” che l’inurbamento ha comportato per i paesi lasciati dagli emigrati. Al di là di alcune semplificazioni cosa significa nel concreto della vita, della produzione, dei rapporti sociali, del potere, lo svuotamento di interi paesi? Nel Sud, innanzi tutto, ma anche nel Nord? E, a partire da questo punto cosa è stata la cultura contadina? Cosa è oggi questa cultura, intendendo con questo non la fiaba serale o la canzone in patois ma la visione del mondo che si innesta sulle pratiche di vita? Un tentativo di risposta unitaria è impossibile. La tradizionale divisione tra montagna e campagna si frantumi oggi in un pulviscolo di micro-realtà che difficilmente si ricompongono. Come, del resto, accade per l’intero corpo sociale. Parlare oggi di operai, studenti, ceto medio, ceti subalterni in modo indistinto è impossibile. E i contadini non fanno certo eccezione.

Se procediamo lungo le ideologie, la destra, soprattutto quella radicale, ha sempre guardato con simpatia alla realtà contadina per gli stessi motivi (proprietà, tradizionalismo, cattolicesimo) per cui la sinistra ne sospettava. In più la destra ha dato al mondo contadino una valenza mitico-sacrale, che deriverebbe da un contatto con la “pura potenza” della natura.

Altre immagini si potrebbero aggiungere, dalle complesse nostalgie pasolinane, al senso comune cittadino che faceva dei contadini affamatori dell’urbe e oggi avvelenatori con pesticidi e porcherie di vario genere. Oppure: evasori, saccheggiatori di contributi comunitari, aggressivi difensori di giganteschi privilegi a suon di sparaletame e latte in strada. Ovvietà e senso comune, certo, ma il senso comune è difficile da trattare perché, come diceva De André appare “non del tutto giusto, ma quasi niente sbagliato”.

Mi sono limitato a rilevare alcuni dati, dalle carenze di studio, a quelle che mi sembrano immagini diffuse. Quanto sopra si rapporta a “Il vento fa il suo giro” con una domanda secca. Come si ingrana in film in queste ovvietà/mezze verità? Forse non tiene conto dei dati reali – il francese effettivamente poco rispettoso delle consuetudini -  e nella tensione narrativa e inventiva stravolge e semplifica. Ma dobbiamo chiederci se aggiunge o toglie problematicità alla “questione contadina”. Secondo me non demonizza, non punta il dito, pone con onestà intellettuale questioni reali che vanno anche ben oltre lo specifico di un paese di montagna. E sono i “grandi”  eventi della diversità, della proprietà, della tradizione. E della relazione interumana in generale. Saluti. (Franco Milanesi- Luserna)