il racconto de il manifesto

VAL DI SUSA
Lezione politica
Marco Revelli
La forza e la ragione, l'arroganza e la pazienza, la violenza e la democrazia. Da oggi è tutto più chiaro. La Val di Susa sta dando una lezione a tutti. Una protesta pacifica, unanime, calma ma ferma, di tutto un territorio, è stata aggredita con un vero e proprio atto di teppismo pubblico. Il presidio di Venaus, giovani, anziani, sindaci, normali cittadini - alcuni dormivano, altri bivaccavano intorno al fuoco - è stato assalito da centinaia di uomini armati senza neppure un pretesto. Per il puro gusto di ferire e far male.

L'impressione è quella di una spedizione punitiva: perché quell'unità di tutta una popolazione non si riusciva a spezzarla, perché la ragionevolezza degli argomenti dei No-Tav era difficile da controbattere, perché la saldezza dei nervi di quella gente non si era lasciata incrinare da nessuna provocazione. E allora si è lasciato libero corso all'argomento di chi non ha argomenti: la violenza bruta e indiscriminata. Il vero volto di questa classe politica di affaristi arroganti e brutali, impegnati a imporre un'opera enormemente costosa, pericolosa e inutile, che isolerà (questa sì) per un ventennio l'Italia dall'Europa.

Chi era salito in questi giorni e in questi mesi nella valle, aveva potuto vedere con i propri occhi un esperimento di democrazia partecipativa reale, con i sindaci, i parroci, la popolazione uniti in un processo decisionale quotidiano, capillare e condiviso, che era insieme occasione di crescita culturale, allargamento delle conoscenze. Attività deliberativa vera, capace di sciogliere come neve al sole i luoghi comuni, le retoriche false, le menzogne consapevoli che dominano il sistema dei media e il circuito ufficiale della politica romana (si pensi allo svarione di Ciampi) e anche torinese. Ora, quell'Italia civile, quel territorio che aveva saputo compiere il miracolo della propria unità e dell'iniziativa rigorosamente nonviolenta, vengono assaltati da una truppa di lanzichenecchi in assetto antisommossa, come nei secoli bui si assaltavano le comunità degli eretici, per cancellare quelle voci. Per dare una lezione che valga per tutti.

Gli assembramenti nella valle sciolti manu militari. Le piazze dei paesi sgomberate con la forza, perché ognuno si rinchiuda nella propria casa. Perché quella socialità sia dissolta. Perché quella democrazia sia messa al bando. E perché a nessuno venga in mente di seguirne l'esempio: di prendersi cura del proprio territorio anziché abbandonarlo ai distruttori di destra o di sinistra, ai cementificatori di stato o a quelli delle coop «rosse», agli oligarchi nazionali o regionali.

Per questo la resistenza della popolazione della val di Susa è così importante per tutti. Questa resistenza condivisa e nonviolenta, che non si lascia trascinare sul terreno dell'avversario ma che contrappone alla violenza dall'alto la propria unità dal basso, e per questo può durare. Quello che ci si può augurare è che anche gli altri, i Ponzio Pilato della sinistra ufficiale, della Cgil torinese e nazionale, delle «istituzioni» terribilmente lontane dal loro territorio, abbiano un soprassalto di dignità. E alla fine scelgano da che parte stare. A questo punto, non è più difficile capirlo.

(marco revelli)

 

RESISTENZE
Da Susa a Cortina
ALESSANDRO ROBECCHI
E' ora di finirla con l'arroganza delle popolazioni che si oppongono alle grandi opere. Guardate cosa è successo in Val di Susa, dove scalmanati terroristi sotto copertura (travestiti da agricoltori, allevatori, cittadini semplici, montanari generici, studenti, donne, bambini) hanno colpito duramente con le loro teste i manganelli delle forze dell'ordine. Essi non hanno esitato a farsi picchiare come tamburi dalle riluttanti truppe - umane e comprensive come quelle di Genova - mandate a convincerli che l'alta velocità sarà per la valle una specie di manna dal cielo. Certa gente non è mai contenta: non solo storce il naso davanti all'immenso regalo di un cantiere che durerà vent'anni, ma pretende anche di essere presa a botte, di andare sulle prime pagine dei giornali! Che egoismo! Ora che la linea è chiara e che il solco è tracciato, si teme il peggio per i vip di Cortina, che sguaiatamente si oppongono alla tangenziale. C'è da inorridire aspettando le crude immagini di Marta Marzotto inseguita dai celerini, e già il Magazine del Corriere della Sera getta benzina sul fuoco titolando «La rivolta di Cortina». Già vanno a ruba speciali passamontagna tempestati di brillanti. Scenari apocalittici si preparano. Banchieri inseguiti dai carabinieri, scatenati caroselli di camionette davanti all'Hotel Posta, presentazioni di libri di vip per vip interrotte dai gas lacrimogeni, che si sommano alle polveri sottili dei gipponi dei milanesi, rendendo l'aria irrespirabile. Ovvio che anche da queste popolazioni è lecito attendersi il peggio, magari un fitto lancio di Rolex contro la forza pubblica, o addirittura blocchi davanti alle pelliccerie, boicottaggi alle gioiellerie. Il ministro dell'interno Pisanu non tarderà a lanciare il suo allarme: presto tra i miliardari potrà infiltrarsi qualche frangia terrorista, tipo le temibili Brigate Cachemire, pronte a tutto pur di difendere una valle dove abitano quindici giorni all'anno. Dunque è sicuro, la repressione scatterà inesorabile. Certo, pensare che il vostro vecchio maso, la cui ristrutturazione è costata come il prodotto interno lordo del Ghana, affaccerà sulla tangenziale non fa piacere a nessuno, e per questo la rivolta sarà feroce. Ma questo governo saprà certamente usare la stessa misura. Poi non venite a dire che nessuno vi ha avvertito per tempo di spostare la Porsche.

 

«Dateci i nomi dei feriti»
Così polizia e carabinieri hanno cercato di identificare i manifestanti ricoverati a Susa
MIRTA DA PRA' POCCHIESA
VAL DI SUSA
Il risveglio è brusco. Per tutti. In primis, ovviamente, per chi viene caricato dalla polizia, mentre dorme, mentre pacificamente presidia una valle. Ma è un risveglio brusco anche per chi, ancora buio, sente arrivare un messaggio sul telefonino: hanno forzato il presidio, ci sono feriti. E' difficile salire in valle. Primo blocco ad Avigliana. Per Vittorio Agnoletto, europarlamentare di Rifondazione, e per i consiglieri regionali del Prc e dei Verdi (De Ambrogio e Morioni) che lo accompagnano, le barricate si aprono. Più avanti blocco all'uscita per Chianocco. Tir bloccati. Tanta gente sulle due corsie. Stanca, assonnata, arrabbiata, ma pacifica nei modi. La polizia - ormai panorama della valle - presiede. Tra la gente Lucia, occhi azzurri, di Chianocco: «Hanno picchiato persone anziane, ragazzi che dormivano, la polizia non lasciava passare le ambulanze. Gentili fino a quando hanno ricevuto l'ordine, poi si sono trasformati, hanno iniziato a picchiare, chiunque, dovunque, gridando». Un uomo con barba e baffi bianchi dice: «E' triste, è ingiusto. Abbiamo fatto tutto pacificamente. Ci trattano come delinquenti, terroristi. Ma sono loro che hanno picchiato, attaccato, distrutto tutto». Tra le persone anche autisti dei tir. Parlano francese. Sorridono ai manifestanti. Perché avete voluto le olimpiadi? Un giovane risponde «Non le volevamo». E il francese «Era meglio. Anche ad Albertville ci sono state. Hanno distrutto tutto». Sospiri, occhi al cielo. E tanto freddo. Ferrentino, il presidente della Comunità montana è con loro. Dà la parola a chi arriva nella valle. Qualcuno dice che è un assetto da guerra. Chiede il ritiro della polizia dalla valle. Si alza un coro altissimo «Via, via, via». E' l'unico sfogo. E' brava gente, delusa, esasperata. Ma gente che ha equilibrio psichico da vendere. Si accendono fuochi, qualcuno porta biscotti: «Servono zuccheri».



All'ospedale di Susa

Per i medici del pronto soccorso è stata giornata intensa. Il doppio delle persone accolte. Tra questi 22 feriti per i fatti di Venaus: 3 delle forze dell'ordine e 19 dimostranti. Medicati. A tutti un referto. Alcuni tenuti un po' di tempo in osservazione e poi, i più, dimessi con prognosi diverse. Due persone sono ancora ricoverate. Parla la dottoressa Chiara Parlotto, direttore sanitario: «Hanno avuto tutti ferite traumatologiche. I due che sono ricoverati hanno uno un trauma cranico e l'altro un trauma addominale». Agnoletto, esibendo il tesserino di medico, da solo, li va a trovare chiedendo il consenso ai famigliari. «Un ragazzo mi ha raccontato di essere stato aggredito mentre retrocedeva dalle barricate. Ha avuto una manganellata in testa. Gli sono stati dati cinque punti di sutura, ha un trauma cranico ed è sotto osservazione». L'altro signore ha 64 anni, di Bruzzolo. Una persona che ha un serio trauma addominale. «Ha perso conoscenza. Non ricorda bene cosa è successo. Teme una denuncia. Lui che ha solo difeso una causa, la sua valle. E' amareggiato. Deluso. E' una figura di spicco dell'Associazione nazionale alpini». All'ospedale di Susa nella notte i carabinieri hanno chiesto l'elenco delle persone ricoverate. I sanitari si sono rifiutati. Nel pomeriggio sono ritornati. Stessa richiesta. Si avvertono gli avvocati. Agnoletto avverte: «Non vorrei che le vittime diventino persone da denunciare, come è successo a Genova».



Bussoleno, le Olimpiadi

Gente ovunque, che gira, parla, chiede. C'è anche Paolo Beni, presidente dell'Arci, arrivato qui per esserci: «Un episodio gravissimo di fronte a una mobilitazione pacifica, esemplare, che coinvolge tutta la valle - dice - Gente che chiede solo di essere ascoltata. Non è possibile continuare così. La situazione non può che precipitare. Anche se la gente è serena, determinata, pacifica, nonostante tutto». E le olimpiadi, dopo questa notte? «Non si faranno», dice qualcuno. «Un palcoscenico per dimostrare cos'è il nostro Paese. Un paese che calpesta la Costituzione, la democrazia». Un uomo alto, certamente un montanaro interviene: «Le olimpiadi? Le abbiamo iniziate da tempo. Oggi sono finite. Abbiamo dato medaglie a tutti».



Venaus

Il giorno del «giorno dopo» sta per finire. Il buio sta per avvolgere la valle. Ma qualcosa si vede ancora. Il presidio distrutto, oggetti sparsi. Resti della cucina e di un lavello, qualche tenda divelta. E tanta gente, anche qui. Coi fuochi accesi. E tanta polizia, qui più che altrove. E qui ci sono molti di quelli che c'erano ieri notte «Dormivamo. Hanno caricato urlando. A dare i comandi il vice questore Sanna. Manganelli, auto distrutte, tende squarciate, ancora manganelli. E la ruspa per travolgere tutti». Una signora bionda, con la sciarpa e una giaccone guarda il fuoco e si scalda. «C'era anche mio figlio, abbiamo visto i ragazzi arrivare travolti dalla polizia, stavano dormendo». E si mette a piangere. Un signore anziano osserva i mezzi della polizia che stanno arrivando per darsi il cambio. «Credevo nei carabinieri, nella polizia, dopo stanotte non più». I fari illuminano i resti del presidio e le tante persone che si scaldano ai fuochi accessi. Oramai è buio. Alle sette di sera a Venaus, piccolo paese della Valle di Susa ci sono 100 mezzi delle forze dell'ordine, furgoni cellulari, camionette. Comincia un'altra notte.


Contro le cariche fabbriche ferme
Le notizie corrono di telefono in telefono, veloci come il vento che soffia in Val di Susa: la polizia ha caricato, ci sono ragazzi e anziani feriti, muoviamoci. E si sono mossi subito, i lavoratori della Ibs, di Tekfor e Savio, Cabind, Roatta, Coord 3 e di decine di piccole aziende della valle. Chi per 4 e chi per 8 ore, «per consentire ai lavoratori e alle lavoratrici di partecipare alle iniziative in corso in Valle. Lo sciopero - spiega il comunicato Fiom - ha per obiettivo l'immediata tregua e il ritiro delle forze di polizia dalla Valle». Da Venaus fino alle porte di Torino la produzione è ferma, non mancano persino alcuni padroni di piccole aziende (peraltro non sindacalizzate) che partecipano alle proteste e chiedono alla Fiom come devono comportarsi con i loro operai in sciopero: trattenuta sullo stipendio o un occhio di riguardo? Per la prima volta la protesta operaia si è estesa ad alcune fabbriche torinesi. Si sono fermate la Fontana, la Comau stampaggio plastica e ancora Fergat, Tesco, la Lear, la Mahle di Orbassano, la N.Tecnology di Chivasso, la Cabind e la Elbi di Collegno, la Teksid di Borgaretto. Chi non ha fermato la produzione ha comunque preso posizione contro le cariche poliziesche e per chiedere la sospensione dei lavori della Tav. Tra queste, la Rsu Wind di Ivrea, la Bertone, la Rsu Marelli di Venaria. E ancora: «La Rsu della Carrozzeria Fiat Mirafiori e Fim, Fiom, Uilm e Fismic esprimono solidarietà alla popolazione della Val di Susa e stigmatizzano l'uso della violenza contro la popolazione che manifesta per la difesa della salute e del territorio».

«Ci si deve fermare - scrive la segretaria generale della Fiom piemontese, Laura Spezia - in democrazia le decisioni non devono essere prese con imperio, bisogna decidere insieme». Per Giorgio Airaudo, Fiom torinese, il centrosinistra deve uscire «dalla trappola del governo e costruire le condizioni di una tregua immediata». (lo.c.)

 

Pisanu rivendica: «ottimo lavoro» Roma ha dato l'ok
«Non ci sono state cariche» dice il ministro. Blitz deciso per «tastare il terreno»
SARA MENAFRA
ROMA
L'effetto boomerang è stato immediato, con la politica in larga parte contro il blitz notturno a Venaus. Eppure, il ministro degli Interni Beppe Pisanu a fine giornata presentava gli scontri di ieri notte come se fossero la migliore delle operazioni di polizia degli ultimi tempi. Parlando di «vivo apprezzamento alle forze dell'ordine» e scrivendo pure che la «resistenza» dei manifestanti «è stata superata senza l'effettuazione di nessuna carica». E in effetti tecnicamente quel che hanno fatto i quattrocento agenti inviati in val di Susa non è una «carica» con i manganelli che battono sugli scudi e gli agenti e i poliziotti che prendono la rincorsa: però i feriti ci sono stati lo stesso. Una cinquantina di cui due ancora ricoverati all'ospedale di Susa (un ex alpino sessantenne colpito allo stomaco e un giovane picchiato sulla testa e con quattro punti di sutura). E c'è anche chi ha perso la testa come sembra abbia fatto il vicequestore Sanna che - raccontano i manifestanti - dirigeva gli scontri in piedi su una ruspa. Il blitz di ieri notte è stato tutt'altro che un gesto estemporaneo. Il Viminale ha cominciato a pensare al blitz fin dall'ultima manifestazione contro le ruspe. Quella del 30 novembre, giorno dell'ultimatum fissato dalle società Ltf e Cmc per far partire i lavori e diventata l'ennesima prova di forza a favore dei manifestanti. A quel punto il ministero dell'Interno ha scelto una strada piuttosto rischiosa per risolvere la situazione. Un blitz per sgomberare il campo «visto che i margini di trattativa con i manifestanti erano molto ridotti», come spiega uno dei dirigenti della polizia torinese che ieri notte erano a Venaus. Per giorni Viminale, questura e prefettura hanno soppesato la situazione per decidere quando intervenire. E infine hanno scelto la notte di ieri, «considerando anche che a quell'ora non ci sarebbero state donne e bambini». La valutazione comprendeva anche la scelta di non dare alcun preavviso agli occupanti: «Se lo avessimo fatto», aggiunge il dirigente della questura, «sapevamo che gli occupanti avrebbero chiesto immediatamente rinforzi e i danni sarebbero stati maggiori per tutti». La scelta, a Roma, si sarebbe basata anche su un'altra considerazione: «Il blitz - spiega una fonte del Viminale - è stato il modo per provare sul campo le conseguenze e decidere le nuove mosse». Insomma, il ministero aveva messo in conto anche una reazione violenta da parte dei manifestanti. Se ci fosse stata nulla avrebbe potuto evitare un intervento più energico e definitivo. Forse per questo il comunicato firmato da Pisanu mette in evidenza le difficoltà con cui la polizia locale ha lasciato la valle scrivendo che «al momento sono in atto diverse iniziative illegali volte a circondare le forze dell'ordine e ad isolare l'intera val di Susa». Il riferimento è ad un unico episodio: quello avvenuto a Bussoleno, dove 50 uomini della polizia hanno trovato la strada bloccata da centinaia di manifestanti che dopo un fronteggiamento li hanno costretti a rientrare.

Anche se «non è stato un massacro» e «non ha nulla a vedere con le violenze di Genova», come hanno continuato a ripetere per tutto il giorno dal Viminale, il blitz dell'altra notte ha avuto anche un'altra conseguenza negativa: far saltare, almeno per il momento, la collaborazione offerta dall'Unione. I vertici dell'opposizione e in particolare i Ds nei giorni scorsi avevano fatto sapere a Pisanu di essere disponibili a farsi da tramite per una mediazione con i manifestanti (tra cui parecchi sindaci della sinistra). La decisione dell'altra notte li ha spiazzati anche perché, assicura Massimo Brutti dei Ds, «nessuno di noi, né a livello nazionale né a livello locale, è stato preallertato sulla decisione del ministro». Su tutto questo il ministro Pisanu riferirà alla camera giovedì prossimo.

 

Tav, blitz nella notte
Polizia e carabinieri caricano il presidio di Venaus: 50 manifestanti feriti, quattro fermati
ORSOLA CASAGRANDE
INVIATA A VENAUS (Val di Susa)
Sono da poco passate le tre del mattino. In realtà pochi dormono nelle tende del presidio permanente di Venaus. C'era una strana sensazione nell'aria, fin dalla sera di lunedì. Così si sta nei sacchi a pelo, al calduccio, ma con le orecchie tese. Non basta però. Il blitz dei mille, uno più uno meno, tra carabinieri e poliziotti è fulmineo. E non lascia scampo ai manifestanti no Tav, poco più di un centinaio di notte. Gli agenti hanno un solo ordine, pestare tutti. Senza sconti, senza differenze: giovani, vecchi, donne, con una violenza che fa riandare la mente al G8 di Genova. Mentre gli agenti picchiano, arrivano le ruspe. Che hanno l'ordine di radere al suolo tutto, cioè le tende e i bivacchi. Lo fanno. Sotto gli occhi ancora scioccati dei manifestanti che si aspettavano il blitz, ma non una simile violenza. Il bilancio dell'«assalto contro gente inerme che dormiva», come lo definisce Antonio Ferrentino, presidente della comunità montana bassa val Susa, è grave: ci sono una cinquantina di feriti tra i manifestanti, tra cui una ventina medicati all'ospedale di Susa e due ricoverati per le ferite riportati. Tra questi un signore di 64 anni, un ex alpino che aveva deciso di passare la notte in tenda al presidio, che si è sentito male dopo essere stato colpito da una manganellata allo stomaco ed è stato ricoverato all'ospedale. Quattro i fermati tra i manifestanti, rilasciati nel pomeriggio con una denuncia a piede libero. «Questa notte è morta la democrazia», ripetono i sindaci increduli e sgomenti di fronte ai terreni di Venaus che sembrano un campo di battaglia, i resti delle tende, qualche sacco a pelo, termos e bicchieri di carta. Il presidente della comunità montana alta val Susa, il leghista Marco Carena, dice che «quello che è accaduto è stato un errore: spettava alla politica prendere in mano questa vicenda. Una grande opera pubblica non si può imporre con la forza». E di certo i cittadini della valle non hanno accettato il blitz rassegnati, e dopo lo shock iniziale hanno ripreso la resistenza e la difesa del loro territorio ma soprattutto di un'idea, quella che prevede un dibattito democratico, anche franco, anche aspro, ma pur sempre un dialogo e non una imposizione, magari manu militari come sta avvenendo in val Susa, ormai da oltre un mese zona militarizzata.

La notizia del blitz viaggia via sms in tempo reale e fin dalle prime ore del mattino da tutta la valle si riversano a Bussoleno centinaia di cittadini. Le fabbriche si sono fermate e gli operai hanno proclamato scioperi spontanei negli stabilimenti della valle come in alcune fabbriche torinesi. Gli studenti di tutte le cittadine della valle si sono rifiutati di entrare e quelli che sono entrati, come per esempio alla scuola media Defendente Ferrari di Avigliana, hanno sospeso le lezioni previste, sostituendole con tre ore di educazione civica. Tutte le dodici classi dell'istituto sono poi state accompagnate in piazza del Popolo dagli insegnanti con cartelli che dicevano «Dov'è la democrazia?» Sospese in diverse scuole le lezioni pomeridiane, proprio per partecipare ai presidi. Qualcuno racconta che ad Avigliana (dove l'intero paese si è riversato in piazza) almeno una macchina della polizia municipale girava con i megafoni per indirizzare i cittadini a questo o quel presidio.

I manifestanti hanno bloccato fin dalle prime ore del mattino le statali, l'autostrada, le stazioni ferroviarie. Alle 10 la val Susa risultava isolata dal resto della regione. Da Torino si riusciva a stento ad arrivare ad Avigliana, ma da qui era impossibile muoversi. E quando le forze dell'ordine caricavano per sgomberare un pezzo di statale, subito il presidio mobile si spostava in un altro luogo. Sono state alzate barricate improvvisate e ci sono state almeno altre due cariche in mattinata. Presidi anche a Torino, davanti alla prefettura. Da qui un corteo di un migliaio di persone ha raggiunto la stazione di porta Nuova. I binari sono stati occupati per un paio d'ore e la circolazione dei treni paralizzata. Quindi il corteo si è nuovamente diretto verso piazza Castello e poi sotto il Comune. La politica, reclamata a gran voce in valle, ha latitato per buona parte della giornata. A parte le dichiarazioni indignate di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, infatti, a livello locale la maggioranza in regione ha taciuto fino al pomeriggio. La presidente Mercedes Bresso si è detta «desolata che si sia arrivati ad una soluzione di questo tipo, una forzatura che tutti ci aspettavamo da un momento all'altro, ma che rende più difficile un'azione di mediazione che è assolutamente necessaria». Per Bresso, che in serata ha incontrato a Torino «bisogna trovare una soluzione». Ma i sindaci della valle, che hanno incontrato la presidente della Regione, hanno respinto la mediazione.

Il consiglio regionale che si sarebbe dovuto svolgere, come ogni martedì (e sono in diversi a notare che il blitz è avvenuto proprio nella notte tra lunedì e martedì, come quello di una settimana fa), è stato rinviato per una riunione fiume dei capigruppo della maggioranza che hanno concordato un documento di condanna della violenza usata dalle forze dell'ordine. Il documento non è stato però inserito all'ordine del giorno del consiglio nel pomeriggio, perché l'opposizione della minoranza non ha consentito che si raggiungessero i due terzi necessari. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino da Atene dove si appresta a raccogliere la fiaccola olimpica ha rilanciato la sua idea di «tregua», ma sempre partendo dal presupposto che la Torino-Lyon non è comunque in discussione. Prese di posizione anche da parte dei sindacati. La Cub e i Cobas hanno proclamato lo sciopero generale mentre la Fiom ha giudicato «grave l'intervento della polizia perché avviene in un momento in cui si stava avviando un dialogo. Sembra che una parte del governo - hanno detto alla Fiom - cerchi l'incidente e la drammatizzazione in val Susa. Il centrosinistra che governa il Piemonte si distingua da questa politica, imponga la tregua e censuri le inutili violenze di questa notte». Più blanda la dichiarazione di Cgil, Cisl e Uil piemontesi che condannano «la violenza da qualunque parte provenga». In serata sono stati rimossi parzialmente i blocchi sull'autostrada e sulle statali e a Bussoleno c'è stata un'affollata assemblea che ha deciso di non smobilitare. Appuntamento questa mattina alle 7,30 per bloccare di nuovo strade, autostrada e ferrovie. E per domani è previsto un corteo che da Susa si dirigerà alla volta della «proibita» Venaus. La protesta si sposterà anche a Torino, dove è previsto un presidio dal 9 all'11 dicembre e una manifestazione il 17.

 

LA TESTIMONIANZA
«Hanno preso la gente a calci, urlavamo tutti»
«Vergogna» Una manifestante: «Sono arrivati velocissimi e hanno cominciato a manganellare»
***
Eravamo un po' in attesa. Così avevamo posizionato il camper e alcune auto in una barricata in fondo. Io mi trovavo nella mia auto, la stavo spostando verso il presidio principale. Nelle tende ci saranno state circa un centinaio di persone. Ad un certo punto ho visto tantissima gente, ma pensavo che fossero manifestanti. Invece mi sono accorta che erano tutti uguali. E' stata una cosa velocissima. Non ho avuto nemmeno il tempo di rendermi conto che erano forze dell'ordine che già avevano invaso tutta l'area dei blocchi. Sono entrati velocissimi, hanno aggirato la barricata e sono entrati nei campi. A quel punto ho sentito solo le urla della gente che stava dentro le tende e veniva picchiata. Hanno picchiato tutti, hanno rotto le tende. Hanno preso la gente a calci. Si sono soffermati soprattutto nella zona del presidio dove evidentemente pensavano ci fossero più giovani, ma in realtà in queste serate i manifestanti dormivano un po' in tutte le tende. Così sotto i manganelli sono finiti indistintamente giovani e vecchi. Poi ci volevano costringere a rientrare tutti nel baracchino del presidio. E noi urlavamo che non ci saremmo mai stati lì dentro. Loro spingevano, hanno rotto dei vetri. Di nuovo botte. E alla fine hanno desistito e ci hanno lasciato anche lì fuori. Dopo un po' sono tornati a dirci che dovevamo andarcene anche da lì e hanno cominciato a spingerci verso quello che era il blocco che le forze dell'ordine facevano all'entrata di Venaus. Lì in alto ci siamo ricongiunti alla gente che intanto cominciava a venire a vedere cosa stava accadendo. Ci hanno caricato nuovamente in maniera molto pesante ed in effetti il ferito più grave è stato colpito in quella seconda carica. C'è stata poi una terza carica, molto pesante, che ha colpito anche alcune donne del paese che nel frattempo ci avevano raggiunto e gridavano «vergogna, vergogna». Dopo la carica siamo andati a bloccare l'autostrada a Venaus, proprio sopra il cantiere. Avevano distrutto tutto, recintato l'area, abbattuto le tende e con le ruspe stavano spianando tutta l'area. Abbiamo anche visto i tecnici della cooperativa Cmc che entravano scortati dalla polizia e la cosa più inquietante era che avevano tutti, i tecnici, il passamontagna. Il blocco dell'autostrada è durato una mezzoretta, poi sono arrivati altri mezzi blindati. Siamo scappati, cercando di scavalcare la palizzata da cui eravamo entrati in autostrada, ma qualcuno non ce l'ha fatta ed è finito di nuovo in mano alle forze dell'ordine.

*** Ermelinda, Venaus

 

IL LEADER NO-TAV
«Inaudita violenza»
O.C.
TORINO
«Sono indignato perché si poteva evitare una prova di forza che in qualunque paese provocherebbe una sollevazione nazionale». Antonio Ferrentino, energico ed instancabile presidente della comunità montana bassa val di Susa, poche ore dopo il blitz di polizia e carabinieri è ancora indignato. Ancora non si capacita di quello che è successo, anche perché negli ultimi giorni si era fatta strada la possibilità, se non altro, di una trattativa.

Cosa pensi di quello che è successo?

Mi pare di poter dire che il ministero degli interni ha delle precise responsabilità nel blitz. La violenza usata è stata davvero inaudita. La gente inerte, sotto le tende, è stata presa a manganellate, così senza alcun preavviso. Potevano svegliarli, invece li hanno picchiati nel sonno. Donne, vecchi, tutti. Anche un mio consigliere di sessantacinque anni che dormiva sotto una tenda è stato colpito. Non si tratta così la gente. Non avrei davvero mai pensato che potessero arrivare a tanto in uno stato di diritto. Bastava un preavviso di dieci minuti per consentire alle persone di allontanarsi. Insomma, questo blitz è stato una decisione politica, un atto indegno che ha incendiato la val Susa.

E adesso che farete?

Lo deciderà l'assemblea dei cittadini e degli amministratori. Ma è chiaro che non è finita qui.

Anche perché la risposta della valle, e anche di Torino, è stata straordinaria.

Sì. Si è davvero mobilitata tutta la valle. Del resto un attacco così violento non si era mai visto in uno stato di diritto. Penso che il blitz metterà in difficoltà per molti giorni i collegamenti internazionali tra Italia e Francia. E' stata una reazione spontanea quella dei cittadini: a Torino hanno bloccato la stazione ferroviaria di porta Nuova, ma decine di fabbriche della valle sono in sciopero. In questo paese, se esiste ancora la democrazia, le opere pubbliche si fanno con il confronto e il consenso della popolazione e non mandando ingenti forze di polizia a picchiare, lo ribadisco, inermi cittadini che dormono sotto delle tende. L'intero paese deve sapere cosa sta succedendo in val Susa.

 

TORINO
La protesta arriva nella «città olimpica»
Cortei fino a notte, scioperi spontanei e qualche scontro. La provincia: smilitarizzate
ALICE CAMPETTI
TORINO
La voce della Val Susa è arrivata a Torino, con cortei e blocchi che si sono susseguiti per tutta la giornata di ieri fino a sera inoltrata. Ieri a mezzogiorno, in Piazza Castello, davanti alla prefettura, hanno iniziato a confluire centinaia di persone che sono poi partite in corteo e hanno occupato per oltre un'ora i binari della stazione Porta nuova. La sera, a partire dalle 20,30, un nuovo presidio sotto alla prefettura, scandendo slogan anti-tav, poi un corteo di duemila persone al termine del quale un poliziotto è rimasto ferito da una bottigliata alla testa, è stata sfasciata la vetrina di una banca e sono rimaste danneggiate due auto dei vigili urbani. Una protesta che ha avuto anche una eco istituzionale nell'ordine del giorno approvato dal consiglio provinciale che ha chiesto «la smilitarizzazione della Val di Susa». Ieri mattina non si sapeva ancora esattamente quel che era successo, ma le poche notizie arrivate all'alba sono bastate per dare il via alla giornata di contestazione. C'erano gli studenti universitari, gruppi antagonisti, Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, gli Umanisti, ma, soprattutto, c'erano tanti cittadini con una coscienza che andava oltre all'appartenenza a partiti, associazioni o movimenti. Un corteo, che ha deciso di toccare i punti nevralgici della città alle soglie delle Olimpiadi, ha raggiunto la stazione Porta Nuova, occupandone i binari per più di un'ora (mentre la Torino-Bardonecchia è rimasta bloccata per tutto il pomeriggio causando la cancellazione di una cinquantina di convogli), quindi ha sfilato nelle vie centrali passando per Galleria San Federico, dove si trova la sede della Ltf, società responsabile dei lavori in Val Susa.

In piazza Vittorio un gruppo di dimostranti si è staccato dal corteo danneggiando i grandi e colorati capannoni «olimpici» che sono stati eretti per sponsorizzare il «grande evento» di Torino 2006: ma non c'è stata alcuna reazione, per l'assenza di forze di polizia concentrate tutte in Val di Susa. Poi duemila persone hanno proseguito, nell'incertezza di un percorso non preordinato, per riprendere infine via Po. Un inconsapevole ciclista è stato convinto ad unirsi alla manifestazione e l'ha seguita divertito fino alla sua conclusione. Gli slogan scanditi chiedevano l'allontanamento delle truppe come dall'Iraq, così dalla Val Susa, e denunciavano il ministro Pisanu, la vergogna della Sardegna. Nel frattempo altri piccoli cortei, di studenti e lavoratori (in una ventina di fabbriche torinesi ci sono stati scioperi di un'ora) hanno attraversato la città senza mai incontrarsi, come in un moto spontaneo seppur un po' caotico.

Intanto dalla radio arrivavano diverse e contrastanti notizie sulla situazione dei presidi in Valle, che si allargavano a tutta la regione, portando la contestazione fino alla sede della Comunità Montana a Torre Pellice.

La città della Fiat è stata percorsa e ripercorsa fino alle 17, quando il corteo principale si è ricongiunto al presidio permanente di Piazza Castello dove in molti sono rimasti fino al nuovo appuntamento di ieri sera delle 20.30.

 

Unione all'attacco. Il silenzio di Rutelli
Margherita in imbarazzo Da Prodi a D'Alema, tutto il centrosinistra condanna l'azione di forza e le violenze. Unica eccezione, l'ex sindaco di Roma
A. CO.
ROMA
«Un silenzio davvero assordante quello di Rutelli»: è il commento che arriva direttamente dalla Margherita. Per ore e ore, in effetti, l'ex sindaco di Roma è l'unico tra i leader dell'Unione a non dire nulla sull'aggressione notturna in Val di Susa. Quando, a sera, decide di rompere il silenzio, Rutelli lo fa solo per confermare che la Tav «è un impegno preso, che bisogna mantenere, altrimenti l'Italia sarà tagliata fuori dai grandi traffici». Il capo della Margherita non è certo l'unico esponente del centrosinistra a sponsorizzare l'altra velocità in Val di Susa, però è l'unico a non sentire il bisogno di criticare l'operato della polizia e del ministro Pisanu. E in politica reticenze di questo tipo non sono casuali. Anche perché l'insurrezione degli altri leader dell'Unione è corale e unanime. Apre le danze Prodi in persona: «La decisione di sgombrare con la forza il cantiere della Tav è un grave errore che produce solo esasperazione in una situazione già critica. La via giusta non può che essere quella del dialogo con la popolazione». Sulla stessa lunghezza d'onda Fassino: «Si è compiuto un errore: non è esasperando la situazione che si trova una soluzione. Si devono trovare, col dialogo, soluzioni che consentano di realizzare l'opera in sicurezza». D'Alema è più duro, prende di mira direttamente le scelte del ministro Pisanu: «E' stata un'operazione chiaramente preordinata: la carica non è avvenuta nel vivo di una manifestazione. Abbiamo chiesto al ministro di riferire subito in parlamento per spiegare da chi, come e perché è stata decisa l'azione».

Di «strategia preordinata» parla anche il verde Paolo Cento. Ed è questa, in effetti, la spiegazione che la maggior parte dell'opposizione dà di una scelta apparentemente inspiegabile come quella di adottare la linea dura. Il governo, secondo questa interpretazione, mira freddamente a esasperare invece che a stemperare ogni tensione, col preciso obiettivo di costringere l'opposizione a uscire allo scoperto e dimostrare così la propria divisione sull'alta velocità. Non è escluso che le cose stiano davvero così.

Di certo ieri, per tutta la giornata, il governo e la maggioranza non hanno fatto nulla per raffreddare il clima. Al contrario, ministri e maggiorenti vari hanno fatto il possibile per farla impennare ulteriormente con dichiarazioni sempre più fragorose. Il ministro delle Infrastrutture Lunardi adotta il registro della provocazione aperta: «Si mettano il cuore in pace, perché tanto l'opera si fa. I cantieri sono aperti». Il collega delegato all'Innovazione Stanca concorda e rilancia: «La situazione è inaccettabile. Bisogna tornare al rispetto della legalità». Come sempre Calderoli conquista la palma per l'affermazione più truculenta: «Occorre una linea durissima contro chi sta strumentalizzando la protesta degli abitanti della Val di Susa».

Però non è un caso che il tostissimo Calderoli. l'uomo che ha rischiato una decina d'anni fa il trauma della violenza carnale e pare che non si sia più ripreso dallo choc, si accanisca contro non meglio precisati mestatori e assolva invece «gli abitanti». Per la Lega quelli sono voti sonanti, la Val di Susa sta sopra la linea del Po, mica in Terronia. Non possono pertanto bastare i sottili distinguo di Calderoli. Maroni va giù ben più esplicitamente: «Noi siamo a favore dell'opera, ma non si può mandare la polizia e basta. Palazzo Chigi convochi i sindaci della valle». E Borghezio, che non è ministro e può mettere da parte le preoccupazioni diplomatiche, espone forte e chiara la posizione reale del Carroccio: «Il blitz è un errore grave. Dobbiamo far capire al governo di Roma che in Val di Susa non si può comportare con metodi coloniali». Nel complesso, ce n'è a sufficienza per affermare che il blitz di Pisanu rischia di rivelarsi un micidiale boomerang per il governo.


INTERVISTA
«Dalla Val di Susa una lezione al centrosinistra»
Fausto Bertinotti denuncia l'arroganza del governo che alla legittima volontà di un'intera comunità di decidere il proprio futuro risponde con la repressione poliziesca. Ora l'Unione deve promuovere una grande mobilitazione, ma ammette: «Sul versante dell'ambiente e del modello di sviluppo, non abbiamo convinto i nostri alleati»
LORIS CAMPETTI
Indignazione, rabbia: «Per quanto negativo possa essere il nostro giudizio sulla destra e sulla radicalità con cui il governo Berlusconi tenta di mettere a tacere i movimenti e la società civile, quel che è successo in Val di Susa va oltre le contese politiche. Aggiungo che, nonostante tutto quel che denunciamo, l'aggressione contro una comunità intera con uno schieramento repressivo inedito non era prevedibile. E non può essere tollerata». Il segretario del Prc Fausto Bertinotti è molto turbato. Non vive dall'esterno il conflitto sulla Tav, conosce troppo bene quella valle, quella comunità.

Bertinotti, partiamo dalle cariche della polizia e dei carabinieri.

Quando sono salito in valle, nei giorni scorsi, mi ha ferito la militarizzazione del territorio, delle strade che diventano sentieri arrampicati sulla montagna con gli abitanti che devono giustificarsi ai posti di blocco solo perché escono di casa o ne rientrano. E' una violenza intollerabile sulla popolazione e sul suo rapporto con il territorio. Ma quel che è successo questa notte (ieri, ndr) rappresenta un pericoloso salto di qualità. E' venuto meno il rispetto per quella popolazione, è scattata l'idea che chi hai di fronte non sono montanari, vecchi, ragazzi, operai, commercianti che difendono il loro presente e il loro futuro bensì sovversivi, vandeani. Il potere li chiama luddisti e vuole imporre a tutti l'idea che si tratta di residui fuori dalla storia. Perché una tale violenza possa esplicarsi si deve trascendere la politica. Se si pensa che quella popolazione è un ostacolo alla storia, al progresso, la conseguenza non può che essere la repressione più cieca.

Ti è venuto in mente, magari solo per un attimo, il G8 di Genova?

Mi verrebbe da risponderti, e da rispondermi, di sì. Poi mi fermo, rifletto. Sì, per il carattere programmato della repressione e per la finalizzazione politica: voglio disintegrare la tua soggettività politica. Però quel che è successo a Genova - l'uccisione di Carlo, la Diaz, Bolzaneto - è irraggiungibile. Vorrei che Genova fosse irripetibile e tale restasse nella nostra storia.

Non è solo la violenza a caratterizzare questi giorni in Val di Susa. Non ti colpisce la risposta compatta della comunità valsusina?

E' una risposta davvero straordinaria. Si era già visto il giorno dello sciopero generale quando la protesta ha assunto il carattere, la movenza di una disobbedienza pacifica di popolo. Una rivolta ghandiana, mi verrebbe da dire.

Questo protagonismo di una comunità che lotta per difendere il suo diritto a scegliere il futuro per sé e i propri figli sarà in grado di ricondurre a ragione, se non proprio a unità, l'Unione?

Sì e no. Vedi, dentro la discussione programmatica in corso ci sono elementi importanti di riconnessione tra la politica e il conflitto sociale, perché da Genova un'idea della democrazia e della partecipazione è diventato pensiero diffuso. Il movimento per la pace, malgrado le differenze e le resistenze, ha assunto un carattere e un agire persuasivi e pervasivi, fino a portare all'ordine del giorno della politica il ritiro delle truppe (e i tempi? ndr). Persino sul mercato del lavoro le pratiche sindacali di questi anni hanno prodotto spostamenti, fino a far considerare la legge 30 come il motore della precarietà, magari non sulle posizioni radicali che noi condividiamo dei metalmeccanici. Vorrei poi che leggessimo insieme il documento sui migranti: io ci leggo un salto di civiltà.

Eppure, sulla Tav - cioè sul modello di sviluppo - non si passa.

E' proprio su questo versante, quello delle grandi opere, di una presunta oggettività dello sviluppo, prevale l'egemonia del pensiero borghese che ha conquistato con i suoi paradigmi culturali componenti importanti del centrosinistra e della sinistra: intanto lo sviluppismo. L'opposizione alle politiche delle destre che hanno prodotto il declino italiano si ferma sul concetto della crescita intesa come panacea. Le risposte della nostra parte riprendono i temi della «razionalità economica» che poi non è altro che la razionalità capitalistica. Dobbiamo vedercela, insomma, con una cultura liberal-sociale come risposta al puro liberismo. Se questo è vero a livello macro, lo è ancor più a livello micro: a chi si oppone alla Tav quella comunità, non vuole farci stare in Europa. Noi rispondiamo che non c'è un solo modo per stare in Europa, ci rispondono che siamo corporativi, che lo scontro è tra chi guarda avanti e chi si chiude nella sua nicchia del passato.

E la «sinistra radicale» non riesce a sfruttare un clima favorevole a un ripensamento?

Nello scontro dentro l'Unione sull'ambiente e sul modello di sviluppo non siamo riusciti a essere convincenti e vincenti. E' vero che la compattezza e la radicalità della comunità valsusina hanno aperto un problema, direi che hanno svolto un ruolo di supplenza rispetto alle nostre difficoltà. Non siamo riusciti a fare come per la pace e il mercato del lavoro. E se a Scansano il movimento è riuscito a farcela - mi si passi la semplificazione - da solo, sulla Tav le connessioni di sistema sono tali che la comunità non può non interrogare la politica. Una comunità e un movimento che hanno un'idea altra, ambiziosa, di sviluppo: il raddoppio della linea esistente. Ma ci sono troppi sordi.

E' un conflitto che rimanda a nodi irrisolti del passato, mi pare.

Rimanda alla sconfitta che abbiamo subito negli anni Settanta, quando avevamo un modello altro che si fondava sull'esperienza del delegato unico di gruppo omogeneo, che aveva come fondamenti la difesa della salute in fabbrica e nella società e la validazione consensuale. Non ti ricordano, questi pilastri, la natura profonda delle battaglie di questi ultimi anni, dai metalmeccanici alla Val di Susa? Non richiamano forse un'idea di democrazia che preveda il diritto degli oggetti delle scelte a dire la propria opinione e a decidere, come soggetti titolari della scelta? Invece, riecco gli interessi generali...

Non c'è nulla, dunque, che questa Unione liberal-sociale possa fare per sostenere la lotta della comunità valsusina?

Una cosa c'è, fondamentale: non è ammissibile che le divisioni sulla Tav non vengano sormontate e messe in second'ordine dalla necessità di mettere in campo una grande iniziativa contro la repressione. Oggi, forse, le condizioni per fare almeno questo piccolo passo in avanti credi che ci siano. Dalla parte di chi sostiene con convinzione la necessità della sospensione immediata dei lavori, mi sento di dire che su un punto possiamo essere tutti d'accordo, almeno a sinistra: non è con la forza ma con il dialogo che va affrontato il conflitto in atto.