PROTESTANTI NELLA RESISTENZA

 

DONATELLA GAY ROCHAT - La Resistenza nelle Valli Valdesi - Ed. Claudiana,

Torino 1969.

La partecipazione dei protestanti italiani alla Resistenza è tuttora,

dopo 25 anni, oggetto di vivaci discussioni sulla stampa evangelica nel

duplice riferimento a possibili motivazioni « protestanti » di tale partecipazione

e al problema più generale dell'impegno politico del cristiano.

Il libro di D.G.R. in particolare ha suscitato sulla nostra stampa, anche

da parte di protagonisti di quegli avvenimenti, non pochi interventi che,

per il loro carattere particolare o personale, non commenteremo in

questa sede.

L'A. traccia, sopratutto sulla base di molte testimonianze di protagonisti

ancora viventi, un ampio e palpitante quadro della Resistenza

nelle Valli Valdesi tra l'agosto 1943 e l'agosto 1944. C'è da rammaricarsi

che questa indagine non sia stata completata fino alla Liberazione

in modo da salvare un patrimonio di ricordi non scritti che, col passare

degli anni, rischia di andare definitivamente perduto.

Il rapido e ampio sviluppo del movimento partigiano nelle Valli

viene giustamente ricollegato alla tradizione secolare di libertà del mondo

valdese e alla vita coerentemente democratica delle sue istituzioni

ecclesiastiche, alla azione di alcune vigorose figure di educatori protestanti

e antifascisti locali, come Mario Falchi, Francesco Lo Bue, e Jacopo

Lombardini, nonché alla concentrazione in Torre Pellice di molti altri

antifascisti protestanti, per lo più provenienti dal gruppo di « Gioventù

Cristiana », e loro amici, tutti appartenenti al Partito d'azione, « partito

di intellettuali, ideologicamente eretici, in prevalenza liberalsocialisti »,

come li definisce Leo Valiani nella introduzione. L'adesione delle bande

partigiane delle Valli Valdesi al P.d.A. (come bande Giustizia e Libertà)

« fu così naturale e non costò lunghi dibattiti e scissioni » (p. 54). Tale

adesione non fu certo casuale (p. 167) tanto che fu condivisa anche da

molti altri protestanti fuori delle Valli.

Il forte carattere « G.L. » del movimento partigiano delle Valli

Valdesi si esprime molto chiaramente nella linea politica del suo giornale,

il « Pioniere », che « riprende molto spesso articoli della stampa

nazionale G.L., in cui si chiede un profondo rinnovamento dello stato

nazionale in senso democratico. L'esperienza della minoranza valdese è

evidente nel largo risalto dato alla richiesta di autonomie regionali, di

decentramento amministrativo, di federalismo interno ed internazionale

» (p. 157). « Ciò che ha realmente peso sono le conquiste politiche

». Gli uomini del « Pioniere », diffidenti verso il « paradiso delle

utopie », « i postulati messianici che potrebbero poi portarci chissà dove

e magari riuscire all'opposto di quel che volevamo», «avevano una

precisa coscienza dell'importanza della partecipazione delle masse: popolari

alla vita dello stato, come tutela delle loro condizioni di vita, ma

anche della democraticità della società stessa. Secondo la tradizione Salveminiana

e G.L., rifiutavano il classismo marxista e ogni tentativo di

precisare troppo il futuro assetto sociale; e concludevano pur sempre

con un'affermazione volontaristica della necessità morale della lotta

antifascista » (p. 159).

In questa prospettiva si pone il dissenso con le formazioni autonome

della Val Chisone, per la loro apoliticità, ma debbono essere visti

anche taluni rapporti con le formazioni garibaldine di Barge, quali ad

esempio la cessazione delle discussioni politiche e la chiara delimitazione

delle rispettive zone di influenza avvenute già nel dicembre 1943

(p. .57) e vanno visti taluni provvedimenti come la sostituzione del termine

«commissario politico» con quello di «commissario di guerra»

nel 1945 (p. 109). Questi, come altri minori episodi citati nel libro

(p. 54, 66, 111) non sono soltanto imputabili a «rivalità di reparto»

(p. 58) ma anche ai contrasti fra le diverse posizioni politiche ehe si

sono manifestate durante la Resistenza pur nel contesto di una stretta

collaborazione militare e anche: politica, nella comune lotta contro il

nazifascismo.

Sicché, se anche la «guerra nazionale ed ideologica che eliminasse

il fascismo e creasse una società ispirata ai principi di libertà e di giustizia

» (p. 54) era un « tema semplice» nel contesto delle Valli e di

una prospettiva azionista, essa diventava assai più complessa nel contestò

interpartitico della Resistenza in generale, specie nei confronti di

un partito come quello comunista, allora di stretta dipendenza sovietica.

Così per il «nazionale», come hanno dimostrato gli eventi posteriori:

la spesso tragica fine dei fronti di liberazione nazionale nell'est

europeo, il colonialismo sovietico nei suoi «satelliti», i pesanti interventi

« esterni » del Panzerkommunismus in Ungheria e Cecoslovacchia

e quello « interno » più recente in Polonia, e la dottrina brezneviana

della « sovranità limitata », triste riesumazione contemporanea dell'antico

« cuius regio eius religio»; così per l'« ideologico », che per il.

partito comunista era e rimane la fedele osservanza dell'ideologia marxista

nella interpretazione che di volta in volta ne dà il partito, con

formemente al ferreo principio leninista dell'antifrazionismo, come ancora

dimostra il recente episodio del « Manifesto ».

Una più ampia analisi della funzione storica del P.d.A. e della sua

collocazione nello schieramento politico della Resistenza è stata fatta

da Ugo La Malfa nella prefazione al libro di Salvatore Mastroianni Un

protestante nella Resistenza (La Nuova Italia Ed., Firenze 1962), anche

esso fondamentale per lo studio della Resistenza nelle Valli Valdesi.

Particolare rilievo ha, nell'opera di D.G.R., il problema dei rapporti

della Chiesa valdese con la Resistenza, argomento di vivaci polemiche

negli ultimi tempi. E' certamente deplorevole che il Sinodo Valdese

del 1943 non abbia fatto suo l'ordine del giorno proposto da

Vittorio Subilia e sostenuto dalla corrente di « Gioventù Cristiana ».

Ma c'è da chiedersi se ciò dipenda, come viene affermato dall'A. (p. 15),

da un atteggiamento liberal-pietista, alieno dagli impegni del mondo, dei

protestanti di quel tempo, o non piuttosto da una assenza di orientamento

e di pensiero teologico e dalla triste assuefazione ai venti anni

di regime di una chiesa ormai fin troppo nazionalizzata. E ciò dovrebbe

far riflettere sull'azione corruttrice delle dittature, a qualunque tipo

esse appartengano.

Anche Mario Falchi può essere considerato teologicamente un liberale

e per la sua profonda e calda pietà personale un pietista, nel senso

migliore del termine; eppure egli non fu, come ben riconosce l'A., assolutaménte

né un debole né un rinunciatario. E ho conosciuto altri protestanti

liberali che sono stati dei coraggiosi e tenaci antifascisti. Il

liberalismo e il pietismo furono, nella loro espressione migliore, momenti

autentici del protestantesimo e lo stesso Giovanni Miegge (« Gioventù

Cristiana », 1933, p. 129) non ne ha mai rinnegato la validità

« protestante ». Il comportamento dei pastori valdesi del resto fu assai

diverso anche se provenienti dalla stessa base teologica. La « reductio

ideologica », cioè il voler ridurre la realtà alle sue sole componenti

ideologiche, può essere una pericolosa semplificazione.

Sicché anche le affermazioni che il rifiuto dell'o.d.g. Subilia, fatto

da uri Sinodo « composto da delegati di tutt'Italia » « sanciva ugualmente

la rinuncia della Chiesa Valdese a guidare la lotta antifascista

nelle sue storiche Valli » (p. 30), che « il Sinodo perse l'irrevocabile

occasione di dare un'impostazione ideologica protestante alla Resistenza

evangelica » (frase riprodotta da « Gioventù Evangelica », maggio 1963)

e che « la Resistenza in Val Pellice e in Val Germanasca non fu quindi

protestante e fu invece azionista » (p. 166) richiedono qualche commento.

L'errore del Sinodo è stato quello di non aver voluto dare una

valutazione teologica sulla situazione della chiesa nel momento, come

faceva l'o.d.g. Subilia, con tutte le sue implicazioni anche di natura storica

e normativa, ma da ciò a parlare di « impostazione ideologica » e di

« resistenza protestante » mi sembra che corra una notevole ed importante

differenza.

Come protestanti non abbiamo « encicliche » che fissino una nostra

ideologia politica, né conseguentemente un partito confessionale, e nessuno

di noi resistenti, che mi consti, ha mai pensato ad una resistenza

protestante. Alle Valli essa ha avuto un carattere protestante nella misura

in cui un largo numero di protestanti vi si sono impegnati e nella

misura in cui ciascuno di loro, e nel loro insieme, ha saputo dare una

testimonianza impegnata, personale o di gruppo, come riconosce del resto

anche l'A.: « L'apporto dei valdesi alla Resistenza... non assume mai

carattere di espansionismo confessionale », « tuttavia la tradizione e la

predicazione valdesi diedero alla Resistenza in queste Valli alcuni caratteri

propri » (p. 1).

L'istanza di una « impostazione ideologica protestante » che dall'oggi

si rivolge alla Chiesa nella Resistenza si richiama alla lettera di

Karl Barth ai Protestanti francesi letta anche da quelli italiani nella sua

edizione su " Gioventù Cristiana ", ma va certamente al di là delle intenzioni

e del significato di quella lettera, puntando così decisamente su una

« esistenza ideologica » della chiesa, che è diversa da una sua presenza

politica, o da un suo impegno politico. Una esisteva ideologica è stata

la secolare tentazione « secolare » della chiesa cristiana e forse bisognerebbe

essere più cauti nel patrocinarla, fosse pure anche soltanto retrospettivamente.

Il fatto che i semplici contadini valdesi, nella loro antica e non

culturalmente elaborata sensibilità protestante, abbiano chiaramente percepito,

con una larga e generosa partecipazione, il dovere dell'ora, dimostra

come una fede protestante biblicamente fondata rappresenti, anche

in una massa, una forza spirituale che non ha bisogno di una « ideologia

» politica che emani da una classe pastorale o da un Sinodo. E ciò

non significa che pastori e Sinodi non possano o non debbano dare dei

giudizi, degli avvertimenti e degli incitamenti, il più possibile biblicamente

fondati, su quanto storicamente avviene, esercitando il ministerio,

che dovrebbe essere loro proprio, della « profezia ».

Questo problema è sorto dopo, non durante la Resistenza come si è

detto e come riconosce anche l'A. in una nota (p. 166): « E' interessante

notare che il problema dell'influenza protestante sulla Resistenza

valdese è stato discusso più in questi ultimi anni (per esempio su « Gioventù

Evangelica » 1962-63) che nell'immediato dopoguerra. Per i partigiani,

la distinzione tra valdesi e cattolici non ha mai avuto senso; né il

« Pioniere » si è mai Occupato di problemi protestanti » (p. 166). Dirò

di più: per noi partigiani la distinzione non si è posta neppure tra credenti

e non credenti.

Ed in questo, ritengo, sta il significato « religioso » della nostra

scelta politica: l'essere fraternamente accomunati con altri, al di là

da ogni distinzione politica o religiosa, in una lotta mortale per la

libertà e per la giustizia, per tutti. Quando Antonio Banfi, comunista, mi

diceva, nei giorni della Resistenza, parafrasando l'aut-aut kierkegaardiano:

« Cristo passa una sola volta », non potevo non avvertire in questo

l'eco della sua passata esperienza di fraterna collaborazione con noi protestanti

di Doxa, di " Gioventù Cristiana ", o dell'ACDG di Milano, anche

se, in altra circostanza, egli ancora mi diceva, non senza forse qualche

nascosta nostalgia, che « Dio era rimasto per lui, come l'ombra di un

mobile sulla parete di una stanza vuota ». Purtuttavia quella espressione

« Cristo passa una sola volta » resta, in tutta la sua problematicità, valida

anche per dei non credenti, indipendentemente dalle motivazioni « storiche

» della loro scelta.

Si può infatti invertire tale scelta e dire che Cristo, in quell'ora decisiva,

passa e scéglie, senza distinzioni di provenienza, i « suoi » dagli

« altri ». Ma questa sua scelta non può essere teorizzata né ideologizzata,

perché, come sempre, essa rimane largamente nascosta e imperscrutabile,

in quanto essa non è un'idea universalizzabile ma resta un « avvenimento

» personale.

Né si può dire che questa « alterità » non sia stata presente anche

nella Resistenza, che non è stata soltanto una lotta di « liberazione » per

gli altri, ma anche, almeno in parte, una lotta « per il potere » a livello

individuale o di gruppo, e in ciò sta la sua problematicità, che fu già

avvertita, con sofferenza, da molti tra gli spiriti migliori e più impegnati

della Resistenza. Ma ciò fa parte della condizione umana e non è il caso

di adombrarsene. Il riconoscerlo ci pone nella condizione di non fare della

Resistenza un mito, né romantico, né ideologico.

Giustamente infatti dice Leo Valiani nella prefazione: « La Resistenza

fu epopea non perché fosse sostenuta da santi od eroi, ma proprio

perché fu sostenuta da uomini come tutti gli altri, sol che un po' più

sicuri di quel che si dovesse fare nelle caotiche e tragiche circostanze del

1943-44 e un po' più risoluti a farlo ».

Ma anche in senso puramente politico la insistenza su una istanza

ideologica, nei confronti della Resistenza, trae la sua ispirazione, e qualche

volta la sua virulenza, da sviluppi posteriori. Come protestanti abbiamo

allora scelto di militare nel movimento GL per la concretezza,

la modernità e la laicità del suo pensiero politico, per la tensione etica

del suo impegno politico e sociale, per la sua lucida consapevolezza che

la libertà politica è inscindibile da una effettiva giustizia sociale. Pur

nella fermezza del nostro impegno politico non abbiamo mai considerato

il movimento G.L. come una ideologia sistematizzata e chiusa ma

bensì come un metodo e un modo di pensare, di sentire e di agire, criticamente

aperto a tutte le nuove istanze della storia. Abbiamo rifiutato

di considerare questo pensiero politico come una sovrastruttura ideologica,

come taluno invece tende a presentarlo oggi, definendolo come la

ideologia della estrema sinistra borghese, secondo la catechesi scolastica

dell'ideologia del determinismo classista, proprio perché consapevoli che

quella forma di dommatismo ideologico chiude definitivamente la strada

ad ogni possibilità di un moderno pensiero critico, come anche di una

costruttiva diamica politica.

Proprio il prevalere incontrastato di due « ideologie », entrambe

sia pure diversamente a carattere confessionale, la comunista e la cattolica,

ha invece intralciato per 25 anni lo sviluppo politico e sociale del

paese rendendo, tra l'altro, impossibile la formazione di una maggioranza

politica di ricambio in grado di assumere responsabilità di governo per

portare avanti, con maggiore mordente ma senza involuzioni autoritarie o

totalitarie, il processo di rinnovamento politico e sociale iniziatosi con la

Resistenza.

Non possiamo quindi che rallegrarci per il fatto che non vi sia stata

una « impostazione ideologica protestante » della Resistenza, che non

aveva senso allora e che oggi rischierebbe di essere strumentalizzata nel

contesto delle innumerevoli ideologie politiche che vanno moltiplicandosi,

nel nostro paese in modo ossessivo, rischiando di comprometterne ulteriormente

le già ridotte possibilità di un reale e costruttivo sviluppo economico,

politico e sociale.

GIORGIO PEYRONEL.