L'uomo bomba
di Junko Terao
su il manifesto del
07/01/2010
Tsutomu Yamaguchi, morto a
93 anni era l'unico sopravvissuto ufficiale alle due atomiche
sganciate sul Giappone nel 1945, (150 mila le vittime). Quando il 6
agosto gli Usa lanciarono la prima, Yamaguchi, ingegnere, si trovava a
Hiroshima per lavoro. Il giorno dopo tornò a Nagasaki, la sua città,
e il 9 visse la seconda esplosione
Quando il 6 agosto 1945
Tsutomu Yamaguchi, che quella mattina si trovava a Hiroshima per
lavoro, sopravvisse al primo bombardamento atomico della storia, non
sapeva ancora di che tipo di ordigno si trattasse esattamente. E,
soprattutto, non sapeva che di lì a tre giorni gli sarebbe toccato di
nuovo, questa volta nella sua Nagasaki. Un doppio appuntamento con la
bomba a cui l'allora ingegnere di 29 anni, impiegato alla Mitsubishi
Heavy Industries, si è presentato puntuale, cavandosela in entrambi i
casi con delle ferite gravi ma non mortali. Avrebbe vissuto altri
sessantaquattro anni in discreta salute, in barba alle radiazioni che
nel tempo hanno fatto più vittime di quelle causate all'istante dalle
due esplosioni.
Ieri, a 93 anni, l'unico superstite a cui sia stato ufficialmente
riconosciuto lo status di vittima di entrambi i bombardamenti nucleari
si è spento, vinto da un tumore allo stomaco. Una storia che ha
dell'incredibile e che lo stesso Yamaguchi, nel corso della sua lunga
vita, ha raccontato in libri, testi di canzoni, decine di interviste e
conferenze e in un documentario del 2006, «Niju Hibaku» (doppia
irradiazione). Definiva il 6 e il 9 agosto i suoi «giorni della morte»,
in cui sarebbe dovuto morire: «tutto quello che è venuto dopo è
stato un bonus», ammetteva. Quel 6 agosto Yamaguchi, che viveva e
lavorava a Nagasaki disegnando petroliere per la principale azienda di
industria pesante durante gli anni della guerra, si stava preparando a
lasciare Hiroshima. Era arrivato tre mesi prima con due colleghi per
lavorare temporaneamente nella sede locale della Mitsubishi H.I.. Nel
tragitto verso la stazione si accorge di aver dimenticato qualcosa in
ufficio e si separa dai colleghi. È in quel momento che sente il
rumore dell'Enola gay, il B-29 americano che trasporta l'ordigno
all'uranio ribattezzato dai militari statunitensi «Little boy», che
si avvicina. Lì per lì non ci fa caso, il Giappone è in guerra, il
rombo degli aerei un sottofondo quotidiano. Un istante dopo, alle 8 e
15, il lampo dell'esplosione lo acceca e lo spostamento d'aria
provocato dalla detonazione lo sbalza a terra. L'epicentro è a meno
di tre chilometri di distanza, a 580 metri di altezza sopra il centro
di Hiroshima: centoquarantamila persone muoiono immediatamente e lui,
miracolosamente, sopravvive. La città è un inferno, ragion di più
per fasciarsi le ferite e partire il giorno seguente per raggiungere
la famiglia a Nagasaki. Il 9 agosto accade l'inimmaginabile: un'altra
bomba, questa volta al plutonio, scoppia sulla città portuale e,
ancora una volta, l'esplosione lo risparmia. Insieme a lui si salvano
anche la moglie e il figlio. Anche in questo caso Yamaguchi si trova a
meno di tre chilometri dal punto in cui scoppia la bomba. Un elemento
importante, essenziale per garantirgli lo status di hibakusha, di «sopravvissuto
all'atomica». Che, in soldoni, significa aver diritto a un
risarcimento sotto forma di vitalizio mensile, ad analisi e cure
gratuite e alla copertura delle spese per il funerale.
Attualmente sono circa duecentocinquantamila gli hibakusha registrati,
ma ancora oggi molti superstiti di Hiroshima e Nagasaki attendono di
essere riconosciuti ufficialmente: fanno causa al governo, a volte
vincono e ottengono i risarcimenti, altre volte non ce la fanno. Se il
governo dovesse concedere lo status a tutti i sopravvissuti effettivi
- ce ne sono migliaia - gli costerebbe troppo. Conviene aspettare che
alcuni si facciano avanti per vie giudiziarie: il numero di quelli che
riusciranno nell'impresa sarà sempre inferiore rispetto a quello
degli aventi teoricamente diritto. Addirittura, molti coreani, cinesi
e filippini che si trovavano a Hiroshima e a Nagasaki durante i
bombardamenti e che hanno lasciato il Giappone subito dopo la guerra,
fino a pochi anni fa non avevano il diritto ai risarcimenti, «perchè
residenti all'estero». Quanto a Yamaguchi, fino allo scorso marzo
solo la città di Nagasaki l'aveva riconosciuto come hibakusha. La
nota che attestava la sua presenza anche a Hiroshima il 6 agosto '45,
infatti, era stata cancellata nel 1960 perché «complicava l'iter
burocratico relativo al suo caso e non gli avrebbe comunque garantito
un doppio risarcimento». Ma per lui non si trattava di una questione
di soldi: «Se sono sopravvissuto a entrambi i bombardamenti è per
compiere una missione».
A metà degli anni '50 è nato il movimento antinucleare giapponese e
Yamaguchi, come molti altri hibakusha, da allora si è dedicato alla
causa portando in giro la sua testimonianza, dentro e fuori
l'arcipelago. Nel 2006 è volato a New York per raccontare la sua
storia ai rappresentanti della Nazioni unite e nel frattempo ha
continuato nella sua battaglia per il riconoscimento del suo «doppio
status», arrivato però solo sei mesi fa. «Adesso che la mia doppia
esposizione alle radiazioni è ufficialmente nei registri del governo,
la mia vicenda potrà raccontare alle giovani generazioni l'orribile
storia dell'atomica anche dopo che sarò morto», aveva dichiarato con
soddisfazione il giorno dell'annuncio ufficiale. Un mese più tardi,
nell'ormai famoso «discorso di Praga», Barack Obama avrebbe parlato
di un «mondo senza atomica» come obiettivo che la comunità
internazionale, Stati uniti in primis, deve impegnarsi a realizzare. E
lui, Yamaguchi Tsutomu, 93 anni e due bombe atomiche schivate, ha
preso carta e penna e ha scritto al presidente. «Voglio credere nella
sua determinazione ad agire concretamente per un mondo senza armi
nucleari», ha spiegato. La replica di Obama in questi mesi non è
arrivata, ma per lui «qualsiasi azione in quella direzione varrà
come una risposta». Se mai questa ci sarà, Yamaguchi non avrà fatto
in tempo a verificarlo. Se le parole del presidente statunitense non
hanno convinto fino in fondo i più scettici, per gli attivisti del
movimento antinucleare e soprattutto per gli hibakusha, sono state una
pietra miliare. Così come incoraggiante è stato il premio Nobel per
la pace che a quelle parole è seguito.
Negli ultimi anni i sopravvissuti alle atomiche hanno ripreso con
nuova determinazione le loro attività di testimoni, alcuni sono
usciti allo scoperto per la prima volta, dopo una vita vissuta
nell'ombra per la vergogna e il timore di essere discriminati: con
l'avanzare dell'età aumenta anche la consapevolezza che il tempo
rimasto per raccontare è poco. A questa si è aggiunta la situazione
particolarmente instabile nella vicina Corea del Nord che preoccupa
molto l'opinione pubblica giapponese. Come l'apertura di Obama a
Praga, anche il cambio di governo a Tokyo, dove lo scorso agosto per
la prima volta è salito al potere il partito democratico, è stato
accolto come un incoraggiamento. Per chi si occupa della questione
anti-nucleare si tratta per ora di «buone premesse» e chissà che
non portino a cambiamenti concreti. Nel frattempo qualcosa di nuovo
sul fronte nucleare c'è stato. Poche settimane fa, uno dei figli
dell'ex primo ministro Sato Eisaku ha rivelato l'esistenza di un
documento segreto firmato da suo padre e da Richard Nixon nel 1969. Il
documento riguarda un accordo che permetteva alle navi statunitensi,
in caso di emergenza, di introdurre armi nucleari nell'isola di
Okinawa. Il fatto che esistesse un patto simile non è una novità, già
si sapeva, anche se nessun governo finora l'aveva mai confermato.
Sulla vicenda è in corso un'inchiesta e se il documento risultasse
autentico sarebbe una svolta positiva e un punto a favore del nuovo
governo, che ha promesso di andare fino in fondo alla storia. Uno
scandalo se si pensa che Eisaku nel 1974 si è aggiudicato il Nobel
per la pace per aver introdotto nella costituzione nipponica i «tre
principi antinucleari», ovvero l'impegno a non possedere, non
produrre e non introdurre armi nucleari nel territorio giapponese.
Il figlio di Sato ha anche rivelato che il documento indica che
durante l'incontro tra Nixon e suo padre i due avrebbero deciso di
classificare il testo del patto e di conservarlo esclusivamente alla
Casa Bianca e nell'ufficio del primo ministro giapponese. Il documento
sarebbe stato trovato nella casa di famiglia nel 1987, dopo la morte
della moglie dell'ex premier, ma i figli avrebbero deciso di tenerlo
segreto.
SOPRAVVISSUTI
L'assistenza sanitaria ed economica per le
vittime
Dopo decenni di discriminazione e omertà denunciate dagli hibakusha,
dal 1994 la Atomic Bomb Survivors' Support Law garantisce alla vittime
riconosciute delle bombe di Hiroshima e Nagasaki forme di assistenza
medica e di sostegno economico: misure estese oggi anche ai
sopravvissuti residenti fuori dal Giappone. La legge distingue quattro
principali categorie di hibakusha: 1) quelli che hanno subito
un'esposizione diretta alle radiazione; 2) quelli che si avvicinarono
fino a 2 chilometri dall'epicentro entro due settimane
dall'esplosione; 3) coloro che parteciparono ai soccorsi o alla
raccolta dei cadaveri; 4) i figli di persone appartenenti alle prime
tre categorie, che si trovavano nell'utero materno al momento
dell'esplosione. Nella sola città di Hiroshima queste quattro
categorie raccoglievano nel 2003 oltre 85mila persone.
Tutti hanno diritto a due check up completi all'anno più due esami a
scelta. Per incoraggiarli a farsi visitare, il governo rimborsa le
spese di trasporto. Quanto all'assistenza economica, ai sopravvissuti
affetti da patologie riconosciute come frutto dell'esposizione diretta
alle radiazioni, il governo garantisce un sussidio pari a oltre 1,150
dollari mensili, cifra che scende a 426 quando guariscono da simili
patologie (nel 2002 le persone di questa categoria ad Hiroshima erano
809). Per chi soffre di microcefalia dovuta alle radiazioni, il
sussidio è pari a 397 dollari mensili.
L'articolata gamma di sussidi copre anche le spese di assistenza per
chi soffre di disturbi mentali provocati dalle radiazioni e si estende
sino al pagamento dei funerali.