Giovanni Tron

Gian col padre

Una casa si fa così- pdf La Beidana n.4 - Giovannino Tron

L'ultimo scritto di Giovanni Tron sulla Beidana n. 64 -pdf

Intervista a un anziano della val Chisone sulle tecniche costruzione delle case- audio

FRANCO TRON, La chaousiniero. Il vecchio forno per la calce a Perrero, n. 49/2004, pp. 53-59

 

Giovanni Pietro Tron (1948-2008) nasce a Massello il 25 settembre da Emilio Giacomo Tron e da Giulia Poët. Terzo di cinque fratelli e sorelle, segue il proprio percorso formativo essenzialmente all’interno delle strutture della chiesa Valdese e dei suoi centri giovanili. Terminati gli studi presso l’Istituto Magistrale G. A. Rayneri di Pinerolo, la sua scelta lavorativa non si orienta verso l’insegnamento, bensì verso un lavoro che gli permetta di realizzare il proprio progetto di vita nei luoghi che lo hanno visto nascere, ai quali attribuisce un significato profondo, che cercherà poi di trasmettere anche ai figli, Marco e Silvia. Dopo un’esperienza presso il centro ecumenico di Agape, a Prali (TO), e presso il Servizio cristiano di Riesi, in Sicilia, l’impiego presso gli uffici comunali di Massello e di Perrero gli consente di non abbandonare la cura della terra e degli animali, che per lui sono il vero lavoro attraverso il quale l’uomo deve misurare le proprie forze nel suo rapporto con il mondo e con la realtà. Pur vivendo in un paese pressoché spopolato, si adopera per mantenere vive le relazioni fra le persone, sia nei contatti personali, sia attraverso l’impegno nel Concistoro della chiesa valdese. Collabora, insieme ad altri, con la Scuola Latina di Pomaretto, dove ha frequentato le classi della scuola media, fornendo materiale per la raccolta del centro di documentazione sulla cultura materiale.     

 g.tron

 

 

Caro Gian,

Ancora oggi, dopo oltre un anno che ci hai lasciati, quando arriviamo a Massello ed apriamo la porta dell’ufficio ci aspettiamo di trovarti seduto alla tua scrivania (continuiamo a chiamarla “La scrivania di Gian”), pronto ad accoglierci con il tuo sorriso dolce e  gli occhi azzurri che guardano sopra gli occhiali.

Ancora oggi ti ricordiamo in continuazione: quando ci passano fra le mani i tuoi appunti scritti con quella calligrafia per la quale, tante volte,  ti abbiamo affettuosamente preso in giro, o quando troviamo qualche marchingegno inventato da te per lavorare meglio senza sprecare soldi (da ultimo un  classificatore fatto di cartoncini incollati e pinzati, rinvenuto durante i lavori di sistemazione straordinaria a febbraio, che non abbiamo avuto il coraggio di eliminare).

Non immagini quanto sentiamo la tua mancanza! Ci mancano la tua calma, la tua saggezza, la tua memoria storica e ci siamo rese conto solo durante quest’anno trascorso senza di te di quanto in passato abbiamo approfittato della tua pazienza: tu non rifiutavi mai di darci il tuo aiuto e, qualunque fossero le nostre richieste, ti facevi in quattro per assecondarle, senza lamentarti.

Ci resta il conforto di aver potuto contare per tanti anni su un reciproco sentimento di rispettosa amicizia, che era concreto e tangibile e non aveva bisogno di esplicitarsi in inutili parole. Sapevamo che nelle nostre vite c’erano state e c’erano sofferenza e solitudine, ma non ne parlavamo mai e questa consapevolezza ci faceva sentire vicini e solidali; vedevamo in alcune persone della comunità atteggiamenti  discutibili ed una vena polemica che ti faceva soffrire profondamente: tu avresti voluto che tutti i rapporti umani fossero sempre improntati alla solidarietà e all’amicizia. Ma anche di questo non parlavamo mai, forse a causa di quel pudore che ti spingeva a vivere da solo la tua sofferenza e a non sprecare mai parole inutili contro un tuo simile.

Hai volutamente scelto di vivere a Massello, rifiutando la possibilità di abitare in valle,  ed hai personificato i valori della gente di montagna; in te c’era la calma di chi, abituato a vivere a contatto con la natura, sa che deve accettare con rassegnazione i suoi ritmi: la gioia e l’allegria dell’estate e la tristezza e l’abbandono dell’inverno. In te c’era la religiosità profonda delle antiche tradizioni che appartengono all’intimo più lontano dell’uomo, la consapevolezza e l’accettazione che ogni momento vissuto è conquista così come ogni metro di terra sottratto alla montagna è frutto di fatica, tu stesso simbolo della sofferenza materiale e della grande generosità della montagna.

 

Grazie Gian, il tuo ricordo resterà sempre vivo in noi.