II. 4.   Esempi italiani
        II. 4. 1.   Crespi d'Adda            
        II. 4. 2.   Leumann                     
        II. 4. 3.   Schio                            
            II. 4. 3. 1.   Alessandro Rossi  

 


 

In Italia, gli esempi ottocenteschi più noti di villaggi complessivamente progettati e pensati in funzione di un insediamento industriale, sono Schio (VI), Leumann (TO) e Crespi d’Adda (BG).

La caratteristica comune ai tre esempi, che sono già stati oggetto di studi approfonditi, è la implicita programmazione da parte imprenditoriale dell’intero progetto del villaggio e della vita della collettività anche al di fuori delle ore di lavoro in fabbrica, per A. Negri:

 

Schio, Leumann, Crespi sono pensati come macchine per lavorare e per abitare, dove i movimenti collettivi si sviluppano lungo percorsi predeterminati, tra alcuni luoghi deputati […] e in tempi che lasciano poche possibilità di varianti individuali. In compenso essi offrono una “qualità della vita” certamente superiore rispetto agli standard della classe operaia tra 1870 e 1880 relativamente ad abitazione, servizi igienico-sanitari, educazione, possibilità di svago [1].

 

Vi sono tuttavia delle differenze fra i tre casi: Nuova Schio non è in realtà un villaggio operaio autonomo ed autosufficiente, ma un vero e proprio “quartiere” che nasce ai margini della città è che è specificatamente destinato ad integrarsi, con le sue strutture, nel preesistente tessuto urbano; e mentre l’imperativo dei Crespi è quello di controllare interamente la vita dei dipendenti, nel caso di Leumann l’imprenditore si ispira, nella creazione del nuovo insediamento, a modelli ideali sia di natura igienico-filantropica, come quello di Le Play, o pedagogica, come quello di Froebel (seguito nelle scuole del villaggio), che tuttavia non gli permettono di tenere a freno le sue maestranze, che si mostreranno anch’esse sensibili alle rivendicazioni sindacali.[2]

 


 

II. 4. 1.   Crespi d’Adda

 

Il villaggio di Crespi d’Adda è stato descritto fin dal suo nascere dalla pubblicistica italiana come modello di realizzazione avanzata, ed è sempre stato considerato campione per questo genere di insediamenti in Italia. Questo principalmente perché si è mantenuto intatto e fin dall’origine è stato programmato con meticolosa chiarezza, pensato dal fondatore come un luogo ideale che, utilizzando le caratteristiche topografiche della zona, potesse svilupparsi al riparo di sollecitazioni esterne, secondo una sua logica autonoma. Inoltre, avendo mantenuto sempre la stessa destinazione produttiva di industria tessile, non ha più sviluppato attività, abitanti e numero di abitazioni. 

Il villaggio sorge vicino al fiume Adda, a est di Capriate San Gervasio, a sud di Bergamo.

Nel 1875 Cristoforo Benigno Crespi acquista il terreno e inizia a costruire, con l’intervento degli architetti G. Moretti e E. Pirovano, il cotonificio e le abitazioni per gli operai reclutati nelle vicine campagne. 

 

 

Fig. II. 21.   I“palasoc”all’ingresso di Crespi d’Adda.

 

Nel 1878 risultano già costruiti:

i cosiddetti “palasoc”, tre edifici a “caserma” a tre piani, “capaci di contenere fino a 20 famiglie dove ogni piano aveva in comune i servizi e la cucina”[3], situati sulla destra di chi entra in paese, vicini alla fabbrica e paralleli alla strada, sono “a piante rettangolare forniti di un piano terra seminterrato più un alzato di tre piani aventi cinque finestre per ogni piano sui lati lunghi e tre, di cui due cieche, su quelli corti. Il tetto , a tegole di coppi, è innalzato dalla presenza di abbaini a mansarda con una sola finestra. Questi edifici hanno una sola entrata in corrispondenza del vano delle scale. Sono in laterizio ricoperto di calce intonacata e di finto bugnato. Modanature in cotto incorniciano le finestre”[4]; - gli opifici di filatura e ritorcitura; 

- l’albergo, per il quale si adottò lo stesso impianto edilizio dei “palasoc”; 

- la scuderia e la mensa. 

Nel 1889 il figlio Silvio Benigno dopo un soggiorno in Inghilterra, diviene il direttore generale dello stabilimento e, prendendo ad esempio i villaggi operai inglesi, modifica del tipo di casa adottato per le abitazioni, 53 villette mono e bifamigliari per operai, volutamente isolate fra loro da giardini ed orti recintati, poste a intervalli regolari nello spazio prospiciente alla fabbrica, e da essa separate per mezzo di un viale alberato.

L’impostazione urbanistica è a vie ortogonali a reticolo, con posizione centrale delle case rispetto alle altre costruzioni e studio scenografico nella collocazione delle costruzioni più importanti: castello, fabbrica, chiesa e cimitero. 

 

 

Fig. II. 22.   Crespi d'Adda fotografata nel 1906.

 

La forma planimetrica del villaggio è il triangolo isoscele[5], con all’interno “una netta separazione creata […] [dal] viale  che dall’entrata del paese conduce al cimitero, che isola il complesso degli opifici con il palazzo patronale, e il restante blocco dell’intero paese”[6]. R. Bossaglia ne da una breve descrizione:

 

Il villaggio di Crespi è costruito attorno a due assi perpendicolari: il primo, parallelo al fiume Adda, attraversa tutto il paese fino al cimitero, simbolicamente collocato alla fine della strada; il secondo, che si incrocia col primo davanti all’ingresso della fabbrica, in un punto che è anche il centro geografico del paese, collega il corpo centrale degli opifici alla piazza alberata, luogo deputato per gli incontri e la vita sociale degli abitanti. Le case operaie sono situate entro l’ordine di un reticolo regolare di vie che fanno capo anch’esse alla fabbrica, il centro reale della comunità, dominata dall’immagine della ciminiera, fortemente simbolica e sostitutiva di altri segni dell’autorità decaduti come la torre medievale o il campanile. Si fa però ancora evidente riferimento ai modelli di un potere tradizionale attraverso la presenza - in posizione significativamente eccentrica rispetto alla griglia delle vie operaie -  dell’abitazione del proprietario (un castello) e della chiesa. La gerarchia viene formalizzata dalla ben più importante dignità architettonica attribuita alle costruzioni che rappresentano il potere[7].

 

La forma del villaggio di Crespi è la rappresentazione simbolica, l’immagine di una comunità modello e della strutturazione dei rapporti di produzione: 

 

le case [e i servizi] […] sono indubbiamente migliori  […] di quelle abitualmente abitate allora dalla classe lavoratrice. […] La disciplina vi è rigorosa e regola i comportamenti degli abitanti […]. In questo modo cade ogni distinzione tra la sfera della vita privata e la sfera dell’attività sociale (il lavoro): il licenziamento […] implica la perdita dell’abitazione e lo sfratto dalla casa ha come conseguenza la perdita del posto di lavoro. Causa di entrambi […] [una non] adeguata moralità, indisciplina, scarsa produttività: insomma un comportamento non conforme al buon funzionamento del complesso[8].

 

Il disegno generale del villaggio viene attribuito all’architetto Ernesto Pirovano[9], lo stesso che disegna il castello, costruito in ceppo di brembate (un pietra locale), cotto e cemento.

Del complesso fa subito parte la chiesa disegnata da  Luigi Cavenaghi, eretta su modello bramantesco di Santa Maria in Piazza di busto Arsizio (1891-1893). Tre anni dopo viene indetto un pubblico concorso, vinto da Gaetano Moretti, per il cimitero che, costruito in cemento e modellato in stile Liberty, è strutturato a forma di piramide, e si identifica con il mausoleo della famiglia Crespi, circondato dalle tombe dei dipendenti. Sia il castello che la chiesa e il cimitero sono completamente estranei, per stile, alla tradizione vernacolare del luogo e sono assunti, più che altro, come chiari simboli di una gerarchizzazione sociale e di una codificazione morale, quasi a sancire un diritto etico sulla proprietà della fabbrica e del villaggio, abitati inclusi.

All’inizio del 1900 il villaggio conta complessivamente un migliaio di abitanti. Vicino alla chiesa sorge l’edificio delle scuole comprendente le abitazioni degli insegnanti, la sala da studio del corpo di musica dello stabilimento e una cucina per le refezioni, “le altre comodità di uso pubblico sono: un lavatoio coperto, l’albergo, una sufficiente illuminazione serale, l’assistenza medica continua (il dottore risiede in paese) la ambulanza e i magazzini di consumo”[10].

Dal 1925, dopo un ampliamento della fabbrica, vengono costruite, alle spalle e sul fianco delle villette operaie, le ville “eleganti” per gli impiegati. Progettate da Ernesto Pirovano, hanno varie piante e varietà di soluzioni negli alzati, con impiego di ceppo locale, del legno, e del cemento.

Nel complesso, le abitazioni di Crespi d’Adda possono essere raggruppate in tre diversi tipi: 

“1) le case operaie propriamente dette, a pianta quadrata e alzato di due piani (compreso il pianoterra) con un sottogruppo costituito da quelle a più piani (i cosiddetti palazzotti), a pianta rettangolare con abbaini, prurifamigliari; a quelle uni o bifamigliari”[11]

 

 

Fig. II. 23.   Casa operaia a Crespi d’Adda.

 

Nel caso più frequente delle case bifamigliari, al piano terreno si hanno due camere, l’una adibita a lavori domestici e l’altra, più spaziosa, che serve da cucina; al primo piano vi corrispondono le camere da letto. I servizi, al pian terreno, sono separati dalla casa per mezzo di un piccolo porticato adibito a lavatoio. Il materiale da costruzione è il laterizio rosso coperto da calce e intonaco bianco, dato a tutte le abitazioni operaie quasi a rappresentare il messaggio di pulizia, onestà, laboriosità e decoro morali. Per questo tipo di case:

gli operai pagano un affitto di lire 15 a 25 per ogni locale e annualmente. Il pagamento vien fatto dal capo famiglia con un ritenuta quindicinale sulla sua paga. Molti operai non pagano affitto alcuno, essendo questo valutato come quota parte del salario[12];

 

”2) le case per la classe impiegatizia media, che variano da quelle con piante simmetriche, a quelle più articolate e asimmetriche a due piani, bifamigliari o unifamigliari”[13]. L’asimmetria è spesso esteriorizzata da elementi decorativi e da contrasti cromatici nell’impiego di materiali diversi, dall’aggetto di balconate dissimili e varie, da mansarde, comignoli e pinnacoli. Lo spazio verde intorno alla casa acquista sempre più il carattere di giardino in senso borghese con l’uso di piante decorative, rampicanti e macchie di arbusti; 

 

 

Fig. II. 24.   Villa per impiegati a Crespi d’Adda.

 

“3) le case a pianta asimmetrica e molto articolata per la classe impiegatizia dirigenziale: unifamigliari con alzati di due, ma anche di tre piani”[14]. All’interno la presenza di salotti, sale e studi ha una funzione di rappresentanza. Alla semplicità formale, funzionale delle casette operaie si contrappone la pretenziosità borghese di questi villini. 

 

 

Fig. II. 25.   Villetta per dirigenti a Crespi d’Adda.

 

L’aspetto uniforme è dato al villaggio da alcune costanti che, già presenti nei palazzotti, vennero riprese negli edifici successivi:

 

L’impiego del cotto come materiale da costruzione e come elemento decorativo nella dicromia fra l’intonaco chiaro e il rosso del laterizio, la copertura degli edifici con tetti poco spioventi a coppi rossi, le tubature per il convoglio delle acque piovane a vista. Non solo: il tipo di finestratura dei palazzotti […] rimase il modello costante per porte e finestre in tutte le case operaie del villaggio[15].

 

Nel villaggio di Crespi, per M. Lorandi, si pongono in relazione due argomenti precisi e paradigmatici: 

 

uno di carattere tecnico-decorativo, in relazione ai materiali da costruzione […] [che] vengono impiegati univocamente […] [e] utilizzati con peculiarità pressoché rispettive nelle partizioni dell’ edificio, [e quella di ordine architettonico e di strutture architettoniche] […] [che] mantiene costanti tipologiche nei moduli planimetrici geometrici […], nei rapporti di dislocazione simmetrici e assiali rispetto a una suddivisione a scacchiera nell’ambito del triangolo ideale del piano urbanistico[16].

 

Crespi d’Adda si pone come un caso esemplare di villaggio operaio italiano, per diversi motivi, riassunti da R. Bossaglia:

 

L’impegno architettonico - monumentale che fu profuso nella [sua] realizzazione […] lo spazio esiguo nella quale si estende a comprendere una campionatura di tutti i luoghi canonici degli insediamenti civili tra Otto e Novecento (dall’ambulatorio alla stazione dei carabinieri, dal lavatoio pubblico all’asilo), compresa una campionatura dei luoghi di rappresentanza, con marcate sottolineature simboliche. appare al visitatore come un ricostruzione il lilliput di una complessa e grandiosa realtà, riassunto e sintesi di una concezione e condizione ormai pronte per essere storicizzate[17]

 

Il villaggio di Crespi d’Adda è un bene culturale iscritto dal 1995 nella lista dei beni dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

 


 

II. 4. 2.   Leumann

 

Il villaggio Leumann sorge a Collegno, vicino a Torino. Prende il nome da una famiglia di imprenditori tessili di origine svizzera, che a fine ‘800 riuscirà ad accumulare del capitale non solo per merito delle relazioni industriali. ma anche grazie “alla politica dei matrimoni […] [che] permette di accentrare denaro capitalizzabile nel settore industriale”[18].

I motivi dell’insediamento della tessitura Leumann nel 1875 “vanno ricercati nel basso costo dei terreni e nella disponibilità di forza motrice”[19], due fattori che permetteranno i successivi ampliamenti. 

Il villaggio operaio, progettato dell’ingegnere torinese Pietro Fenoglio[20], con un gusto del dettaglio che non si riscontra a Crespi d’Adda, viene costruito dal 1892 al 1914, su un’area totale di mq 35.000. Formato da due comprensori, a est ed ovest dell’opificio, comprende, oltre alle abitazioni degli operai, una completa rete di servizi (la chiesa, il dopolavoro, lo spaccio, il convitto per le operaie, due scuole, un teatro, l’ambulatorio, la mensa, l’ufficio postale, i bagni pubblici, la stazione del treno), unita a diverse opere di assistenza e previdenza per i lavoratori, quali la cassa pensione per operai ed impiegati, la cassa puerpere, un corso serale per operai, la scuola della buona massaia e la biblioteca. 

La struttura urbanistica di entrambi i comprensori è costituita da “un asse viario di penetrazione ortogonale a corso Francia, terminante in una piazzetta delimitata da edifici di particolare risalto architettonico e funzionale. Ai due assi principali della composizione urbanistica fa capo una rete trasversale di strade secondarie su cui si affacciano gli edifici residenziali […] [a] due piani fuori terra, ad eccezione della palazzina per impiegati, e del gruppo di fabbricati del convitto, […] oltre all’edificio l’edificio per bagni e docce”[21]. Tranne gli edifici per attività collettive che hanno tipologie particolari, A. Abriani e G. A. Testa rilevano come:

 

Tutte le altre palazzine del villaggio presentano una generale omogeneità di volumi, forme, materiali, pur ospitando una gamma di tipi di alloggi variatissima come dimensione (da 1 a 4 stanze) e conformazione planimetrica e distributiva (alloggi duplex, simplex, con una o due scale per edificio), che corrisponde non solo al taglio del nucleo famigliare, ma ad altrettante gradazioni di merito, nel quadro […] dell’emulazione tra nuclei famigliari introdotta dall’imprenditore”[22]

 

 

Fig. II. 26.   Planimetria del villaggio Leumann.

 

Nel villaggio Leumann, viene definita compiutamente, per A. Negri:

 

quell’immagine di comunità produttiva che secondo il fondatore avrebbe dovuto diventare esemplare: un sistema di abitazioni e di vita sociale ben integrato agli spazi del lavoro industriale nell’ambito di una nuova organizzazione del modo di produzione legittimata dal ricorso a forme gradevoli e note, radicate nel passato. […] Anche in questo caso lo sviluppo della produzione sulla base della pace tra le classi veniva perseguito attraverso un’adeguata e ben controllata “educazione” delle maestranze […] che doveva produrre consenso sociale e che, al di là della scuola elementare, del corso serale per operai e della biblioteca istituite dal Leumann, si fondava principalmente sul distacco non traumatico dell’organizzazione precapitalistica del lavoro e sulla buona qualità delle condizioni di vita, abitative in primo luogo[23].

 

Nel 1992 è stata fondata l’Associazione Amici della Scuola Leumann che si prefigge di tutelare e valorizzare la storia e la memoria del villaggio, agendo con iniziative finalizzate al recupero architettonico e suggerendo spunti per una rivitalizzazione del sito e un suo inserimento nel circuito degli Ecomusei.

Negli stessi anni un gruppo di ricerca del Dipartimento di progettazione architettonica del Politecnico di Torino coordinato dal prof. Vaudetti ha iniziato una serie di studi per il recupero e la valorizzazione del villaggio.[24] 

 

 

Fig. II. 27.   Gli edifici del villaggio Leumann visti dai bambini della scuola locale.


 

II. 4. 3.   Schio

 

Il concetto stretto di villaggio operaio non si adatta al caso di Schio, che è, per F. Mancuso: 

 

il caso nel quale emerge con evidenza massima la diversa incidenza delle scelte dell’operatore privato nei confronti della tipologia di crescita che la città assume. Incidenza che a me pare assoluta e inequivocabile nella fase iniziale dello sviluppo industriale, ed invece estremamente sfumata nelle fasi più recenti dello sviluppo urbano; dipendenza che è così determinante all’inizio, al punto da originare una forma tipica di città, strettamente corrispondente alle esigenze dell’imprenditore industriale[25].

 

Le prime iniziative che Alessandro Rossi intraprende sul territorio hanno come caratteristica essenziale quella del decentramento. Infatti, dopo una primissima fase di relativo addensamento in Schio in coincidenza con la costruzione della cosiddetta “Fabbrica Alta” (1862), Alessandro Rossi riorganizza l’azienda sulla base di una serie di cicli produttivi che fanno riferimento a stabilimenti ubicati in prossimità di diversi centri abitati relativamente distanti fra loro: Piovene Rocchette, Pievebelvicino, Torrebelvicino ed Arsero, dove in ognuno si svolge una specifica lavorazione, complementare alla realizzazione del prodotto tessile finito. 

 

 

 

Fig. II. 28.   La “Fabbrica Alta” di Alessandro Rossi a Schio.

 

L’operazione di decentramento produttivo richiede che il territorio venga attrezzato specificatamente con le adeguate infrastrutture. Vengono così costruite la ferrovia, opere di sistemazione idrogeologica, opere di elettrificazione, quartieri residenziali in prossimità di ciascun stabilimento, e le infrastrutture civili di base per la vita associata. Le motivazioni per la scelta di questo modello sono, per F. Mancuso[26],

 

di ordine ideologico, […] [per il] mantenimento dei rapporti sociali nelle forme e nelle condizioni in cui essi si trovano al momento del decollo industriale.[…] E’ […] anche la ragione per cui gli insediamenti […] [nuovi] si appoggiano sempre a nuclei abitati preesistenti, […] essi non vengono mai pensati come nuclei autosufficienti[27],

 

come invece accade a Leumann e a Crespi. 

Un altro motivo è di ordine produttivistico: portare la fabbrica in campagna consente per la manodopera di mantenere un rapporto attivo con la campagna e quindi all’azienda di comprimere i livelli di contribuzione salariale. 

A  Schio si concentra il maggior numero di iniziative, “l’obiettivo di Rossi sembra esplicito: fare di Schio […] il simbolo e allo stesso tempo il modello realizzato della propria concezione ideologica”[28].

A Schio la prima istituzione operaia  voluta dal Rossi, che ne è presidente per i primi dieci anni, è la “Società di Mutuo Soccorso” (1861). Lo scopo primario di tale associazione è, dichiaratamente, di creare le condizioni per limitare l’assenteismo da malattia e consolidare la presenza e la continuità del rapporto di lavoro. “Erano esclusi dai benefici del Mutuo Soccorso coloro che erano ‘notoriamente di mala vita’ e quelli che ‘mal si prestavano ai doveri verso le loro famiglie”[29].

Successivamente, insieme ad una serie di iniziative tendenti al miglioramento complessivo della città: asili, scuole elementari, chiese, teatri, bagni pubblici, macelli, Rossi costruisce un nuovo quartiere, “Nuova Schio”, destinato alla manodopera impiegata nel lanificio. Cosìsovrappone alla immagine tradizionale della città - quella di un nucleo di origine rurale fatto di strade e borghi semplicemente annodato in un polo centrale - quella di una città nuova, in cui traspare la munificenza dell’imprenditore e la solidità della base economica che lo sostiene”[30].

Il progetto del quartiere venne affidato nel 1870 all’architetto Antonio Caregaro Negrin (che già aveva costruito per Rossi la chiesa di S. Antonio nel 1868, e il teatro Jacquard).

Il Caregaro Negrin elabora almeno tre versioni ufficiali del progetto di Nuova Schio, in risposta alle richieste dell’imprenditore. E. e L. Mariani Travi rilevano che:

gli interessi di tipo paesistico, vagamente anglosassoni del Negrin portarono a quella prima stesura del progetto concepito come un grande parco contenente le diverse tipologie di villette che, per quanto rigidamente distribuite, a seconda delle classi [31], sarebbero risultate pressoché uguali nella cortina verde […]. Il collegamento con la fabbrica è praticamente sottolineato dall’asse stradale a prolungamento dell’ingresso principale dell’opificio[32]

 

Quest’ultima, ed un’ altra ad essa ortogonale, sulla quale sarebbero state disposte le case di prima classe, erano le uniche strade rettilinee, le altre sarebbero state ad andamento sinuoso di diverse ampiezze, a delimitare lotti di terreno di superficie variabile. A. Negri fa notare come:

 

Il carattere complessivamente “pittoresco” del complesso doveva riuscire anche a dissimulare  le gerarchie di classe, nonostante gli elementi stilistici di maggiore o minore “dignità” tradissero la destinazione delle case. I circa 800 inquilini dei 125 alloggi avrebbero goduto di una condizione assolutamente invidiabile, relativamente al loro stato di salariati industriali, quanto al rapporto tra superficie del terreno e numero di abitanti[33],

 

inoltre una serie di servizi e di spazi per attività comuni[34], ubicati in posizione baricentrica e ai margini del quartiere, ne avrebbe sottolineato l’auspicato carattere di comunità conclusa e “perfetta”, dimostrato anche dal poco evidente raccordo con la città. 

Il progetto realizzato di Nuova Schio dal 1873 in avanti, è molto diverso. Anch’esso occupa tutta l’area destinata alla realizzazione del quartiere, circa 14 - 16 ettari, (quasi altrettanti della città vecchia), che diverranno venti nella successiva espansione, posta tra Schio e il torrente Leogra, ma vi è un diverso raccordo con la città, e soprattutto un differente tipo di organizzazione funzionale e formale interna. 

Alessandro Rossi era favorevole ad uno sviluppo di tipo ortogonale, che venne infatti adottato. Le strade sono diritte e ortogonali, non più curvilinee, “salvo la permanenza delle inclinazioni necessarie per il raccordo con le strade preesistenti e per un adeguamento al profilo del terreno […] [così] la trama del lotto è più regolare, e consente uno sfruttamento migliore del suolo destinato a quartiere”[35].

Lo stesso vale per le tipologie edilizie: permane ancora la distinzione in  quattro classi, ma le case per gli operai sono a schiera (qui chiamate “a vagone”), anziché individuali, e la villetta individuale è adottata solo per le case per dirigenti e tecnici, per fare emergere le differenze di classe, “malgrado la profusione di elementi decorativi che adornano i prospetti principali degli edifici a schiera”[36]. 

Nel quartiere realizzato anche la distribuzione dei servizi collettivi è differente; inseriti inizialmente in posizione baricentrica, ora sono portati ai margini fra Nuova Schio e la città vecchia, “in particolare, la chiesa e la scuola elementare e il teatro vengono collocati all’incrocio del nuovo asse stradale aperto per il collegamento con la stazione ferroviaria, in modo da rendere massimamente evidente la presenza del nuovo quartiere”[37].

Anche in questo caso lo sforzo del Rossi è destinato a che questi edifici siano altamente figurativi, che, come punti di riferimento ottici, formali e talora simbolici la loro immagine contribuisca a configurare l’immagine della città, e si ponga l’attenzione ad una loro strategica distribuzione spaziale, magari di tipo semplicemente prospettico. Se da una parte c’è uno scadimento formale rispetto al primo progetto del Negrin, si ha per contro un migliore sfruttamento del suolo, calcolato da M. Amoruso:

 

Contro le 125 abitazioni del primo progetto, se ne trovano 200 nel secondo, e contro gli 800 abitanti alloggiabili nella prima versione se ne hanno 1300 con quella realizzata. Tutto ciò a parità di superficie coperta dalle abitazioni, e quindi rimanendo invariata la volumetria: il che viene ottenuto diminuendo la superficie media delle abitazioni, e cioè con l’introduzione della tipologia a schiera [38].

Inoltre

le case costrutte variano per prezzo dalle 2000 alle 8000 lire […] e vengono pagate [dagli operai] al prezzo di costo gravate del 4 per cento d’interesse sul capitale impiegato, ratealmente in 10 o più anni a seconda dei patti stabiliti fra l’amministrazione del lanificio e gli operai [39].

 

Tra il 1873 e il 1890 furono costruite circa trecento case cedute a riscatto e diversi servizi. Tuttavia F. Mancuso osserva che l’intervento residenziale non è direttamente dimensionato sul numero degli operai e tecnici impiegati negli stabilimenti di Schio:

 

Gli addetti sono nel 1888 circa 2.000, mentre le abitazioni realizzate sono 211 e gli abitanti del quartiere 1.178. L’intenzione non è quindi quella di concentrarvi tutta la manodopera, ma di lasciare che una certa quota mantenga ancora le condizioni abitative di origine, o provveda comunque con altre forme alle proprie esigenze residenziali[40].

 

 

Fig. II. 29.   La fila di case operaie a schiera di Schio.

 

Lo stesso ragionamento non può essere fatto per i servizi: 

 

essi appaiono addirittura sovradimensionati rispetto alla domanda degli addetti dell’azienda […] [perché] i servizi vengono offerti a tutti i cittadini, sorta di prolungamento nella città dell’immagine pubblica dell’imprenditore, e […] il quartiere viene ingrandito intorno al 1888[41].

 

Questo fa ritenere che l’iniziale concentrazione di servizi è stata probabilmente intesa dal Rossi come una “sorta di infrastrutturazione cui appoggiare anche future espansioni residenziali”[42].

 

 

Fig. II. 30.   L’asilo di Schio.

 


 

II. 4. 3. 1.   Alessandro Rossi

 

Alessandro Rossi è per diversi aspetti una figura di eccezione nel panorama imprenditoriale della seconda metà dell’800.

Nel 1873, per prevenire gli effetti di un incombente crisi creditizia, egli aveva trasformato l’opificio paterno costituendo una società anonima ed incorporando tutte le minori aziende tessili della zona. Egli divenne in questo modo il padrone di quella che rimase, fino ai primi anni del ‘900, la più grande e tecnologicamente all’avanguardia azienda capitalistica italiana, legata alle sorti della popolazione locale e responsabile nei suoi confronti, grazie a tutta una rete di iniziative assistenziali, benefiche e filantropiche. Alessandro Rossi ebbe poi un’intensa attività politica nella quale assumerà posizioni di primo piano nel determinare orientamenti e decisioni nell’orientamento commerciale ed economico italiano, ed un’altrettanto intensa attività di studioso e polemista, assumendo il ruolo di ideologo dell’industria nascente e dei suoi protagonisti. Per E. Franzina,

L’esempio di organizzazione capitalistica del lavoro fornito dall’esperienza scledense del Rossi costituì […] per l’intera industria italiana un modello da seguire così che si potrebbe affermare […] che per essa il Lanificio rappresentò negli ultimi decenni dell’800 quello che saranno più tardi la Fiat o la Pirelli[43].

 

Il complesso industriale della famiglia Rossi nacque e si sviluppò in un contesto in cui prevaleva il settore primario e la forza lavoro manteneva profondi legami con la terra, “sia per quanto riguarda attività complementari al lavoro industriale, sia per lo stile di vita, frugale e contrassegnato dall’isolamento e dai rapporti sociali tradizionali”[44].

E per conservare questi equilibri, ed avere sempre manodopera disponibile a basso costo per fronteggiare la concorrenza straniera, che il  Rossi fece seguire alla concentrazione finanziaria il decentramento della produzione nei numerosi stabilimenti nei piccoli centri della zona, dove “proprio per rafforzare il precedente equilibrio e per soddisfare le modestissime esigenze di una manodopera aliena da spirito rivendicativo e conflittuale, sviluppa un insieme di provvidenze sociali, a quei tempi di entità unica in Italia”[45].

S. Lanaro afferma che:

 

L’organizzazione dell’arretratezza […] raggiunse a Schio il suo livello più alto: l’impresa Rossi […] rovesciava la figura sociale del contadino povero trasformandolo da semplice consumatore, e appendice passiva, in soggetto attivo della produzione di beni destinati a guadagnare una vasta area commerciale. Il contesto di generale depressione in cui si innestava l’azienda permetteva all’imprenditore di fronteggiare la concorrenza delle industrie straniere […] mentre la base economica e la geografia sociale del territorio restavano inalterate o mutavano molto lentamente[46].

 

Alessandro Rossi venne eletto deputato al Parlamento nel 1867 e nominato senatore il 6 febbraio 1870, e per oltre un venticinquennio alternò l’attività di uomo politico a quella di industriale e di organizzatore di provvidenze sociali a favore degli operai[47]

Politicamente il suo impegno fu per lo più “volto alla richiesta ed alla realizzazione di un regime commerciale protettivo della nostra industriale, in seguito, delle stesse produzioni agricole di base. La sua voce è fortemente presente nel preparare la tariffa doganale del 1878”[48]; e la sua impostazione dell’economia restò essenzialmente “privatista”. Egli chiese l’intervento dello Stato solamente per creare l’insieme delle condizioni istituzionali e strutturali che permettessero lo sviluppo della produzione nazionale, e avversò contemporaneamente ogni progetto di regolamentazione legislativa dei rapporti di lavoro. “Il Rossi inaugurò nel 1876 un lungo dibattito sulla illicità e sull’inutilità che a suo parere avrebbe avuto un eventuale intervento statale nella regolamentazione di certi aspetti del lavoro di fabbrica […] libero regno di coloro che, ognuno per la propria parte, lo abitassero”[49].

 

 

Fig. II. 31.   Schio, monumento ad Alessandro Rossi.

 

Rossi non solo fu il primo ad introdurre le principali invenzioni ed innovazioni meccaniche nelle sue fabbriche, ma, per E. Franzina, insieme creò 

l’organizzazione disciplinare […] dei grandi opifici, dacchè di può dire che il Rossi abbia istituito propriamente a Schio la vera classe operaia[50].

 

Secondo il Rossi si sarebbe dovuto rendere necessario un complesso di strumenti pratico- ideologici in grado di celare gli effetti dell’alienazione operaia. Da un punto locale questo si concretizzò nell’istituzione di numerosi organismi assistenziali e previdenziali a Schio, da un punto di vista generale il Rossi procedette all’elaborazione di una ideologia che si dimostrò funzionale alle esigenze di sviluppo capitalistico della borghesi nazionale. Il paternalismo di Rossi, per E. Franzina:

 

trovò modo di dispiegarsi in maniera tangibile con la fondazione di numerose “istituzioni operaie” il cui onere finanziario tuttavia […] venne equiparato, con mossa rigorosa ed intelligente, a una frazione dei cespiti complessivi della società […]. Assicurato al tal fine un finanziamento costante e calcolabile poterono dunque sorgere […] asili infantili e di maternità, scuole elementari, scuole di canto e di declamazione, corsi di insegnamento serale, bagni pubblici, case per i pensionati, una biblioteca. […] un teatro […] ecc. […] una complessa “istituzione totale” per la sua globalità in grado di condizionare ad ogni livello il comportamento dei singoli[51].

 

Rossi era favorevole all’allargamento del corpo elettorale, ma egli affermava che:

“gli abbienti conserveranno sempre il governo” […] infatti “il popolo obbedisce […] a malincuore e scontento ai capi non eletti da esso; domani obbedirà a capi eletti da esso. Quali capi? Toccherà a noi provvedere e prevedere per educarlo ad eleggere bene [...] Le classi che ho descritto, o rurali o urbane, conserveranno l’influenza sociale sempre, ad un patto però, che si facciano educatrici”. All’idea che mutamenti istituzionali […] non debbano essere seguiti da mutamenti nei rapporti sociali, si aggiunge un altro elemento del pensiero del Rossi, e cioè che i miglioramenti richiesti […] in favore […] delle classi umili in genere, sono esclusiva iniziativa delle classi abbienti[52].

 

Se da una parte A. Rossi impersonò la nuova figura dell’imprenditore - gestore della grande impresa, che rappresenta una realtà moderna ed in costante evoluzione; dall’altra egli assunse gli atteggiamenti tipici delle classi egemoni dei contesti preindustriali, quando si addossò larghe responsabilità riguardo ai fabbisogni familiari del lavoratore, che non rientravano nell’area dei rapporti di lavoro, e per i quali chiese in cambio l’accettazione dell’ordine sociale, con le sue leggi e la sua gerarchia. Per G. Baglioni:

 

Il Rossi […] - propone l’etica del dovere e cioè […] propone un tipo di uomo che, accettata la sua condizione, si sforza di conseguire quanto gli è consentito, in primo luogo, di possedere retti principi morali ed un carattere formato a tali principi. In questa logica, grande rilievo assume la formazione religiosa e lo spirito dell’insegnamento cristiano; con questa impronta il lavoratore dipendente accoglie e interiorizza il significato della disciplina, il sentimento del sacrificio per la solidarietà collettiva, il dovere osservato in tutte le sue forme[53].

 

A questo proposito E. Franzina[54] indica due elementi nell’ideologia di Rossi, quella cattolica ma anche quella pragmatistica e attivistica tipica americana:

 

questo accadde perché di quei due elementi, l’uno garantiva a livello sociale, la giustezza essenziale dell’ordine stabilito rivalutando valori quali la concordia, la collaborazione e la fraternità […] l’altro postulava, specie a livello di rapporti internazionali, […] una sistemazione gerarchica corrispondente ai ‘meriti’ ossia alla capacità e alla produttività[55].

 

Rossi pensava ad una classe dirigente borghese - imprenditoriale aperta con un intenso ricambio alle classi lavoratrici: “felici quei paesi ove la tendenza ad ascendere per la scala sociale può liberamente esplicarsi […] anche perché questo è l’unico vero antidoto alle rivoluzioni sociali”[56].

La stessa etica attivistica veniva da lui propugnata come antidoto per il criticato sistema educativo vigente in Italia. Nel suo pensiero, ma anche nella realtà, egli diede grande importanza all’educazione; come afferma S. Merli:

 

Fare d’un contadino o d’un artigiano un operaio e un operaio “di fabbrica” è stata l’opera di “educatore di masse” del Rossi. I suoi biografi raccontano con ammirazione che egli stesso il lunedì mattina faceva la ronda nelle osterie di Schio a recuperare gli operai assenteisti. […] Il problema della preparazione di una maestranza di fabbrica aveva certamente un aspetto tecnico che il Rossi affrontò con l’introduzione di specialisti stranieri e con le scuole serali; ma soprattutto ne aveva anche uno etico che […] il Rossi affrontò a monte, afferrando il futuro operaio nel grembo materno ed accompagnandolo poi in tutti i passi della sua vita privata e lavorativa, per riuscire a legarlo, anche fuori del lavoro, doppiamente ed indissolubilmente alla macchina e alla fabbrica. La rottura di questo contratto a vita da parte dell’operaio, se non era seguita da “pentimento” senza condizione, portava alla fame, al bando da Schio, all’espulsione da questa comunità di coatti[57].

Anche nel caso di Schio l’insegnamento tecnico era tutt’uno con quello morale, e la disciplina della scuola formava alla disciplina in fabbrica. 

 

 

Fig. II. 32.   La scuola media di Schio costruita da Alessandro Rossi.

 

Rossi critica aspramente il sistema d’istruzione vigente in Italia, perché “articolato in modo classista, tale da ostacolare l’ascesa sociale delle classi inferiori mediante la scuola; e trasmette tipi di cultura inidonei ad una piena comprensione del mondo contemporaneo, e soprattutto della civiltà industriale”[58].

Per quanto riguarda i gradini inferiori dell’istruzione, la sua preoccupazione, osserva G. Are, è che:

 

la scuola debba fornire all’industria operai e specialisti dotati di un corredo di cognizioni elementari e di una duttilità di mente atti a renderli coscienti e in certa misura non passivamente partecipi di processi produttivi modificabili e non consuetudinari; ma insieme, d’altro canto, disciplinati come un esercito […]. Per il che egli vede un modello nelle scuole tedesche[59].

 

Per quanto riguarda i gradini intermedi dell’istruzione A. Rossi vuole chegli Istituti tecnici cessino di essere organizzati per fornire preminentemente personale alla burocrazia statale e diventino funzionali per la preparazione di tecnici per la produzione”[60], mentre il suo ideale di università è partecipe alle “scienze positive, libera, selettiva, che dia lauree in concorrenza qualitativa […] il modello proposto da Rossi è esplicitamente quello dell’America: il paese dove, dirà una volta con entusiasmo, i rettori di università sono spesso uomini d’affari”[61]. E. Franzina ricorda che:

 

Svolgendo nel 1895 la critica del nostro ordinamento universitario, il Rossi individuava l’alto prezzo pagato dalla comunità nazionale per voler ostinatamente privilegiare un indirizzo di studi arcaico e superato com’era quello umanistico […] [con la ] crociana inflazione […] di “dottori” e di “avvocati”. Costoro […] venivano a costituire una schiera di declassati particolarmente sensibile agli allettamenti della propaganda sovversiva socialista e repubblicana e finivano così per impinguare le file dell’opposizione. […] A questo punto, allora l’istruzione tecnica risultava essere indispensabile a fini di stabilizzazione sociale - cioè al riassorbimento della protesta piccolo borghese dei “déclassés” almeno quanto […] [lo era] a fini d’incremento qualitativo e quantitativo della produzione nazionale[62].

 

 


[1] NEGRI A., Villaggi operai, in: AA.VV., Archeologia industriale, Milano, Touring Club Italiano, 1983, p. 96.

[2] Si veda: ELIA G., Il villaggio e la fabbrica. Insediamenti industriali in Gran Bretagna e in Italia: aspetti della struttura sociale, Bologna, Editrice compositori, 1999, pp. 72 - 85.

[3] GUIOTTO L., La fabbrica totale, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 104.

[4] I monumenti storico - industriali della Lombardia - Censimento regionale, a cura di A. Garlandini e M. Negri, serie Quaderni di Documentazione Regionale, n. 17, Regione Lombardia settore cultura e informazione, Milano, 1984, p. 460.

[5] La stessa forma verrà adottata per il villaggio impiegati “Edoardo Agnelli” a Villar Perosa.

[6] BOSSAGLIA R., Crespi e la tipologia di villaggio operaio, in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 189.

[7] NEGRI A., NEGRI M., L’archeologia industriale, Messina - Firenze, G. D’Anna, 1978, p. 105.

[8] Ibidem.

[9] BOSSAGLIA R., Crespi d’Adda: l’invenzione, l’idea, il monumento, in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 119.

[10] GUIOTTO L., La fabbrica totale, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 108.

[11] LORANDI M., Crespi e la tipologia del villaggio operaio , in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 190.

[12] AMORUSO M., Case e città operaie, Torino - Roma, 1903, p. 231.

[13] LORANDI M., op. cit., p. 190.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, pp. 191 - 192.

[16] Ivi, p. 198.

[17] BOSSAGLIA R., Crespi d’Adda: l’invenzione, l’idea, il monumento, in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 123.

[18] ABRIANI A., TESTA G. A., Leumann: una famiglia e un villaggio fra dinastie e capitali, in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 231.

Si veda anche: AA.VV., Leumann – Storia di una famiglia e di un villaggio operaio, a cura di M. Agodi, Torino, Lito - copisteria Valetto, 1992.

[19] Ivi, p. 206.

[20] Pietro Fenoglio è l’esponente di spicco dello stile Liberty nell’area torinese.

[21] ABRIANI A., TESTA G. A., Leumann: una famiglia e un villaggio fra dinastie e capitali, in: AA.VV., Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Einaudi, 1981, p. 207.

[22] Ibidem.

[23] NEGRI A., Villaggi operai, in: AA.VV., Archeologia industriale, Milano,Touring Club Italiano, 1983, p. 99.

[24] Il programma  previsto è descritto in: AA.VV., Ricerche e proposte per il progetto di cultura materiale, a cura di A. Cerrato, A. Derossi e C. Franco, Rivoli, Tipolito subalpina s.r.l., 1998.

[25] MANCUSO F., Schio, “Nuova Schio” e Alessandro Rossi, “Storia Urbana”, n. 2, Milano, Franco Angeli, 1977, p. 46.

[26] MANCUSO F., op. cit.

[27] Ivi, p. 55.

[28] Ivi, p. 59.

[29] GUIOTTO L., La fabbrica totale, Milano, Feltrinelli, 1979.

[30] MANCUSO F., Schio, “Nuova Schio” e Alessandro Rossi, “Storia urbana”, n. 2, Milano, Franco Angeli, 1977, p. 61.

[31] Le classi sono quattro, corrispondenti rispettivamente a case per dirigenti, per tecnici, per capi operai e per operai semplici.

[32] MARIANI TRAVI E. e L., Il paesaggio italiano della rivoluzione industriale: Crespi d’Adda e Schio, Bari, Dedalo libri, 1979.

[33] NEGRI A., Villaggi operai, in: AA.VV., Archeologia industriale, Milano,Touring Club Italiano, 1983, pp. 96 - 98.

[34] “All’interno del quartiere è prevista la costruzione del teatro, di bagni pubblici e lavanderia, di edifici per servizi collettivi (ristorante, birreria, caffè, lettura, ginnastica, vendita commestibili); vi sono ubicati anche alcuni piccoli nuclei di case per pensionati dell’opificio” [MANCUSO F., Schio, “Nuova Schio” e Alessandro Rossi, “Storia urbana”, n. 2, Milano, Franco Angeli, 1977, p. 66].

[35] Ivi, p. 69.

[36] Ivi, p. 69.

[37] Ibidem.

[38] Ibidem.

[39] AMORUSO M., Case e città operaie, Torino - Roma, 1903, p. 234.

Si vedano i dati quantitativi dei 2 progetti riportati in: MANCUSO F., Schio, “Nuova Schio” e Alessandro Rossi, “Storia urbana”, n. 2, Milano, Franco Angeli, 1977, pp. 92 – 93.

[40] MANCUSO F., Schio, “Nuova Schio” e Alessandro Rossi, “Storia urbana”, n. 2, Milano, Franco Angeli, 1977, p. 64.

[41] Ibidem.

[42] Ibidem.

[43] FRANZINA E., Alle origini dell’Italia industriale: ideologia ed impresa in Alessandro Rossi, “Classe - Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia”, n. 4, Milano, Dedalo libri, giugno 1971, p. 191.

[44] BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, p. 238.

[45] Ibidem.

[46] LANARO S., Nazionalismo e ideologia del blocco corporativo protezionista in Italia, “Ideologie: quaderni di storia contemporanea”, n. 2, Roma, 1967, pp. 67 - 68.

[47] Si veda: LANARO S., op. cit. L’autore analizza il pensiero di A. Rossi sulla base dei numerosi suoi scritti: relazioni, articoli, discorsi alla Camera e al Senato, studi economici e politici, epistolari, ecc.

[48] BAGLIONI G., op. cit., p. 241.

[49] FRANZINA E., Alle origini dell’Italia industriale: ideologia ed impresa in Alessandro Rossi, “Classe - Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia”, n. 4, Milano, Dedalo libri, giugno 1971, p. 211.

[50] Ivi, p. 194.

[51] FRANZINA E., Alle origini dell’Italia industriale: ideologia ed impresa in Alessandro Rossi, “Classe - Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia”, n. 4, Milano, Dedalo libri, giugno 1971, p. 202.

[52] BAGLIONI G., L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Torino, Einaudi, 1974, p. 271.

[53] Ivi, pp. 287 - 288.

[54] FRANZINA E., Alle origini dell’Italia industriale: ideologia ed impresa in Alessandro Rossi, “Classe - Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia”, n. 4, Milano, Dedalo libri, giugno 1971.

[55] Ivi, p. 205.

[56] ARE G., Alla ricerca di una filosofia dell’industrializzazione nella cultura e nei programmi politici in Italia (1861 - 1915), “Nuova Rivista Storica”, Roma, gennaio – aprile  1976, p. 105.

[57] MERLI S., Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano: 1880 - 1900, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1972, p. 266.

[58] ARE G., op. cit., p. 107.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.

[61] ARE G., op. cit., p. 108.

[62] FRANZINA E., Alle origini dell’Italia industriale: ideologia ed impresa in Alessandro Rossi, “Classe - Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia”, n. 4, Milano, Dedalo libri, giugno 1971, pp. 217 - 218.