vedi anche val
susa
e
Da oggi è disponibile un nuovo canale televisivo: NOTAV TV.
Gli ultimi avvenimenti
Al tavolo politico sulla Torino – Lyon, tenutosi a Roma il 29 luglio
sotto la presidenza del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Gianni Letta, è stato sancito l'inizio della fase due del processo che
deve portare alla costruzione della nuova linea.
Riprendendo da Il Sole 24 Ore del 30 luglio – tutti i giornali, compresi
quelli locali della valle di Susa, hanno tuttavia riportato più o meno le
stesse notizie – nella fase due si avrà una progettazione unitaria
dell'intera tratta Torino – Lyon, secondo le linee guide concordate
dall'Osservatorio Tecnico, insieme agli Enti Locali, nell'accordo di
Pracatinat del 28 giugno. Entro settembre verranno definiti i progetti per
potenziare il trasporto pubblico e per riequilibrare il traffico di merci
a favore della ferrovia; entro ottobre si avrà l'aggiornamento del
dossier per i fondi europei, nel senso che si cercherà di utilizzare i
fondi non più per il cunicolo geognostico sotto il massiccio di Ambin, ma
direttamente per i tratti della nuova linea tra Chivasso e Avigliana.
Infine, il prossimo ottobre si avrà la gara per assegnare la
progettazione del collegamento che dovrebbe fare il progetto preliminare
entro il 2009.
Così dice Virano, presidente dell'Osservatorio Tecnico, e in un certo
senso possiamo credergli. Perché Virano è un tipico soggetto politico di
nuova generazione, un manipolatore di frasi vuote, un dispensatore di
melassa – blatera di partecipazione democratica, di costruzione del
consenso, di linee guida progettuali concordate con i tecnici della valle
– ma ha guidato con mano ferma la recita verso la sua conclusione
predefinita, quella di costruire la nuova linea. E i dati contenuti nei
Quaderni dell'Osservatorio, letti con distacco, parlano a suo favore,
poiché mostrano la necessità di intervenire subito con la costruzione
della gronda merci a nord ovest di Torino e di una nuova tratta tra Torino
(bivio Pronda) e Avigliana, onde evitare la congestione a breve, tra
qualche anno, della linea storica. I numeri che giustificano questa
visione del problema sono stati in parte ottenuti con un modello
demenziale di previsione dell'incremento dei flussi di traffico – il
modello prevede un raddoppio dei flussi ogni 25 anni circa, senza tener
conto che oramai la crescita si scontra con i limiti puramente fisici del
territorio – in parte su altri dati gettati sul tavolo dall'Agenzia
Mobilità Metropolitana di Torino, senza uno straccio di analisi a
sostegno – si vuole duplicare in quattro anni il numero dei treni
passeggeri dal bivio Pronda ad Avigliana – oppure dall'Autostrada
Ferroviaria Alpina che prevede di moltiplicare nello stesso periodo per
3,25 i treni che trasportano camion-cisterna. Poiché sia il trasporto
metropolitano, sia l'autostrada ferroviaria vanno sovvenzionati con il
denaro pubblico – l'autostrada ferroviaria è sovvenzionata per 2/3 –
visti i chiari di luna, il tutto sembra una farneticazione. Ma è una
farneticazione controfirmata da Debernardi e Tartaglia, tecnici della
Comunità Montana di bassa valle, e sembra ovvio che su questo consenso
democraticamente raggiunto sarà basata la decisione di partire a breve
con la costruzione della linea di gronda attorno a Torino, il passaggio
sotto corso Marche e il collegamento fino ad Avigliana. È del tutto
evidente che le tratte in questione sono quelle iniziali di una nuova
Torino – Lyon. La situazione di stallo è stata dunque superata, almeno
sulla carta: si può partire. Se vi saranno problemi dovuti a gruppi di
esagitati NO TAV, verranno trattati come problemi militari, secondo la più
recente dottrina nazionale sull'uso dell'esercito.
Del resto, la possibilità che lo studio della situazione si concludesse
con la decisione di non costruire la nuova linea – con l'opzione zero,
come dicono gli specialisti - era stata cancellata fin dall'inizio
nel dibattito che si è svolto all'interno dell'Osservatorio, con una
scelta implicita ma decisiva. Perché si giunga alla determinazione di non
costruire qualcosa è necessario infatti che siano presenti nel dibattito
almeno uno dei seguenti criteri:
- l'idea che un territorio non possa essere stravolto e asservito a
esigenze esterne oltre un certo limite, in altre parole che si riconoscano
al territorio e ai suoi abitanti dei diritti;
- l'idea che il saccheggio del denaro pubblico non possa essere portato
fino a programmare spese colossali prive di ritorno economico.
Il primo dei due criteri implica la necessità di un'analisi dell'impatto
dell'opera sul territorio; il secondo porta a una comparazione tra i costi
e i benefici presunti dell'impresa. Né l'uno, né l'altro tema sono stati
neppure sfiorati nei quaderni dell'Osservatorio. Nel dibattito
dell'Osservatorio le esigenze del trasporto, immaginato in continua
espansione secondo una legge esponenziale, sono state assunte come una
priorità assoluta, rispetto a cui qualsiasi altro diritto o
considerazione di opportunità viene cancellato. L'unica incertezza che
rimane riguarda la determinazione dei tempi in cui sarà inevitabile
costruire; e di questo si è in effetti discusso.
In realtà, il problema dell'impatto e quello dei costi erano stati
affrontati nei confronti del decennio precedente, sia in quelli tenuti a
più riprese all'interno di comitati regionali, sia nelle varie
Commissioni della Conferenza Intergovernativa. L'averli cancellati
costituisce il fondamentale carattere innovativo del metodo adottato
dall'Osservatorio tecnico; non è sorprendente che sia stato facile
trovare un accordo.
Il gioco delle parti
Sebbene l'incontro di Pracatinat, il documento eleborato per
quell'occasione da Virano, e i risultati del tavolo politico siano stati
presentati sui media come un trionfo di concertazione democratica, le cose
non sono andate così bene come probabilmente speravano i direttori
dell'orchestra. Tanto per iniziare, i sindaci convocati a Roma non hanno
firmato il documento politico; i Consigli Comunali della valle di Susa
hanno respinto il documento di Pracatinat e una parte sia pure minoritaria
di essi ha respinto anche il documento F.A.R.E, che nella intenzione dei
tecnici della Comunità Montana e del suo presidente Ferrentino, dovrebbe
rappresentare la proposta di compromesso della valle per la soluzione
delle esigenze del trasporto. Infine, un gruppo nutrito di amministratori,
87 ci sembra, aveva già firmato un documento di critica alla decisione di
partecipare ai lavori dell'Osservatorio, che veniva giudicato uno
strumento di propaganda dei promotori dell'opera, e non uno strumento di
approfondimento tecnico.
Alla base di questa diffusa mancanza di consenso vi è, come fattore a mio
parere determinante, la capacità di mobilitazione di forze politiche non
istituzionali, i comitati NO TAV e i loro alleati dell'area antagonista,
che hanno dimostrato con una serie di iniziative – la raccolta delle
32.000 firme portate a Strasburgo, la campagna per l'acquisto di massa dei
terreni interessati alla costruzione dell'opera, le mobilitazioni
pubbliche di portata crescente – di aver conservato un solido rapporto
con la gente comune.
In termini di confronto pubblico, la vittoria dei Comitati rispetto ai
partiti, anzi al Partito, il PD senza la L, è stata schiacciante; i
tentativi dei soldatini ex d.s. di simulare in valle, con l'aiuto di
qualche truppa trasportata, un movimento Sì TAV sono affogati nel
ridicolo. Il 28 luglio, alla vigilia del Tavolo Politico del 29, una
fiaccolata notturna a cui hanno partecipato tra le 3 e le 5 mila persone,
è sfilata attorno al municipio di S. Antonino. Volevano ricordare al
sindaco, nonché presidente della Comunità Montana, che a Roma avrebbe
rappresentato se stesso e una parte del suo ceto, ma non gli abitanti
della valle.
Il documento F.A.R.E.
Il fatto che i sindaci non firmino i documenti di Virano non significa
che, nel loro insieme, siano contrari alla costruzione della nuova
infrastruttura. Salvo qualche eccezione, quelli di loro legati ai Partiti
cederebbero volentieri alle pressioni esterne e alle promesse di
compensazione, se solo sapessero come far dimenticare ai loro concittadini
di essersi fatti eleggere presentando piattaforme tutte rigorosamente
contrarie alla nuova infrastruttura.
Così, i favorevoli alla giravolta si sono dedicati a una strategia della
confusione, che ha la sua mente direttiva, almeno all'apparenza, nel
poliedrico presidente della Comunità Montana della bassa valle di Susa,
Antonio Ferrentino, fino all'altro ieri eroe della resistenza, secondo la
vulgata.
Gli strumenti con cui si accompagna il giro di valzer sono quelli
tradizionali della subcultura stalinista – la nuova fase, il cambiamento
di rapporti di potere tra le forze politiche, il metodo innovativo di
confronto instaurato nell'Osservatorio, come se la decisione di
intraprendere un'opera di gravissimo impatto e di costo spropositato
potesse dipendere da considerazioni di questo tipo – e il coro che
accompagna l'operazione è esteso ben al di fuori della valle. Partecipano
il partito delle Cooperative di costruzione, detto anche PD, Regione,
Provincia, Comune di Torino, Legambiente, e i giornali tutti, com'era
ovvio che accadesse.
Ma a dar parvenza di dignità intellettuale al tutto si è aggiunta
ultimamente una proposta, presentata come allegato ai Quaderni da
Debernardi e Tartaglia, che vorrebbe essere alternativa alle proposte dei
promotori. Il documento si intitola F.A.R.E, acronimo di Ferrovia Alpina
Razionale ed Efficiente, e già nel ridicolo gioco di parole con cui si
presenta rivela l'ambizione di collocarsi nella nouvelle vague
veltrusconiana, quella che prevede di costruire tutto e subito, ma con il
nobile intento di preservare il pianeta. Il testo è costituito da una
lunga introduzione di filosofia del trasporto e da una breve parte
propositiva. Quest'ultima è poca cosa: propone di costruire la nuova
linea per fasi, partendo dal nodo di Torino, via via che le tratte si
andranno saturando. A parte la piccola furbizia di inserire come fase zero
i lavori di ammodernamento della vecchia linea, già iniziati da anni e di
prossima conclusione, così che l'inizio della costruzione della nuova
appaia come un semplice passo di un processo continuo, la proposta non
contiene alcun elemento di novità. L'articolazione per fasi è obbligata,
ed era già stata presentata numerose volte dalla Rete Ferroviaria
Italiana; i suggerimenti tecnici che dovrebbero rendere più facile
mitigare l'impatto della nuova linea sono, nella situazione specifica,
inapplicabili.
Viene lasciato nel vago che cosa accadrà se e quando le previsioni di
saturazione si riveleranno false; a voce, nelle assemblee che si sono
susseguite in valle di Susa, ad Almese e a Villar Focchiardo ad es., la
triade Ferrentino, Debernardi, Tartaglia, pur facendo blocco in difesa del
documento, non parla con una sola voce. I primi due evitano l'argomento;
Tartaglia sostiene che il documento fissa una serie di scadenze con
verifica; la mancata saturazione, o anche il mancato trasferimento modale
del trasporto merci – dal camion al treno – dovrà portare secondo lui
all'abbandono della costruzione del tratto di bassa valle e del tunnel di
base, perché inutili. È improbabile che i fautori dell'opera si
preoccupino delle intenzioni di Tartaglia. Il loro problema è quello di
aprire i cantieri nel più breve tempo possibile; da quel momento in poi,
l'arma del ricatto occupazionale e l'argomento della incompletezza della
infrastruttura strategica giocherà a loro favore nella lotta per
l'attribuzione delle risorse. Le varie tratte non hanno infatti autonomia
funzionale, non ostante le cifre ostentate nel terzo quaderno; qualsiasi
ipotesi di equilibrio nella gestione, ammesso che sia possibile ottenerlo,
richiede che la linea sia costruita per intero.
Veniamo alla prima parte del documento, quella con ambizioni di discorso
sistemico: è la parte più pericolosa per il movimento NO TAV, perché si
tratta di un abile minestrone che mescola tutto, accenni fortemente
critici al progetto generale dell'alta velocità, e prospettive di
riscatto dall'inquinamento basate sull'oggetto treno come mezzo di
trasporto. Il suo punto di forza è nel richiamare alcuni luoghi comuni
della cultura del popolo di sinistra, al cui interno il mito salvifico del
treno è articolo di fede: slogan come trasferimento modale o cura del
ferro inducono reazioni di consenso e di autoriconoscimento di gruppo che
avrebbero giustificato l'entusiasmo di Pavlov. In questo contesto, il
problema sempre più urgente dell'impatto del trasporto sul territorio, e
dei suoi costi, non viene affrontato nei termini di un passo indietro del
just in time, della ricostituzione di distretti industriali
quasi-autosufficienti con scala geometrica di un paio di centinaia di Km,
oppure della dematerializzazione degli scambi, ma con la sacralizzazione
del mezzo di trasporto più rigido, un mezzo non autonomo – occorrono
due camion invece di uno per trasportare una merce in treno – adatto
solo allo spostamento di merci pesanti su percorsi di migliaia di Km. È
scontato che le valutazioni degli economisti del settore, quelle attuali
di Marco Ponti, di Proud'homme, di Marletto – quest'ultimo, docente di
Economia Applicata, unico esperto di trasporti presente il 10 luglio a
Roma, alla presentazione del F.A.R.E organizzata da Legambiente, ha
immediatamante stroncato il documento – o quelle di ieri di Zambrini,
non concordino con questa visione miracolistica. Ma nelle religioni dei
santini il fare di conto è visto con sospetto.
Anche perché, come spesso accade, il fumo dei dogmi nasconde un intreccio
corposo di interessi che ruota attorno alle costruzioni ferroviarie. RFI
è la più ricca stazione appaltante del settore delle costruzioni e
rappresenta pertanto un centro di potere economico e politico di
grandissima rilevanza. Nella moltitudine di persone che mangiano a questa
greppia, un ruolo particolare è occupato dal gruppo dei critici a
corrente alternata. Implacabili nel riconoscere le carenze di una proposta
infrastrutturale che sta crollando per conto proprio, fulminei nel
delineare condizioni astratte che permettano di portare avanti l'impresa
senza cambiare alcunché. È a questi personaggi che si deve nella seconda
metà degli anni 90, nel momento più acuto di crisi del progetto TAV
dovuto a Necci, la straordinaria scemenza di come una linea passeggeri ad
alta velocità potesse essere utilizzata per il trasporto di merci a bassa
velocità, senza cambiare né i tracciati né una riga del progetto. Il
loro ruolo è quello del gallo che canta sopra il mucchio del letame, e la
loro impronta riecheggia nel documento F.A.R.E., probabilmente per mano di
Debernardi che a questo gruppo appartiene, e ha già scritto pagine
simili. Solo che i fatti si sono già incaricati di smentire che le nuove
linee modifichino la percentuale del trasporto di merci a favore della
ferrovia. Ed allora, preso atto con grande onestà intellettuale anche di
questa situazione nuova, difficile da nascondere, si gioca al rilancio: il
discorso viene reso più complesso, arricchito di complicazioni
amministrative, di discriminazioni tariffarie a danno dell'autotrasporto,
di garanzie giuridiche da ottenere per il futuro. Tutto da discutere,
analizzare, verificare; intanto, si aprono i cantieri.
Claudio Cancelli
La truffa della Tav. L'opinione dei comitati No Tav
di ----
su Carta del 22/11/2007
Lo scoop del quotidiano La Stampa di
mercoledì 14 novembre ha rivelato che l’Unione europea ha sboccato i
finanziamenti per la realizzazione della Tav in Vale di Susa. La Commissione
europea ha infatti inviato agli Stati membri e al Parlamento la proposta di
ripartizione, tra Francia e Italia, dei fondi comunitari per le reti
transeuropee per il periodo tra il 2007 e 2013. Alla Torino-Lione andranno 671,8
milioni di euro. Un’inezia per un progetto che costerebbe molti più soldi e
il cui tracciato ancora oggi non conosce nessuno.
Niente è ancora certo, almeno per ora, perchè la proposta dell’Ue dovrà
essere ratificata dagli Stati membri mercoledì 28 novembre.
Scalpitano i vertici delle ferrovie, che hanno subito annunciato «l’intenzione
di potenziare lo scalo merci di Orbassano, una piattaforma logistica che avrà
bisogno di un’espansione in vista del nuovo collegamento con la Francia».
Esulta il ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, che ha dichiarato: «Obiettivo
raggiunto, nonostante i tanti tirapiedi che hanno sempre remato contro e
polemizzato a non finire, con il malcelato obiettivo di poter attaccare il
Governo». Frena ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, secondo il
quale «fino a quando l’Osservatorio non finirà i suoi lavori, non sarà
possibile assumere nessuna decisione sulla Torino-Lione»
Si preparano i No Tav, che nei giorni scorsi hanno consegnato al governo Prodi
le 32 mila firme per ribadire la contrarietà alla Tav, all’«anniversario di
Venaus». Si terrà l’8 dicembre in Val di Susa in occasione del giorno della
riconquista del cantiere dopo la violenta carica delle forze dell’ordine del
2005.
Di seguito pubblichiamo il comunicato stampa dei Comitati No Tav della Val di
Susa, Val Sangone, di Torino e della cintura:
«Affermano che il finanziamento di 671,80 milioni di euro proposto dalla
commissione europea per la linea Tav/Tac Torino-Lyon va a finanziare un’opera
inutile, devastante ambientalmente e dannosa economicamente, che ipoteca per i
prossimi anni ingenti risorse che saranno tolte a sanità, istruzione, welfare e
pensioni.
Ribadiscono la più totale e ferma opposizione a ogni ipotesi di nuova linea
ferroviaria Torino-Lyon e a ogni ipotesi di qualunque nuovo tunnel sia
ferroviario che autostradale, come emerso anche dalle numerose delibere assunte
dai consigli comunali questa estate.
Dichiarano che le Valli di Susa e Sangone non accetteranno mai il ruolo di
corridoio di traffico e pertanto pretendono il congelamento del traffico merci
globale [ferroviario e autostradale]
Denunciano che questa ulteriore truffa ai danni dei cittadini contribuenti
italiani ed europei, camuffata dalla presunta volontà di
trasferire il traffico dalla gomma ala rotaia, avviene mentre la Regione
Piemonte apre alla seconda canna autostradale del Frejus, mentre la Provincia di
Torino lancia il progetto della tangenziale est con prevedibili e ammessi
disastri alla collina, mentre il governo taglia in finanziaria 924 milioni di
euro alle Ferrovie che intanto propongono aumenti del 15 per cento sulle
tariffe.
Ricordano che questo finanziamento europeo vuole essere concessa una richiesta
italiana che non rispetta alcun requisito posto dal bando di gara [maturità del
progetto, stanziamento dei soldi, tempi certi, accordo con le popolazioni].
Anche per questo motivo denunciano le continue forzature del governo italiano
che così facendo ha smentito nei fatti qualsiasi
disponibilità al dialogo puntando a metterci di fronte a fatti compiuti e
pertanto chiedono agli amministratori di condividere questa denuncia dichiarando
chiusa l’esperienza di un Osservatorio usato politicamente per contrabbandare
all’Unione Europea un consenso delle popolazioni del tutto inesistente.
I comitati No Tav delle Valli di Susa, Val Sangone, di Torino e cintura invitano
quindi i cittadini e i propri amministratori a preparare una risposta
inequivocabile e decisa a questo tentativo di truffa, nei modi che verranno
individuati utili e condivisi».
spettacolo Tanti Auguri Valsusa
bypassare i paesi della protesta


Il movimento No Tav aderisce allo sciopero generale del 17 novembre
Ieri sera, 19 ottobre, a Villar Dora, un’affollatissima assemblea popolare della Valle di Susa ha deliberato l'adesione allo sciopero generale contro la finanziaria indetto dal sindacalismo di base il 17 novembre.
Sullo sciopero vi sono stati altri molti interventi da parte di esponenti del movimento No Tav che hanno sottolineato che la finanziaria 2007 va combattuta non solo per la scelta di regalare la quota di Tfr destinata all'Inps ad un fondo per le grandi opere, ma anche per la sottrazione di risorse alla scuola pubblica (massiccia riduzione di personale) ed il persistente finanziamento a quella privata, per le spese militari e le missioni di guerra, e perché, con l'articolo 32, si limita fortemente la libera espressione in internet.
Il 17 novembre il movimento No TAV scenderà in piazza a Torino con la CUB e li altri sindacati di base.
Per la Confederazione Unitaria di Base del Piemonte
Cosimo Scarinzi
| Migliaia di «no»
alle grandi opere In diecimila sfilano a Roma contro Tav, Mose e ponte sullo Stretto, ma anche contro decine di progetti «decisi sulla nostra testa» Carlo Lania il manifesto |
POLITICAL’IPOTESI DI BYPASSARE I PAESI DELLA GRANDE PROTESTA TROVA UN PRIMO ACCOGLIMENTO: SE NE DISCUTERÀ AL TAVOLO CON PRODI E LE FERROVIETorino-Lione, la valle
dei Sì-Tav
|
TORINO. Sì. Un sì condizionato, ma sempre una risposta
affermativa. I sindaci della Val Sangone, a differenza dei loro
colleghi della Val di Susa, non si oppongono al passaggio del
treno ad alta capacità sul loro territorio. Certo vogliono
certezze sul rispetto dell’ambiente e della salute e vista
l’esperienza negativa degli amministratori dell’altra valle
chiedono al governo di essere coinvolti preventivamente nella
definizione del tracciato. Non solo. Sollecitano e pretendono
che i lavori siano accompagnati da un piano strategico «condiviso»
per lo sviluppo economico e sociale che in caso di realizzazione
della Tav potrebbe far ricadere sul questa piccola porzione del
Torinese una parte consistente dei 750 milioni previsti da Roma
e dall’Unione Europea come compensazione.
|
| Fonte: La Stampa, 14 ottobre 2006 |
> No Ponte, No Mose, No Tav,> > Coordinamento comuni Val di Susa,> > Conferenza Permanente dei Sindaci della tratta ad AV
Verona-Padova
> >
> > con le prime adesioni di:> > Wwf, Legambiente, Italia Nostra,> > Campagna Sbilanciamoci, Rete del Nuovo Municipio> > Fiom, Carta cantieri sociali, il Manifesto,
> > >
> > ORGANIZZANO > > Manifestazione Nazionale> > 14 OTTOBRE ore 15,30 A ROMA
> >
> > CONTRO LA LEGGE OBIETTIVO E LE GRANDI OPERE DANNOSE,
> > PER UN NUOVO PIANO DEI TRASPORTI E DELLA MOBILITA?
> > E PER LE INFRASTRUTTURE CHE SERVONO
> > AL PAESE E AL TERRITORIO
> >
> > Dal 2001 al 2005, con il governo Berlusconi, abbiamo vissuto una
> > stagione in cui le politiche governative hanno tentato di imporre
> > scelte infrastrutturali e impiantistiche nel campo dei trasporti,
> > dell?energia e dei rifiuti, contro gli interessi strategici del Paese,
> > senza un reale coinvolgimento delle comunità locali e dei loro
diretti
> > rappresentanti, eludendo la valutazione ambientale strategica
> > preventiva di piani e programmi, facendo carta straccia della
> > valutazione di impatto ambientale.
> >
> > In questo periodo, con le norme derivanti dalla Legge Obiettivo e le
> > scelte contenute nel Primo Programma delle infrastrutture strategiche,
> > è stata esasperata la logica del "realizzare senza pensare"
opere
> > contro il senso comune e la razionalità, oltre che spesso contro
> > l'ambiente, la cultura e il paesaggio italiano e contro, gli stessi
> > vincoli economico-finanziari del bilancio dello Stato.
> >
> > Le grandi opere che veramente servono all?Italia dovrebbero essere
> > finalizzate a trasferire le merci dalla strada, alla ferrovia e alle
> > navi; a creare una rete logistica intermodale; a realizzare politiche
> > coordinate per la mobilità urbana; a razionalizzare i sistemi idrici;
> > a prevenire e contrastare il dissesto idrogeologico; a risanare e
> > riqualificare i beni culturali, artistici e archeologici; a tutelare,
> > valorizzare e promuovere il territorio, il paesaggio e la biodiversità.
> >
> > Finora, invece, sono state sottovalutate le condizioni del territorio,
> > sia in termini di fragilità dell'assetto idrogeologico che rispetto
> > alla perdita di funzionalità e di qualità del paesaggio legata agli
> > eccessi di urbanizzazione e infrastruturazione registratisi in questi
> > anni.
> >
> > Al tempo stesso, le comunità territoriali e gli stessi comuni sono
> > stati quasi del tutto esclusi dal confronto e dalle decisioni sulle
> > infrastrutture da realizzare. Oggi occorre tornare al più presto a un
> > normale funzionamento dei meccanismi democratici e della
> > partecipazione: chi vive nei territori interessati da grandi progetti
> > infrastrutturali non rivendica un potere di veto ma pretende di non
> > essere considerato ?oggetto? di scelte decise altrove.
> >
> > Non sono stati neanche fatti i conti con la reale disponibilità di
> > risorse economiche-finanziarie, impostando un programma di interventi
> > ?a pioggia?, per la realizzazione di 531 progetti dal costo
> > complessivo di 264 miliardi di euro, che costituisce un?ipoteca che
> > graverà sui conti pubblici per i prossimi 20 anni.
> >
> > Nel programma del Governo è stato dichiarato il fallimento della
Legge
> > Obiettivo, ma non sono stati ancora compiuti atti chiari e univoci per
> > superare le norme e le procedure che da questa derivano e
abbandonare
> > il programma delle infrastrutture strategiche, cominciando dai
> > progetti sul ponte sullo Stretto di Messina e delle tratte dell?Alta
> > Velocità.
> >
> > Per questo noi scendiamo in piazza il 14 ottobre a Roma per chiedere:
> >
> > - il superamento della Legge Obiettivo e dei provvedimenti da questa
> > derivati e il congelamento (a partire dalla Legge Finanziaria 2007)
> > del Primo Programma delle infrastrutture strategiche, che hanno
> > consentito di fare carta straccia delle valutazioni ambientali su
> > piani, programmi e progetti e hanno umiliato la partecipazione degli
> > enti e delle popolazioni locali;
> >
> > - l?adeguamento del Piano generale dei Trasporti varato nell?aprile
> > 2001 alle esigenze di mobilità del Paese e la redazione di nuovi
Piani
> > e Programmi, nazionali e regionali, per l'energia, i
rifiuti, il
> > territorio, il paesaggio, realizzati secondo l'approccio
> > irrinunciabile della tutela e valorizzazione ambientale, della
> > partecipazione dei cittadini e della reale utilità economica e
sociale
> > degli interventi proposti,
> >
> > - una nuova stagione di sicurezza, trasparenza e legalità nel mercato
> > dei lavori pubblici, che superi le norme criminogene sui general
> > contractor, le rendite di posizione dei concessionari e l?abuso
> > incontrollato dei sub-appalti.
> >
> > TUTTI A ROMA IL 14 OTTOBRE2006
Primo atto dello spettacolo Tanti Auguri Valsusa - mp3
secondo terzo
quarto quinto
> >
liberazione 2-3-06 pg.6
Umanità Nova, n 17 del 14 maggio 2006, anno 86
Sul fronte del Tav la lunga tregua olimpica ed elettorale volge al termine.
In questo periodo la lobby tavista ha affinato le armi, mettendo in atto una strategia che mira alla divisione del movimento in buoni e cattivi, dialoganti e intransigenti. Sinora non ci sono riusciti, poiché, pur tra innegabili difficoltà, il movimento no tav ha saputo attraversare sia la palude elettorale sia, più di recente, le denunce e i processi.
Quando, come acutamente rilevava un No Tav all'assemblea del 29 marzo a Villar Dora, gli uomini in grigio si sostituiscono agli uomini in blu, le possibilità di riassorbimento delle tensioni più autenticamente autogestionarie e di azione diretta sono certo più forti che in passato.
Il governo, nell'ultimo periodo si è mosso con grande cautela, probabilmente lieto di aver messo la sordina ad una rivolta che rischiava di divampare sulle Olimpiadi e, soprattutto, sulla campagna elettorale.
Significativo il fatto che alla guida della Commissione tecnica che dovrebbe affiancare il mai aperto tavolo politico sul Tav, sia stato posto un uomo come l'architetto Virano.
Dirigente Anas, Virano era stato l'uomo immagine della Sitaf, la società che ha costruito ed oggi gestisce l'autostrada del Frejus che attraversa la Val Susa.
L'osservatorio presieduto da Virano è il cavallo di troia del Tav in Val di Susa. Alla politica del manganello si sostituisce quella del marketing. I signori del Tav puntano su uno specialista delle pubbliche relazioni, dopo aver fallito il tentativo di chiudere rapidamente la partita mettendola in mano agli specialisti dell'ordine pubblico.
Sebbene al momento le iniziative di Virano abbiano incontrato netta opposizione da parte del movimento No Tav, non si può escludere che in futuro non possano riuscire a segnare dei punti.
La manovra di rilegittimazione del presidente della Comunità Montana e dell'assemblea dei sindaci, il cui credito si era ridotto quando avevano invano tentato di bloccare le grandi manifestazioni del 17 dicembre a Torino e del 7 gennaio a Chambery necessita di una riduzione della conflittualità diretta con il governo di turno. Il tentativo di Ferrentino & C. di riprendere il controllo, mai perso del tutto, ma seriamente incrinato, del movimento, passa anche attraverso il mito della democrazia partecipata. Significativo che all'improvviso le assemblee convocate e rigidamente gestite dalla Comunità montana, da fine gennaio abbiano cambiato nome, come un serpente che cambia pelle. Prima si chiamavano Comitato istituzionale e oggi si chiamano Comitato di Coordinamento, echeggiando in tal modo il Coordinamento dei Comitati.
Grandi manovre sono in atto tra Torino e il Rocciamelone. Diviene pertanto
importante osservare la realtà, segnalando il complesso intreccio di istanze e
di luoghi della rappresentanza.
In queste prime settimane dopo la tornata elettorale i nodi all'interno del
movimento si sono fatti più intricati, anche se ci sono segnali che la
stagnazione politica stia per finire.
Tre le principali novità.
La ri-discesa in campo della coordinatrice europea per il corridoio 5, Loyola De Palacio, che sbarca a Torino con un rapporto "tecnico" di 180 pagine nel quale si negano le emergenze ambientali connesse all'opera e si suggerisce che il movimento No Tav sia agito da potenti e occulti finanziatori. De Palacio viene apertamente contestata dal movimento che assedia la prefettura torinese per un'intera mattinata.
Altra importante novità la profonda lacerazione tra il PRC torinese e quello di Valle, reduce da una importante vittoria elettorale (20% a Bussoleno). Occasione di scontro l'accordo sottoscritto a Torino tra Rifondazione e il centro sinistra in vista delle imminenti elezioni al comune di Torino. In base all'accordo la questione Tav viene demandata proprio all'"Osservatorio Virano", cui è affidato il giudizio sull'affidabilità dell'opera. Nonostante per la prima volta il sindaco Chiamparino, DS ultras del Tav, ammetta la possibilità dell'opzione zero, l'accordo elettorale a Torino è stato accolto in valle, specie dai No Tav del PRC, come un vero tradimento del movimento. Ricordiamo che sin da dicembre, nell'assemblea di valle del 21, vi era stata netta opposizione a qualsiasi tentativo di mediazione sul Tav. Lo strappo ha contribuito a rafforzare la convinzione che solo l'autorganizzazione e l'azione diretta possono essere vincenti.
Dopo la significativa affermazione elettorale di Rifondazione, Verdi e PdCI, i partiti, che negli ultimi mesi si sono schierati contro il Tav, l'accordo elettorale a Torino, fatto a 10 giorni dalle elezioni politiche, non poteva essere indolore. Peraltro, sebbene molti, e non ultimi i media, dessero per quasi certa la fuoriuscita dei rifondati valsusini dal partito sull'onda della prossima scissione ferrandiana, tuttavia la segretaria del PRC di Bussoleno, Nicoletta Dosio, ha annunciato che il suo gruppo rimane nel PRC.
L'accordo fatto a Torino tra PRC e Unione potrebbe essere la prova generale della politica del futuro governo Prodi nei confronti della questione Tav.
Negli stessi giorni trapela un'iniziativa della Prefettura che convoca a Torino Ferrentino, annunciandogli l'intenzione di recintare i terreni di Venaus, intenzione che viene ribadita dal capo della procura torinese Maddalena, che, sin da dicembre, ha deciso il sequestro dei terreni sgomberati con la violenza nella notte tra il 5 e il 6 dicembre e poi riconquistati dal movimento l'8 dicembre. Pare che Ferrentino abbia sottoscritto un compromesso, in cui veniva proposta una recinzione "simbolica" dei terreni. Al momento nessuno ha osato mettere piede a Venaus, dove il presidio No Tav continua la propria vigilanza quotidiana.
Una delle leggi più ferree della politica del controllo "democratico" della dissidenza è la ciclica alternanza tra la carota ed il bastone, e quando necessario, il sapiente dosaggio e distribuzione dell'uno e dell'altra.
Il 3 maggio arrivano i primi avvisi di garanzia ad 8 No Tav. C'è anche qualche nome eccellente: Alberto Perino, uno dei No Tav più noti, il vicesindaco di S. Giorio Danilo Bar e Beppe Joannas, il sindaco di Bussoleno già indagato dalla magistratura per l'opposizione al passaggio della Coca Cola dal suo paese durante la corsa della fiaccola olimpica.
La risposta solidale dell'assemblea di valle è immediata e corale: la sera
stessa del 3 maggio un comunicato di solidarietà (1) ribadisce che la
"battaglia del Seghino", ossia la giornata di resistenza
all'occupazione militare del 31 ottobre, è patrimonio di un intero movimento,
rivendica la restituzione dei terreni sequestrati a Venaus ed esprime la volontà
di proseguire una lotta che ha tra i propri immediati obiettivi l'opposizione
all'annunciato raddoppio del tunnel autostradale del Frejus.
L'8 maggio, in occasione dei primi interrogatori ai No Tav inquisiti per la
resistenza al Seghino, diverse centinaia di persone con bandiere e striscioni
hanno dato vita ad un presidio davanti al tribunale di Torino. Più che discreto
lo schieramento di poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa e di una
folta pattuglia di polizia politica.
L'accelerazione del conflitto seguita all'occupazione militare del territorio
alla fine dello scorso anno ha prodotto una forte delegittimazione dei
meccanismi della democrazia rappresentativa.
Questo dato, è frutto sia dalle scelte di chiusura alle istanze locali del governo nazionale e regionale, sia dell'attitudine eccessivamente concertativa dei sindaci di fronte ai tentativi del governo Berlusconi di fermare la rivolta. Nei momenti alti della lotta questo ha messo in moto meccanismi di tipo assembleare, capaci di assumersi, in certi momenti, responsabilità decisionali molto forti, nella chiara consapevolezza della propria forza e della propria autonomia.
Dopo mesi di una tregua, che sia pure non dichiarata, si è di fatto imposta tra le due parti in conflitto, non era affatto scontato che i primi segnali di ripresa delle ostilità avrebbero avuto risposte forti. Per mesi si è assistito al dispiegarsi di relazioni politiche talora armoniche, talaltra conflittuali, tra i vari luoghi della rappresentanza (comitati istituzionali, coordinamento dei comitati, presidi permanenti, assemblee di valle, leadership informali).
Siamo di fronte ad una realtà complessa ed in costante cambiamento.
Gli avvenimenti sopra descritti, il sapiente dosaggio tra bastone e carota e
le reazioni del movimento paiono confermare una tendenza emersa da alcuni mesi:
una significativa capacità reattiva di fronte alle strette repressive, una
maggiore difficoltà ad affrontare i giochi della politica. Il movimento sta
comunque dimostrando una tenuta nel tempo – la fase "critica" dura
da ormai un anno - e riesce a mantenersi vitale ed autonomo.
Il prossimo periodo sarà molto difficile: il nuovo governo potrebbe
moltiplicare i tentativi di dividere buoni e cattivi, dialoganti e refrattari.
La partita in Val di Susa è ben lungi dall'essere chiusa. Occorre affinare la
capacità reattiva sia nei confronti della strategia di marketing adottata
dall'architetto Virano, sia verso le iniziative della magistratura e del
Ministero dell'Interno. Per la riconquista dei campi di Venaus, ancor oggi sotto
sequestro giudiziario, sono mesi e mesi che vengono annunciati provvedimenti
gravi, perché si indaga per il reato di devastazione e saccheggio, lo stesso
per il quale il 27 giugno saranno processati 10 antifascisti torinesi. Non ci
stancheremo mai di sottolineare come questo processo rappresenti la prova
generale di una strategia repressiva ad ampio raggio, volta a colpire in modo
grave ogni forma di dissenso politico.
A sarà dura!
Maria Matteo
Note
(1) Ecco il testo del comunicato: "Il movimento NO TAV, riunito in assemblea il 3 maggio 2006, nella sede Consiliare del Comune di Bussoleno
- Esprime la più totale solidarietà nei confronti di chi è stato raggiunto da avviso di garanzia per i fatti dello scorso autunno;
- Ribadisce la propria condivisione e partecipazione ai fatti oggetto di indagine;
- Rivendica le lotte che hanno visto il loro momento più forte dalla Battaglia del Seghino alla liberazione di Venaus;
- Esige l'immediato dissequestro dei terreni stessi affinché ritornino alla loro naturale destinazione agricola;
- Dichiara altresì la propria contrarietà ad ogni ipotesi di realizzazione della seconda canna, sia essa di servizio o di esercizio, del traforo autostradale del Frejus.
IN TAL SENSO
si indice la mobilitazione permanente invitando tutto il popolo NO TAV a essere presente a Torino davanti alla Procura della Repubblica da lunedì 8 maggio e al Tribunale dei minori il 12 maggio, in modo da portare appoggio concreto ai militanti NO TAV indagati.
Movimento NO TAV"
500 biciclette contro il TAV
Piena soddisfazione per la prima BICICLETTATA CONTRO IL TAV, iniziativa riuscita
oltre le aspettativa con almeno 500 ciclisti che sabato 13 maggio son partiti
dall'ITAS Dalmasso di Pianezza (TO) per attraversare S.Gillio, fermarsi presso
la Cascina delle Monache, superare Grange di Brione, Alpignano ed ancora il
centro di Pianezza per tornare presso l'ITAS e continuare con una merenda
sinoira bellavita e gruppi musicali.
Abbiamo attraversato campi agricoli e centri abitati interessati all'ipotesi di
progetto di TAV Torino Lione, tratta nazionale, nei pressi del Monte Musinè
dichiarando la nostra piena ostilità al TAV ed al saccheggio e devastazione che
quest'opera provocherebbe sui nostri territori.
Abbiamo ribadito quanto quest'opera sia INUTILE, COSTOSISSIMA e VIOLENTA.
Temiamo fortemente le polveri dell'amianto, presente presso il Musinè, ed i
suoi effetti cancerogeni, anche per questo ci opporremo al TAV con
mobilitazioni sempre più frequenti anche nella zona della cintura Nord-Ovest
torinese.
In occasione della prima biciclettata no tav di sabato 13 maggio 2006 abbiamo
espresso la nostra solidarietà alle 9 persone fin'ora raggiunte da
comunicazioni giudiziarie o reclusione a causa della loro lotta al treno ad alta
velocità.
Collettivo Pianezzese Autogestito LABORATORIO ZERO
http://digilander.libero.it/comsponpianezza/
Pianezza 14 maggio 2006
| Amianto: i sondaggi in Val Susa sono taroccati (stile Moggi...) |
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Claudio Jampaglia I sondaggi sulla presenza di amianto in Val Susa sono stati pilotati, abbiamo le prove. Anzi, lo ammette tra le righe la stessa Arpa della Regione Piemonte. I quattro campioni analizzati su centinaia di carotaggi effettuati sono stati, infatti, scelti e esaminati dallo stesso proponente dell’opera ovvero la società Lyon-Turin Ferroviaria. Non solo ma il compito gli sarebbe stato affidato «istituzionalmente», mentre all’Arpa è toccato l’onere di andare in televisione e dire al mondo: «Non c’è traccia d’amianto in Val Susa». La credibilità dei dati non c’è più e anche l’Europa è coinvolta. Perché “l’ogni costo” a cui si vuole fare la Tav in Val Susa comincia ad essere davvero caro, in termini di credibilità e democrazia. Ma andiamo con ordine. I sondaggi sul Monte Seghino, oggetto di dure proteste e di una militarizzazione imponente del territorio durata 50 giorni, dovevano essere determinanti per dimostrare se nella tratta della Torino-Lione da Bruzolo a Venaus vi fossero rischi per la salute derivanti dalla presenza di amianto. Secondo i no-tav, forti delle mappe geologiche della valle e dei sondaggi già effettuati nel 2001 e riportati da una pubblicazione scientifica dell’Università di Torino, non c’era dubbio che ci fosse amianto. Si vede anche ad occhio nudo. Per Ltf, Governo e istituzioni piemontesi, invece, l’evidenza non c’era e si sarebbero dovuti fare altri sondaggi. La trivella arriva di notte dopo due giorni di blocchi e “guardie e ladri” sui sentieri sopra Monpantero tra bo-tav e forze dell’ordine. Cominciano i sondaggi presidiati giorno e notte. Intanto scoppia l’opposizione della popolazione, gli scontri, migliaia di poliziotti e carabinieri per la valle e le Istituzioni che continuano a dire: «Non ci sono rischi, fidatevi di noi». Si firma una tregua a fine dicembre e l’opera è rinviata a nuove valutazioni su fattibilità e impatto. Il 22 marzo l’annuncio dell’Arpa: «Dai primi sondaggi non c’è traccia d’amianto». Ora Liberazione è in grado di raccontarvi come si è giunti a questo brillante risultato. |
| L’Arpa certifica e dice: «Non c’è
amianto». La denuncia del Prc. Agnoletto chiede le dimissioni di De Palacio |
| Amianto in Val Susa taroccati i sondaggi |
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Caludio Jampaglia La ricostruzione. Dei 454 metri di carotaggi effettuati sul Seghino ne vengono analizzati solo due, quattro campioni su centinaia inscatolati in un magazzino di Ltf. In un verbale Arpa del 03 febbraio 2006, scovato dal consigliere regionale del Prc Yuri Bossuto, i tecnici dell’agenzia regionale per l’ambiente scrivono: «I punti di campionamento sono stati individuati sulla base delle indicazioni fornite da Ltf», ovvero dalla geologa dell’azienda presente che controfirma il verbale. Con quali criteri? «Da evidenze geologiche non casuali», scrive l’Arpa, ovvero i campioni sono stati scelti a colpo d’occhio o sulla base di altre valutazioni che non conosciamo. Ma in un’indagine a campione (altrimenti cos’è?) non dovrebbero essere casuali? Non sappiamo se le scatole dei carotaggi siano state aperte, dalle foto non risulta, sappiamo solo che i sondaggi sono stati realizzati fino a 452 metri di profondità e i quattro campioni scelti arrivano ai 160 metri. Anche la stratigrafia viene appaltata. L’Arpa certifica solo il lavoro altrui, ma si intesta i risultati. Il 22 marzo promuove una conferenza stampa per dire l’amianto non c’è, seguono titoli di prima pagina di grandi quotidiani nazionali e la Coordinatrice europea del corridoio 5, Loyola De Palacio, e il Ministro Lunardi chiedono la ripresa immediata dei lavori. Nessuno va a controllare le carte e quando lo fa il circolo di Rifondazione di Bussoleno, con l’aiuto di Bossuto e l’avvocato Sergio Bonetto, si scopre che la dichiarazione dell’Arpa avviene su dati e scelte della controparte Ltf. Non solo. Mettendo le mani avanti il dirigente dell’Arpa scrive a Bossuto: «Si evidenzia che istituzionalmente il compito di fornire e redigere i dati scientifici è attribuito al proponente e in questo caso alla società Ltf e non all’Agenzia scrivente (l’Arpa, ndr), che ha esclusivamente funzioni di controllo, per quanto stringente». Però i dati li firma e li comunica in mondovisione. E poi cosa vuole dire “istituzionalmente”? Significa “di solito” o “per volere istituzionale”? «Ciò che colpisce di più è l’illegalità sostanziale di tutta la vicenda - commenta l’avvocato Bonetto - la stessa Arpa che vieta la pista di bob a Salice d’Ulzo per la presenza di amianto, perché questa volta ha lavorato così male? Con quale criterio funziona o meno la struttura? Amministrativamente è inaccettabile che lo scenario cambi all’ultimo verbale scovato». «Che l’Arpa si assuma la responsabilità di dire che non c’è l’amianto sulla base di questo metodo è per lo meno sconcertante - rincara Bossuto - come cittadino ero convinto che l’agenzia pubblica avesse condotto l’analisi e la verifica, questo era stato comunicato, e se questi sono i soggetti che dovrebbero darci le garanzie sui rischi per la salute dell’opera vogliamo approfondire la questione in sede regionale». Ma la coda più pesante potrebbe essere in Europa. «La De Palacio deve dimettersi - chiede l’eurodeputato della Sinistra Europea Vittorio Agnoletto - e se non lo fa la Commissione europea deve revocarle immediatamente l’incarico di Coordinatrice del Corridoio 5, il dossier indipendente che ha presentato al Parlamento si basa su dati derivanti direttamente da Ltf e non si può più dire che abbia agito senza alcuna parzialità». A pagina 126 del documento “indipendente” della Loyola dello scorso aprile si legge: «Arpa ha confermato che i sondaggi effettuati a Monpantero non contengono nessuna traccia di amianto», ricorda Agnoletto, «Se le precisazioni arrivate solo l’altroieri di chi ha realizzato sondaggi e analisi non sono presenti nel report europeo, l’imparzialità e la trasparenza delle informazioni è venuta meno». Il prossimo 31 maggio alla riapertura dei lavori partirà l’interrogazione anche a Bruxelles. I più sconcertati, alla fine, sono gli scopritori dell’ennesima
beffa si-tav. «Ci meravigliamo che un ente pubblico agisca sotto tutela
del promotore dell’opera che dovrebbe essere la controparte», dicono
dal Circolo di Bussoleno. E il sindaco Beppe Joannas, tra gli indagati per
i blocchi realizzati dai no-tav per impedire lo svolgimento di quei
sondaggi, non può esimersi dal chiedere: «Quanto è costato l’apparato
di pubblica sicurezza per questo risultato». Rincara Nicoletta Dosio,
segretaria del Prc: «E’ solo un altro anello della catena di infinite
bugie con cui l’opera è stata promossa. Tanta sopraffazione, denunce e
spreco di denari pubblici per fare gli interessi di Ltf. La legittimità e
l’indipendenza degli organi pubblici è sottoposta al bisogno di
realizzare l’opera e il bene pubblico sta esattamente dalla parte
opposta. Altro che denunce». E domani sarà ancora più dura proporre
altri sondaggi in valle. |
Alta velocità e capacità: una lunga storia
Ciò che
soprattutto difetta è una reale disamina delle richieste del pubblico:
davvero le esigenze per il prossimo futuro saranno indirizzate su una forma di
mobilità di questo tipo?
Giorgio Gardiol- RIFORMA AGOSTO 2006 Il 1° agosto si terrà a Torino la prima Conferenza per la «valutazione
dell’impatto ambientale» della Tav/Tac Torino-Lione. Il movimento NoTav
della val Susa valuta differentemente questa decisone del ministro Di Pietro.
Da una parte sottolinea la sua positività, in quanto sancisce la fine della
«legge obiettivo» sull’opera. D’altra parte si sottolinea il rischio che
questa procedura possa azzerare il «tavolo politico» e «l’osservatorio»
tecnico. Il governo, stretto tra l’iniziativa bipartisan dei sindaci delle
grandi città e dei presidenti delle Regioni della pianura padana che chiedono
una decisione rapida e l’azione del movimento NoTav, sembra prendere tempo,
tanto si dovrà decidere tutto nel 2010, perché fino ad allora non ci saranno
i fondi.
Un’opera, quella dell’alta velocità, che ormai va avanti per moto
proprio. Per capire le problematiche legate alla Tav-Tac Torino-Lione bisogna
conoscere la storia di questo sistema di trasporto. La prima linea ad alta
velocità è stata la Roma-Firenze, nata da una legge del 1968 con due
principali obiettivi: sostenere l’economia attraverso una consistente spesa
pubblica e mettere le ferrovie, dal punto di vista del finanziamento, sullo
stesso piano delle autostrade. Bisogna ricordare che il finanziamento delle
ferrovie richiedeva apposite leggi, in cui il costo di ciascuna opera era
fissato per norma. Poiché l’inflazione di quei tempi erodeva velocemente il
valore del denaro, le somme non erano mai sufficienti a completare le opere.
Negli anni Ottanta, di fronte alla continua perdita di quote di mercato delle
ferrovie, non erano infrequenti le teorizzazioni dell’abbandono della
ferrovia, considerata una tecnologia del passato. L’unica componente che
poteva essere salvata erano quei 5-6.000 chilometri di ferrovia che
raccordavano le città e che erano la sola parte intensamente usata dei circa
16.000 chilometri di rete. Linee nuove, ad alte prestazioni (250-300 km/h),
dedicate esclusivamente ai passeggeri, avrebbero trovato una domanda disposta
a pagare, così da rendere remunerativo l’investimento.
In questo clima nasce il progetto italiano dell’alta velocità ferroviaria (Tav),
formato dalla grande «T» delle linee da Torino a Venezia e da Milano a
Napoli, a cui poi si era aggiunta la Milano-Genova. Le nuove linee ricalcavano
idealmente il tracciato delle linee forti della rete tradizionale, ma erano
separate: sul presupposto che l’infrastruttura più moderna si sarebbe
ripagata con i proventi del traffico e che per questo poteva essere affidata
in concessione a una società a maggioranza di capitale privato: la Tav (Treno
alta velocità, 60% di capitale privato e 40% di capitale pubblico).
Man mano che il progetto Av entrava nel merito, nell’analisi della domanda,
man mano che si capiva come le nuove linee si integravano con il territorio e
con il resto del sistema dei trasporti, l’impostazione separata veniva meno.
Nel 1997-1999 c’è stata una verifica su richiesta del Parlamento. Nella
verifica parlamentare emerse che la velocità di 250-300 km all’ora
rispondeva più a un’ansia di primati che non a qualche reale necessità. La
domanda di lunga percorrenza era infatti assai modesta; sussistevano invece
grandi quantità di domanda potenziale sulle distanze medie e brevi e per le
merci. Emerse che i costi erano sottostimati e che il finanziamento privato
era privo di qualsiasi credibilità. Alcuni progetti erano già in fase di
realizzazione e si decise di proseguirli: l’unica innovazione fu il
passaggio terminologico da Alta velocità ad Alta capacità. Ma qual è la
differenza? Il progetto è sempre lo stesso, cambia nome man mano che si
scopre che i flussi di persone, e poi di merci, non sono sufficienti a
giustificarle. Fino ad avere l’impressione che le esigenze di trasporto non
abbiano alcun rilievo per la decisione di costruire o meno l’opera.
Piuttosto, la grande emergenza del sistema nazionale dei trasporti sono le
aree metropolitane. Per queste, compresa la Torino-Lione, le infrastrutture ci
sono: basterebbe utilizzarle meglio. Manca invece capacità nei nodi e nelle
linee che servono le conurbazioni e i grandi territori metropolitani: lì
occorre investire. Nonostante che sulla Torino-Milano, a esempio, la tratta
tra Chivasso e Novara fosse assai scarica, il governo di centrosinistra
decise, per la Torino-Milano, di partire con la Torino-Novara-Malpensa, ovvero
quella che serviva meno.
Questa è una logica persistente. Riecheggia in posizioni oggi espresse sulla
Torino-Lione. Posizioni basate sulla parola «strategico», e portate avanti
da un amplissimo arco di politici, che non si preoccupano di capire qualcosa
sulla consistenza della domanda, sui costi e sui benefici. E, ovviamente,
neppure sugli impatti ambientali. Sono posizioni che raccontano di sogni, non
di cose. «La linea è strategica per il Paese»: che cosa vuol dire? «È
strategica per portare dal “sopra le Alpi” al “sotto le Alpi” il
traffico di transito»: un obiettivo desiderabile? Qual è il disegno del
sistema dei trasporti che deve servire il sistema delle città, delle attività,
delle necessità di accesso, dell’insieme di condizioni e di obiettivi che
giustificano, per i trasporti, la parola «strategico»? Di questi problemi
non si parla. L’opera, senza il disegno al quale l’opera deve servire, è
sempre programmaticamente sbagliata. Di questo speriamo si cominci a parlare
il 1° agosto.