STORIA DEGLI IWW----------- http://www.iww.org/it
Franklin Rosemont. Joe Hill. L’ IWW e la
creazione di una controcultura del proletariato rivoluzionario. Chicago,
Charles H. Kerr, 2003.
Loren Goldner
Il Joe Hill di Franklin Rosemont è un bel libro sotto diversi aspetti. In
questi giorni contrassegnati da una guerra senza fine in Medio Oriente, dal
duello Kerry-Bush, in cui negli USA gli uomini politici sembrano ridursi a
quelli di un partito di destra o di estrema destra e il libro fa venirvoglia
di correre fuori di casa e organizzarsi. Sono restio a esaminarlo seriamente
in modo critico. Il libro è importante soprattutto per una nuova generazione
di attivisti che cerca un proprio ruolo tra le macerie ereditate dalla
“sinistra” formata ormai da burocrati: socialdemocratici, stalinisti,
terzomondisti, trotskisti e le loro ideologie stereotipate.
C’è qualcosa di sbalorditivo ed esilarante in un libro che, per dare al
lettore una minima idea della sua portata ( e Rosemont di solito riesce a far
sì che tutto appaia evidente senza alcuno sforzo), narra contemporaneamente
di Apollinaire, Artaud, Franz von Baader, Basho, Blake, Bosch, Lester Bowie,
Byron, Duerer, Victor Hugo, Bob Kaufman, Philip Lamantia, Man Ray, Thelonious
Monk, Gerard de Nerval, Charlie Parker, Erik Satie, Shelley, Vico e Hoene
Wronski. Con fatica ed affetto vengono ricostruite le scarse tracce lasciate
dalla vita errabonda di Hill, forte il nesso con l’IWW e la cultura dei
politici radicali del ventesimo secolo.
L’ispirazione venne a Rosemont quando ebbe la fortuna scoprire l’ IWW nel
1959 e dalla sua capacità di avvicinare un buon numero di rappresentanti dei
“bei tempi andati” che continuavano a riunirsi in quel che rimaneva delle
sedi dei Wobblies a Chicago e Seattle, in particolare. Pertanto, prima di
impostare qualsiasi critica, ritengo necessario descrivere a grandi linee ciò
che Rosemont ha fatto.
Egli fornisce un critico “riesame della letteratura” giungendo alla
conclusione che “debba ancora essere scritta una storia valida e veramente
completa dell’ IWW”. (Rosemont sottolinea come tale lavoro sia reso
oltremodo difficile dal crimine oltraggioso commesso dal governo degli Stati
Uniti nel 1917 quando sequestrò e distrusse i documenti dell’IWW). Parla
del rapporto vitale tra il IWW e Marx, della presa di coscienza della classe
proletaria e dei gruppi di studio sul Capitale, come parte vitale della vita
dell’associazione. A differenza di gran parte della sinistra che sarebbe
seguita “i Wobbli studiarono e lessero veramente Marx”. La loro storia e
la loro importanza è strettamente connessa all’attività degli editori
Charles H. Kerr. Premesso che le successive avanguardie di sinistra produssero
soprattutto pubblicazioni “alcune delle quali decisamente di alta qualità”,
per gli operai le pubblicizioni dell’IWW erano “ fatte da e per loro”.
La maggior parte dei Wobbli, secondo Rosemont, rifiutò l’etichetta di
“sindacalista” e venne considerata nello stesso tempo troppo marxista
dalla maggior parte dei sindacalisti e troppo anarchica da altre, successive,
correnti marxiste. Lo IWW era “veramente informale, molto aperto,
ringiovanito continuamente da nuove energie provenienti dalla base”.
“L’IWW fu un fenomeno unico nella storia del movimento operaio” grazie a
“ l’importanza che dava alla spontanietà, alla poesia, all’umorismo”.
Conoscevano “troppo il lavoro per essere degli “operaisti””. Rosemont
ricorda anche gli spazi sociali creati nei luoghi di riunione Wobbli sparsi
per tutti gli USA.
Rosemont affronta il problema che “ i dati biografici su Hill sono
scoraggianti per la loro scarsità” sebbene” egli fosse probabilmente il
lavoratore stagionale meglio conosciuto nella storia degli USA. Per dirla con
le parole di Hill, senza falsa modestia “non ho molto da dire sulla mia
persona”. Rosemont critica particolarmente (e giustamente) il ritratto
diffamatoriio che Wallace Stegner fece di Hill nel 1948 come di un criminale
comune. Offre un breve biografia su Hill presa dalla “manciata di fatti
concreti, alcune notizie molto probabili, e una valigia sporca di ipotesi
colte e plausibili supposizioni”.
Rosemont scrive” Per tutta la sua vita fu conosciuto soprattutto per le sue
poesie e le sue canzoni” e contribuì con molte sue canzoni al Piccolo Libro
di Canzoni Rosse dei Wobbli. Le pubblicazioni dell’IWW erano piene di poesie
scritte dai suoi membri ma i veri “poeti Wobbli” sono stati quasi
completamente ignorati come poeti. I Wobbli cantavano durante i convegni e gli
scioperi nelle loro sedi.
Come molti Wobbli, Hill si recò in Messico durante la rivoluzione. Nel 1912,
in Canada, partecipò allo sciopero del fiume Fraser. Poi, nel gennaio 1914,
di passaggio a Salt Lake City, venne arrestato come sospetto assassino di un
droghiere locale, venne incastrato con delle prove e giustiziato nel novembre
1915 nonostante una campagna internazionale a sua difesa. Al suo funerale a
Chicago parteciparono decine di migliaia di persone; fu il funerale più
grande che avesse avuto luogo da quello dei martiri di Haymarket nel 1887.
Hill era un artista: un poeta, un compositore, cantautore, pittore e
fumettista. Ancora una volta: è impossibile non tenere conto del ruolo avuto
dalla poesia e dalla canzone nella vita quotidiana e nelle lotte del IWW, che
anticipa alcune manifestazione di scioperanti come il maggio francese nel
‘68 , e che è agli antipodi della cupa atmosfera dei politicanti della
maggior parte della sinistra organizzata negli USA fin dalla Prima Guerra
Mondiale.
Rosemont smonta anche i miti postumi , sia positivi che negativi, che hanno
adombrato la realtà storica. Hill non fu né un militante sprezzante del
pericolo, né un insignificante criminale vagabondo. Rosemont sottolinea che
una mistificazione del ruolo di organizzatore avuto dal modesto Hill equivale
ad alimentare un culto alienato per i “capi” in una organizzazione che
andava fiera di uno slogan antidemagogico come “Siamo tutti dei capi!”
Rosemont rivela una sfumatura lodevole sul tema della razza,tema sul quale
l’IWW, andò radicalmente contro corrente rispetto alla tendenza della
dominante cultura reazionaria. “Anche Joe Hill”, egli scrive “… fu ben
lungi dalla perfezione a questo proposito”,, citando la canzone di Hill
“Le forbici di Bill” che attacca l’odio razzista dell’operaio bianco e
attribuisce a Scissor Bill(Bill la forbice) una serie di brutti epiteti
razzisti che in ogni modo “in un incontro misto fra bianchi e
neri…..avrebbero creato uguale imbarazzo tra chi cantava e chi ascoltava.”.
Nei dieci anni preedenti la Prima Guerra Mondiale, quando Jim CrOw stava
arrivando alla massimo della sua influenza, quando il Presidente
“progressista” Woodrow Wilson era un imperturbabile sostenitore della
supremazia della razza bianca, il IWW si spinse più avanti contro il problema
della supremazia bianca, di quanto avesse mai fatto qualsiasi precedente
organizzazione proletaria. Alla riunione per la sua fondazione prese la parola
Lucy Parsons, la agitatrice dei neri e degli indios messicani, in un’ epoca
in cui la “divisione americana del lavoro (la AF del L) sosteneva
apertamente la legislazione contro gli asiatici e in cui molte delle unioni
affiliate avevano delle esplicite clausole di appartenenza per “soli
bianchi”, l’ IWW accoglieva tra le sue file lavoratori salariati di ogni
colore e nazionalità. Uno di questi Wobbly fu Covington Hall, poeta,
organizzatore e agitatore che partecipò alle lotte dell’IWW
nell’industria del rame in Alabama, che organizzò bianchi e neri nel cuore
del sud di Jim Crow. l’ IWW era forte anche tra gli scaricatori portuali
neri di Filadelfia, Baltimora e altri luoghi.
Rosemont (che è anche autore del brillante pamphlet “Karl Marx e gli
Irochesi” disponibile on line) ci mostra come l’IWW, nei suoi rapporti e
nel suo atteggiamento verso gli indigeni americani fosse in sintonia con i
Quaderni di appunti etnologici di Marx (sconosciuto a quel tempo e ancora oggi
poco noto) più di quanto lo sia mai stata qualsiasi corrente
Socialdemocratica, stalinista, o trotskyista. (Nulla, ammette, si sa su come
la pensasse Joe Hill su queste questioni.)
Nel periodo dell’isteria anti-asiatica, durante il cosiddetto “pericolo
giallo”, Hill divenne esperto a cucinare cibo cinese. Rosemont cita
testimoni diretti presi tra i partecipanti ai campi Wobbly degli stagionali,
altamente egualitari ed antirazzisti.”
Analogamente, i Wobbly erano molto avanti, per il loro tempo, sulla questione
femminile, annoverando molte donne alla testa delle loro file, hanno però la
tendenza a descrivere qualche volta le loro “Ragazze Ribelli”come aventi
il compito di tenere alto il morale dei “Ragazzi Ribelli”. Parlarono
apertamente della prostituzione come di un prodotto diretto
dell’immiserimento della classe proletaria. Combatterono contro la religione
della “speranza illusoria” facendo propri elementi del millenarismo delle
sette protestanti radicali di un era precedente. Rosemont ha alcune intuizioni
particolarmente acute sul modo in cui l’uso capitalista di criminali e
gangsters contro l’IWW abbia facilitatato l’espandersi del gangsterismo
negli USA: una volta avuto il permesso da parte delle élites locali di
scagliarsi in preda a furore omicida contro gli organizzatori della classe
proletaria, i gangsters sapevano troppo per potersene liberare: presero
possesso su basi permanenti della loro parte del bottino.
Molto interessante il materiale che Rosemont ci fornisce sul rapporto tra
l’IWW e il Partito Comunista Americano (o partito“Comico” come lo
chiamarono i Wobbli). L’ IWW acclamò chiaramente la Rivoluzione Russa ma,
per il 1921, nutriva già dei sospetti sull’evidente statalismo che stava
crescendo in Russia. Vale la pena di citare per intero l’esatta esposizione
di Rosemont:
“Dal punto di vista dell’ IWW il PC risultò essere la cosa peggiore mai
accaduta al movimento dei lavoratori degli USA……inoltre, gli Wob
conoscevano la differenza tra la ristretta elite del partito e la vasta
base…..Fu attraverso la loro amara esperienza con la leadership comunista
– che si era autodefinita ‘avanguardia’—che i Wobbli giunsero alla
conclusione che il Partito Comunista non era affatto una organizzazione di
operai bensì un partito della classe media, disperatamente autoritarista,
neobizantino quanto a struttura gerarchica e burocratica, interamente dominato
da una élite intellettuale parassitaria e borghese…”
Rosemont fornisce anche materiale sui Wobbli che furono anche membri della
Federazione Americana dei Lavoratori e più tardi del CIO spingendo verso
un’ unionismo rivoluzionario dei lavoratori dell’industria. Ancora più
interessante è il suo resoconto degli “innumerevoli atti di violenza
perpetrati dagli stalinisti contro elementi più radicali del movimento
operaio qui negli USA.”e che, some sottolinea Rosemont, “non vengono quasi
mai menzionati nei libri sul comunismo negli USA”.
Dopo l’apice dell’ influenza dell’IWW sulla classe operaia, Rosemont ci
mostra che i Wobbli ebbero una coscienza molto avanzata di ciò che oggi
chiameremmo ecologia e che rieccheggia nelle lettere di Hill. Egli scorge
l’influenza che l’IWW ebbe successivamente dalla Beat Generation
(soprattutto attraverso Gary Snyder) alla letteratura popolare. E, ancora una
volta, la poesia:
“Per me, veramente, e per molti miei amici…la poesia ebbe un’importanza
vitale per la nostra entrata nell’IWW. L’enfasi storica e crescente che
l’unione metteva sulla poesia e sulla canzone ci diede immediatamente
l’impressione di una delle qualità decisive che la rendevano unica tra le
organizzazione proletarie e di sinistra. E avevamo ragione: L’avere prodotto
e ispirato più poesia e una poesia migliore di tutte le altre associazioni
messe insieme, non solo distingue l’IWW da tutte le altre unioni, ma la dice
anche lunga su che tipo di mondo stesse cercando di costruire.”
Questa dimensione poetica ha fatto da carburante all’influenza esercitata
dall’IWW sulle avanguardie moderniste, come nei legami di Big Bill Haywood
con Greenwich Village, o i cosiddetti “ Village artists” che lavorarono
allo spettacolo all’aperto di Paterson nel 1913 durante il famoso sciopero
del New Jersey. Rosemont coglie anche un’altra dimensione del periodo di
massima fioritura dell’IWW con un capitolo sull’arte perduta di
improvvisarsi oratori che fu centrale in molte delle loro campagne e venne
chiamata da Vachel Lindsay “il miglior spettacolo di varietà”
Allora, quali sono le mie critiche, che non inficiano certo il valore del
libro di Rosemont? La principale è quella di un ricorso irritante ad una
specie di “speciale perorazione” che collega Joe Hill a temi più ampi di
cui Rosemont ( a ragione) vuole parlare. Joe Hill, ad esempio, fu in Messico
per un certo periodo di tempo durante la rivoluzione messicana e Rosemont ne
approfitta per chiedersi, nel mezzo di undici (molto interessanti) pagine
sull’IWW e la Rivoluzione Messicana, che ruolo possa aver avuto Joe Hill in
questo evento. Qui, come quasi in altri punti della biografia, la mancanza di
dettagli precisi è evidente e frustrante.
Nel 1911 Hill andò alle Hawaii. Rosemont scrive, di nuovo durante una
trattazione molto interessante sulle attività dell’IWW in quei posti.
”Sebbene non sia venuto alla luce documento alcuno su ciò che Hill fece
alle Hawaii, si ha la certezza virtuale che durante la sua permanenza abbia
visitato altre rappresentanze dell’IWW. Alla luce di quanto sappiamo sulla
sua attività in altri luoghi, non sembra improbabile che egli abbia dato una
mano all’agitazione dell’unione alle Hawaii. E non è impossibile che egli
vi abbia avuto un impatto assai maggiore di quanto si possa immaginare. Dopo
il 1911, in ogni caso, le Hawaii divennero una zona calda dei Wobbli”
In un altro punto, Rosemont scrive nove pagine illuminanti sull’IWWs e gli
indigeni americani e ancora una volta si chiede:
“E Joe Hill? Qui siamo completamente al buio. Sul punto di vista di Hill
sulla “questione indiana” ne sappiamo tanto quanto sulla sua opinione
sulla Quinta di Beethoven, o sul Don Chisciotte, o la poesia di Li Po: che è
come dire assolutamente niente”.
Sull’abilità di Hill nella cucina cinese:
“In un clima così carico d’odio, proclamare la propria passione per la
cucina cinese e pavoneggiarsi per la propria abilità a mangiare con le
bacchette equivalevano ad atti di dissidenza e sfida. Non sto cercando di
ingigantire il piccolo; mi rendo conto che i semplici gesti di Hill non
possono essere considerati atti di grande coraggio o di valenza
rivoluzionaria, ma ci dicono molto sul suo pensiero. Non di meno, anche dei
segni di non conformismo così piccoli, personali e non politici, non devono
venire del tutto accantonati; sicuramente hanno qualche siognificato nel più
ampio schema delle cose.”
E potrei continuare. Un mio amico magnanimo ha suggerito che, data l’esiguità
dei fatti noti della vita di Joe Hill, Rosemont lavori come un archeologo che
riscostruisce un’intera era da alcune schegge di vasellame. E in molte parti
del libro il sistema funziona. Il problema è che Rosemont non pone mai la
domanda fondamentale sull’IWW: COSA NON HA FUNZIONATO? E, a differenza di
altri autori che egli cita che hanno scritto brillantemente di episodi
radicali poco noti e dimenticati, come CLR James (in Note sulla Dialettica, o
in Per affrontare la Realtà) o Peter Linebaugh e Marcus Rediker (nella loro
opera a quattro mani L’Idra dalle molte Teste), Rosemont non dà alcuna
spiegazione della sconfitta. In questi tempi desolati non è necessario
indugiare sulla sconfitta. Soprattutto dopo il crollo del cosiddetto “blocco
sovietico (i veri sovietici erano estinti dopo il 1921) quando ridivennero
chiare tutte le alternative sconfitte all’inizio del Novecento da un
socialismo statalista e burocratico: si pensi al pensiero anarchico, al
sindalismo, a figure come Rosa Luxemburg o Amadeo Bordiga, ma soprattutto così
nettamente all’esperienza degli IWW (e non solo negli USA.). Ma se volessimo
ridiscutere l’IWW degli anni tra il 1905 e il 1924 e riproporlo oggi
-progetto che io, come Rosemont, trovo necessario(e urgente)—dovremo capire
meglio perché venne sconfitto.Cosa è successo di quel meraviglioso gruppo di
persone 90-100 anni fa? Il libro di Rosemont è come una brillante meteora che
cada su un asteroide dimenticato in un paesaggio deprimente e noioso. Ma, se
crediamo nei processi storici, siamo costretti ad ammettere che, in modo
curioso, non c’è molta analisi storica in un libro di 640 pagine pieno
zeppo di fatti ed affettuose ricostruzioni sulla vita di Joe Hill e l’IWW e
molto ancora. Se, ad esempio, i trotskysti sbagliano a dire ( come fanno) che
l’IWW venne sconfitto dal Partito Comunista perché i Wobbli mancavano di
quella prospettiva politica coerente che il primo PC aveva ereditato da Lenin
e Trotsky, perché ciò è successo? Perché il movimento di massa degli anni
’30 fu il PC e non l’IWW? Rosemont è pieno di argomenti che possono
tenere fede al sottotitolo del libro che suona “la formazione della
controcultura di una classe lavoratrice rivoluzionaria” e in linea di
massima ci riesce molto bene. Sembra eccessivo, invece, pretendere che un tale
lavoro dica anche qualcosa sull’economia, i cambiamenti tecnologici, il
grande mutamento dello stato capitalista dal 1890 al 1945, o sul trionfo tra
grandi capitalisti, che iniziò nei primi anni ‘30, dell’atteggiamento di
Mark Hanna-Owen Young-Gerard Swope verso i sindicati o, per concludere,
sull’impatto che la cultura di massa (radio, cinema e più tardi la
televisione) e l’educazione di massa ebbero sulla canzone e la poesia
popolare,influenzado la fine dell’IWW. Della maggior parte di queste cose
non si parla affatto. Rosemont attacca Dubofsky e altri accademici che hanno
visto l’IWW in declino nel 1919 e posticipa la crisi al 1924, ma non dedica
nemmeno una riga a difendere la sua tesi. La depressione del 1920 (in coppia
con il Terrore Rosso) hanno fatto piazza pulita delle unioni in tutto il
territorio degli USA. Che impatto ebbe un tale fatto sugli Wobbli? Rosemont
non ne fa parola.
Sottolinea, poi, in modo brillante l’importanza della canzone e della poesia
nel movimento. E’ assolutamente vero e lo sottoscrivo. Ma quale corpus
comune di poesia e canzoni potrebbe oggigiorno avere quel ruolo di punto di
partenza? La maggior parte delle persone di sinistra che conosco non sanno
nemmeno un verso dell’ “Internationale”.
Rosemont ci dice che Joe Hill vive ancora nel ricordo della classe
lavoratrice, e io penso ai lavoratori studenti che ho incontro, ai corsi per
lavoratori e adulti a New York City: nessuno di loro aveva mai sentito
nominare l’IWW, per non parlare di Joe Hill. Rosemont scrive dall’interno
di ciò che oggi è una subcultura e la traveste da cultura di classe.
Di certo, Rosemont, data la portata di ciò che riesce a fare, non è tenuto a
rispondere a molte domande circa “cosa accadde” dopo la fine dell’IWW.
Teniamo conto che Egli non scrive per studiosi di cose antiche, ma
presumibilmente per proporre letture del passato tese ad ispirare il presente
e il futuro. Quando chiudo il libro, con tutto l’entusiasmo che mi
sollecita, voglio, ancora una volta, correre fuori dalla porta e trovarvi la
folla che lavora per riconoscervi un’immagine viva e attuale dei nostri
tempi. Invece mi scontro con un muro, un vuoto che solleva in me quelle
domande che vi ho espresso ed è questo, trovo, il limite del magnifico magico
viaggio di Rosemont. Davvero dobbiamo supporre che decine di migliaia di
persone splendide si siano unite tra il 1905 e il 1924 e siano quindi
misteriosamente sparite nel nulla? Sono molti di più i lavoratori che non si
unirono all’IWW di quelli che lo fecero: chi furono, e perché non vi si
unirono? Fornire degli agganci storici alla “specificità” dell’IWW, sui
suoi punti di forzi e di debolezza nei confronti delle forze che lo
sconfissero è l’unico modo di dare nuova forza alla sua poesia.
(traduzione di Olga Alfonsi)
William D. Haywood, "Big Bill. L'autobiografia di un
rivoluzionario americano fondatore degli IWW", Manifestolibri, 2004, pp.
368, 19 euro
L'arrivo nella città dei Mormoni, l'incontro con i nativi
delle praterie, il lavoro nelle miniere. La vita di William «Big Bill» Haywood,
uno dei fondatori degli «Industrial Workers of The World». I lunghi scioperi e
la repressione costellata da omicidi mirati, linciaggi e arresti in massa.
Infine la sua fuga a Mosca: l'autobiografia di Big Bill Haywood.
Le grandi figure delle lotte e dell'organizzazione operaia
negli Stati Uniti sono stati quasi sempre operai loro stessi. Molti di loro
hanno pubblicato autobiografie, più che scritti teorici: da Terence Powderly,
dei «Knights of Labor», a Samuel Gompers, padre padrone dell'American
Federation of Labor, a William «Big Bill» Haywood, Elizabeth Gurley Flynn,
Ralph Chaplin e «Mother» Jones, rappresentanti dell'Industrial Workers of the
World per buona parte della loro vita. Di alcuni - uno dei più grandi, Eugene
Debs, e uno dei più dottrinari, Daniel De Leon - sono stati raccolti scritti
sulla natura, teoria e strategia dell'organizzazione politica e sindacale
operaia, nessuno dei quali è paragonabile agli scritti teorici degli
intellettuali marxisti e anarchici europei loro contemporanei (o a quelli,
bisogna dire, degli operai fondatori del movimento operaio negli stessi Stati
uniti del primo Ottocento, la cui cultura politica aveva radici profonde). La
difficile saldatura tra teoria e prassi politico-sindacale non è facilmente
sintetizzabile. Tuttavia, possono essere almeno ricordati alcuni degli elementi
di difficoltà. I tempi accelerati dell'evoluzione sociale, produttiva e
politica che sovvertiva continuamente l'ordine delle cose. La schiavitù, il
nativismo xenofobo e il razzismo che escludevano gli afroamericani e
presiedevano all'emarginazione iniziale dei gruppi immigrati poveri e non
protestanti. Le diversità di lingua, cultura, religione e composizione sociale
d'origine che frazionavano il mosaico dei milioni di immigrati operai ed erano
sia l'ostacolo interno alla loro unione, sia il vantaggio di partenza su cui i
padroni potevano contare per comandare tenendo divisi i lavoratori.
Infine, l'elemento su cui mette l'accento la parte finale dell'autobiografia di
Big Bill Haywood: la repressione, brutale e diretta, attuata con ogni mezzo, dei
movimenti sociali e politici di opposizione prima che la loro esperienza potesse
sedimentare la cultura politica necessaria a un'elaborazione teorica non
occasionale o di breve respiro. Con la repressione furono fatti fuori i «Knights
of Labor» dopo il 1886 - dopo gli scioperi per le otto ore e i «fatti di
Haymarket» che hanno dato il Primo Maggio al mondo - e con attacchi ancora più
brutali furono distrutti tra il 1917 e il 1922 Iww, socialisti, comunisti,
anarchici e dissenzienti di varia natura. Senza l'eliminazione degli altri,
forse l'Afl non sarebbe rimasta l'unico filo di continuità nella storia del
movimento sindacale negli Stati Uniti.
La storia di una vita come quella di «Big Bill» Haywood, nato nel 1869,
raccoglie e racchiude gli elementi appena sintetizzati. Le parole di un minatore
irlandese e l'esperienza in miniera insegnano all'adolescente Bill i rudimenti
della lotta di classe e lo portano a entrare nei «Knights of Labor», la prima
organizzazione di massa dei lavoratori negli Stati Uniti. Nel 1896, dopo che la
repressione aveva pressoché spazzato via i Knights of Labor, entra nella
Western Federation of Miners (Wfm), il combattivo sindacato dei minatori
metalliferi dell'Ovest, nato tre anni prima.
Nella Wfm, Haywood viene eletto segretario-tesoriere nel 1901. Ne diventa anche
la figura più popolare: grande e grosso, generoso, pieno di energia, spirito
combattivo e oratore trascinante, Haywood si conquista la fiducia dei minatori
in lotte di grande violenza. Diventa figura di portata nazionale: nel 1905,
sotto la sua presidenza, si apre a Chicago il «Congresso continentale della
classe operaia», l'atto fondativo dell'Iww, cui la Wfm contribuisce il
contingente più numeroso.
Da quel momento e fino al 1920, la storia personale di «Big Bill» Haywood è
indissolubile da quella dell'Iww. E' una storia a tratti esaltante, in occasione
di grandi vittorie come quelle dei minatori di McKees Rocks o di Spokane del
1909 o dei tessili di Lawrence del 1912; e a tratti deprimente, come nel caso
della straordinaria lotta dei setaioli di Paterson del 1913 finita con la
sconfitta. Spesso Haywood finisce sul banco degli imputati, come quando nel 1906
viene letteralmente, illegalmente deportato dal Colorado all'Idaho perché una
montatura di padroni minerari, autorità politiche, polizia e agenti Pinkerton
gli attribuisce l'accusa di avere fatto assassinare il governatore dell'Idaho.
In altri casi le cose non sono così potenzialmente disastrose, ma
l'antisindacalismo padronale con cui tribunali e politica sono largamente
conniventi - non del tutto, per fortuna, come racconta lo stesso Haywood -
rendono assai dura la vita a lui e ai suoi compagni.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Iww e i socialisti statunitensi
(incluse le diverse componenti «nazionali» che del Partito socialista facevano
parte) si dichiararono contro la guerra. E nel 1917, dopo l'entrata in guerra
degli Stati Uniti (e dopo la vittoria della Rivoluzione in Russia), un'ondata di
paura e di sciovinismo patriottico scatenò contro di loro e contro gli
anarchici una repressione isterica. Gli wobblies furono destinatari di una
violenza senza precedenti: sedi razziate e distrutte dalla polizia; militanti
linciati, picchiati, incarcerati a centinaia. Più in generale, grazie alle
leggi di emergenza varate ad hoc, migliaia di oppositori furono processati e
finirono in carcere, centinaia furono deportati nei paesi da cui erano venuti;
la stampa di sinistra fu sequestrata e distrutta, soppressa, censurata o esclusa
dalla circolazione. Archivi, corrispondenza, carte, registri delle
organizzazioni - dell'Iww in particolare - furono sequestrati o distrutti. «L'Iww
era paralizzata - ammise Haywood nel 1920 -. Il ministero della giustizia aveva
sbatacchiato l'organizzazione come un bulldog sbatacchia un sacchetto vuoto».
Lui stesso, a quel punto, era stato in carcere per quasi due anni. Uscito su
cauzione, e ormai malato di diabete, ulcera allo stomaco e stanco, organizzò
l'Ufficio di difesa legale dell'Iww. Era anche tornato a bere. Dopo un'iniziale
fase positiva cominciò a perdere colpi e i compagni che lo aiutavano, privi
dell'esperienza di quelli in carcere, non erano in grado di ovviare alle sue
trascuratezze e sviste, ai suoi errori e alla sua stanchezza. Inoltre, le
tensioni interne erano acutizzate dalle difficoltà economiche, legali e
organizzative. Della sostituzione di cui fu oggetto, con ritegno, scrive solo
che «segretario del Comitato generale di difesa venne eletto John Martin».
Mentre faceva giri di conferenze per raccogliere fondi e tenere viva una qualche
opposizione, giunse a conclusione il percorso legale che lo riguardava. La
condanna a vent'anni di galera avrebbe messo fine alla sua libertà su cauzione.
Invitato dai bolscevichi a espatriare nella Russia sovietica e a partecipare al
varo dell'Internazionale sindacale rossa, Haywood - che aveva partecipato alla
fondazione del Partito comunista negli Stati Uniti nel 1919 e si era iscritto al
partito - decise di lasciare il paese. Il 31 marzo 1921 si imbarcava con un
passaporto falso a Hoboken, sulla sponda del New Jersey di fronte a Manhattan,
sulla Oscar II diretta a Riga, in Lettonia. Uscito sul ponte proprio mentre la
nave passava davanti alla statua della Libertà, scrive: «Salutando la vecchia
megera con la sua fiaccola levata, pensai: `Addio, per troppo tempo mi hai
voltato le spalle. Me ne vado nel paese della libertà'». Il racconto
autobiografico di Big Bill Haywood finisce qui. Le ultime poche righe sono
dedicate al primo incontro con Lenin, avvenuto qualche giorno dopo l'arrivo a
Mosca: «Avevo chiesto al compagno Lenin `se le industrie della Repubblica dei
Soviet sono dirette e amministrate dagli operai'. La sua risposta fu: `Sì,
compagno Haywood, è questo il comunismo'». Col senno di poi, pochi gli
avrebbero perdonato quella fiducia, che pure tanti altri allora condivisero.
Agli anni di «Big Bill» in Urss fino alla morte nel 1928, agli effetti
negativi della sua «diserzione» - come la chiamarono una parte dei suoi
compagni - sull'Iww, e alla scrittura dell'autobiografia sono state dedicate
molte pagine. Alcune, per esempio quelle scritte dal wobbly Ralph Chaplin
vent'anni dopo la sua morte, sono condizionate dal risentimento personale e
dall'anticomunismo; in altre, come quelle in cui Emma Goldman racconta dei loro
incontri a Mosca, risaltano insieme l'umana simpatia per l'antico compagno di
lotta e la disapprovazione per la sua assenza di critica politica verso i
bolscevichi. I biografi come Peter Carlson e gli storici, da Melvyn Dubofsky a
Philip Foner, sono stati sostanzialmente equanimi nei suoi confronti. A Mosca,
Haywood fu accolto come un eroe, scrive Carlson in Roughneck: «I delegati al
Congresso dell'Internazionale comunista lo applaudirono alzandosi in piedi»; ma
il resto dei suoi anni non furono altrettanto esaltanti.
A lui e a un altro wobbly di origine olandese fu affidata alla fine del 1921
l'organizzazione della colonia industriale di Kuzbas, nel bacino carbonifero di
Kuztnez. Haywood prevedeva di far venire alcune migliaia di minatori e tecnici
dagli Stati Uniti, ma ne arrivarono meno di 500, con mogli e figli al seguito.
Poi, i problemi di salute costrinsero lui a lasciare la Siberia per Mosca e la
durezza della vita convinse molti ad abbandonare il progetto. Haywood rinunciò
all'incarico nel 1923. Fece conferenze in giro per il paese e, dalle sue due
camere nell'Hotel Lux, iniziò la stesura dell'autobiografia. Tutti gli
americani di passaggio a Mosca gli facevano visita e molti giornalisti e
militanti - tra cui anche l'italiano Nicola Vecchi, dell'Unione sindacale
italiana - ebbero interviste con lui.
Da una di queste, concessa al corrispondente da Mosca del New York Times, Walter
Duranty, risulta che abbia detto: «Il problema di noi vecchi wobblies è che
noi sappiamo come dargliele ai crumiri, alle guardie delle miniere e alla
polizia, o fare discorsi di battaglia a una folla di scioperanti, ma non la
sappiamo così lunga come i russi su queste cose ideologiche... Questi russi
danno un mucchio d'importanza alla teoria ideologica e, se non stanno attenti,
finiranno per fare a pugni uno di questi giorni». Stanco, malato, vinto dalla
nostalgia e forse dalla delusione, ma non cieco, il vecchio wobbly.
Nel 1948, Ralph Chaplin ipotizzò che tutto quanto Haywood scriveva a Mosca,
dalle lettere ai compagni negli Stati Uniti all'autobiografia, fossero
controllate. «Una cosa era sicura - scrive Chaplin con un'impossibile certezza
- le lettere di Bill mi sembrava che venissero scritte con qualcuno che gli
soffiava sul collo. Mi arrivarono voci che stava segretamente scrivendo un
diario in cui raccontava la storia vera delle sue esperienze nella `Patria dei
lavoratori' e che aveva predisposto le cose in modo tale che nel caso della sua
morte mi fosse trasmesso tramite un corriere». Gli storici sono invece molto
meno propensi a credere a un controllo esterno sulla sua mano. Del resto, la
qualità stessa dell'autobiografia - gli scompensi, una qualche disorganicità e
alcuni errori, ma anche la vivezza non burocratica di tante parti della
narrazione - non sembra sostenere una tale ipotesi; sembra piuttosto
corrispondere ai modi in cui potevano funzionare un umore e una lucidità
variabili e una memoria divisa tra selettività, reticenza e impulso a dire la
verità.
Di fatto, Haywood non tornò più negli Stati Uniti da vivo. Due diversi
attacchi di paralisi schiantarono la «vecchia quercia», come lo aveva definito
affettuosamente Emma Goldman. Morì il 18 maggio 1928. Fu cremato e mentre metà
delle sue ceneri furono sepolte il giorno dopo ai piedi delle mura del Cremlino,
a fianco di quelle dell'altro americano John Reed, l'autore dei Dieci giorni che
sconvolsero il mondo, l'altra metà fu spedita negli Stati Uniti, dove fu
sotterrata nel cimitero di Waldheim, dietro il monumento che ricorda i «martiri
di Chicago» impiccati nel 1887, e fianco a fianco con Lucy Parsons, Emma
Goldman, Elizabeth Gurley Flynn, Joe Hill, William Z. Foster e altri wobblies e
militanti della sinistra negli Stati Uniti.
Bruno Cartosio, "il manifesto", settembre 2004
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Lo spirito dei wobblies
prefazione al libro, di Bruno Cartosio
Le grandi figure delle lotte e dell'organizzazione operaia
negli Stati Uniti sono stati quasi sempre operai loro stessi. Molti di loro
hanno pubblicato autobiografie, più che scritti teorici: da Terence Powderly,
dei «Knights of Labor», a Samuel Gompers, padre padrone dell'American
Federation of Labor, a William «Big Bill» Haywood, Elizabeth Gurley Flynn,
Ralph Chaplin e «Mother» Jones, rappresentanti dell'Industrial Workers of the
World per buona parte della loro vita. Di alcuni - uno dei più grandi, Eugene
Debs, e uno dei più dottrinari, Daniel De Leon - sono stati raccolti scritti
sulla natura, teoria e strategia dell'organizzazione politica e sindacale
operaia, nessuno dei quali è paragonabile agli scritti teorici degli
intellettuali marxisti e anarchici europei loro contemporanei (o a quelli,
bisogna dire, degli operai fondatori del movimento operaio negli stessi Stati
uniti del primo Ottocento, la cui cultura politica aveva radici profonde). La
difficile saldatura tra teoria e prassi politico-sindacale non è facilmente
sintetizzabile. Tuttavia, possono essere almeno ricordati alcuni degli elementi
di difficoltà. I tempi accelerati dell'evoluzione sociale, produttiva e
politica che sovvertiva continuamente l'ordine delle cose. La schiavitù, il
nativismo xenofobo e il razzismo che escludevano gli afroamericani e
presiedevano all'emarginazione iniziale dei gruppi immigrati poveri e non
protestanti. Le diversità di lingua, cultura, religione e composizione sociale
d'origine che frazionavano il mosaico dei milioni di immigrati operai ed erano
sia l'ostacolo interno alla loro unione, sia il vantaggio di partenza su cui i
padroni potevano contare per comandare tenendo divisi i lavoratori.
Infine, l'elemento su cui mette l'accento la parte finale dell'autobiografia di
Big Bill Haywood: la repressione, brutale e diretta, attuata con ogni mezzo, dei
movimenti sociali e politici di opposizione prima che la loro esperienza potesse
sedimentare la cultura politica necessaria a un'elaborazione teorica non
occasionale o di breve respiro. Con la repressione furono fatti fuori i «Knights
of Labor» dopo il 1886 - dopo gli scioperi per le otto ore e i «fatti di
Haymarket» che hanno dato il Primo Maggio al mondo - e con attacchi ancora più
brutali furono distrutti tra il 1917 e il 1922 Iww, socialisti, comunisti,
anarchici e dissenzienti di varia natura. Senza l'eliminazione degli altri,
forse l'Afl non sarebbe rimasta l'unico filo di continuità nella storia del
movimento sindacale negli Stati Uniti.
La storia di una vita come quella di «Big Bill» Haywood, nato nel 1869,
raccoglie e racchiude gli elementi appena sintetizzati. Le parole di un minatore
irlandese e l'esperienza in miniera insegnano all'adolescente Bill i rudimenti
della lotta di classe e lo portano a entrare nei «Knights of Labor», la prima
organizzazione di massa dei lavoratori negli Stati Uniti. Nel 1896, dopo che la
repressione aveva pressoché spazzato via i Knights of Labor, entra nella
Western Federation of Miners (Wfm), il combattivo sindacato dei minatori
metalliferi dell'Ovest, nato tre anni prima.
Nella Wfm, Haywood viene eletto segretario-tesoriere nel 1901. Ne diventa anche
la figura più popolare: grande e grosso, generoso, pieno di energia, spirito
combattivo e oratore trascinante, Haywood si conquista la fiducia dei minatori
in lotte di grande violenza. Diventa figura di portata nazionale: nel 1905,
sotto la sua presidenza, si apre a Chicago il «Congresso continentale della
classe operaia», l'atto fondativo dell'Iww, cui la Wfm contribuisce il
contingente più numeroso.
Da quel momento e fino al 1920, la storia personale di «Big Bill» Haywood è
indissolubile da quella dell'Iww. E' una storia a tratti esaltante, in occasione
di grandi vittorie come quelle dei minatori di McKees Rocks o di Spokane del
1909 o dei tessili di Lawrence del 1912; e a tratti deprimente, come nel caso
della straordinaria lotta dei setaioli di Paterson del 1913 finita con la
sconfitta. Spesso Haywood finisce sul banco degli imputati, come quando nel 1906
viene letteralmente, illegalmente deportato dal Colorado all'Idaho perché una
montatura di padroni minerari, autorità politiche, polizia e agenti Pinkerton
gli attribuisce l'accusa di avere fatto assassinare il governatore dell'Idaho.
In altri casi le cose non sono così potenzialmente disastrose, ma
l'antisindacalismo padronale con cui tribunali e politica sono largamente
conniventi - non del tutto, per fortuna, come racconta lo stesso Haywood -
rendono assai dura la vita a lui e ai suoi compagni.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Iww e i socialisti statunitensi
(incluse le diverse componenti «nazionali» che del Partito socialista facevano
parte) si dichiararono contro la guerra. E nel 1917, dopo l'entrata in guerra
degli Stati Uniti (e dopo la vittoria della Rivoluzione in Russia), un'ondata di
paura e di sciovinismo patriottico scatenò contro di loro e contro gli
anarchici una repressione isterica. Gli wobblies furono destinatari di una
violenza senza precedenti: sedi razziate e distrutte dalla polizia; militanti
linciati, picchiati, incarcerati a centinaia. Più in generale, grazie alle
leggi di emergenza varate ad hoc, migliaia di oppositori furono processati e
finirono in carcere, centinaia furono deportati nei paesi da cui erano venuti;
la stampa di sinistra fu sequestrata e distrutta, soppressa, censurata o esclusa
dalla circolazione. Archivi, corrispondenza, carte, registri delle
organizzazioni - dell'Iww in particolare - furono sequestrati o distrutti. «L'Iww
era paralizzata - ammise Haywood nel 1920 -. Il ministero della giustizia aveva
sbatacchiato l'organizzazione come un bulldog sbatacchia un sacchetto vuoto».
Lui stesso, a quel punto, era stato in carcere per quasi due anni. Uscito su
cauzione, e ormai malato di diabete, ulcera allo stomaco e stanco, organizzò
l'Ufficio di difesa legale dell'Iww. Era anche tornato a bere. Dopo un'iniziale
fase positiva cominciò a perdere colpi e i compagni che lo aiutavano, privi
dell'esperienza di quelli in carcere, non erano in grado di ovviare alle sue
trascuratezze e sviste, ai suoi errori e alla sua stanchezza. Inoltre, le
tensioni interne erano acutizzate dalle difficoltà economiche, legali e
organizzative. Della sostituzione di cui fu oggetto, con ritegno, scrive solo
che «segretario del Comitato generale di difesa venne eletto John Martin».
Mentre faceva giri di conferenze per raccogliere fondi e tenere viva una qualche
opposizione, giunse a conclusione il percorso legale che lo riguardava. La
condanna a vent'anni di galera avrebbe messo fine alla sua libertà su cauzione.
Invitato dai bolscevichi a espatriare nella Russia sovietica e a partecipare al
varo dell'Internazionale sindacale rossa, Haywood - che aveva partecipato alla
fondazione del Partito comunista negli Stati Uniti nel 1919 e si era iscritto al
partito - decise di lasciare il paese. Il 31 marzo 1921 si imbarcava con un
passaporto falso a Hoboken, sulla sponda del New Jersey di fronte a Manhattan,
sulla Oscar II diretta a Riga, in Lettonia. Uscito sul ponte proprio mentre la
nave passava davanti alla statua della Libertà, scrive: «Salutando la vecchia
megera con la sua fiaccola levata, pensai: `Addio, per troppo tempo mi hai
voltato le spalle. Me ne vado nel paese della libertà'». Il racconto
autobiografico di Big Bill Haywood finisce qui. Le ultime poche righe sono
dedicate al primo incontro con Lenin, avvenuto qualche giorno dopo l'arrivo a
Mosca: «Avevo chiesto al compagno Lenin `se le industrie della Repubblica dei
Soviet sono dirette e amministrate dagli operai'. La sua risposta fu: `Sì,
compagno Haywood, è questo il comunismo'». Col senno di poi, pochi gli
avrebbero perdonato quella fiducia, che pure tanti altri allora condivisero.
Agli anni di «Big Bill» in Urss fino alla morte nel 1928, agli effetti
negativi della sua «diserzione» - come la chiamarono una parte dei suoi
compagni - sull'Iww, e alla scrittura dell'autobiografia sono state dedicate
molte pagine. Alcune, per esempio quelle scritte dal wobbly Ralph Chaplin
vent'anni dopo la sua morte, sono condizionate dal risentimento personale e
dall'anticomunismo; in altre, come quelle in cui Emma Goldman racconta dei loro
incontri a Mosca, risaltano insieme l'umana simpatia per l'antico compagno di
lotta e la disapprovazione per la sua assenza di critica politica verso i
bolscevichi. I biografi come Peter Carlson e gli storici, da Melvyn Dubofsky a
Philip Foner, sono stati sostanzialmente equanimi nei suoi confronti. A Mosca,
Haywood fu accolto come un eroe, scrive Carlson in Roughneck: «I delegati al
Congresso dell'Internazionale comunista lo applaudirono alzandosi in piedi»; ma
il resto dei suoi anni non furono altrettanto esaltanti.
A lui e a un altro wobbly di origine olandese fu affidata alla fine del 1921
l'organizzazione della colonia industriale di Kuzbas, nel bacino carbonifero di
Kuztnez. Haywood prevedeva di far venire alcune migliaia di minatori e tecnici
dagli Stati Uniti, ma ne arrivarono meno di 500, con mogli e figli al seguito.
Poi, i problemi di salute costrinsero lui a lasciare la Siberia per Mosca e la
durezza della vita convinse molti ad abbandonare il progetto. Haywood rinunciò
all'incarico nel 1923. Fece conferenze in giro per il paese e, dalle sue due
camere nell'Hotel Lux, iniziò la stesura dell'autobiografia. Tutti gli
americani di passaggio a Mosca gli facevano visita e molti giornalisti e
militanti - tra cui anche l'italiano Nicola Vecchi, dell'Unione sindacale
italiana - ebbero interviste con lui.
Da una di queste, concessa al corrispondente da Mosca del New York Times, Walter
Duranty, risulta che abbia detto: «Il problema di noi vecchi wobblies è che
noi sappiamo come dargliele ai crumiri, alle guardie delle miniere e alla
polizia, o fare discorsi di battaglia a una folla di scioperanti, ma non la
sappiamo così lunga come i russi su queste cose ideologiche... Questi russi
danno un mucchio d'importanza alla teoria ideologica e, se non stanno attenti,
finiranno per fare a pugni uno di questi giorni». Stanco, malato, vinto dalla
nostalgia e forse dalla delusione, ma non cieco, il vecchio wobbly.
Nel 1948, Ralph Chaplin ipotizzò che tutto quanto Haywood scriveva a Mosca,
dalle lettere ai compagni negli Stati Uniti all'autobiografia, fossero
controllate. «Una cosa era sicura - scrive Chaplin con un'impossibile certezza
- le lettere di Bill mi sembrava che venissero scritte con qualcuno che gli
soffiava sul collo. Mi arrivarono voci che stava segretamente scrivendo un
diario in cui raccontava la storia vera delle sue esperienze nella `Patria dei
lavoratori' e che aveva predisposto le cose in modo tale che nel caso della sua
morte mi fosse trasmesso tramite un corriere». Gli storici sono invece molto
meno propensi a credere a un controllo esterno sulla sua mano. Del resto, la
qualità stessa dell'autobiografia - gli scompensi, una qualche disorganicità e
alcuni errori, ma anche la vivezza non burocratica di tante parti della
narrazione - non sembra sostenere una tale ipotesi; sembra piuttosto
corrispondere ai modi in cui potevano funzionare un umore e una lucidità
variabili e una memoria divisa tra selettività, reticenza e impulso a dire la
verità.
Di fatto, Haywood non tornò più negli Stati Uniti da vivo. Due diversi
attacchi di paralisi schiantarono la «vecchia quercia», come lo aveva definito
affettuosamente Emma Goldman. Morì il 18 maggio 1928. Fu cremato e mentre metà
delle sue ceneri furono sepolte il giorno dopo ai piedi delle mura del Cremlino,
a fianco di quelle dell'altro americano John Reed, l'autore dei Dieci giorni che
sconvolsero il mondo, l'altra metà fu spedita negli Stati Uniti, dove fu
sotterrata nel cimitero di Waldheim, dietro il monumento che ricorda i «martiri
di Chicago» impiccati nel 1887, e fianco a fianco con Lucy Parsons, Emma
Goldman, Elizabeth Gurley Flynn, Joe Hill, William Z. Foster e altri wobblies e
militanti della sinistra negli Stati Uniti.
Cento anni fa nascevano gli IWW: luci ed ombre
di un'eroica organizzazione proletaria
Ricorre quest’anno il centenario dello storico sindacato
americano degli Industrial Workers of the World.
Se ne può ripercorrere la storia, ricca di fatti ed
aneddoti, attraverso la biografia di uno dei suoi fondatori: William "Bill"
Haywood 1869 – 1928 (tratto da "Big Bill" edizioni
Manifesto-Libri).
Sin da giovane si sposta attraverso vari stati della
frontiera occidentale degli States, prima al seguito della sua famiglia, poi
egli stesso per lavoro. Ragazzino, ha occasione di conoscere alcuni vecchi
pellerossa che gli narrano le vicende del loro popolo ed il relativo
genocidio compiuto dai bianchi, inoltre assiste al linciaggio ed
impiccagione di alcuni neri, ad opera dei "bravi cittadini
bianchi", perché accusati di reati comuni o perché avevano osato
reclamare quei diritti elementari che la legge americana aveva appena
riconosciuto loro da pochi anni (abolizione della schiavitù).
Va quindi a lavorare in miniera dove gli giungono gli echi
dei fatti di Haymarket -- il 1 maggio del 1886 e la successiva esecuzione
dei "martiri di Chicago"; in lui nasce e si sviluppa
un’embrionale coscienza di classe anarchica e socialista anche grazie
all’influenza di vecchi minatori membri dei Knights of Labor (Cavalieri
del Lavoro – la prima organizzazione di classe americana).
Entra a far parte della Western Federation of Miners, un
combattivo sindacato (che non nasconde le sue idee socialiste) di minatori
di cui dal 1901 è segretario-tesoriere e leader principale grazie alle sue
doti di organizzatore e brillante oratore.
In questi anni vi sono molti scioperi nello stato del
Colorado ed in quelli limitrofi: i lavoratori chiedono il rispetto delle 8
ore di lavoro, aumenti salariali, condizioni di lavoro più sicure – le
compagnie minerarie, riunite in cartelli e fondazioni, rispondono con una
strategia duplice; da una parte, intervento dello Stato sotto forma di
sceriffi, legge marziale e milizia statale (che secondo una prassi allora
non infrequente deporta letteralmente lavoratori e sindacalisti in sciopero
in città lontane od addirittura in altri Stati dell’Unione all’interno
di quelli che oggi sarebbero dei Centri di Permanenza Temporanea – il
tutto a tempo indeterminato, in spregio delle stesse leggi e Costituzioni
borghesi). Dall’altra, fanno largo uso di spie e detectives privati per
provocare incidenti e danni nelle miniere, attriti tra i lavoratori ed
infiltrare e schedare il movimento operaio.
Si noti, ad esempio, che durante un lungo sciopero nella
città di Denver (Colorado) la Citizen Alliance (una fondazione che riuniva
i proprietari di miniere e notabili locali) aveva stabilito di servirsi dei
famigerati detectives privati Pinkerton (e si erano già accordati sul
prezzo di tale "servizio") per far deragliare un treno di
pendolari nell’ora di punta, così da poter incolpare del gesto i
minatori, i quali, esasperati dalla lunghezza dello sciopero e
dall’intransigenza padronale, avevano dichiarato ai giornali di esser
pronti a "gesti estremi" nella lotta (intendendo con ciò
l’espropriazione e la relativa socializzazione delle miniere) e scatenare
la relativa pesante ondata repressiva. (N.B: ciò ben un secolo prima
dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre…).
La risposta operaia, con Haywood in testa, pur se
arrestato e deportato più volte, è la seguente: azione legale, tramite
avvocati d’ispirazione socialista, per veder riconosciuti almeno gli
elementari diritti borghesi -- lo stesso Haywood spesso in tribunale usava
retoricamente questo espediente per dimostrare tutta l’ipocrisia del
sistema borghese -- e promozione della solidarietà operaia in tutto lo
Stato e negli Stati limitrofi tramite scioperi, picchettaggi e raccolte di
fondi per le spese legali e le famiglie degli scioperanti.
Matura in lui l’idea che la classe operaia può vincere
solo generalizzando la lotta ossia, come diceva nei suoi comizi, far
scioperare i tessili insieme ai minatori e poi i ferrovieri e se non basta
tutte le categorie possibili ed immaginabili in solidarietà le une delle
altre -- più tardi egli organizzò sindacalmente anche cow-boys e musicisti
delle orchestre teatrali di Hollywood….
Da qui la necessità di un unico grande sindacato che
andasse oltre le divisioni di mestiere e che organizzasse tutti i lavoratori
– si ricordi che allora l’AFL, il principale sindacato "concertativo",
organizzava solo i lavoratori meglio pagati e rifiutava l’iscrizione a
neri e immigrati. Si arriva dunque al 2-1-1905, quando nella città simbolo
di Chicago si tiene il Congresso di Fondazione degli Industrial Workers of
the World – con centinaia di delegati di vari sindacati di tutto il paese;
Haywood è estensore del preambolo, per alcuni aspetti attualissimo, che
recita così:
la classe dei lavoratori e quella dei capitalisti non
hanno nulla in comune. Non vi può essere pace finché la fame e
l’indigenza sono il retaggio di milioni di lavoratori, finché lo
scarso numero di persone che compongono la classe capitalistica gode di
tutte le buone cose che valgono ad allietare l’esistenza. Fra queste
due classi la lotta deve continuare finché i lavoratori di tutto il
mondo non si organizzino e non diventino una unità che pigli possesso
della terra e delle macchine produttrici, finché non venga abolito il
lavoro salariato. Noi crediamo che il concentramento delle industrie
nelle mani di persone che diventano sempre più esigue metta le unioni
di mestiere nell’impossibilità di tener fronte alla sempre crescente
potenza della classe dei padroni.Invece del motto reazionario 'una paga
equa, per una equa giornata di lavoro' noi dobbiamo iscrivere sul nostro
vessillo l’ammonimento rivoluzionario 'Abolizione del sistema del
salario'.
Missione storica della classe operaia è quella di
sottrarsi completamente alla servitù del capitale. L’esercito dei
produttori deve essere organizzato, non solo per la lotta giornaliera contro
il capitalista ma anche per continuare a produrre quando il capitalismo sarà
rovesciato. Organizzandoci industrialmente noi prepariamo la società
nell’alveo stesso di quella vecchia.
Il sindacato ossia era visto come la base della futura
società comunista cui non si faceva mistero di tendere; si ricordi, tra
parentesi, che le pubblicazioni degli IWW erano stampate a decine di
migliaia in oltre venti lingue. La lotta salariale era inscindibile da
quella per una società senza classi. Tra i numerosi fondatori va ricordata
la presenza di Lucy Parsons, vedova di quell’Albert Parsons "martire
di Chicago" del 1887, che fu attiva negli IWW fino alla sua morte.
Haywood rifiuta l’offerta del Partito Socialista, cui
era iscritto, della candidatura al Congresso – e, in precedenza, alla
carica di governatore dello Stato – perché sostiene che il socialismo si
ottiene con la lotta di classe e non coi voti o i parlamenti. Si attira
perciò una certa ostilità da parte dei socialisti (Debs, De Leon). Nel
1910 partecipa al Congresso dell’Internazionale a Copenhaghen dove conosce
molti esponenti dei partiti socialisti europei tra cui anche Lenin -- seppur
presente sotto falso nome per ragioni di sicurezza.
Gli anni prima della Grande Guerra vedono grandi scioperi
della classe operaia americana come quello dei setaioli di Paterson nel New
Jersey, poi sconfitti, od i minatori di Ludlow in Colorado, che saranno
attaccati e massacrati a decine dalla milizia statale, e gli IWW sono in
prima fila come organizzatori, pagando prezzi alti in termini di repressione
(Haywood ed altri dirigenti trascorrono circa un anno in carcere).Nei comizi
che egli tiene è il primo a meravigliarsi del fatto che gli IWW fossero in
grado di riempire stadi di baseball od il Madison Square Garden di New York
– stimando che all’apice della popolarità gli IWW organizzassero
qualcosa come 200 mila lavoratori in tutti gli States.
Con la prima guerra mondiale e la partecipazione al
massacro imperialistico, il governo americano fa votare una legge sul
"sindacalismo criminale" -- che passa anche grazie ai socialisti
-- volta a stroncare ogni organizzazione operaia che non collaborasse allo
sforzo bellico nell’ambito dell’unità nazionale, in primis gli IWW: non
si contano i militanti condannati a lunghe pene, ed a volte all’ergastolo,
nei famigerati penitenziari di Folsom, San Quintino ed Alcatraz, dove molti
persero la salute fisica ed anche psichica. Molti lavoratori, alla lettura
delle sentenze di condanna, intonano l’Internazionale in segno di spregio
ed estraneità alla corte ed a tutto il sistema borghese. Gli IWW però
proseguono nella loro risoluta campagna internazionalista e disfattista
denunciando come imperialista la guerra su entrambi i fronti e propagandando
la necessità dell’unione internazionale tra i lavoratori.
La Rivoluzione d’Ottobre dà nuovo impulso all’azione
degli IWW e dei lavoratori americani; a Seattle v’è uno sciopero generale
indetto dagli IWW per sabotare l’invio di soldati ed armi americane nella
penisola russa di Sobciak contro i bolscevichi – anche John Reed, allora
in America a far propaganda per i bolscevichi, plaude all’azione degli
IWW.
Alla inevitabile repressione statale si aggiunge ora
quella delle squadracce e dei sicari assoldati dalle associazioni padronali
-- anche qui si vede come fascisti e nazisti europei non abbiano inventato
nulla….; in tutto il paese non si contano le aggressioni ed i linciaggi a
militanti e semplici lavoratori sospettati d’essere membri degli IWW,
nonché gli assalti alle sedi sindacali in cui, va detto, i lavoratori
spesso resistono armi in pugno infliggendo anche perdite agli attaccanti. La
situazione è critica; molti militanti sono in carcere, quelli in libertà
sono sotto continui attacchi, Haywood stesso, che nel frattempo ha aderito
al neonato Partito Comunista (sezione americana dell’Internazionale), ed
altri dirigenti sono liberi su cauzione ma con una condanna pendente sulla
testa a 20 anni di carcere per attività anti-americane – ciò nonostante
intraprende una campagna in tutto il paese per cercare di tenere unita
l’organizzazione e raccogliere fondi.
Nel ’21, all’esecutività della condanna alla
prigione, Haywood ed altri 250 dirigenti con le loro famiglie emigrano
clandestinamente in Urss su invito dell’Internazionale e di Lenin in
particolare per collaborare col governo bolscevico. Egli muore nel 1928 per
un ictus e per sua espressa volontà le sue ceneri vennero sepolte per metà
nel cimitero di Waldheim a Chicago, accanto a quelle di Parsons e degli
altri "martiri", e per metà a Mosca sotto al Cremlino – unico
straniero, oltre John Reed, ad aver avuto questo privilegio. A proposito dei
bolscevichi egli era solito dire nelle interviste ai giornali operai
stranieri – tra l’altro fu intervistato anche dall’anarchico italiano
Nicola Vecchi dell’Unione Sindacale Italiana – che si meravigliava del
fatto che essi passassero così tanto tempo a discutere di questioni
teoriche, temendo che questo potesse essere deleterio alla lunga, mentre
loro IWW erano sempre stati più "pratici".
L’emigrazione/esilio in URSS provocò un certo
smarrimento e fu visto – o presentato -- in seguito come una sorta di
"fuga", contribuendo allo spostamento dell’organizzazione su
posizioni più classicamente anarchiche (anti-partito) che del resto erano
sempre state presenti sin dalla sua fondazione.
Gli IWW sopravvissero nei decenni successivi tra alti e
bassi, ma la loro stagione eroica terminò praticamente negli anni ’20,
quando vennero schiacciati dalla durissima repressione statale e uno dei
loro principi distintivi, l’organizzazione d’industria, venne fatto
proprio dal riformismo. I grandi scioperi degli anni ’30 non sfociarono
nell’abbattimento del sistema capitalistico, ma nel nuovo sindacato CIO,
più moderno strumento di integrazione della forza lavoro nei meccanismi
della società borghese.
Anche questo evidenzia i limiti teorico-politici degli IWW
che, facendo proprie molte parole d’ordine dell’anarco-sindacalismo,
svalutavano il ruolo del partito rivoluzionario in quanto indispensabile
strumento politico per il superamento del capitalismo. La giustissima
esigenza di ricomporre le divisioni di categoria imposte alla classe operaia
dall’organizzazione capitalistica del lavoro, può concretizzarsi solo sul
terreno politico, quindi del partito, non su quello sindacale, per sua
natura espressione di quelle divisioni ed irrimediabilmente legato al
rapporto contrattualistico con la "controparte" padronale. Gli
scioperi, anche quelli più determinati, mirano, nella sostanza, a migliori
condizioni di vendita della forza-lavoro, a un obiettivo, cioè, che può
trovare consensi e generosa partecipazione in strati anche molto ampi della
forza-lavoro, che però, con la chiusura o il rifluire della lotta,
rientrano nei binari della quotidianità.
E’ un errore metodologico gigantesco credere che tutta o
gran parte della classe pervenga in maniera omogenea su posizioni
radicalmente anticapitaliste e vi rimanga anche in assenza di momenti alti
di lotta, a meno di non ritenere che in tempi "normali"
l’ideologia dominante non sia quella della classe dominante. Solo pochi
individui, dentro e fuori il proletariato, arrivano a percepire l’esigenza
di andare oltre la singola lotta, percezione che trova la sua forma
cosciente e coerente nel partito rivoluzionario, il quale permane al di là
degli alti e bassi della lotta di classe, dalla quale però è
dialetticamente alimentato sia sul piano teorico che numerico.
Negli IWW il problema della conquista del potere e della
sue gestione attraverso la dittatura proletaria è risolto o, meglio, non
risolto con il ricorso allo sciopero generale, che avrebbe fatto crollare
l’impalcatura del potere borghese, consegnando ai lavoratori la gestione
diretta dei mezzi di produzione. E’ una visione non solo molto
semplicistica, ma venata di quello stesso evoluzionismo che animava il
riformismo della Seconda Internazionale, perché presupponeva una
progressiva maturazione di massa della coscienza anticapitalista dentro la
società borghese.
Anche per questo, negli anni infuocati del primo
dopoguerra mancò così al generosissimo proletariato multinazionale
statunitense – e del resto del mondo, esclusa la Russia – un partito
rivoluzionario sufficientemente radicato per guidare l’assalto al cielo
del capitale, sebbene una parte dei veramente eroici militanti degli IWW
aderisse ai due partiti comunisti nati nel 1919; fu un mancanza di cui
stiamo ancora scontando le conseguenze.
Damiano Signorini (Partito comunista internazionalista)

il programma comunista 2005