Dal Msi ad An. La biografia dell’Italia in nero
liberazione 21-6-06
Come il cenacolo dei nostalgici, che hanno sognato per decenni la rivincita sulla sconfitta del ’45, si è trasformato in un partito di governo
Guido Caldiron
Mussolini? Il più grande statista del Novecento. Il nostro orizzonte? Costruire il fascismo del 2000. Nell’estate del 1991, rieletto per la seconda volta alla guida del Movimento Sociale Italiano, Gianfranco Fini si esprimeva ancora in questi termini. La nascita di Alleanza Nazionale, la “svolta” di Fiuggi, l’approdo di governo, l’abbraccio con Berlusconi, tutto questo sarebbe venuto in seguito, anche se solo pochi anni dopo. All’epoca era la fedeltà alle origini - “le radici profonde non gelano mai” ripetevano i giovani di destra citando Tolkien, l’autore de Il signore degli anelli - a definire la biografia di Fini.

Il politico che ha offerto il proprio volto, e costruito le proprie fortune, sullo sdoganamento dei neofascisti - “Vota Fini la persona” era lo slogan della sua prima campagna elettorale post-nostalgica, quella delle amministrative di Roma del 1993 che lo vedeva contrapporsi a Rutelli - era, all’epoca, ancora e soltanto l’ex delfino di Giorgio Almirante. Perché è stato Gianfranco Fini a incarnare fin qui nella famiglia della destra nazionale italiana il passaggio del testimone tra le generazioni, tra coloro che sono riusciti ad andare al governo e quelli che invece, oltre mezzo secolo fa, spararono l’ultima raffica di mitra a Salò. Proprio Giorgio Almirante, che era stato tra i fondatori nel 1946 del Movimento Sociale Italiano, lo considerava quasi come un figlio: lo volle prima alla guida dei giovani del partito e poi, poco prima della sua morte nel maggio del 1988, gli affidò la stessa segreteria del Msi. Solo l’inizio di una grande carriera politica.

Ma proprio per il ruolo svolto fin qui da Fini, ora che l’inchiesta di Potenza gli sta passando davvero molto vicino, ad essere messa in discussione non è soltanto la sua leadership, quanto l’approdo attuale dell’intera vicenda umana e politica della destra nazionale.

La storia del neofascismo in Italia è legata strettamente con quella della maggiore formazione politica che questo ambiente ha espresso, il partito dal quale sono passati una gran parte, se non tutti, i protagonisti “in nero” dell’ultimo mezzo secolo di storia italiana.

E’ nello studio romano dell’assicuratore Arturo Michelini che il 26 dicembre del 1946 viene fondato il Movimento Sociale Italiano. Tra i fondatori vi sono ex esponenti del regime fascista come Pino Romualdi e ex repubblichini come Almirante che, dopo essere stato segretario di redazione della rivista La difesa della razza, nata con le Leggi razziali contro gli ebrei del 1938, fu capo di Gabinetto del Ministero della cultura popolare della Rsi e ufficiale delle Brigate nere in Val d’Ossola. Almirante, che sarà segretario del partito a più riprese - e ininterrottamente dal 1969 al 1987 - sintetizzerà lo spirito dei fondatori del Msi nella frase «non rinnegare e non restaurare».

Gli ambienti missini erano però animati soprattutto dall’esplicito desiderio di una rivincita sul 1945. Del resto, che per loro si fosse trattato solo di una sconfitta di natura militare e non politica, era ben illustrato dallo slogan che compariva sulle pubblicazioni nostalgiche, riviste di guerra e romanzi ispirati alle storie dei reduci: «Mancò la fortuna, non l’onore!».

Ma questa revanche fu immaginata per decenni non soltanto attraverso la partecipazione alle elezioni del partito della fiamma tricolore. Prima con gli attentati dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria (Far) già alla fine degli anni Quaranta, per le cui azioni una parte della dirigenza missina finirà sotto processo, e poi con la speranza di un putsh militare, modello greco o latinoamericano per tutti gli anni Sessanta, e infine coltivata nell’applicazione della dottrina della “guerra controrivoluzionaria” attraverso le idee e le azioni di Ordine Nuovo, i cui dirigenti entravano e uscivano dal Comitato centrale del Msi, su tutti Pino Rauti, a seconda dei mandati di cattura che li inseguivano. Nel clima della Guerra fredda, gli ex fascisti sconfitti e i giovani neofascisti che ne avevano scoperto gli ideali, magari in famiglia, trovarono una nuova collocazione. Si andò definendo in particolare uno stretto rapporto con gli ambienti atlantici, quelli dei “vincitori” della guerra mondiale che nel frattempo andavano arruolando personnaggi del calibro di Klaus Barbie - l’ex capo della Gestapo a Lione, poi scoperto e processato negli anni Ottanta -, per utilizzarli nel nuovo conflitto “contro il comunismo”, e con i vertici delle forze armate. E’ in questo clima che si svolse nel maggio del 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma un convegno sulla “Guerra rivoluzionaria” a cui presero parte personaggi che sono transitati per il Msi o appartengono ancora oggi ad An, da Giano Accame a Gino Ragno, da Guido Giannettini a Fausto Gianfranceschi. Accanto a loro esponenti di primo piano dell’esercito, industriali, ma anche, in qualità di osservatori, giovani responsabili dei gruppi extraparlamentari di estrema destra come Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. All’epoca il nemico era a Est e tra i comunisti del nostro paese e la strategia era quella di prevenire un eventuale attacco con una “guerra non convenzionale” combattuta a suon di bombe. La prima tappa di quella guerra non dichiarata sarebbe stata raggiunta il 12 dicembre del 1969 con la strage alla Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Era iniziata la Strategia della tensione.

Quando, nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel marzo del 1997 Gianfranco Fini deciderà, una prima volta per un leader del partito della destra nazionale, di parlare di questo argomento, se la caverà però con poche battute. «L’eversione neofascista cos’era? Spontaneismo armato, reazione, nichilismo ideologico frutto di allucinazione culturale. Non c’era un progetto. Che quel terrorismo stragista abbia usato anche una manovalanza arruolata nell’estrema destra è vero. Ma resta il grande mistero su chi erano gli arruolatori», spiegò Fini in quell’occasione. La pura e semplice ammissione del ruolo svolto dai neofascisti negli anni della Strategia della tensione restava ancora un tabù troppo grande anche per l’uomo che aveva nel frattempo trasformato il Msi in An.

Ma la strategia del Msi correva intanto anche su un altro binario, di natura politica. Così, nel 1960 i voti degli sconfitti del ’45 risultarono determinanti per sostenere il governo guidato dal democristiano, di destra, Fernando Tambroni. Quando però, nell’estate di quello stesso anno, i missini tentarono di tenere il loro congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, studenti e operai lo impedirono, scontrandosi duramente con le forze dell’ordine. Le manifestazioni delle magliette a strisce saranno represse duramente, lo stesso Tambroni darà ordine alla polizia di sparare “in situazioni di emergenza”, ma si estenderanno a molte altre città, da Palermo a Roma, da Licata a Reggio Emilia. Il governo cadrà ma alla fine si conteranno una decina di morti tra i manifestanti.

Chiusa con l’esperienza di Tambroni la possibilità di uno “sdoganamento” dei loro voti, i neofascisti attraverseranno almeno due decenni svolgendo soprattutto un ruolo di sostegno alla repressione dei movimenti sociali - l’assalto degli squadristi guidati da Almirante contro l’occupazione dell’Università di Roma nel 1968 - e il loro coinvolgimento nei capitoli più bui della recente storia italiana: quelli delle stragi.

Un segnale nuovo, sebbene molto contraddittorio, arriverà a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta dagli ambienti giovanili della destra e dello stesso Msi. E’ la stagione di Campo Hobbit, della nascita di una cultura giovanile di destra che non guarda più soltanto ai miti del passato, ma che si misura a suo modo - vale a dire non senza tentazioni passatiste o di apologia dei miti totalitari degli anni Trenta e Quaranta - con temi quale l’ecologia, la musica, perfino il femminismo. A segnare l’immaginario dei giovani missini dell’epoca sono ad esempio i personaggi creati dallo scrittore di origine sudafricana Ronald Ruel Tolkien e su tutti gli hobbit, considerati quasi come un simbolo della rivolta contro la modernità «tecnologica e mercantile».

Questo tentativo di costruire un nuovo immaginario di destra, radicale ma non nostalgico, tornerà in ogni caso utile ai missini soprattutto dopo la nascita di An e la trasformazione del vecchio movimento degli ex reduci in un partito di massa. Preparerà in qualche modo il terreno, dall’interno, alla partecipazione dei postfascisti ai governi Berlusconi del 1994 e del 2001. Prima del governo, arriva però la grande trasformazione.

Il 25, 26 e 27 gennaio del 1995, il Movimento Sociale Italiano tiene a Fiuggi il suo XVII e ultimo congresso. L’assise di quei giorni segna la nascita di un nuovo soggetto politico, nel quale sbarcano anche un pugno di ex democristiani, ma che vede soprattutto la confluenza di gran parte dei missini - e questo senza alcuna esitazione -, si tratta di Alleanza Nazionale.

Nel descrivere quel momento, quella che per i media diventerà rapidamente “la svolta”, Gianfranco Fini parla di «evoluzione e trasformazione e non scioglimento perché è evidente che si tratta di due concetti profondamente diversi. Si scioglie chi è fallito, chi non ha più nulla da dire. Al contrario, si evolve e si trasforma che è vincente, ha ancora molto da dire e ancor più da fare e proprio nella sua naturale evoluzione trova la via più idonea per raggiungere obiettivi più ambiziosi rispetto ai precedenti».

Dopo cinquant’anni gli eredi del neofascismo cambiano pelle, ma solo per adattarsi meglio ai cambiamenti intervenuti nel frattempo in seno alla società italiana. Così, a Fiuggi, la famiglia neofascista si può liberare dei simboli e degli orpelli, divenuti ingestibili e decisamente imbarazzanti, del Novecento. I busti di Mussolini, le foto della Marcia su Roma, la raccolta rilegata della rivista La difesa della razza, possono finire facilmente in soffitta perché è l’anima profonda della destra nazionale ad essere rimasta intatta, attaccata alle proprie radici “ideali” invece che alle camicie nere e ai gagliardetti dei balilla.


Radici che parlano ancora oggi di “Dio, patria e famiglia” e di identità italiana in termini di “sangue e suolo”.

Al punto che, per recuperare i voti di qualche irriducibile nostalgico in occasione delle recenti elezioni politiche, uno degli esponenti più noti di An, Ignazio La Russa, si è espresso così: «Anche chi come voi non condivise la scelta di Fiuggi, oggi deve ammettere che è stata quella svolta a far sì che si potesse aprire la pagina del revisionismo su ciò che vi sta più a cuore, sull’Italia fascista. Sottraendo il fascismo alla contesa politica lo abbiamo consegnato alla storia di questo paese. Abbiamo fatto sì che potesse diventare un elemento di memoria condivisa e non più una grande rimozione».

Il resto, gli ex ministri, gli ex governatori, gli scandali e le intercettazioni telefoniche sono, più che il passato, l’incerto presente della destra nazionale.