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di Ferdinando Fasce
L'instancabile talpa della storia americana
Howard Zinn, il grande veterano della storia di sinistra negli Stati
Uniti, è scomparso ieri a 87 anni. Era, prima che uno straordinario
storico, una persona amabile, divertente, con il rigore e l'onestà
stampate su un sorriso da ragazzo, come il ciuffo di capelli resi solo
bianchi dal tempo. Ebbi la fortuna di vederlo all'opera un pomeriggio
della primavera di una quindicina di anni fa, a Forlì. Zinn quell'anno
era titolare della cattedra Fulbright a Bologna e venne a fare una lezione
nella sede universitaria decentrata della città romagnola, nel mio corso
di Storia americana. Si offrì gentilmente di fare qualcosa sul tema che
insegnavo, l'evoluzione della presidenza. Ci mise pochissimo a incendiare
l'uditorio, in modo avvolgente e soffuso, con un pacatissimo e
appassionato discorso su come i movimenti avessero incalzato, con alterne
fortune, i presidenti, da Lincoln a Clinton. Fulminò Kennedy riprendendo
la brillante definizione di «emancipatore riluttante», da lui stesso
data, a caldo, nel dicembre del 1962, con anni e anni di anticipo sulle
ricerche condotte, in seguito, da tanti più giovani colleghi. Quel
discorso mi persuase che senza una bella dose di società, classe, razza,
genere tutta la politologia che mi ingollavo e facevo ingollare a quei
ragazzi non serviva a niente. Aprì prospettive che io e la classe neppure
ci sognavamo, mettendo in pratica quello che scrive nel suo Disobbedienza
e democrazia. Lo spirito della ribellione (Il Saggiatore, 2003), cioè che
lui cercava «nel passato saggezza e ispirazione per i movimenti che
perseguono la giustizia sociale». E non si era mai preoccupato dell'«ossessione
dell' 'obiettività'» perché era «giunto alla conclusione che dietro
ogni fatto che viene presentato c'è un giudizio». Va da sé che invece
poi, quando toccava un argomento, lo lavorava ai fianchi senza soste, con
prove e controprove, rigirandolo da tutti i lati, come tanti presunti «scienziati»,
della storia o delle scienze sociali, non faranno mai.
Ho imparato ad ammirare il suo lavoro esattamente trent'anni fa,
comprando, in una libreria di Pittsburgh, A People's History of the United
States (da noi Storia del popolo americano, Il Saggiatore, 2005). Era la
prima vera storia «alternativa» degli Stati Uniti, ha avuto innumerevoli
ristampe, battendo ogni record di vendita e mostrando che ogni tanto la
legge di Gresham non si applica, qualche volta la moneta buona ha la
meglio su quella cattiva. Vi echeggiava l'acutezza dello studioso che non
aveva mai dimenticato le sue origini, il fatto di essere figlio di un
cameriere e di una casalinga ebrei immigrati, anzi ne aveva fatto la base
del suo sapere. Un altro storico militante, James Green, definì il libro
una «sinfonia per la gente comune», parafrasando il titolo del pezzo del
musicista del New Deal Aaron Copeland, Fanfare for the Common Man. Il
sesto capitolo si apre con parole che dovrebbero rileggere i protagonisti
delle tristi cronache politiche sessiste di casa nostra: «Leggendo i
soliti libri di storia, ci si può dimenticare metà della popolazione del
paese. Gli esploratori erano uomini, i proprietari terrieri e i mercanti
erano uomini, i leader politici erano uomini, e così i militari.
L'invisibilità delle donne, il fatto che siano trascurate, è un segno
della loro condizione sommersa».
Ma la sua vita non era fatta solo di libri e di schede di lettura. Zinn ha
anche molto amato il teatro. Portano infatti la sua firma tre opere che
sono state rappresentate nel corso del tempo in molti teatri in giro per
il mondo. La prima piece, del 1976, è dedicata a Emma Goldman, esponente
di primo piano dell'anarchismo e del pensiero libertario negli Stati Uniti
che fu espulsa dagli Stati Uniti per lasua attività teorica, politica e
per le sue prese di posizioni pubbliche contro il militarismo, a favore
del movimento operaio e per i diritti dei migranti. La seconda opera
teatrale, Daughter of Venus, è invece dedicata al clima di terrore e di
sospetto dominante che negli Stati Uniti durante la guerra fredda. E sua
è anche Marx in Soho, opera sulla vita di Marx, ma nella quale lo storico
statunitense argomentava che il crollo del Muro di Berlino significava
certo la fine del socialismo reale, ma il mondo unificato del mercato
avrebbe rivisto sorgere nuovamente forti movimenti di critica al
capitalismo. Howard Zinn ha diretto anche dei documentari, come quello The
People Speak, una sorta di videoinchiesta sugli Stati Uniti durante il
lungo inverno neoliberista.
In La guerra giusta (Charta, 2006), testo di una conferenza da lui tenuta
a Roma nel giugno 2005 su invito di Emergency), Zinn esplorò la questione
delle questioni, indicata dal titolo, senza lasciarsi andare a prediche o
giaculatorie. Lo fece invece, in maniera sobria e pacata, mettendo a
frutto la sua esperienza di storico, di militante contro la guerra, ma
anche di ex membro dell'equipaggio di un B-17, un bombardiere pesante che,
durante la seconda guerra mondiale, effettuò diversi raid e sganciò
bombe «su Berlino, su altre città in Germania, in Ungheria, in
Cecoslovacchia e anche su un piccolo villaggio della costa atlantica
francese». «Io - dice - volevo dare il mio contributo alla sconfitta del
fascismo... questa guerra, pensavo, non era per il profitto o per
l'impero, era una guerra di popolo, una guerra contro l'indicibile
brutalità del fascismo... Quella era una guerra giusta».
Poi, la lettura del resoconto di un giornalista sulla Hiroshima del
dopo-bomba lo sconvolse. «Per la prima volta - dice Zinn - mi resi conto
che non avevo idea di quello che facevo agli esseri umani quando sganciavo
bombe sulle città in Europa... la guerra corrompe chiunque vi prenda
parte» perché «avvelena le menti e gli animi della gente su tutti i
fronti». |
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