radio Singer

Una fabbrica, una città. La Singer di Leinì e le sue storie

Regia: Pietro Balla

Soggetto: Pietro Balla, Marcella Filippa, Enrico Miletto

Una produzione: Fondazione Vera Nocentini/Deriva Film

Con il sostegno di: Film Commission Torino Piemonte, Provincia di Torino, Comune di Leinì, Fim - Cisl Torino, FNP - Cisl Torino.

La Singer di Leinì, alle porte di Torino, nasce negli anni Cinquanta, vive a pieno il boom economico degli anni Sessanta, e conosce poi un lento ma inarrestabile declino negli anni Settanta, fino alla definitiva chiusura nel 1978.

Il suo arrivo segna profondamente le dinamiche del luogo che la vede crescere: donne e uomini che dentro l’edificio lavorano, crescono, protestano, si aggregano. Vivono. La storia dell’azienda è paradigmatica di quello che l’industria italiana ha rappresentato in quegli anni per il nostro Paese, che vede incrociarsi la vita delle persone con i simboli del nuovo benessere (come i frigoriferi nuovi di zecca che ogni giorno escono proprio dallo stabilimento Singer), il tempo libero con i ritmi della fabbrica, le proteste operaie con alcuni eventi culturali di altissimo livello. Il documentario vuole ripercorrere questa vicenda, attraverso interviste, filmati realizzati ad hoc e materiale d’archivio, per rivivere le tappe più importanti del racconto: i percorsi di lavoro e di immigrazione con i grandi flussi di lavoratori giunti in Piemonte dal Veneto, dal Sud, e da altre regioni italiane; il conseguente spopolamento della campagna, con le sue tradizioni millenarie che scompaiono inghiottite dalle nuove aree industriali. La fabbrica e le sue vicende diventano un punto di osservazione privilegiato per narrare i nuovi universi lavorativi che mescolano tempo libero ed esperienze sindacali e culturali fiorite proprio tra i cancelli della fabbrica. Alla notizia della chiusura dello stabilimento, ed è questo che rende la Singer in qualche modo unica, non ci si limita a scioperi, cortei e manifestazioni. All’interno della fabbrica occupata, le lotte per la difesa della produzione e del posto di lavoro si intrecciano con eventi culturali di altissimo livello organizzati dagli stessi lavoratori. Sul palco della Singer si esibiscono Guccini, Milva, Franca Rame, Dario Fo e il Living Theatre, che per la prima volta propone un percorso teatrale anticipando il teatro di comunità, i cui contenuti emergeranno in maniera rilevante nei decenni successivi. Tutto questo rappresenta un elemento di pressoché assoluta novità nel panorama delle lotte operaie di quegli anni. Un percorso di protesta che si fa percorso creativo, grazie anche alla diretta partecipazione dei lavoratori che danno vita a Radio Singer, la prima radio libera a trasmettere da una fabbrica, e realizzano numerosi murales sulle pareti dello stabilimento. Artisti ed operai che, grazie al documentario, potranno tornare a ricordare quei giorni, raccontando a distanza di anni, quelle esperienze.

Un viaggio che si intreccia con il territorio circostante, segnandolo profondamente e facendo emergere lo stretto legame esistente tra una città e la sua fabbrica e di come questa abbia profondamente influenzato le vicende personali e collettive di uomini e donne nel nostro Paese.

Il documentario è in fase di produzione. Si prevede di ultimarne la realizzazione per

l’autunno 2009.

 

 

Cronaca di Torino
(Del 14/11/2009 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 71)

Il film di Pietro Balla
Radio Singer e la lotta operaia




«No, io quella mattina non c’ero. Una giornata piovosa, il cielo grigio, ero rimasto a casa e le notizie le ascoltai dalla radio». La mattina del 1° ottobre 1977 Pietro Balla, studente al terzo anno di Scienze Politiche e militante di sinistra, i tragici fatti dell’Angelo Azzurro li seppe dai racconti che andavano via etere: «Dalle descrizioni, dal tono della voce di chi si trovava davanti al bar in via Po angolo via Sant’Ottavio dove erano state lanciate le molotov e moriva bruciato un ragazzo passò un solo pensiero: era tutto finito. Era stata spazzata via l’utopia». A distanza di trentadue anni il regista ha trovato il modo di tornare a quella mattina, che nella finzione cinematografica del suo «studio per un film possibile» dal titolo «Radio Singer», presentato oggi alle 17 nella sezione Italiana.doc al Greenwich, fa coincidere con lo smantellamento di Radio Torino Singer. Fu la radio libera creata dagli operai della fabbrica di Leinì in lotta contro la chiusura dal 1974, i cui microfoni vennero spenti nell’autunno del 1977. Erano 2.200 dipendenti, producevano frigoriferi e lavatrici, perché le macchine da cucire nascevano nella casa madre statunitense, che quando agli inizi degli Anni Settanta cominciò a risentire della crisi decise di chiudere lo stabilimento torinese. Nel luglio del 1975 la direzione presentò una richiesta di cassa integrazione pesante, con la collocazione di 1788 operai a zero ore da settembre. Il 21 ottobre della stesso anno il direttore del personale dello stabilimento di Leinì fu vittima di un agguato delle Brigate Rosse. «Una vicenda durissima e lunga, durante la quale gli operai inventarono nuove forme di lotta. All’interno della fabbrica cominciarono a organizzare concerti, arrivarono Guccini, De Andrè, Milva; fecero spettacoli Dario Fo e Franca Rame, persino il Living Theatre. E crearono una delle prime radio libere italiane, che trasmetteva dalla canonica della parrocchia di Leinì», racconta Pietro Balla, una storia che dentro il suo film ha le immagini di repertorio girate all’epoca degli operai, mentre a dare lo sguardo attuale sono le riprese in mezzo alla gente, oggi, in piazza Vittorio. E le sue parole di voce protagonista fuori campo. «E’ un lavoro sul fallimento: del movimento del ‘77, dello scontro di fabbrica, che non fece altro che anticipare ciò che poi avvenne in Fiat, e di una storia personale». Il rapporto fra due ragazzi, Maddalena, 21 anni, la mattina del 1 ottobre alle 9,15 per l’ultima volta seduta alla postazione di Radio Singer e pronta con le cuffie in testa a trasmettere; e il suo fidanzato, uno studente di scienze politiche. Nello stesso momento parte un corteo di 20 mila ragazzi verso Palazzo Nuovo, e qualche ora dopo nella parrocchia di Leinì la polizia postale entra per far morire la radio. «Se potessi girare senza incombenze di produzione lo sviluppo di questo film, nato su un progetto della Fondazione Vera Nocentini e per cui abbiamo lavorato due anni nella raccolta di testimonianze fra le famiglie di ex operai, avrebbe solo protagonisti anonimi. E un’idea: che ciò che sta avvenendo oggi in Italia, ha radici nei fatti di quel giorno».

 

  • INTERVISTA   |   di Roberto Silvestri - TORINO
    INTERVISTE
    Radio Singer, una lotta per il lavoro «che libera»
    Al via il 27/mo festival di Torino. Pietro Balla parla del suo doc
    Gioventù bruciata, e i primi classici maledetti di Nagisa Oshima tanto per far capire che tipo di festival è, hanno aperto ieri alle 15 il 27° Tff. Per il primo anno il direttore artistico è Gianni Amelio, che ha lasciato però semi-intatta la squadra creata da Nanni Moretti. E oggi, senza chiedere il permesso al ministro Bondi, a rischio di perdere le sovvenzioni ministeriali, alle ore 17 al Greenwich 1 anteprima di Radio Singer, un documentario di Pietro Balla sulle lotte del 1977 degli operai di Leinì (presso Torino). Scioperi che non furono solo di stile sindacale, occupazione creativa della fabbrica, come si usa oggi, trasformata «in multiplex» con concerti (Milva) e spettacoli teatrali (Dario Fo), la creazione di un radio libera di fabbrica per reagire alle bugie (anche allora dei media ufficiali) e altre manifestazioni di appoggio dell'operaio sociale.
    E poi cortei cittadini, le provocazioni della polizia, gli scontri duri con le molotov (con la morte accidentale di un cliente del locale L'Angelo Azzurro)... Il tutto dopo la decisione della multinazione di chiudere quel complesso d'avanguardia (che produceva frigoriferi) e mandare a casa operai troppo indocili allo sfruttamento, troppo autonomi (dalle leggi del profitto) e troppo politicizzati per non reagire con ogni mezzo necessario, anche criminale... Il contrattacco padronale, fiancheggiato già allora dalla mafia spacciatrice assassina di droga pesante, iniziava a dare risultati. E il regista per trasmettere lo shock di quell'era di speranze che stava morendo, scodella i dati disponibili esterni e «interni», anzi intimissimi, inventandosi una straziante storia di cuore, di abbandono, di suicidio...
    Che c'entri con la Singer? È vero che il personaggio della ragazza che si suicida è un trucco drammaturgico, ma perché torni su quella lotta?
    Andavo all'Itis Pininfarina. Quinta, ultimo anno. Cortei verso le porte del Lingotto. Lotta del movimento studentesco e solidarietà di studenti agli operai in lotta. Partivamo dalla periferia estrema di Torino. Dove c'era l'Emanuel. Costruiva tra l'altro le macchine per autolavaggi. Lo stabilimento di Moncalieri stava per chiudere. Dai due cortei (studenti e operai) partivano slogan. E insieme all'Emanuel si citava sempre la Singer, un'altra fabbrica che lottava per mantenere la produzione. E poi gli striscioni Singer davanti al Lingotto...
    Che storia particolare è quella della Singer?
    È l'anticipo della storia economica che nel 1980 porterà la conflittualità ai massimi livelli con l'occupazione della Fiat. E porterà la sconfitta del movimento con la marcia dei 40mila. E sancirà la fine di tutto. Quella mattina del 15 ottobre 1980 quando la polizia ripulirà dai picchetti sindacali le porte della Fiat. Dopo la marcia, tutto cambierà. E oggi siamo ancora a non capirci nulla, perché allora nessuno seppe capire prima durante e dopo quella terribile sconfitta. Era tutto scritto nella lotta per il lavoro alla Singer. Come alla Emanuel. Fabbriche chiuse e operai in cassa integrazione.
    Una serie di nodi politici si sciolgono e si riannodano in quella vertenza. In un ordine a piacere, sensazione che tutto quel che si è fatto non cambierà nulla (suicidio, droga)...
    Suicidio. È un'onda emotiva che di questi tempi mi colpisce. Mi viene da pensare spesso a Pasquale Cavaliere e a Alexander Lange. Con Pasquale ho parlato una sola volta, in aeroporto a Caselle, prima di un volo per Roma. Era un leader della sinistra locale e nazionale. Pasquale è morto a Cordoba, si dice in circostanze misteriose, forse suicidio, aveva 41 anni. Aveva lavorato per il dialogo con i centri sociali dopo le tristissime vicende di Sole e Baleno (suicidatisi a distanza di pochi mesi) finiti nel tritacarne dell'inchiesta sugli attentati alla Tav. Lange non l'ho conosciuto. È morto suicida a Firenze nel 1995, a 49 anni. Era un leader dei Verdi. Non mi interessavano i Verdi, ma le sue parole sì. Cercavano risposte nel lavoro politico quotidiano. E si sono autoespulsi. Come Guy Debord.
    Altro tema: controllo operaio dal basso senza leader e necessità del sindacato di non perdere il controllo delle lotte...
    Belle storie. Il tentativo di impossessarsi del sapere. Operaio e Sociale. Faceva il paio con il mio tentativo di uscire fuori dal medioevo culturale di cui era intrisa la mia formazione. Sangue sudore e lacrime. La subordinazione al potere costituito. La supremazia del lavoro fisico. La mancanza di legittimazione della parola scritta, cantata, filmata. Il ridicolo di cui tutti balordi venivano coperti da quella società piegata sotto il tallone della produzione di merci. Ero con quegli operai che con lingua traballante, come la mia, con lucidità traballante, come la mia, cercavano di riprendersi «Le Storie», non la storia.
    Nascita delle radio libere...
    Fantastiche. Avevo una radio a transistor da casa, non quelle piccole da passeggio. Me l'aveva regalata un anziano del Geriatrico a cui tutti i giorni portavo due pagnotte di pane. Quella radio mi ha rimandato tutta la mattinata del 1 ottobre 1977. Ero steso su un letto e non riuscivo a spegnerla. Era Radio Torino Alternativa. Non avevo avuto la forza di andare a quel corteo. Il sabato in panetteria dei miei genitori, si cominciava a lavorare alle 3 e mezza del mattino e poi, chi aveva la forza alle 9 di andare in auto a Torino! Vivo nel mito di due radio, Bra Onda Rossa e Radio Singer. Non le potevo ascoltare dal paesino in cui vivevo, ma Radio Bra era quella del Pdup, partito di unità proletaria per il comunismo...Radio Singer erano i concerti e il Living Theatre, sopra gli altri. All'avanguardia, come i suoi operai.
    Il rapporto di quelle lotte con l'oggi è sottolineato all'inizio: il film nasce dalla rabbia di veder «morire» quello precedente, sulla Thyssen, e di provocare ancora con parole oscene come lotta di classe e classe operaia?
    Le lotte non muoiono mai. Oggi sono solitarie (sui tetti, da soli a occupare la fabbrica, sui cornicioni) ma la talpa prosegue. Sì, era fondamentale partire da Thyssenkrupp Blues per tre ragioni. La prima: non mi sento di parlare di gente che lotta per il lavoro da «fuori». Non mi invento narratore di storie di operai. Ho una cultura «medievale», per me è importante dire che sto dentro al lavoro... E che il mio mestiere di finto regista è tempo libero del lavoro di vero ferroviere. Seconda: sono incazzato perché ho fallito con Carlo Marrapodi (il protagonista di Thyssenkrupp Blues). Dovevo andare avanti con quel film, raccontare in maniera dardenniana il seguito, Carlo doveva «recitare»... Terza: volevo terremotare la percezione. Volevo che la mia voce (il regista) intossicasse l'ambiente e costringesse lo spettatore alla domanda: «la storia che mi si srotola davanti fino a che punto è vera?»...
    E la forma-documentario?
    Da tempo si lavora a doc «a più strati», no? Più si è soggettivi più si è oggettivi.. Mi ha colpito l'intervista a uno dei Dardenne pubblicata su Alias qualche tempo fa. Diceva che loro sono passati al cinema di finzione perché si rendeva impossibile andare oltre nella finzionalizzazione (perdona il termine) del materiale ripreso dal vero. E forse, quando la vita sanguina, la telecamera si spegne da sola.