| numero 3 febbraio 2000 |
Sinistra e immigrati
UN'ANTICA DIFFIDENZA
Enrico Pugliese
Il dibattito attuale della sinistra
sull'immigrazione, e le iniziative corrispondenti, negli ultimi
anni si sono focalizzate essenzialmente su un aspetto: la
protezione degli immigrati, cioè la lotta contro la
discriminazione, la battaglia culturale contro gli stereotipi del
razzismo, la lotta contro la rigida chiusura delle frontiere,
l'impegno per un accesso sempre più largo ai benefici delle
politiche sociali nei paesi di arrivo. Molto meno forte invece è
stato l'interesse per la situazione nelle aree di partenza, vale
a dire per i fattori sociali (e soprattutto economici) che sono
alla base della spinta a emigrare e per gli effetti sociali ed
economici che l'immigrazione ha sulle aree di partenza.
Ciò è comprensibile per diversi ordini di motivi. In primo
luogo l'analisi dei rapporti tra nord e sud del mondo, di quello
che una volta si chiamava l'imperialismo, ha perso alcuni
elementi di forza politica: l'esito della lotta anticolonialista
ha dato dei risultati ultimi molto deludenti rispetto alle grandi
aspettative del passato.
Lo stesso dibattito sulla globalizzazione, che pure risulta
capace di mettere in luce le nuove forme di oppressione dei
popoli del sud del mondo, presenta enormi elementi di confusione
e non ha certo la carica politica e ideologica delle analisi
sull'imperialismo e sulla questione coloniale.
Il segnale lanciato da Seattle è senza dubbio importante e forse
indica una inversione di tendenza, ma siamo ancora agli inizi.
L'altro motivo, molto più pratico, è la difficoltà di proporre
qualcosa di serio come alternativa all'emigrazione dai paesi
poveri, non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo.
Anche coloro i quali non hanno dubbi sul fatto che l'emigrazione
non risolve i problemi dei paesi del sud del mondo, e che nella
migliore delle ipotesi li allevia marginalmente, non mostrano un
atteggiamento di chiusura nei confronti degli immigrati: di
coloro che sono qui ora, o che stanno arrivando.
C'è insomma un cambiamento nella sinistra e nelle forze
politiche che si richiamano alla tradizione del movimento operaio
- o forse di una parte di essa - in direzione di una maggior
apertura nei confronti dell'immigrazione: per necessità e per
virtù. Eppure restano ancora in piedi molte incomprensioni,
frutto spesso dei residui di antichi convincimenti e antiche
tradizioni.
Cominciamo con un po' di storia. Il movimento operaio
organizzato, in generale, non ha visto di buon grado
l'immigrazione e - detto francamente - neanche gli immigrati. La
tanto conclamata solidarietà internazionale non sempre si è
espressa nei confronti degli immigrati in carne e ossa.
D'altronde il ruolo della forza lavoro d'immigrazione nella
compressione del salario degli operai è cosa nota e largamente
teorizzata dalla sinistra, anche se con grande schematismo e
spesso ben al di là di quanto le concrete condizioni storiche
richiedessero. Si pensi appunto all'America e al contributo
dell'immigrazione alla crescita economica e al benessere di
tutti, classe operaia compresa. Ma anche nella "Nazione di
emigranti" le simpatie del movimento operaio organizzato per
gli immigrati storicamente sono state scarse. Samuel Gompers,
presidente dell'American Federation of Labour, in una lettera del
1896 al segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Francesco
Merlino, spiegava l'atteggiamento anti-immigrati della sua
organizzazione in base ai motivi seguenti: a) in primo luogo i
lavoratori americani sono impegnati in una lotta per un più alto
tenore di vita e questo viene ostacolato dalla immigrazione che
determina una eccessiva offerta di lavoro; b) in secondo luogo è
difficile organizzare sindacalmente i lavoratori italiani che non
conoscono la solidarietà richiesta dal sindacato americano; c)
in terzo luogo - e questo è l'aspetto più equivoco e anche un
po' odioso - l'emigrazione è negativa anche per i lavoratori dei
paesi di provenienza: infatti, se fossero rimasti in Italia gli
immigrati avrebbero esercitato una forte pressione sociale e
politica costringendo il governo a migliorare le condizioni di
lavoro. Si potrà obiettare che Gompers non era proprio di
sinistra, ma l'orientamento da lui espresso è stato spesso
prevalente nel movimento operaio.
E non sono mancati seri conflitti a questo riguardo. Tuttavia gli
immigrati sono in generale riusciti a lungo andare a imporre la
loro presenza, il loro diritto a esserci. D'altronde la classe
operaia, fin dalle sue origini, è stata costituita da immigrati.
Nella Inghilterra delle enclousures e della prima rivoluzione
industriale le manifatture assorbirono i nuovi proletari espulsi
dalle campagne.
Nell'Ottocento il fenomeno divenne di massa, l'emigrazione si
realizzò su scala mondiale e gli ex contadini divennero i nuovi
proletari, prima disprezzati e discriminati poi parte organica
della classe operaia nazionale dei paesi di immigrazione.
Alla fine - e questo, ad esempio, è il caso dell'America - essi
hanno spesso preso la leadership del movimento operaio e delle
organizzazioni sindacali: processo che è avvenuto
contestualmente al cambiamento nell'organizzazione sindacale e
nelle forme di rappresentanza. Sempre restando nel caso
dell'America, il passaggio alla organizzazione del lavoro del
tipo fordista-taylorista ha dato spazio nella composizione della
classe operaia e nella leadership del movimento operaio a quelli
di più recente immigrazione: irlandesi, italiani, ebrei
dell'Est. Ma c'è stato sempre chi ha spiegato a queste masse di
lavoratori che era meglio per tutti se se ne stavano a casa loro.
L'avversionedel movimento operaio
L'opposizione all'emigrazione da parte del movimento operaio e
della sinistra non si è espressa solo nei paesi di arrivo, ma
spesso anche nei paesi di provenienza. Per inciso va detto che
ciò non è più vero ora. È difficile trovare nella tragica
situazione economica e del mercato del lavoro dei paesi del Terzo
Mondo un qualche intellettuale o studioso di sinistra che abbia
il coraggio di raccomandare di non emigrare. La gente rivendica
il diritto di andarsi a cercare altrove i mezzi per sopravvivere
e nessuno osa opporvisi. Solo da chi sta nei paesi di
immigrazione arrivano raccomandazioni sulle "alternative
all'emigrazione" e sui costi della emigrazione per le aree
di partenza.
In ogni caso è sempre bene guardare ai movimenti migratori,
tanto dal punto di vista dei paesi di partenza, quanto dal punto
di vista dei paesi d'arrivo. I modi di porsi non sono gli stessi,
la conoscenza del fenomeno non è uguale, e la stessa
responsabilità (o solidarietà) nei confronti degli immigrati
non si esprime allo stesso modo. Da questo punto di vista
l'Italia rappresenta un caso di estremo interesse, essendo un
paese di emigrazione che, insieme agli altri paesi della sponda
nord del Mediterraneo, è divenuto anche paese di immigrazione. E
proprio in Italia la questione si pose seriamente nel dopoguerra,
come problema scottante per la sinistra.
Il movimento contadino e le organizzazioni sindacali in quegli
anni erano impegnati nella lotta per la terra, per la riforma
agraria generale, e poi per la "rinascita". Alla base
delle mobilitazioni c'era il diritto dei lavoratori - dei
contadini, dei braccianti, degli operai - ad avere un reddito e
una occupazione in loco. La prospettiva dello sviluppo del
Mezzogiorno legata al Piano del lavoro - uno dei momenti più
significativi di forza e di capacità di programmazione del
sindacato CGIL - si presentava come alternativa alla necessità
di emigrare. L'alleggerimento della pressione demografica sulla
terra, ereditata dal fascismo, doveva realizzarsi grazie allo
sviluppo, non all'emigrazione.
Tutto questo è storia nota. Così come è nota la sciagurata
esortazione di quegli anni ai lavoratori italiani da parte di
Alcide De Gasperi a imparare le lingue per preparasi a emigrare.
E fa bene mezzo secolo dopo Vittorio Foa (in Questo Novecento) a
ricordare che De Gasperi mostrava di ignorare "che ai tempi
delle grandi emigrazioni milioni di Italiani erano andati oltre
le Alpi e il mare parlando solo il loro dialetto di
origine".
Alla sconfitta sul terreno della riforma agraria generale e del
Piano del lavoro nel Mezzogiorno seguì l'emigrazione. Si trattò
di un fenomeno nella sostanza spontaneo, di scelte individuali
compiute a livello di massa: di una somma infinita di esperienze
individuali senza la solidarietà delle organizzazioni di classe.
Le condizioni dell' emigrazione all'inizio furono molto difficili
e spesso fallimentari (come l'emigrazione in Sud America di
"Vite vendute" o quella verso il Belgio culminata nella
tragedia di Marcinelle).
L'emigrazione sancì la sconfitta della lotta per la terra e per
il lavoro, e la sinistra risultò impreparata ad affrontare
strade alternative. L'opposizione di principio della sinistra non
aiutò gli emigranti. L'emigrazione - tematica fondamentale di
agitazione e propaganda - non fu però un effettivo argomento di
contrattazione politica né un significativo settore di
intervento. E se le condizioni dell'emigrazione furono per molti
anni difficili, ciò avvenne anche per una insufficiente presenza
della sinistra e del movimento operaio in questo campo.
La cultura della sinistra italiana restò fortemente condizionata
dagli eventi del dopoguerra e dalla ripresa dell'emigrazione come
effetto della sconfitta. E forse per questo non riuscì neanche a
comprendere ciò che nell'emigrazione e nell'esodo agricolo c'era
di ineludibile, di ovvio e di già avvenuto, e forse anche di
positivo. Guido Crainz nel suo libro Padania illustra come alla
prima fase di "espulsione dei braccianti agricoli" in
Val Padana nel dopoguerra, per effetto della meccanizzazione,
seguì una fase di "fuga dalle campagne", di esodo
agricolo come risultato dell'attrazione da parte dell'industria.
La riduzione dell'offerta di lavoro delle mondine, ad esempio,
avvenne con un ritmo più veloce dello sviluppo tecnologico nella
risicoltura padana. Insomma la gente se andò, anche quando la
partenza non era più una scelta disperata. E dal Mezzogiorno la
gente se andò al Nord ma anche all'estero. Il paradosso è che
l'ideologia anti-immigrazione proseguì anche quando l'impegno e
l'intervento della sinistra verso gli immigrati crebbe. La Filef,
l'organizzazione degli emigranti legata al Partito Comunista e
alla CGIL, che ebbe un ruolo attivo e positivo nella politica per
gli immigrati a partire dalla seconda metà degli anni settanta,
nel suo statuto parlava ancora di ritorno degli emigranti nella
prospettiva della riforma agraria generale. Gli emigrati nei
paesi d'Europa in larga parte tornarono. Ma non per la riforma
agraria generale: il paese era cresciuto e si era modernizzato, e
a quella ormai non credeva più nessuno.
L'emigrazione e il depauperamentodei paesi di partenza
Ma entriamo ora nel merito dei motivi della critica della
sinistra all'emigrazione. Un argomento serio è quello del
trasferimento di capitale umano dai paesi poveri verso i paesi
ricchi. È vero che in tutte le grandi esperienze migratorie la
composizione dei flussi iniziali si è sempre caratterizzata per
la presenza delle forze di lavoro più competitive e dei soggetti
più intraprendenti, e che in questo senso l'emigrazione ha
sempre rappresentato una fonte di arricchimento per i paesi di
immigrazione. Nelle attuali migrazioni internazionali, costituite
prevalentemente da lavoratori provenienti da paesi del Terzo
Mondo, la ricchezza di capitale umano è inoltre spesso più alta
che in passato. Il grado di scolarità all'interno della
popolazione immigrata è in generale piuttosto elevato (comunque
molto più elevato che in passato); e questo non solo a causa
dell'emigrazione intellettuale, che sta diventando un fenomeno di
sempre maggior rilievo. Non esiste documentazione statistica al
riguardo, ma si sa ad esempio che negli Stati Uniti
l'immigrazione di persone con elevato titolo di studio per lavori
corrispondenti - di ingegneri, programmatori e altri specialisti
- sta diventando sempre più di massa. Questo è uno degli
aspetti della internazionalizzazione del mercato del lavoro al
quale i paesi ricchi non pongono solitamente un freno.
Uno degli aspetti di spreco del capitale umano collegato
all'emigrazione è il sottoutilizzo della qualificazione e della
formazione professionale degli immigrati. Di nuovo il caso
italiano è significativo da questo punto di vista. La prima
immigrazione verso il nostro paese, quella a cavallo tra gli anni
Settanta e gli anni Ottanta, aveva visto, soprattutto tra le
impiegate nel lavoro domestico, una presenza di ragazze con
titolo di studio molto alto. Anche tra i giovani immigrati
africani impiegati in lavori dequalificati, non era eccezionale
la presenza di diplomati o laureati. E questa fu senz'altro una
grande novità. A Roma non era difficile trovare, già all'inizio
dell'immigrazione italiana, un perito agrario egiziano occupato
in una pizzeria nel quartiere San Lorenzo.
Il fenomeno diventò poi più massiccio su scala internazionale
dopo la caduta del Muro di Berlino , ma soprattutto dopo la
disastrosa esperienza economica e sociale della Russia
post-comunista. In tutta l'America per molti anni era frequente
trovare al volante di taxi, o macchine da noleggio con autista,
immigrati russi laureati. Di nuovo non mi risulta che esista una
documentazione statistica, ma "il volante" è l'esito
della mobilità sociale discendente dell'immigrato russo in USA,
come può leggersi in qualche romanzo.
Dunque i processi di internazionalizzazione del mercato del
lavoro sono ora anche accompagnati da un grande spreco di
capitale umano. Proprio come in passato: una volta erano gli
abili potatori e innestatori, gli stagnari, i sarti, falegnami
dei paesi del sud d'Europa a essere inseriti nella manovalanza
dei paesi di immigrazione (per le ferrovie e l'edilizia) e poi
nel lavoro dequalificato nella fabbrica taylorista. Ora sono i
giovani scolarizzati che si arrangiano in mille mestieri.
Ma essi si arrangiano in mille mestieri certamente più
retribuiti o migliori di quelli che troverebbero nei paesi di
provenienza (o che potranno avere in prospettiva come effetto di
interventi che arriveranno chi sa quando). Che il perito agrario
del Cairo abbia un lavoro in una pizzeria - dequalificato quanto
si vuole, ma capace di farlo sopravvivere e di inviare rimesse a
casa - è una fortuna per lui e per la sua famiglia. Ripeto: è
una fortuna rispetto alle alternative locali di breve e medio
periodo.
Certo, quell'immigrato non ha studiato agronomia, entomologia,
botanica ed enologia per impastare pizze. Ma non ha studiato
neanche per restare disoccupato e fare la fame nera al paese suo.
Lo spreco di risorse intellettuali, l'investimento a vuoto nella
scuola, la disoccupazione dei giovani scolarizzati (che si somma
a quella ben più nera dei non-scolarizzati sono tra i problemi
attuali più gravi dei paesi del sud del mondo. Ma questo spreco
di risorse non è l'effetto dell'emigrazione: questa è la
ratifica di ciò che già è avvenuto, degli effetti depauperanti
di ciò che ora si chiama globalizzazione e una volta si chiamava
imperialismo.
Va anche detto, a parziale correzione di quanto sopra, che non
sempre c'è sottoutilizzazione del capitale umano. Il caso non
meno frequente è che - come sempre - gli immigrati entrino a far
parte della classe operaia dei paesi di arrivo: cioè che non ci
sia dequalificazione. L'immigrazione in questo senso è sempre un
arricchimento ulteriore per i paesi ricchi, ma non c'è spreco di
risorse in senso stretto.
Certamente i paesi di provenienza affrontano i costi della
riproduzione della forza lavoro destinata a emigrare, ma questo
non è un buon motivo per spiegare l'inopportunità
dell'emigrazione. Ricordo che negli anni Sessanta, nella denuncia
dei costi dell'emigrazione, da parte della sinistra si
sottolineava meglio questo aspetto. Paolo Cinanni, presidente
della Filef e autore di ottimi lavori sull'emigrazione, aveva
calcolato in un suo libro quanto era costato al paese produrre un
emigrante.
A mio avviso quel tipo di calcolo è sempre inopportuno perché
non considera poi l'esito di quella emigrazione, in termini di
rimesse e di situazione in occasione di un eventuale ritorno. E
soprattutto è pericoloso il messaggio politico che da esso può
derivare. Ma per fortuna, in alternativa alla proposta
reazionaria della non emigrazione, Cinanni (nel libro Emigrazione
e Unità Operaia) proponeva ormai a metà degli anni '70 quella,
molta più adeguata, della unità operaia.
Insomma l'emigrazione non è causa dei processi di impoverimento.
Non risolve i problemi dei paesi del Terzo Mondo ma neanche li
aggrava. Così come fu per l'Italia del dopoguerra, i movimenti
migratori attuali rappresentano una somma di soluzioni
individuali a un problema di portata generale. Ma non sono il
problema. Essi comportano anche il beneficio delle rimesse,
essenziali per i parenti e per la comunità locale e, ovviamente,
essenziali anche per i governi dei paesi di provenienza (e per le
classi più o meno sfruttatrici e parassitarie che questi governi
esprimono). I governi dei paesi del sud del mondo - di destra o
di sinistra che siano - sono sempre pro-emigrazione. Se essi
firmano protocolli o intese per frenare ( per altro vanamente) la
loro emigrazione, lo fanno solo ed esclusivamente per
compiacenza, o meglio per obbligo, nei confronti dei confinanti
paesi di immigrazione: e' il caso dell'Albania verso l'Italia.
L'emigrazione non è causa di depauperamento del capitale umano
dei paesi di provenienza perché avviene a cose fatte, quando la
situazione è già degradata per altri motivi. Con i processi di
globalizzazione attualmente in corso le economie periferiche si
impoveriscono progressivamente. Ed è difficile, a meno di una
radicale modifica del modello di sviluppo e dei rapporti di
scambio, vedere un'alternativa. Studiare le cause
dell'emigrazione significa studiare, in maniera adeguata alle
nuove circostanze, questo nuovo modello di sviluppo mondiale.
Il mito delle alternativeall'emigrazione
La globalizzazione a volte si esprime anche attraverso accordi
commerciali e di integrazione economica che rafforzano gli scambi
e che hanno per effetto un'accelerazione della crisi delle
strutture produttive tradizionali. Un caso significativo da
questo punto di vista è l'accordo NAFTA tra i paesi del Nord
America e il Messico. Ci saranno anche dei vantaggi in questo
processo di integrazione, ma è innegabile che esso ha indotto un
ulteriore incremento della pressione migratoria. Eppure in
quell'accordo alla libera circolazione delle merci non
corrisponde in alcun modo una libera circolazione delle persone.
Per quanto inefficacemente, le frontiere tra Messico e Stati
Uniti sono chiuse. Così come sono chiuse quelle europee. Così
come sono chiuse le porte italiane a chi volesse entrare dai
paesi della sponda sud del Mediterraneo o da una altra parte del
mondo.
La grande contraddizione dei movimenti migratori di questi ultimi
decenni è che a un'accresciuta pressione migratoria dai paesi
poveri, quale effetto dello squilibrio tra popolazione e risorse,
corrisponde un sempre più netto orientamento, e una sempre più
netta pratica, di chiusura da parte dei paesi del nord del Mondo.
La cosa va ormai avanti da tempo.
A partire dalla prima crisi petrolifera i paesi di immigrazione,
come ad esempio la Germania, hanno attivato politiche volte a
incoraggiare i ritorni. A livello di Unione Europea è ormai
stabilito esplicitamente che non si vuole nuova immigrazione,
tranne che nei pochi specifici casi che le politiche di ogni
governo contempla: ricongiungimenti familiari, asilo politico
(divenuto per altro sempre più difficile), etc..
Gli organismi internazionali si affannano ora a proporre strade
alternative all'emigrazione. I progetti più volentieri
finanziati da questi organismi sono appunto quelli riguardanti le
"alternative all'emigrazione". Le posizioni ufficiali
dei paesi ricchi sono ormai tutte contro l'immigrazione, sono
volte cioè a ridurre gli ingressi, a scoraggiare i soggiorni, a
favorire i rientri.
Nella misura in cui il senso comune prevalente è che gli
immigrati qui non servono più (con il corollario gratuito che
anch'essi stanno male) si propone la mancata emigrazione o il
ritorno in una prospettiva di sviluppo delle regioni di partenza.
E questo argomento è usato altrettanto frequentemente da chi si
oppone all'emigrazione per razzismo o pregiudizio eurocentrico
(da chi non vuole gli stranieri in casa) e anche da chi,
ritenendo inaccettabili le attuali condizioni degli immigrati,
cerca una via di uscita a un livello più generale, cerca appunto
alternative all'emigrazione (o, meglio, all'immigrazione).
Non sempre questi atteggiamenti hanno una esplicita connotazione
razzista, come nel caso della Lega Nord. Soprattutto nella
sinistra, questa opposizione all'immigrazione si giustifica con
lo scarso vantaggio, anche con la perdita di energie vitali di
cui i paesi di emigrazione soffrirebbero. Il ragionamento che ho
ascoltato qualche volta è il seguente: il numero di persone che
possono trovare uno sbocco occupazionale e un reddito nei paesi
di immigrazione è ormai modestissimo, specialmente in
considerazione della chiusura delle frontiere; la soluzione del
caso individuale di costoro e gli stessi introiti delle loro
rimesse sono una goccia nel mare rispetto ai problemi di
disoccupazione e di povertà di questi paesi; l'immigrazione,
peraltro in presenza di disoccupazione nei paesi del nord del
mondo, non risolve né i nostri né i loro problemi; perciò se
si vuol fare qualcosa bisogna intervenire nei paesi di partenza.
Ora, a parte il fatto che i due interventi - quello pro-immigrati
e quello di aiuto internazionale ai paesi poveri - potrebbero
essere contestuali e non alternativi, la contrapposizione appare
strumentale e a volte nasconde il sentimento anti-immigrati, che
è alla base della politica contro l'immigrazione.
Non so se per malafede o per ingenuità, ma questa posizione la
si sente sempre più frequentemente esprimere in ambienti della
sinistra moderata, con l'aggravante che è considerata anche
originale: noi non siamo per l'immigrazione incondizionata - si
sente dire - ma per gli aiuti ai paesi poveri che rendano non
necessaria l'emigrazione. E in questo - come per altro su molti
altri aspetti riguardanti l'immigrazione - si insegue la destra
sul suo stesso terreno. Ne ebbi un chiarissimo sentore
analizzando per l'allora "Manifesto mese" i programmi
elettorali dei partiti di destra e di sinistra in occasione delle
elezioni del 1994. Le differenze erano modestissime ed è
interessante riferire, nel campo delle alternative
all'emigrazione, la posizione di Alleanza Nazionale :
"Abbiamo da anni proposto - poteva leggersi nel programma
elettorale di quel partito - un piano europeo di investimenti
trentennali nel nord Africa per creare 20 milioni di posti di
lavoro per africani in Africa; con un ritorno economico per la
stessa Europa e per sviluppare in quei paesi le condizioni
sufficienti di una proficua economia che impedisca l'emorragia
del lavoro da quelle terre verso l'Europa. Solo così si
affronta, in termini di solidarietà sociale e produttiva, il
problema a tutt'oggi rimasto irrisolto degli extra-comunitari in
Italia e in Europa". Certo, una posizione diversa da quella
di Gompers, ma altrettanto ipocrita. Non si chiede più ai
potenziali emigranti di lottare per il miglioramento delle
proprie condizioni anziché emigrare, ma gli si offrono - anzi,
si finge di offrire loro - investimenti, lavoro, sviluppo.
La verità è che si ha poco da promettere al Terzo Mondo, da
destra (ma questo non mi pare sia un problema) come da sinistra.
E allora - pur tenendo sempre presente la questione di base che
è all'origine dell'emigrazione, cioè la crescente povertà dei
paesi poveri come conseguenza iniqua della globalizzazione, che
è solo lenita, e per pochi, dall'emigrazione stessa - è forse
bene occuparsi innanzitutto degli immigrati qui e ora. La
denuncia dell'uso strumentale della contrapposizione tra apertura
agli immigrati e aiuto ai paesi di provenienza non deve portare a
perdere di vista la situazione di questi paesi. E tuttavia, noi
qui ed ora dobbiamo capire gli immigrati, il loro ruolo nel
mercato del lavoro, i processi di inserimento nella società, il
modo in cui si pongono le istituzioni nei loro confronti, i
possibili processi di unità di classe o di solidarietà sociale
(che forse è un termine più adeguato alle circostanze). Difendo
insomma un orientamento, per così dire, minimalista che cerca di
dare in primo luogo risposte alle urgenze che i nuovi movimenti
migratori comportano.
L'immigrazione attuale avviene in condizioni più difficili delle
grandi migrazioni intraeuropee dei decenni dell'espansione
economica post-bellica non solo perché è determinata da un
fenomenale "effetto di spinta", né solo perché
avviene a frontiere chiuse - il che implica la crescita della
clandestinità - ma anche perché è tramontato il ruolo di uno
dei principali canali di inserimento che era rappresentato dal
lavoro dipendente e stabile, nel quadro di istituzioni sociali
corrispondenti, che permettevano lo sviluppo di forme di
solidarietà orizzontale (di classe, forse sarebbe giusto dire).
I giovani scolarizzati del Bangla Desh sono qui a vendere rose ai
tavoli dei ristoranti di Roma. E questo ci può irritare. Ma - a
parte che non è questo l'unico sbocco, come mostrano i dati
sulla stabilizzazione degli immigrati nelle regioni del
centro-nord - il loro problema va affrontato qui e ora.
Negli Stati Uniti il dibattito degli ultimi anni sul tema
dell'immigrazione ha, come spesso capita, diviso gli
schieramenti. Si è determinata quella che è stata definita una
unholy alliance (l'opposto di santa alleanza, o forse, meglio
ancora, un'alleanza sacrilega) tra gruppi di origine sociale e
culturale e di orientamento politico molto diverso tra di loro:
il Wall Sreeet Journal, da sempre aperto all'immigrazione e alla
libera circolazione della manodopera, si è trovato insieme con
settori di sinistra del sindacato o del partito Democratico o con
gruppi di base progressisti e radicali. Neanche le chiese hanno
avuto un orientamento omogeneo: i settori protestanti
fondamentalisti, base elettorale di candidati reazionari e
razzisti come Pat Buchanan, si sono trovati in opposizione a
vasti settori protestanti delle chiese evangeliche o alla chiesa
cattolica favorevole agli immigrati.
Per molti versi avviene qualcosa del genere anche in Italia. Il
mondo cattolico - spesso quello stesso che è contro acquisizioni
di civiltà fondamentali come la legge sull'aborto o il dettato
costituzionale di difesa della pubblicità, laicità e gratuità
della scuola - è pronto non solo a dare un sostegno agli
immigrati, ma anche ad appoggiare provvedimenti di difesa
elementare dei loro diritti. Penso ad esempio alla sanatoria
verso la quale, per crudeltà o ignoranza (o più frequentemente
per entrambe), spesso anche da sinistra vengono le obiezioni.
C'è da dire poi che questi provvedimenti di civiltà passano
grazie al voto della sinistra. E per questo bisogna benedire
l'italica incoerenza.
Ma tutto questo mostra come sia difficile lavorare politicamente
nel campo dell'immigrazione. Si tratta di un campo nel quale in
primo luogo è assolutamente necessario evitare di pensare alla
grande. Partendo da un osservazione dettagliata della realtà
degli immigrati bisogna proporre soluzioni realistiche, con la
piena consapevolezza del carattere contingente e non ideale delle
scelte che di volta in volta si propongono. La coerenza con
princìpi assoluti (tranne quello della massima solidarietà
concretamente possibile) rischia di essere dannosa. Bisogna
inoltre capire che non ci sono scelte corrette e definitive,
valide per sempre.
Sono rimasto molto colpito dall'affermazione di uno dei maggiori
studiosi contemporanei dei movimenti e delle politiche
migratorie, Ari Zolberg: "per le migrazioni internazionali
non esiste la soluzione finale". La vado sempre ripetendo
perché mi sembra molto saggia e perché riporta la questione nei
suoi termini effettivi. Per risolvere la questione
dell'immigrazione qui (o dell'emigrazione da parte dei paesi
poveri) sarebbe necessario, come ho tentato di dire, risolvere il
problema dei rapporti tra Nord e Sud del Mondo. E questo - come
diceva il signor Briest - è davvero un campo troppo vasto.