| In Italia
ogni giorni ci sono quattro morti sul lavoro, nel
1999 sono stati 1.208 Giorgio
Gardiol
"Un
tecnico cinquantasettenne di Pozza, Orlando
Camellini, è morto ieri mattina in seguito a un
incidente sul lavoro avvenuto in un acetificio.
Mentre controllava la pressione di un impianto di
compressione daria, si è verificato
lincidente: laria compressa ha rotto
una parte della macchina che ha colpito
luomo al capo: è caduto a terra morendo
sul colpo. Orlando Camellini era un esperto di
macchinari ad aria compressa: lavorava nel
settore da oltre quarantanni e
difficilmente poteva sbagliare; oltretutto, dai
primi accertamenti pare che non abbia compiuto
errori o abbia preso "scorciatoie" nel
controllo. Il tragico infortunio, unico nel suo
genere negli ultimi anni, è avvenuto ieri
mattina intorno alle 10,30 allinterno di un
capannone dellacetaia Ortalli di via
Maestri del Lavoro a Pozza di Maranello. Il
compito di Camellini era di controllare la
manutenzione del macchinario pneumatico che mette
in movimento limpianto" (Gazzetta
di Modena, 24 dicembre 1999).
È
lo scarno racconto sulla stampa locale di un
incidente mortale sul lavoro accaduto alla
vigilia di Natale. Ogni giorno ci sono quattro
morti su lavoro nel nostro paese. Le cifre di
questa immensa tragedia le ha fornite
lInail: nel 1999 i morti sul lavoro sono
stati 1.208, gli incidenti sono stati 967.000, il
costo per gli indennizzi 55.000 miliardi. Il
costo di una legge finanziaria! Le giornate di
lavoro perse per infortunio sono quasi 20
milioni. Il settore più a rischio di infortunio
è quello agricolo, seguito da quello delle
costruzioni, dal lavoro in miniera, dal comparto
della lavorazione del legno, dai trasporti. E
nella speciale classifica europea con più morti
sul lavoro, siamo al quarto posto.
È
uno scandalo. Lo ha denunciato il ministro del
Lavoro, Cesare Salvi, a un convegno sulla
sicurezza del lavoro tenutosi a Genova dal 3 al 5
dicembre scorso. "La sicurezza sul lavoro
deve diventare imperativo prioritario del governo
ha detto il ministro Salvi : una
grande questione nazionale. Quando si parla di
sicurezza sul lavoro parliamo di diritti
fondamentali della persona, alla vita,
allintegrità fisica. È un problema non
solo di leggi, di coordinamento, di azioni; è
anche un problema di cultura. Possiamo vincerla,
ci diamo questa priorità. La società italiana
sta affrontando la sfida della globalizzazione e
della competitività rendendo efficiente un
sistema pubblico che assicuri la protezione di
quei diritti sociali, che altrimenti i processi
di cambiamento rischiano di comprimere o di
degradare in modo irreparabile. Ladozione
di "Carta 2000" (il documento
programmatico per la sicurezza sul lavoro) è un
risultato ma anche un impegno.
È
una sfida che tutti dobbiamo affrontare insieme,
perché nessuno è in grado di farlo da solo:
istituzioni, parti sociali, società italiana. La
sicurezza nei luoghi di lavoro è una componente
essenziale, perché lItalia possa compiere,
sul piano della qualità civile e sociale, lo
stesso salto in avanti che ha saputo compiere sul
terreno del rigore di bilancio, della stabilità
monetaria, della credibilità internazionale. Una
grande nazione è tale se riesce ad affermare
tutti i valori fondanti della sua
democrazia".
Tuttavia
anche di fronte a questi intendimenti del
governo, la situazione non sembra migliorare. Nei
primi 20 giorni di gennaio i morti sul lavoro
sono stati 34. Cè una legge, la 626 del
94, che impone adempimenti, investimenti in
sicurezza, che coinvolge anche i lavoratori nella
gestione di tutti i problemi degli infortuni,
attraverso il delegato per la sicurezza, ma da
quando è in vigore la situazione non è
migliorata. Attorno alla legge 626 sono sorti
consulenti, più o meno competenti, che conoscono
il processo produttivo a tavolino, che compilano
carte a garanzia più dellimprenditore che
della sicurezza del lavoratore. Allora di fronte
a un incidente si afferma che la responsabilità
è del lavoratore, che non segue le prescrizioni.
Anche
qui non è così. La 626 è pensata per una
fabbrica, un processo produttivo in cui era
dominante la figura del lavoratore a tempo pieno.
Oggi questi lavoratori stanno diventando una
minoranza. Sulla nozione della
"flessibilità" si sono costruite nuove
figure professionali: a part-time (non sempre
volontario), al lavoro modulato contro-tempo
(sempre di notte o festivo), con contratto a
termine, con il lavoro in affitto. Alla
flessibilità dei lavoratori corrispondono nuovi
modelli organizzativi del lavoro: la produzione
snella, il just in time (il lavoro
puntuale praticamente senza magazzino). I nuovi
modelli organizzativi cambiano i ritmi e la
socialità del lavoro. E questo non è senza
conseguenze sul piano della sicurezza del
lavoratori. Non è più lambiente di lavoro
soltanto che determina la nocività dello stesso,
ma il modello organizzativo. Il modello
organizzativo, associato alle condizioni di
stress del lavoratore, è la causa di molte morti
e incidenti sul lavoro.
Se
questo è vero, e lo dimostrano alcune ricerche
dellUniversità Bocconi,
dellUniversità di Torino e di numerose
istituzioni americane, bisogna intervenire
appunto sullorganizzazione del lavoro (e
del territorio) per ottenere una riduzione
significativa dei rischi. Ma questo non lo si fa
con la 626 e i consulenti, ma cambiando le
relazioni sul lavoro affermando la cultura della
responsabilità.
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