Un test statistico chiamato Shoah il
manifesto 14/02/01
La Ibm e l'Olocausto Il ramo tedesco del gigante informatico Usa
fornì a Hitler il know how dello sterminio. Un libro lo svela,
cinque scampati chiedono i danni GUIDO AMBROSINO - BERLINO
Che la macchina di sterminio nazista si fosse
avvalsa della tecnologia meccanografica della Ibm, il gigante
americano dell'informatica, non è una novità.
In Germania se ne discusse già nel 1983, quando un inedito
movimento di protesta riuscì a far saltare il censimento
progettato dal governo federale. Incombeva allora lo spettro del
"grande fratello" che tutto controlla, come nel romanzo
1984 di George Orwell. Le stesse "iniziative
civiche" che si battevano contro le centrali nucleari e i
missili atomici a medio raggio temevano un salto di qualità
nella schedatura elettronica dei cittadini, già sperimentata in
grande scala dalla polizia durante la caccia ai guerriglieri
della Rote Armee Fraktion. La corte costituzionale finì
col dare loro ragione, proclamando il diritto dei cittadini
"all'autodeterminazione informatica", cioè al
controllo sui dati che li riguardano. I Länder tedeschi e
lo stato federale dovettero istituire dei garanti per la tutela
dei dati personali. Solo molti anni più tardi queste tematiche
vennero riprese anche in Italia.
Uno degli argomenti che favorì in Germania il successo della
protesta contro il censimento del 1983 fu proprio la scoperta che
le premesse "informatiche" per lo sterminio degli ebrei
erano state fornite dall'Ufficio statistico del Reich e dalla
filiale tedesca della Ibm, la società Dehomag (Deutsche
Hollerith Maschinen Gesellschaft), con i censimenti
del 1933 e del 1939, i cui dati erano stati elaborati con il
sistema delle schede perforate. Due storici della nuova sinistra,
Karl Heinz Roth e Götz Aly, riversarono le loro ricerche nel
libro Schedatura totale. Censimenti, controlli d'identità e
selezione nel nazionalsocialismo (Berlino, 1984).
Un libro importante, che fece perdere l'innocenza alle tecniche
di controllo statistico della popolazione. Ma le sue rivelazioni,
più che sfociare in una denuncia delle responsabilità passate
della casa madre americana, servirono a rafforzare un movimento
per i diritti civili nella società contemporanea. Del resto la
storiografia di sinistra aveva già tanto insistito sulla
compromissione del capitale - anche di quello internazionale -
nel nazismo, che il ruolo giocato allora dalla Ibm ne sembrava un
corollario quasi scontato. Come che sia il libro di Roth e Aly è
finito sulle bancarelle dell'antiquariato, senza fare né caldo
né freddo ai manager della Ibm nella centrale di Armonk, vicino
a New York.
Non andrà così col nuovo libro del pubblicista americano Edwin
Black, La Ibm e l'Olocausto, pubblicato in contemporanea
il 12 febbraio in otto paesi, con anticipazioni in esclusiva su
settimanali e quotidiani. L'impatto è enorme, e non solo perché
Black ha aggiunto molti nuovi dettagli alle ricerche di Roth e
Aly, soprattutto sul versante americano della casa madre Ibm, e
sull'uso delle schede perforate non solo nella preparazione a
tavolino della Shoah, ma anche nella gestione logistica dei campi
di concentramento, del lavoro coatto, della macchina militare.
Paradossalmente uno dei motivi che spiegano il putiferio
scatenato dalla pubblicazione di Black è proprio la
generalizzata amnesia postmoderna. Negli ultimi due decenni non
solo si è rimossa la memoria dei crimini del capitale in nome
del profitto: il capitalismo si è perfino trasfigurato in
un'istituzione "morale", fonte dei valori che contano,
come innovazione e spirito d'impresa. Riscoprire dopo tanta
apologia che le schede perforate della Ibm grondano sangue ha
l'effetto di uno shock.
Ma è soprattutto l'esperienza organizzativa e giuridica
accumulata negli ultimi anni in America dai sopravvissuti allo
sterminio con le cause collettive di risarcimento a rendere
esplosivo il libro di Edwin Black. Grazie alle class action
la storiografia esce dagli scaffali delle biblioteche
universitarie e piomba nelle aule dei tribunali. Ed ecco che il
gigante Ibm trema: non tanto perché ferito nell'onore, ma
perché minacciato nel portafoglio. Sono in gioco indennizzi per
miliardi di dollari.
Sabato scorso cinque ebrei scampati ai Lager, due cecoslovacchi,
un ucraino e due cittadini statunitensi hanno presentato una
denuncia contro la Ibm accusandola di "complicità
nell'Olocausto", a nome dei circa centomila sopravvissuti.
Il loro avvocato Michael Hausfeld vuole innanzitutto che i
giudici costringano la Ibm a rendere accessibile tutta la
documementazione conservata nei suoi archivi. Ma già adesso -
sulla scorta dei libro di Edwin Black -ritiene di poter
dimostrare che i manager americani sapevano benissimo che la loro
tecnologia era usata nei campi di concentramento, che essa
"agevolava l'oppressione e il genocidio",
"costituiva l'ossatura dell'infrastruttura nazista".
Era stato Hermann Hollerith, un ingegnere americano di origine
tedesca, a inventare le schede perforate che portano il suo nome,
le antenate dei moderni computer. E grazie al possesso di questo
brevetto la Ibm ha costruito le sue fortune. I dati, con delle
punzonatrici, vengono tradotti in fori su delle schede di
cartoncino. Le schede possono poi venire lette con degli aghi di
metallo. Quando passano attraverso un buco gli aghi chiudono un
circuito elettrico, che aziona dei contatori di scatti, in grado
di tradurre le informazioni in serie numeriche.
I circuiti elettrici possono anche azionare delle macchine di
smistamento delle schede, che depositano in un mucchietto
separato quelle con i dati cercati. Per esempio le schede con i
dati del censimento del 1933 prevedevano per gli ebrei un foro
alla terza riga della 22esima colonna. La smistatrice ammucchiava
una sull'altra le schede con questa informazione in un mucchietto
a parte. Per passaggi successivi si poteva ricostruire quanti
ebrei abitavano in un determinato quartiere o in una certa
strada, o incrociare i loro dati anagrafici con le loro
professioni. Negli anni '40 lettori meccanografici più elaborati
erano in grado di tradurre le schede in tabulati e liste di nomi.
Così all'interno della popolazione si potevano rapidamente
individuare gruppi a seconda della caratteristica scelta:
minorati fisici e mentali, asociali, comunisti, omosessuali.
L'amministrazione dei Lager poteva smistare i prigionieri nella
produzione a seconda della loro qualificazione professionale,
oppure selezionarli per le camere a gas.
In Germania negli anni '20 una società autonoma utilizzava, su
licenza della Ibm, la tecnica Hollerith: la Dehomag di Willy
Heidinger. Nel 1922, anno in cui la Germania fu funestata da una
superinflazione, la Dehomag non fu in grado di pagare 100.000
dollari per l'uso del brevetto. Thomas Watson, presidente della
Ibm, ne approfittò per inghiottirla. Offrì alla Dehomag la
cancellazione del debito in cambio della cessione del 90% delle
azioni. Da quel momento la fabbrica tedesca divenne a tutti gli
effetti una filiale della Ibm, la più importante: il comparto
tedesco realizzava quasi la metà del fatturato dell'intero
gruppo.
L'ufficio statistico del Reich era uno dei migliori clienti.
Watson, che sfoggiava sul suo pianoforte una foto di Mussolini
con dedica autografa, e parlava di Hitler con
"simpatia" e "ammirazione", fu ricevuto con
tutti gli onori dal Führer a Berlino nel 1937. Ancora nel marzo
del 1941 un manager Ibm telegrafò soddisfatto a New York:
"Il governo tedesco ha bisogno delle nostre macchine. I
militari le usano per ogni possibile impiego".
Solo dopo l'entrata in guerra dell'America nel 1941 la Dehomag fu
posta dai nazisti sotto amministrazione controllata. Ma
stranamente i rapporti con la filiale svizzera della Ibm non si
interruppero, e per questo tramite, secondo Edwin Black,
forniture americane arrivarono in Germania anche dopo quella
data.