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Il paese «fai da te» viaggia in camion
È sbagliato accusare i camionisti per i rincari dei generi
alimentari: il costo del trasporto incide molto poco. Ma il
modello dell'impresa individuale fa disastri. Mentre il governo
attuale ha cancellato gli incentivi al trasporto merci «combinato»
strada-rotaia
Sergio Bologna - il manifesto 20.12.07
Nei giorni scorsi, mentre gli autotrasportatori paralizzavano con
la loro protesta una parte del pese e costringevano industrie come
Fiat e Barilla a fermare gli impianti, sono stato interpellato da
diversi organi d'informazione perché esprimessi un giudizio sulla
vertenza. Mi sono rifiutato di farlo perché non avevo sottomano
sufficienti elementi quantitativi, dei «numeri» da poter
proporre alla riflessione.
Tuttavia, ho deciso di uscire dal silenzio di fronte a esternazioni come quelle del Presidente di Confindustria («un paese fai da te»), e soprattutto di fronte alla volgare campagna d'opinione che intende attribuire i rincari di certi generi alimentari ai costi di trasporto. Che l'Italia fosse un Paese «fai da te» non c'era bisogno che ce lo ricordasse il Presidente di Confindustria, ce lo avevano già fatto capire in maniera più rigorosa le statistiche. Che questa situazione si sia creata in seguito al continuo trasferimento del rischio ai soggetti più deboli lungo una catena di esternalizzazione e di subappalti che ha prodotto un'incredibile miniaturizzazione dell'impresa, lo sapevamo. Nell'ottobre del 2006 l'Istat aveva reso pubblici i dati sulla distribuzione degli occupati in Italia per classe dimensionale delle imprese, anno 2004. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato, pari a 7.683.000 persone, lavorava in imprese al di sotto di 10 dipendenti. Di queste, 6.179.000 lavoravano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Questa situazione si è riprodotta all'estremo nel settore del trasporto, dove nel 1995, secondo i dati della Confetra, la maggiore organizzazione padronale del settore, su 213.765 imprese attive 137.744 erano imprese «individuali». Dieci anni dopo, su 193.445 imprese attive quelle «individuali» sono 134.749, dunque la loro incidenza sul totale è aumentata. Quali siano i livelli di reddito in questo settore si può desumere indirettamente dalla tabella in questa pagina (in alto), riportata nell'ultima edizione del «Conto Nazionale Trasporti». Se si tiene conto che il reddito medio annuo lordo di un dipendente spesso è superiore a quello del cosiddetto «padroncino», si ha un'idea della situazione in cui si trovano a vivere e lavorare questi cittadini italiani il cui nastro lavorativo giornaliero può toccare anche le 18 ore (il dipendente, teoricamente, avrebbe un orario di lavoro «normale»). Un milione di addetti alle merci Ma la sorpresa maggiore, dalla lettura del «Conto Nazionale Trasporti», viene dai dati sull'occupazione nei diversi segmenti del settore «servizi di trasporto». Quello relativo al trasporto merci su strada nel 2006 contava 686.600 occupati - il 50% dell'intero settore - mentre il segmento della logistica ne contava 323.500, su un totale (passeggeri e merci, aereo, marittimo e ferroviario compresi) di 1.368.300 effettivi, dipendenti e indipendenti. Quindi più di 1 milione di persone sarebbero occupate in Italia a distribuire, manipolare, gestire le merci (molto inferiore la stima degli addetti fatta dall'Ufficio Studi di Confetra: 445.901). Poiché il «Conto Nazionale Trasporti», da cui abbiamo tratto questi dati, è pubblicato a cura del Ministero dei Trasporti, sarebbe lecito pensare che qualcuno nei corridoi romani si sia preso la briga di leggere queste cifre e magari rifletterci su, se non altro perché si tratta di un universo che rappresenta più dell'80% della forza lavoro occupata nel comparto di competenza del Ministero stesso. Ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi. Nei documenti che il Ministero ha lasciato circolare in questi mesi prima di presentare, non più di due mesi fa, la versione definitiva di quelle che vengono definite «Linee Guida del Piano della Mobilità» - finora il più importante atto di programmazione del Governo Prodi in materia di servizi di trasporto - si leggevano frasi del tipo: «Il costo della logistica in Italia pesa sul prodotto industriale per una quota variabile tra il 12 e il 20% con punte del 28% per i prodotti deperibili». Dunque è questa la fonte originaria dell'attuale campagna che attribuisce ai costi di trasporto il rincaro dei prezzi dei generi alimentari sotto Natale? Ragionando di buon senso, prima di esaminare qualche «numero», si dovrebbe concludere che gli imprenditori italiani sono degli irresponsabili oppure dei generosi dispensatori di beni alla collettività - se fossero vere le cifre contenute nel documento del Ministero. Se infatti l'incidenza dei costi logistici sul prodotto fosse del 20%, in Italia l'inflazione dovrebbe salire a due cifre, per l'aumento dei prezzi dei generi di consumo dovuti ai costi della distribuzione. Invece l'inflazione non ha un andamento anomalo nel nostro paese, si mantiene abbastanza sui valori medi europei. Non solo: è generata soprattutto dai prezzi e dalle tariffe praticate dai settori protetti, i quali, com'è noto, hanno un'incidenza dei costi logistici sul fatturato a dir poco ridicola. Per rispondere alle accuse di essere i primi responsabili dei rincari, Assotir, un'Associazione di autotrasportatori - esclusa dal tavolo delle trattative - ha prodotto delle cifre che qui citiamo, con l'avvertenza che non abbiamo potuto sottoporle a verifica. Secondo l'Assotir l'incidenza del costo del trasporto per unità di vendita va da un massimo del 4,19% per una lattuga proveniente dall'area di Salerno e venduta in un supermercato di Milano a un minimo di 0,95% per dei pomodori pelati venduti al supermercato di Roma (mentre per gli stessi venduti a Milano l'incidenza è di 1,90%). Per le acque minerali l'incidenza è del 3,97% - compreso il ritorno a vuoto - e per una carne d'agnello proveniente dall'Irlanda e venduta al supermercato a Milano è dell'1,58%. In attesa che queste cifre vengano smentite, noi continueremo a pensare che quei lavoratori, in gran parte autonomi, costretti a stare decine di ore al giorno al volante in un traffico sempre più caotico, grazie ai quali l'apparato produttivo e distributivo di questo paese può funzionare, rappresentano ancora uno dei segmenti del lavoro più sfruttati e disprezzati. Ma poiché in Italia il grottesco non ha limiti, prima di concludere vorrei ricordare alle anime belle che nei giorni del fermo dei camionisti si sono chieste «perché le merci non viaggiano sul treno?», che un anno fa questo governo, con un tratto di penna, ha abrogato gli incentivi al trasporto di merci su ferrovia (cosiddetto trasporto «combinato» strada-rotaia), erogati dal governo Berlusconi dopo una lunga trattativa con l'Unione Europea, in ottemperanza al Piano Generale dei Trasporti e della Logistica che era stato elaborato dai governi di centro-sinistra e approvato dal Parlamento. Come dire: il centro-sinistra ha remato contro se stesso. Voci più autorevoli di quelle di Montezemolo avevano messo a nudo i disastrosi effetti che la miniaturizzazione dell'impresa ha prodotto sulla produttività del lavoro. Chi si lamenta del «Paese fai da te» Ricordiamo che, parlando agli studenti dell'Università di Roma «La Sapienza» nel novembre del 2006, il Governatore della Banca d'Italia, Draghi, aveva affermato: «Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l'anno meno che nella media dei paesi dell'Ocse. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il paese vive. (....) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali» (la sottolineatura è mia). Il 25 maggio scorso, in una relazione presentata all'Associazione Italiana Economisti del Lavoro, il professor Tronti, dirigente dell'Istat, ha presentato la tabella che riproduciamo in questa pagina: il crollo della produttività oraria nelle dimensioni qui riportate è un fenomeno unico tra i paesi industriali. Questa è la drammatica anomalia del sistema italiano, dovuta in gran parte alla lunga stagnazione delle retribuzioni di fatto e alla struttura dimensionale delle imprese. Dal 1995 il valore aggiunto per occupato in Italia cala in maniera pressoché costante e precipita nel 2005/2006. Aggiunge il professor Tronti nella sua relazione: «Quando esperti, politici e rappresentanti delle parti sociali parlano di produttività, la intendono quasi sempre come un problema che nasce fuori dai cancelli delle fabbriche e dagli uffici: deficenza di infrastrutture, carenza di qualità dell'istruzione, inefficienza della Pubblica amministrazione, regole poco flessibili nel mercato del lavoro. Tuttavia, un voluminoso filone di studi documenta che i fattori interni all'impresa prevalgono nettamente su quelli esterni. Secondo un importante studio americano (Black e Lynch, Economic Journal, 2004), la crescita annua dell'1.6% nella produttività totale dei fattori delle imprese americane è riconducibile nella misura dell'1,4% (equivalente all'89%) alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro e alle nuove pratiche di lavoro». Mentre l'universo della microimpresa - cioè il settore più debole, «il fai da te» - negli ultimi anni traina la domanda di lavoro e i ritmi occupazionali (il 50% è attribuibile al settore delle costruzioni), il «nocciolo duro» del sistema d'impresa italiano, quelle 2.010 imprese di successo analizzate dalla ricerca Mediobanca-Unioncamere del 2006, ha ridotto «ininterrottamente» il proprio personale nel decennio 1996-2005. La media impresa italiana, protagonista involontaria della retorica del made in Italy, ha un'incidenza assai modesta sull'insieme del fatturato. L'economia italiana si regge sui settori protetti e sulle rendite (Enel, Eni, Telecom, banche, assicurazioni), non certo sull'impresa che compete sui mercati internazionali. Salari bassi, famiglie indebitate Il 26 ottobre 2007, intervenendo a Torino al Congresso della Società Italiana degli economisti, il Governatore Mario Draghi ha affermato, tra l'altro: «Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea. Secondo dati dell'Eurostat relativi alle imprese dell'industria e dei servizi privati nel 2001-02, la retribuzione media oraria era, a parità di potere d'acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito. (...) Le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate». Non è da meravigliarsi quindi se il reddito disponibile pro capite in Italia ristagna. E nell'ultimo numero del «Bollettino Economico» della Banca d'Italia si ricorda che dal 2003 al 2007 l'indebitamento delle famiglie italiane è passato dal 13% al 49%. Che abbiano tutti fatto un mutuo per la casa? Aspettiamo i consuntivi dello shopping natalizio per vedere se gli italiani hanno tanti o pochi soldi da spendere, se ormai si sono «americanizzati» e s'indebitano fino al collo pur di mantenere lo standard di consumi da fare invidia al vicino oppure sono tornati alle antiche pratiche sparagnine. Ma se non dovessero spendere, non date la colpa ai camionisti.
Just in time, il cancro del trasporto di Fabio Sebastiani su Liberazione del 13/12/2007 Più profitti per le imprese più costi per la collettività La "crisi cilena"
vissuta dal nostro Paese a causa dello sciopero dei camionisti ha
messo a nudo tutte tutte le contraddizioni del sistema di mobilità.
In poche ore sono andati in tilt poche migliaia di chilometri di
autostrade e, in qualche caso, anche di strade statali. In fondo,
organizzare la protesta è stato un gioco da ragazzi. In Italia il
trasporto delle merci su gomma è pari all'86% rispetto alle altre
modalità. La media europea, invece, è del 72%. Il dato assume un
valore "doppio" se si pensa alla conformazione "stretta
e lunga" dell'Italia e alla poca disponibilità di tratti
pianeggianti. Una delle chiavi di questa congestione perenne è una
parola, just in time (Jit). Il Jit è, come recitano i manuali di
logistica, una tecnica industriale di origine giapponese in grado di
«fornire esattamente le quantità di prodotti richieste al momento in
cui vengono richieste». Detta così sembra una "tecnica"
innocua. In realtà fa risparmiare alle aziende ingenti quantità di
capitali normalmente "immobilizzati", improduttivamente, nei
magazzini di stoccaggio. I «padroncini», alla fine della catena di Guido Viale su Il Manifesto del 13/12/2007 Stretti da gasolio, autostrade e manutenzioni obbligate i camionisti sono il terminale dei veri padroni, multinazionali potenti del traffico di merci L'Italia è in mano ai «padroncini»
dell'autotrasporto che hanno bloccato l'intero sistema economico del
paese come nessuna categoria, e nemmeno la «classe operaia»
tutt'intera, potrebbero mai fare. E' una emergenza, come quella dei
rifiuti in Campania, prevedibile da anni, per evitare la quale non si
è fatto, come per la Campania, niente; e anche se il governo riuscirà
a metterci una toppa, il fenomeno tornerà a presentarsi, con una
urgenza sempre maggiore. «Vita in strada, per casa il Tir». Viaggio al centro della protesta di Sara Farolfi e Giacomo Russo Spena su Il Manifesto del 13/12/2007 Solo uomini, «padri di famiglia», per tre giorni fermi al casello autostradale di Fiano romano, alle porte della capitale. E' qui l'epicentro della rivolta che ha paralizzato l'Italia. Nei loro racconti il lavoro «nero», i bassi guadagni e la concorrenza spietata dei «rumeni». Poi, lo stop ai blocchi Camionisti machi e duri. «Non è
vero», ribattono. «Operai, dipendenti, o padroncini», suggeriscono. «Bestie»,
marginali e emarginati, meglio ancora. Quelli che stanno mettendo in
ginocchio il paese, leggono dai giornali. Chiedono «la cortesia» di
decostruire con pazienza tanti luoghi comuni: «Ce ne dicono di tutti i
colori e nessuno scrive chi è il camionista». Giri a loro la domanda e
allora iniziano a parlare, scomposti, incazzati, solidali tra di loro,
perchè tanto dipendente o padroncino non fa molta differenza, «la barca,
anzi il camion, è lo stesso per tutti».
La retromarcia dei Bisonti
Raggiunta l'intesa con il governo. I camionisti ottengono risparmi sul
gasolio e il ripristino delle tariffe minime sul trasporto merci.
Tolti i blocchi dalle autostrade. Prodi: «Non abbiamo ceduto alle
provocazioni»
Carlo Lania
Roma
Alla fine il governo l'ha spuntata e Tir selvaggio ha ingranato la
retromarcia. Da ieri sera i blocchi dei camion non ci sono più e i
pesanti automezzi, ma soprattutto il loro carico di merci, hanno
ricomiciato a circolare nel paese. Ci vorranno alcuni giorni adesso
perché la situazione possa tornare alla normalità, ma la minaccia di
un'altra serie di giornate di sciopero da parte dei padroncini, con il
conseguente razionamento di carburanti e alimentari è definitivamente
saltata. La svolta arriva nel pomeriggio, quando Cna Filta e
Confartigianato Trasporti, i due principali sidacati dei camionisti
ribelli, annunciano di accettare l'offerta fatta dal governo che
prevede, tra l'altro, anche la determinazione di tariffe minime e
interventi sul costo del gasolio. «Stop ai blocchi», annuncinao i
due sindacati seguiti poco dopo anche dalle altre sette sigle
sindacali. E' il seganale che si aspettava: «Sono soddisfatto per
l'esito di una trattativa che ha riportato il paese alla normalità
senza cedere alle provocazioni», è il commento soddisfatto di Romano
Prodi.
Un finale non proprio scontato. per tutta la notte, infatti, l'incontro tra rappresentanti di governo e associazioni di categoria non aveva portato a nulla di fatto, anche se non erano mancati i segnali positivi. In mattinata il ministro dei Trasporti Bianchi va a palazzo Chigi dove incontra il sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Letta per mettere a punto la parte finale della trattativa, aggiornata per il primo pomeriggio. Il governo non vuole cedere, ma dopo le precettazioni non sembra intenzionato a forzare ulteriormente la mano. Una cosa appare comunque chiara, come fa capire senza giri di parole il sottosegretario agli Interni Marco Minniti: «Quando la Fiat annuncia che mette in libertà 17 mila dipendenti perché mancano i rifornimanti - dice Minniti - vuol dire che siamo in allarme rosso». Decisiva a questo punto, per uscire dall'impasse, è la riunione del pomeriggio, dove il governo si presenta con un documento che viene incontro alle principali richieste dei padroncini. Cinque in particolare: contratto obbligatorio scritto, tariffe minime, interventi sul gasolio attraverso un'innovazione che consentirà ai camionisti di risparmiare circa 100 milioni di euro, l'istituzione dell'osservatorio sui costi e una strategia sui controlli. Ma con il documento, il governo pone anche un ultimatum: «L'offerta è valida fino a domani mattina, se rifiutate la ritiriamo». Un prendere o lasciare di fronte al quale i sindacati alla fine cedono. «Le proposte del governo vanno nella direzione delle richieste della categoria», annunciano con un comunicato congiunto Cna Fita e Confartigianato Trasporti dando il via libera perché si tolgano i presidi lungo le autostrade. Soddisfatto il governo, che con il ministro Bianchi rivendica di aver «creato le condizioni per proseguire un lavoro proficuo». In particolare il governo si è impeganto ad avviare una riforma del settore dell'autotrasporto entro il 2008, attraverso la creazione di un tavolo tecnico, come già avvenuto con il trasporto locale. «La questione è risolta - commenta invece il sottosegretario Letta -. Il governo ha agito sempre con un atteggiamento di fermezza per il ripristino della legalità, nello stesso tempo si è cercata una soluzione per venire incontro alle esigenze e ai problemi sollevati dagli autostrasportatori. Contiamo che la normalità possa tornare nelle prossime ore». Adesso bisogna solo aspettare che i camion ricomincino a fare il loro lavoro consegnando le merci. Secondo Coldiretti ci vorrà circa una settimana perché nei mercati e nei supermercati possono tornare pane, verdure, carne e quant'altro. Il problema semmai, avverte l'associazione, è evitare che ulteriori accaparramenti possano provocare nuovi rincari e speculazioni come si sono viste in questi giorni. Stesso discorso per la benzina, anche se i tempi per rifornire le stazioni di servizio sono più corti e tutto si dovrebbe risolvere nell'arco di un paio di giorni. «Già da domani (oggi, ndr) sicuramente la situazione migliorerà», ha assicurato il presidente dell'Unione petrolifera De Vita. Difficilmente, però, lo sciopero resterà senza conseguenze per i camionisti. Ieri la procura di Roma ha annuciato di aver aperto un'inchiesta, mentre la Polstrada ha denuciato numerosi camionisti (26 dei quali nel compartimento di Roma Sud) per violazione della legge sullo sciopero e mancato rispetto della precettazione.
Più spazio al trasporto via mare e su ferrovia di Ugo Boghetta * su Liberazione del 13/12/2007 Quello che serve è una riforma di tutto il sistema della mobilità Il Santo Natale ed il Santo
Consumismo rischiano di essere bloccati dai Tir proprio quando ognuno
è disposto a spendere quel poco che ha. Sembra questa la maggior
preoccupazione che emerge ascoltando Tg e leggendo i giornali.
L'oggetto del conflitto è la riforma del settore; ma questa è sola
apparenza.
Rotta la trattativa, precettati i Tir
Lunghe code ai distributori di benzina. Nei mercati scarseggiano frutta
e verdura. Intere fabbriche fermano la produzione
Francesco Piccioni 12.12
Roma
Rottura e precettazione. La prima è avvenuta ieri a palazzo Chigi, dove
le associazioni che rappresentano i «padroncini» dell'autotrasporto
(Fai, Fita-Cna, Confartigianato-Trasporti, Sna Casa Artigiani, Fiap e
Unitai) hanno abbandonato il tavolo delle trattative col governo, dopo
neppure un'ora di discussione. «Le organizzazioni che hanno indetto il
fermo - si legge in un comunicato unitario - hanno preso atto delle
comunicazioni del ministro giudicate ripetitive in quanto riferite
all'intesa del febbraio scorso per altro ancora non rispettata.
Constatata la mancanza di volontà di aprire un confronto sulla
piattaforma presentata da tempo dalle associazioni, abbiamo deciso di
lasciare l'incontro confermando la nostra piena disponibilità a
riprendere il confronto in atto per definire le questioni contenute
nella piattaforma. Il fermo continua». Con effetti che cominciano a
farsi sentire in modo pesante. Al blocco della circolazione su molte
autostrade, infatti, nel corso delle ore si sono aggiunte le file di
auto ai distributori di benzina (oltre il 60% è rimasto a secco nel
corso della giornata), il blocco della produzione in molte fabbriche
(22.000 operai in cassa integrazione solo alla Fiat, tra Melfi,
Mirafiori e Termini Imerese), la rarefazione dei rifornimenti di frutta
e verdura in numerosi mercati e supermercati. La situazione potrebbe
aggravarsi nei prossimi giorni, visto che il blocco dei tir è stato
proclamato fino a tutto venerdì.
Proprio per questo, ieri sera, Il ministro dei trasporti Alessandro Bianchi ha precettato gli autotrasportatori in sciopero limitando il fermo alla mezzanotte di oggi. Un comunicato del ministero annuncia l'adozione di una «apposita ordinanza per la limitazione del fermo dell'autotrasporto proclamato dalle associazioni Cna Fita e Confartigianato Trasporti dalle ore 00.00 del giorno 10 dicembre alle ore 24 del giorno 14 dicembre, limitandolo alle ore 23.59 del giorno 11 dicembre». Il ministero dell'interno ha di conseguenza attivato le prefetture per vigilare sull'attuazione del provvedimento e per assicurare un'«ordinata ripresa delle attività nel rispetto delle decisioni assunte dal governo». Gli autotrasportatori che non rispetteranno l'ordinanza saranno identificati dalle forze dell'ordine e potranno essere sospesi dall'albo. Già nel pomeriggio il presidente del consiglio, Romano Prodi, aveva giudicato «inammissibile» l'agitazione, sostenendo che «sono violate le libertà dei cittadini». Il confronto tra le parti si articola in ogni caso su quattro punti: le risorse stanziate nella legge finanziaria per il settore (gli autotrasportatori chiedono la conferma dei 575 milioni della finanziaria 2007, di contro ai 200 messi a disposizione per l'anno prossimo), la sterilizzazione delle accise sul gasolio in modo da bloccarne il prezzo per tutto il 2008, il modo di spendere le risorse 2007 (stanziate ma non tutte ancora impegnate) e la reintroduzione di una «tariffa minima del trasporto» (come quella che era in vigore fino al 2005). La partita è delicata anche politicamente, perché sulle difficoltà dei «padroncini» si innestano i tentativi del centrodestra di provare ancora una volta la «spallata». A capo della Fai, per esempio, c'è Paolo Uggé, ex sottosegretario ai trasporti nel governo Berlusconi. Che ora chiede di «mettere sul piatto le risorse mancanti, ma anche garantire tutti i passaggi che chiediamo da tempo per regolamentare il settore»; mentre da governante aveva abolito la «tariffa minima», lasciando campo libero alla «dinamiche di mercato» che stanno strangolando soprattutto le piccolissime imprese (non a caso, ieri, le uniche associazioni a non lasciare la trattativa sono state l'Anita, che fa capo a Confindustria, e Fedit, espressione degli spedizionieri privati). Ora bisognerà vedere, sulle strade, come evolveranno le cose. Le associazioni che avevano indetto il blocco dell'attività danno indicazione di andare avanti. «Il fermo è confermato - dice Giovanni Montali della Fita-Cna romagnola - anche perché non so come un ministro possa far lavorare le aziende per forza». Non ci sarebbero infatti «i presupposti giuridici. Non siamo un servizio pubblico». Vero è che il governo potrebbe comunque imporre la rimozione dei blocchi. «Sui presidi - concede Montali - discutiamo, ma la precettazione è un'altra cosa». Oggi la verifica.
La giostra infinita del just in time
Prezzo e fiscalità del gasolio, concorrenza da est, abolizione della
tariffa minima. I «padroncini flessibili» alle prese con un mercato
che li annienta
Fr. Pi.
Just in time e delocalizzazione, aggiungete un po' di liberalizzazioni
tariffarie ed eccovi servita la crisi della logistica incentrata
sull'autotrasporto.
Non è semplice guardar dentro a un universo sfilacciato come questo, dove convivono poche grandi imprese e decine di migliaia di aziendine che contano da uno a tre dipendenti. In totale 140mila, con 700mila addetti e un indotto da un milione e mezzo di posti di lavoro; in pratica, tra il 4 e il 5% del Pil. Il cuore della protesta sono proprio i «piccoli» - dall'80 al 90% delle imprese - che in questi ultimi anni sono stati lentamente strangolati dall'abolizione della tariffa minima (tot a km, a seconda delle merci trasportate), dalla concorrenza dell'est Europa e dall'aumento dei costi fissi (gasolio e pedaggi autostradali). La tariffa minima è stata abolita nel 2005 da quel Paolo Uggé che faceva il sottosegretario ai trasporti col Berlusca e ora è presidente della Fia (una delle associazioni che protestano anche contro quella scelta). La «minima» veniva spesso e volentieri disattesa, al punto che si preferì abbandonarla al «libero mercato». Il problema è che l'autotrasportatore - come l'operaio singolo - è la «parte debole» di ogni contrattazione. Specie con i grandi committenti. La «minima» era comunque un riferimento utile; in casi estremi serviva a far causa contro il committente, esibendo la fattura. Prima c'erano degli «accordi di settore» (una sorta di contratti collettivi); ora si possono ancora fare, ma non è più ammessa la fissazione di un prezzo minimo. Insomma: non servono più a niente. L'esempio che ci viene fatto è quello del trasporto carburanti. All'Agip o alla Esso non c'è alcun interesse a trattare con una miriade di soggetti sulle condizioni tariffarie; si sono perciò create una serie di «agenzie» gestite da personaggi che possono vantare rapporti privilegiati con i big clients, che hanno l'esclusiva del trasporto per loro conto e che «subappaltano» - alle proprie condizioni - le commesse ai «piccoli». Per i quali il prezzo del carburante rappresenta tra il 40 e il 50% dei costi di esercizio dell'impresa, L'aumento del gasolio del 25%, quest'anno, ha azzerato di fatto i loro margini di profitto. Chiedono perciò un blocco del prezzo per tutto il 2008, agendo sulle accise (le tasse fisse stabilite dal governo e che si sommano al prezzo di produzione, più Iva). Anche perché la maggior quota di traffico è nel Nord, dove entrano in gioco mezzi che magari hanno fatto il pieno in paesi confinari, con una fiscalità minore sui carburanti. La «competitività» italiana è scarsa sia per le mancate economie di scala (troppe piccole imprese e nessuna politica che ne favorisca l'aggregazione), sia per la bassa velocità commerciale (tra i 20 e i 25 km orari meno della media Ue). Non va nemmeno sottaciuto che la «concorrenza da est» vede spesso protagoniste imprese italiane che hanno spostato la sede sociale e il quadro giuridico-contrattuale, giocando su altre norme e altri costi del lavoro (assumendo autisti in quei paesi). Chiedono infine più controlli sui mezzi circolanti, in modo da limitare la «concorrenza sleale» (cioè chi abbatte i costi della sicurezza traendone un vantaggio competitivo, magari assumendo al nero). Un solo dato: in Italia vengono fermati circa 100mila mezzi l'anno; in Germania un milione. L'insieme chiama in causa il modello produttivo, ovvero il just in time (ci sono sempre meno magazzini «fissi» e più automezzi circolanti; per l'impresa multinazionale che assembla centralmente parti prodotte in cento posti differenti è un risparmio) che richiede più trasporti e più comunicazione. Ma a costi bassissimi, altrimenti il vantaggio viene meno. In quest'ottica, le pur giuste indicazioni su un modello «più su rotaia, meno su gomma» devono fare i conti con una realtà produttiva che richiede una «flessibilità» (ad esempio intorno a porti e interporti) garantibile solo con il lavoro di centinaia di migliaia di autisti in continuo movimento e in reciproca «concorrenza» (al ribasso) sul prezzo. E quando i margini diventano troppo stretti, ecco che questa marea umana si blocca. Scoperchiando la strutturale debolezza di un sistema in cui nulla deve star fermo perché l'insieme possa funzionare.
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