Saperi e numeri dell'acqua, controcorrente
Problemi, scarsità, ritardi e rimedi della situazione idrica
nazionale. Con un'intervista a Giorgio Nebbia prosegue il viaggio
tra chi beve e chi ha sete
GUGLIELMO RAGOZZINO il manifesto 21/07/02
Giorgio Nebbia, scienziato delle cose concrete, non si è
limitato e non si limita a spiegare e insegnare quello che sa, e
via via elabora - idee innovative, numeri attendibili - ma è
spesso capace di far vedere un altro aspetto, imprevisto, di
qualche conoscenza o idea corrente. Per esempio: quanta acqua
importiamo, comprando una T shirt di cotone o un chilo di riso
basmati? Nel corso degli anni, Nebbia ha insegnato merceologia
all'università di Bari ed è stato deputato e poi senatore della
sinistra indipendente. Il compito che si è dato, di informare e
spiegare, sempre e comunque, ne fa un autore tra i più
saccheggiati, anche in tema di acqua.
Nebbia, la settimana scorsa, a Catania, ho letto un suo
articolo sulle navi dissalatrici...
Ma va. Come cominciava?... Ah, è vero, l'ho scritto io, chissà
quando. La questione delle navi dissalatrici è interessante, ma
è meglio inquadrarla in un discorso più ampio che riguardi
almeno l'acqua in Italia. Poi arriveremo anche alle soluzioni,
una delle quali è il gran mare salato. In Italia l'acqua è
scarsa, in relazione ai bisogni e agli usi e distribuita in modo
ineguale tra nord, centro e sud. Un anno per l'altro, dal cielo
cadono 300 miliardi metri cubi di acqua; metà rievapora, metà
scorre nei fiumi o si deposita sottoterra o nei laghi,
reintegrando i giacimenti di acqua. La popolazione che aumenta e
si sposta nelle città, che consuma più merci, e quindi inquina
di più, è all'origine di frequenti scarsità di acqua dolce che
si concentrano e si autoalimentano. I prelievi di acqua sono ogni
anno, grosso modo, di 10-12 miliardi di metri cubi per l'acqua
potabile, 10-15 miliardi per gli usi industriali, di processo o
di raffreddamento, e 40 miliardi per gli usi agricoli. In tutto
60 o 65 miliardi di metri cubi all'anno di acqua che viene usata
e poi continua a circolare in un flusso continuo. L'acqua però
è stata contaminata dalla vita e ha contaminato la vita. In
sostanza, a ogni giro, le falde idriche non sono più quelle di
prima: la qualità è mediamente peggiorata.
E questo descrive la cattiva distribuzione. Ma non può essere
più preciso sulle cifre?
No. Vi è una carenza di dati statistici. I servizi metereologici
sono stati smantellati. Un tempo c'era un omino con un imbuto che
aveva il compito di informare su quanta pioggia era caduta in un
certo territorio. Ora le tecniche di informazione sulla
piovosità sono raffinate, ma nessuno sa quanto sia piovuto
realmente. In Puglia, un anno sarebbero caduti 200 millimetri, un
altro anno 650. Rilevazioni del genere non servono a niente.
D'altro canto si sa poco anche dell'acqua delle falde, le miniere
sotterranee di acqua. I dati non sono attendibili, diversi tra
Istat e ministero dell'ambiente. Si sa soltanto che l'acqua è
poca e in quantità crescente è contaminata. Nelle regioni
italiane che si affacciano sul mare, spesso le falde sono
contaminate dall'acqua di mare stessa: il mare interagisce con
gli acquiferi, la salinità aumenta e la qualità dell'acqua
dolce peggiora, mentre la quantità diminuisce; ma numeri su
tutto questo non ce ne sono, anche se un censimento sarebbe
dovuto essere un obiettivo primario di ogni riforma.
E' possibile aumentare la disponibilità di acqua potabile?
A livello di paese, si può importare acqua dal paese vicino,
dalla regione vicina. Per esempio va di gran moda parlare di una
condotta tra l'Albania e l'Italia. Tecnicamente si può fare. Ci
sono fondali profondi, ma il canale d'Otranto è stretto...
Io la trovo una cosa scandalosa...
Io non ci trovo niente di male, in astratto. Anzi da un punto di
vista etico è l'applicazione di una forma di solidarietà fra i
popoli, come rifornire d'acqua, dal Nilo o dalla Turchia,
israeliani e palestinesi. Il tuo vicino ha sete e tu intervieni.
L'acqua in eccesso si può esportare, prima che diventi mare.
Certo che se la gestione è gangsteristica o mafiosa, se l'acqua
viene rubata, o sottratta a necessità locali, se non c'è una
decisione popolare, se manca un controllo politico e democratico
sulla scelta, l'acqua non si tocca...Ma anche nel caso della
dissalazione vi sono gli stessi rischi.
E' il punto di partenza...
Un momento. La dissalazione dell'acqua di mare è una tecnica che
si usa da molto tempo e richiede energia: calore o elettricità.
Il calore consente di distillare l'acqua separando il sale. Con
l'elettricità si può comprimere l'acqua contro una membrana con
un processo di osmosi inversa, sul quale qui non è il caso di
insistere. Sono processi entrambi affidabili e usati in
situazioni particolari in cui il costo energetico sia ridotto o
trascurabile. Le centrali elettriche buttano letteralmente via
calore a bassa temperatura. Per esempio la centrale di
Brindisi/Cesano, quella da 2.400 megawatt, potrebbe essere
rimodellata con un impianto di dissalazione che potrebbe fornire,
che so, 30 milioni di metri cubi di acqua pulita all'anno,
andando incontro alla richiesta di acqua da bere di Puglia.
Come l'impianto Eni di Gela in Sicilia che immette acqua
dissalata...
L'unico inconveniente, diciamo così, ambientale, è
rappresentato dalla salamoia. Il sale che viene sottratto
all'acqua di mare, da qualche parte deve essere infilato. E
l'inquinamento è considerevole, per cui è semplice il
ragionamento: dove mai si può gettare sale senza inquinare
troppo? Nel mare aperto, lontano dalle coste. Da qui l'idea di
utilizzare navi attrezzate per "fabbricare" acqua
potabile e portarla in luoghi in cui manca. I greci in passato lo
hanno fatto, per rifornire le loro isole e hanno messo a punto
una considerevole tecnologia. Potrebbe ritrarne beneficio anche
l'industria cantieristica italiana che mi sembra vada un po' a
rilento. Quanto alle tecniche di dissalazione, vi sono svariate
imprese italiane che vendono impianti ai paesi arabi, ricchi di
energia e poveri di acqua. In altre parole, è possibile una
flotta di navi cisterna che nel corso degli spostamenti producano
l'acqua da immettere nei serbatoi sulla terra ferma. I modi per
sconfiggere la sete sono molti: intervenendo sui consumi,
pianificando l'uso delle risorse esistenti. Anche gestire un
acquedotto presenta qualche difficoltà...
Lo si vede con l'acquedotto pugliese che per la "Gazzetta
ufficiale" era stato ceduto all'Enel (che lo aveva indicato
tra i suoi "attivi" al momento di vendere le azioni) ma
poi è passato in proprietà alla regione Puglia. Un acquedotto
grandioso, ma povero di acqua.
L'acquedotto ha una storia più nobile di questi pasticci. E' una
storia di bisogni umani. In Puglia, all'inizio del secolo scorso
vi era un'intollerabile scarsità di acqua. Vi era però acqua
alle sorgenti del Sele, oltre le montagne. Così nel 1910 si
decise di forare la montagna e di portare l'acqua del Sele, che
allora non era utilizzata, giù, giù, fino a S. Maria di Leuca.
A cento anni di distanza l'acquedotto non ce la fa più. La fonte
si è impoverita, perché anche la popolazione campana tira più
acqua, la domanda pugliese è cresciuta e la manutenzione non è
stata fatta. Dopo il terremoto e le conseguenti frane, nessuno ha
fatto le riparazioni del caso. Si è tentato di collegare con
bacini, laghi artificiali e condotte, tramite gli enti di
irrigazione di Puglia, Basilicata e Molise, le risorse idriche
esistenti, in modo di ottimizzare l'acqua potabile, integrando
bacini e acquedotti. Ma di nuovo la mancanza di manutenzione ha
riempito di fango una idea di interesse pubblico. Naturalmente
sono cresciuti sospetto e sfiducia. E sì che esiste una legge
importante per la difesa del suolo e la salvaguardia delle
risorse...
Lei intende la legge 36/94, la legge Galli?
Ahimé no. La legge alla quale mi riferisco è la 183/89, quella
dei bacini idrografici. E' stata un tentativo estremo di
riordinare secondo natura l'acqua e il territorio. La legge
Galli, piena di buone intenzioni, per razionalizzare i troppi
acquedotti esistenti, ha rappresentato un passo decisivo in
direzione della privatizzazione, se non dell'acqua, esclusa per
legge, almeno delle attività connesse. Il risultato sarà un
rincaro dell'acqua, con prezzi molto differenziati da una città
all'altra.
Si può fare altrimenti?
L'acqua a mio parere dovrebbe avere lo stesso prezzo, almeno per
un consumo base adeguato e sufficiente: i maggiori consumi devono
essere pagati di più per scoraggiare gli sprechi. Prima ancora
della nazionalizzazione elettrica, all'inzio degli anni `60, vi
era una cassa conguaglio elettrica che veniva alimentata dai
maggiori ricavi di alcuni produttori e uniformava le tariffe. Per
l'acqua servirebbe un'agenzia nazionale che stabilisca una
tariffa uguale per tutti e consenta a tutti una quota
disponibile. L'acqua che costa di meno va in aiuto di quella che
costa di più. Un formidabile strumento di democrazia e di
solidarietà. Oltre che un modo per imparare molte cose ignote
sull'acqua. Un compito finale ma non minore dell'agenzia dovrebbe
essere quello di restituire al pubblico le acque da bere date in
concessione dalle regioni a privati che le imbottigliano e le
vendono a prezzi esorbitanti; a 200 mila vecchie lire al metro
cubo. Insomma: un po' di etica merceologica non farebbe male a
questo paese.