ricordando Sandro Sarti  

(...)Qual era poi il suo mestiere? Si potrebbero dare tante risposte. Un traduttore. Un giornalista geniale e senza potere. Uno che faceva politica, attraverso i percorsi e le forme più svariate, non ultima l'interesse per la teologia. Un formatore delle coscienze, che avrebbe però rifiutato questa definizione. E certo molto altro ancora.

E così i ricordi si intrecciano, nella contraddittorietà più radicale; resta la traccia della sua solitudine e quella indelebile del suo umorismo dissacrante; resta la sfida di un 'assenza totale, assoluta di attaccamento al prestigio e al possesso; resta l'immagine del suo corpo magro e della sua reticenza a curarlo; il senso di una altissima e multiforme professionalità mai venduta sul mercato, la molteplicità e il variegarsi degli interessi insieme ad una coerenza di scelte, che lo ha sempre visto fuori dai ranghi (il che ha anche i suoi vantaggi) e dentro l'opposizione (che invece è scelta faticosa, quando è spesa tra la gente e quando dura tutta una vita); l'intreccio raro di una fortissima, testarda litigiosità (che ha anche a volte ostacolato e amareggiato la possibilità di rapporto con lui) unita ad una capacità anche questa rara di donare e di chiedere, di disperdere e di realizzare, di finire e di ricominciare. (...)f.spano


Sandro fu attivo ne la Lotta dei minatori e comitato difesa miniere- 1967  htm

 

 registrazione 24-5-89- 6' http://www.alpcub.com/sandro_sarti_4_5_89_pomaretto.mp3

 

 

due parole sulla guerra del Golfo - Sandro Sarti 

http://www.alpcub.com/sandro_sarti_golfo.mp3

 3'

speciale di radio Beckwith sulla guerra del  Golfo -Sandro sarti -

http://www.alpcub.com/sandro_sarti_mster_beckwick.mp3

 

 

  audio


 

Gioventù Evangelica 140- aprile 1993


ricordando Sandro Sarti

Quando si cerca di ricordare, attraverso le parole, un amico, dopo la sua morte, si cade sempre nell'illusione di poterlo davvero fare; poter sintetizzare in poche frasi le caratteristiche di una personalità e il senso di un 'esistenza. Pensiamo di poter dire perché ci illudiamo di possedere, e dunque di poter esprimere, la verità profonda di quell'esistenza. E questa - le parole di chi è ancora vivo - è forse la violenza più grande e più inevitabile che subiscono i morti.

La vita di Sandro Sarti ci ha liberati, a priori da questa illusione, foriera di violenza: perché non solo da oggi, ma da sempre,era implicito che non sarebbe stato possibile mai sintetizzare compiutamente l'itinerario della sua biografia, né tanto meno carpire in gabbie di parole la verità profonda della sua vita.

E tuttavia necessario spiegare perché, pur nella consapevolezza di questa ineludibile parzialità, vogliamo ricordarlo a chi non lo ha conosciuto e con uno spazio che non appartiene alla tradizione né di GE né più in generale dei protestanti. E dobbiamo provare a dire qualcosa di lui.

A veva, come tutti, un 'età anagrafica, è chiaro, ma anche un suo particolarissimo modo di rapportarsi alle persone e ai problemi che ha spezzato, e da sempre, l'appartenenza generazionale. Come quelle d'ambiente.

Al suo funerale nella terra dei valdesi in cui era tornato a vivere negli ultimi anni e dove (è del tutto un caso?) è andato a morire si sono riuniti insieme uomini e donne per cui Sandro è stato fondamentale, alcuni che hanno condiviso tra loro la vita e le scelte fondamentali molti che non si erano mai visti prima o che forse hanno adesso poco da dirsi reciprocamente: un radicamento profondo in molte

esistenze diverse si è intrecciato dunque, per Sandro, ad un continuo spezzare la logica della appartenenza ad un solo "giro" e ad un solo linguaggio. E sono stata confortata da questo strano paradosso: che, anche dopo la morte, Sandro sia riuscito, in qualche modo e per un momento, a continuare quel che aveva fatto per tutta la vita, mettere a contatto culture e sensibilità diverse, intessere relazioni imprevedibili, rompere chiusure.

Qual era poi il suo mestiere? Si potrebbero dare tante risposte. Un traduttore. Un giornalista geniale e senza potere. Uno che faceva politica, attraverso i percorsi e le forme più svariate, non ultima l'interesse per la teologia. Un formatore delle coscienze, che avrebbe però rifiutato questa definizione. E certo molto altro ancora.

E così i ricordi si intrecciano, nella contraddittorietà più radicale; resta la traccia della sua solitudine e quella indelebile del suo umorismo dissacrante; resta la sfida di un 'assenza totale, assoluta di attaccamento al prestigio e al possesso; resta l'immagine del suo corpo magro e della sua reticenza a curarlo; il senso di una altissima e multiforme professionalità mai venduta sul mercato, la molteplicità e il variegarsi degli interessi insieme ad una coerenza di scelte, che lo ha sempre visto fuori dai ranghi (il che ha anche i suoi vantaggi) e dentro l'opposizione (che invece è scelta faticosa, quando è spesa tra la gente e quando dura tutta una vita); l'intreccio raro di una fortissima, testarda litigiosità (che ha anche a volte ostacolato e amareggiato la possibilità di rapporto con lui) unita ad una capacità anche questa rara di donare e di chiedere, di disperdere e di realizzare, di finire e di ricominciare.

Questa contraddittorietà non possiamo né vogliamo sciogliere. E se ci attardiamo a parlare di lui non è tanto per l'affetto o per la stima che molti amici della rivista gli hanno portato, ma per altro; la storia, è noto, la racconta chi vince; o perlomeno chi è capace di lasciare di sé una traccia resistente al tempo, oggettivata in "cose" (libri, ruoli, costruzioni materiali o istituzionali) che si possono toccare e quantificare. Parlare di Sandro ha per noi il senso di attribuire valore alle "cose che non sono ", a quelle cose, come la sua vita, le sue scelte, il suo impegno che, per il fatto di non aver vinto o di "non avere avuto successo': appaiono non essere.

Questa attenzione a non permettere che le tracce delle persone e delle esperienze siano disperse e cancellate la dobbiamo un poco a Sandro e molto ai più giovani tra noi perché là dove non c'è memoria non c'è neanche libertà. (francesca  spano)

 

giugno luglio '59...

 

Vittorio Rieser

Giugno-luglio '59: scioperi per il contratto nazionale dei metalmeccanici. Una lotta difficile, dopo anni di sconfitta operaia. Di fronte alla RIV (il vecchio stabilimento di via Nizza), nei picchetti, ci sono anche molti studenti e altre persone solidali con la lotta operaia (Gianni Vattimo ne ha recentemente parlato in una sua intervista). I criteri repressivi della polizia sono estremamente rigidi: il picchetto deve stare "dall'altra parte della strada", lontano dai cancelli. In uno dei frequenti momenti di scontro, un operaio (o forse più di uno) viene preso e caricato su una camionetta. Questa parte per portarlo in Questura. Nel picchetto c'è Sandro Sarti, che non ha solo studiato le forme di lotta non-violenta (ad es. americane), ma le sa praticare: di scatto, si butta a terra davanti alla jeep (Sandro ad Agape era noto per l'abilità nel "saper cadere" nei suoi sketches da clown...). La jeep è costretta a bloccarsi. L'operaio viene liberato dai suoi compagni. Più tardi, al bar, a sciopero riuscito, operaie ed operai del picchetto - sobriamente, ma con grande affetto - si affollano attorno a Sandro, gli battono una mano sulla spalla, gli stringono la mano. E a chi non ha visto, perché era lontano, raccontano quello che Sandro ha fatto.

Sandro Sarti è stato per me, oltre che un amico, un maestro. Credo che siamo in molti a dire la stessa cosa. Eppure Sandro era un uomo solo, ed è morto solo. C'è di che riflettere su questo. Ma vorrei evitare la retorica, o la comoda autocritica, e cercherò di limitarmi a raccontare qualcosa di lui.

Elenco alla rinfusa di cose che Sandro mi ha insegnato (che poi io le abbia imparate bene, è un altro discorso ):

- mi ha mostrato come dovrebbe essere fatto un buon giornalismo "militante", come strumento di comunicazione, di informazione da fornire alle persone perché queste possano utilizzare l'informazione come loro strumento (e non perché ne ricevano la "giusta linea");

- mi ha insegnato un bel po' di cose sulla teologia protestante, ma anche a "leggere" e capire le posizioni dei cattolici (quelli credenti, come il gruppo de Il Gallo che mi fece conoscere a suo tempo);

- mi ha insegnato a fare il caffè "corretto a monte", con la grappa, o il rhum, o il whisky, mescolati (in proporzioni variabili a seconda del liquore) direttamente con l'acqua della macchinetta, e con un sottile velo di zucchero sul filtro;

- mi ha insegnato, e mostrato concretamente, cosa significava per lui come cristiano, ma cosa può significare anche per un non credente, non "lasciarsi integrare" da questa società, e non in termini di posizione ideologica ma di vita e di azione concreta;

- mi ha insegnato come si raccontano le barzellette (in più lingue: inglese, italiano e piemontese);

- mi ha fatto capire cos'era la Resistenza, al di là degli schemi interpretativi generali, nelle sue esperienze anche contraddittorie e terribili;

- mi ha insegnato che la "sinistra" non è solo quella che corrisponde

ai nostri schemi ideologici, ma la puoi trovare dove non te lo aspetti: per questo devi informarti, essere curioso e aperto verso quel che succede.

L'elenco potrebbe continuare. Ma vorrei un momento riflettere su Sandro, su due aspetti - che sono alla radice di molti dei suoi insegnamenti: il suo essere cristiano, la sua professionalità.

Può sembrare strano, o improprio, che un non credente (e rimasto tale) parli del cristianesimo di Sandro. Ma, se non sbaglio, la testimonianza non è rivolta solo a quelli che credono, ma anche agli altri - e non è fatta solo per convertirli.

Sandro ha fatto capire, a chi era disposto ad ascoltare, cosa significa "chi vuoi perdere la propria vita la salverà, chi la vuoi salvare la perderà", e cosa significa "essere nel mondo ma non del mondo". Certo, non è il solo, e il suo non è il solo modo. Fatto sta che lui si è sempre messo totalmente in gioco: quando ha scelto di fare il partigiano, quando si è buttato anima e corpo nell'impresa di Agape, quando ce lo siamo ritrovati accanto nel '68 ma anche quando, nella fase del "riflusso", non si è lasciato imprigionare nell'alternativa tra integrazione o lamentosa rassegnazione, e ha continuato a fare cose concrete, ad esempio per i compagni palestinesi. E per questo ha rinunciato (non per "ideologia della sofferenza", ma come conseguenza di fatto) anche agli aspetti elementari di tranquillità, benessere, continuità nella propria vita: è stato un instabile, un povero, un isolato. Uno "spostato": così il "senso comune" di molti, inclusi molti suoi correligionari, ha letto i suoi comportamenti. E uno "scomodo", da cui a volte ci si teneva lontani, a cui non si era disposti a dedicare tempo, anche per molti di noi: e anche su questo dovremmo riflettere.

Ma questo "spostato" era anche un esempio di eccellente professionalità in molteplici campi (è curioso che anche questo sia un elemento protestante, di quel protestantesimo "borghese" di cui Sandro poteva sembrare l'antitesi).

Non sta a me parlare di uno di questi aspetti di professionalità, cioè della sua cultura teologica - che credo fosse tutt'altro che disprezzabile.

Né posso dire molto sulle sue eccezionali qualità di traduttore - che si intrecciavano con la sua curiosità e il suo "fiuto" culturale. Vorrei però ricordare un episodio. Già prima del '68, Sandro ci fece conoscere tra gli altri aspetti della cultura americana - le poesie di Lawrence Ferlinghetti: e una sera ce ne tradusse, a voce, una in piemontese, che secondo lui rendeva meglio l'atmosfera; con un effetto di straordinaria efficacia.

Ma l'aspetto della sua professionalità che conosco più da vicino riguarda l'informazione. Ho partecipato infatti con lui a due sue iniziative, in cui diede il meglio di sé: il bollettino quotidiano del movimento studentesco del '68 (che uscì nei primi mesi di quell'anno) e il collettivo CR ("Comunicazioni Rivoluzionarie"), di poco posteriore.

Il bollettino quotidiano del movimento fu una sua idea geniale, e fu (sia pure per breve tempo) il "collante di massa" del movimento quando questo rischiava di restringersi a un fatto "di avanguardia". Non a caso, quando alcuni di noi furono arrestati, il pubblico ministero che ci interrogava (e che, ironia della sorte, si chiamava Amore) batteva e ribatteva e ribatteva per sapere chi era la "testa" di questo bollettino, che riteneva essere lo strumento centrale di organizzazione del movimento: e devo dire che nessuno di noi "tradì" Sandro.

Ma, al di là del significato politico, vorrei sottolineare gli aspetti più"professionali" della concezione giornalistica di Sandro, che si traducevano nell'impostazione del bollettino:

- l'informazione al primo posto, reprimendo le ricorrenti tentazioni ideologiche di tutti noi: e infatti il bollettino era un vero e proprio giornale, un mini-quotidiano, leggibile, stringato, "secco";

- il linguaggio: una volta ci sottopose a una sorta di "esercitazione", consistente nella soppressione o sostituzione di tutte le parole difficili o vuote (ideologiche), che ci lasciò un po' sconvolti; se l'avessimo dovuta applicare fino in fondo, il giorno dopo in assemblea, dopo aver chiesto la parola, avremmo dovuto alzarci e restare in silenzio...

Un esempio concreto della sua genialità giornalistica: la Stampa (allora violentemente contraria al movimento studentesco) veniva - allora come oggi - distribuita a mezzanotte in alcuni punti di Torino. Noi andavamo a comprarla, e il giorno dopo uscivamo, in contemporanea, con articoli di risposta "in tempo reale" a quelli della Stampa dello stesso giorno! Per questo - e per il perfezionismo professionistico di Sandro, oltre che per la dispersività sua come di tutti - ogni volta si facevano le tre o le quattro del mattino, e molti di noi sarebbero stati stroncati, se non fosse intervenuto un provvidenziale periodo di latitanza forzata e poi di carcere (breve, e nelle condizioni abbastanza "comode" di quei tempi)...

Il collettivo CR, col relativo bollettino, fu la "risposta" di Sandro all'involuzione del movimento, e al suo irrigidirsi in spezzoni ideologici e settari: la ripresa dello studio della sinistra americana (che già, anche grazie a Renato Solmi, aveva avuto un'influenza sulla nascita del movimento studentesco torinese), nei suoi vari aspetti, dalle Black Panthers ai movimenti di lotta contro la guerra del Viet-Nam - e ancora una volta con l'informazione al primo posto, senza fronzoli e senza fare lezioncine politico-ideologiche; con un'attenzione (che a volte ci sembrava quasi ossessiva) al linguaggio, alla forma grafica, insomma a tutti gli aspetti anche "tecnici" della comunicazione scritta.

Queste "imprese giornalistiche" si esaurirono purtroppo in breve tempo (anche se ciò non significò la fine dell'impegno di Sandro su quel terreno): quanto per l'inquietudine e l'instabilità di Sandro, o quanto perché molti di noi preferirono forme di impegno che ci sembravano "più direttamente politiche"? magari con la motivazione aggiuntiva che lavorare con Sandro era difficile, che ti prendeva troppo tempo... Già allora, in qualche modo, lo si è lasciato solo.

un adolescente e un saggio

Maria Teresa Fenoglio

Sono della generazione del '68, e ho adesso circa l'età che aveva Sandro quando lo conobbi. lo .ero nella prima giovinezza, che in quegli anni per una ragazza piccolo borghese era di fatto un'adolescenza; lui aveva 44 anni. Sapevo che era sceso a Torino da Agape, perché, come lui stesso dichiarava, non era l'epoca in cui si potesse stare ritirati nella propria tana. In una soffitta dello stesso palazzo in cui era la sede dei Quaderni Rossi trafficava con una radio ricetrasmittente che gli consentiva di ricevere notizie di prima mano sulla guerra nel Viet-Nam. Per vivere faceva il traduttore: batteva a macchina velocissimo con le sue dita, fiero dell'efficacia della propria attitudine artigianale, così come lo era del proprio inglese, appreso negli USA, che parlava in modo perfetto dal punto di vista del lessico, ma con una accentuata cadenza piemontese: una forma di snobismo, o di moralismo, con cui intendeva sottolineare la sostanza a danno della forma.

La prima impressione fisica che ebbi di lui, sigaretta e macchina da scrivere, fu di un corpo flessuoso, di una aristocrazia dei modi: camicia militare aperta sul collo, piedi scalzi portati con eleganza, di lui pensai, "Henry Miller!" : Sandro mi ricordò l'intellettuale americano degli anni '50.

Sandro e l'America sono per me indissolubilmente legati. Lui vi aveva soggiornato a lungo dopo la guerra, a seguito di progetti di scambio delle chiese presbiteriane: non ne parlava molto (centellinava i ricordi, tanto era proteso sull'oggi), ma so che aveva anche lavorato come inserviente in un sanatorio, e non dimenticherò la sua descrizione delle nebbie che salgono dalla baia di S. Francisco e del brulichio di esercito notturno nella metropolitana di New York, i lavoranti di colore che tornano a casa la sera dopo aver ripulito i grattacieli del grande business. Per me e per gli altri giovani del collettivo CR ("comunicazioni rivoluzionarie") da lui fondato, che si occupava di comunicazione e scambio tra il movement italiano e quello americano, Sandro ha rappresentato l'apertura su una realtà culturale - quella americana e quella protestante che nessun turismo giovanile anche del sacco a pelo avrebbe potuto disvelarci. Per quattro anni consecutivi egli fece in modo che alcuni di noi, a turno, soggiornassero in America lavorando fianco a fianco con i "fratelli" americani in uno scambio che aveva come comune sfondo ideale l'internazionalismo e la costruzione di una società più giusta. Diventarono i nostri modelli le Pantere Nere, i G.I. (i soldati americani, tanti dei quali - avevamo scoperto - organizzati contro la guerra del VietNam), the people, cioè le comunità etniche e di quartiere tese a costruire, da subito (do it nowl) una vita vivibile e solidale. E infine le donne del women 's movement (movimento di liberazione delle donne). La sua idea della informazione rivoluzionaria, fondata sul legame indissolubile tra conoscenza e azione (odiava i libri di storia scritti viaggiando da una università all'altra), non solo "tiene" nel tempo, ma è alla base delle moderne teorizzazioni sulla comunicazione e l'apprendimento in psicologia sociale. Intuì con molto anticipo la necessità di una saldatura tra l'impianto teorico e l'enfasi organizzativa della sinistra italiana e la vitalità e le proposte dei movimenti spontanei di massa.

Nessuno di noi del collettivo era valdese, o protestante: ma né Sandro né alcun altro delle Chiese che allora ci aiutarono patrocinando il nostro progetto di lavoro in America pronunciò con noi una parola di proselitismo, o tentò in alcun modo di esercitare una egemonia sul nostro lavoro: questo voglio ricordare con gratitudine.

Sapeva a sua volta apprendere dai giovani, imparare da loro: in particolare lo ricordo impegnato a interrogarsi, insieme a qualcuno di noi, sulla filosofia del "viaggio" del movimento hippie, sul buddismo, e quelle nuove forme di cultura tese a ricomporre la globalità dell'individuo; aveva un'attitudine orientale per la meditazione e quando il Living Theatre giunse a Torino, fu lui a farmelo conoscere, portandomi nei camerini per presentarmi due sue vecchie conoscenze, Julian Beck e Judith Malina.

Nonostante un'apparente caoticità, o impulsività, era guidato da un lucido progetto interiore. Alla vigilia della mia partenza per gli USA, un po' sgomenta dei compiti affidatimi, dissi a Sandro, "non sarebbe meglio che andassi tu di persona?". Si schermì: "No, io ci sono già stato, adesso partite voi".

Fu sicuramente un maestro per noi, ma diverso dagli altri maestri. Non era di quelli che costituiscono un riferimento ideale o morale "lontano", fermi nella loro saggezza mentre i più giovani si espongono nel mondo. Egli era con i giovani nel mondo perché c'era qualcosa di molto giovane, di adolescenziale, anche in lui. Sembrava sopravvivere in Sandro il partigiano diciottenne di Giustizia e Libertà, fermo a quell'età e a quell'esperienza. Era come se la sostanza umana delle relazioni che poterono stabilirsi nella resistenza, e poi nell'edificazione di Agape, fosse rimasta l'unico termine di confronto di quelle che per lui potevano essere relazioni umane accettabili. Per noi del '68, che guardavamo alla resistenza, fu una lezione di coerenza esemplare. Per il tempo che l'ho conosciuto l'ho sempre visto proteso a riprodurre, nel piccolo, una società di compagni solidali, uniti in un impegno che li trascendesse: il collettivo per CR, la comune in cui viveva in via Plana, a Torino, insieme a studenti e operai, e poi l'osteria di Stura, che gestì in un periodo (quello delle Brigate Rosse) in cui tanti di noi si erano ritirati sgomenti (io per esempio passai quattro anni a cucire). La sua capacità di restare adolescente pur accettando i compiti del' età adulta, comprese le scadenze della propria vecchiaia e della propria morte, costituisce per me una fonte importante di riflessione: la coerenza, l'intolleranza per l'ingiustizia, la capacità di provare sdegno, l'insofferenza per i compromessi, l'irriverenza, possono preservare la nostra età adulta dall'accomodamento e dalla rinuncia.

Fu forse questo il "disadattamento" di Sandro: l'aver avuto alle spalle esperienze umane e culturali (anche quella americana) che gli consentivano di vedere troppo in avanti coi tempi, il che gli provocava tremende arrabbiature quando gli altri sembra_ vano non capirlo.

L'ho molto amato. Come tanti della mia generazione avevo vissuto un drammatico scontro con i miei genitori, e in particolare il distacco da un padre ex partigiano che non mostrava di voler capire il mio impegno e le mie ragioni: forse anche questo ha pesato nel mio innamoramento. Sono stata la sua compagna per quattro anni, ma ancora mi suona strano dirlo in questo modo, perché tra noi non ce lo siamo mai detto in questo modo. Non era nelle corde di Sandro essere "coniugale"; le poche volte che gliene chiesi ragione (era la politica il terreno dei nostri discorsi, e in rare occasioni la trascendenza e il destino delle scelte individuali), mi rivolse uno sguardo come smarrito. Gli si leggeva dentro una ferita antica (la morte della madre quando aveva tre anni? Il lungo disinteressamento da parte del padre?; "Sono nato solo", mi confidò a mezza voce), per la quale cercava soccorso per altre vie che non il rapporto tra l'uomo e la donna. Per lui l'amore o era spirito, l'unione di cui non si parla perché c'è (mi disse una volta, e fu una per sempre: "grazie perché ci sei"), o era gioco. Soltanto oggi però capisco come la giovinezza dell'altro possa rappresentare per la persona di mezza età un pericolo ben maggiore dell'esposizione del giovane all'età matura. In questo anche si mostrò saggio: in qualche modo fu da parte sua una scelta quella di far sì che i miei vent'anni diventassero il terreno del suo investimento paterno piuttosto che quello di un'unione improbabile.

Fu lui a mettermi nelle mani il materiale del movimento delle donne in America e a suggerirmi - sapendo forse di trovare una forte propensione - di organizzare nel '69 un collettivo femminista a Torino, che si chiamò il "collettivo delle compagne": e questo forse a conferma che l'iniziativa creativa nasce dall'incontro - anche dei due sessi - e non dalla separazione. E lui ha sempre creduto nell'incontro.

Power to the people, Sandro!

 

quel che la tua mano trova da fare

Giovanni Mottura

Ho saputo della morte di Sandro - lo racconto perché anche questo mi è parso in qualche modo significativo - assolutamente per caso la sera del giorno stesso, credo, in cui è avvenuta. Me l'ha comunicata, in un inciso del discorso e probabilmente senza avvertire la rilevanza che aveva per me, una ragazza che mi telefonava, a Bologna, per tutt'altrimotivi. Come a volte faccio per mettere ordine in circostanze che fatico ad accettare (non soltanto luttuose, come si dice), ho aperto la Bibbia e mi è capitato di leggere il versetto 1O dell'ottavo capitolo dell'Ecclesiaste: "Ed ho veduto allora gli empi ricevere sepoltura ed entrare nel loro riposo, e di quelli che s'erano condotti con rettitudine andarsene lontano dal luogo santo ed essere dimenticati dalla città. Anche questo è vanità".

Non ho pensato, come mi sembra aver creduto un fratello al quale ho raccontato la cosa poco dopo, che il luogo santo e la città fossero la chiesa, intesa come istituzione. Sarebbe stata una lettura del tutto estranea a tutto ciò che ho conosciuto, imparato e amato di Sandro, a ciò che - nei dieci anni ormai lontani nei quali è stato per me un contatto vivo e quotidiano - mi ha comunicato e a volte costretto a prendere in considerazione: ad esempio (ma non è che un aspetto) la razionalità, la finezza, la coerenza e l'attenzione verso il prossimo che possono non soltanto sottostare a, ma essere il motivo di, una condotta socialmente disordinata, apparentemente marginale.

Probabilmente, in questi giorni ci sarà chi - con maggiore conoscenza di causa e più lunga esperienza di me - dirà che non l'apparente disordine ma lo sforzo di perseguire la giustizia è stato l'aspetto autentico, quello che va ricordato e se necessario affermato.

Per parte mia, non posso che testimoniare ciò che di certo so, perché ha inciso nella mia formazione negli anni in cui si è definito il mio modo di vedere il mondo e di viverci: nel ricordo che ne ho, quella distinzione non rende assolutamente ragione di chi fosse Sandro, del ruolo che ha giocato nella vita di molti, in tempi diversi.

Non sto polemizzando con altri, dicendo questo, se non nella misura in cui lo faccio col me stesso di allora (e forse, per certi versi, anche di oggi). Ricordo bene il senso di amicizia, l'affetto e il rispetto non formale che provavo sin dal primo incontro ad un campo invernale ad Agape - per il compagno partigiano combattente; per il campo-lavorista della prima generazione agapina; per il colto traduttore di testi americani; per il fratello capace di discutere con me ragazzino, senza supponenza e con conoscenza, dei testi del barthismo (che iniziava ad affascinarmi) mettendomi però contemporaneamente in guardia sui rischi di intellettualismo che potevano esservi connessi; per il militante impegnato ad appoggiare concretamente la lotta dei minatori della VaI Germanasca, delle operaie tessili di Perosa Argentina, dei metalmeccanici di Villar (certo molti ricordano la scritta cubitale sul muraglione alla curva della Gianna: "Settimo: non rubare"); ma che allo stesso tempo sapeva ammonirmi a non cedere a tentazione "estremiste": lui - spontaneista per così dire caratteriale - a stato certamente una delle persone che mi hanno insegnato che non c'è lotta senza organizzazione e che non c'è organizzazione senza peccato, e che esattamente questa contraddizione definisce il terreno e il tipo di tensione che i credenti chiamano testimonianza del regno.

Ma ricordo anche come a quell'amicizia, affetto e rispetto si siano in momenti diversi mischiati sentimenti di imbarazzo, sensi di contraddizione; a volte superficiali (passeggiare per Torino, negli anni a cavallo fra i '50 e i '60, insieme a un adulto scalzo, non era ovvio per un ragazzo torinese) a volte ben più intriganti (perché una persona di quel valore era professionalmente tanto instabile? Certo, in momenti di conflitto acuto - pensavo alla guerra, alla resistenza, alla rivoluzione - certi canoni potevano saltare, ma non era forse vero che la solidità di una persona si deve riflettere anche nel suo aspetto esteriore nell'ordine del suo vivere? E poi: si può fare davvero "lavoro politico" - o "di massa" - comportandosi e vivendo da diverso? Non è un modo di favorire reazioni superficiali di rigetto là dove vogliamo invece portare, testimoniare, lo scandalo vero, essenziale: quello d'un ordine fondato sulla violenza e lo sfruttamento? E potrei continuare).

Ciò che mi pare corretto dire è non soltanto che Sandro era - appunto - tutto questo in ogni momento (di depressione, di calma, di entusiasmo) del pezzo che ho conosciuto della sua vita, ma che proprio questa contraddizione è la ragione per la quale è stato importante, come presenza, per me come per molti altri.

Ho incontrato - grazie a Dio molte persone (non parlo qui dei coetanei o quasi) dalle quali ho imparato cose essenziali per la mia crescita. Alcune le ho ammirate e rispettate (mi vengono in mente, ad esempio, Lelio Basso, Tullio Vinay,

Umberto Terracini), altre le ho anche amate profondamente (ad esempio Raniero Panzieri), ma nessuna come Sandro, mi ha costretto, senza propormi modelli, a riflettere sul pecca fortiter, sulle debolezze e le contraddizioni come elementi costitutivi del giusto e dell'ingiusto: consapevolezza che ancor oggi considero come l'unico grano di saggezza che si possa trovare tra gli uomini. Ricordo che qualche anno dopo ho ritrovato la stessa saggezza nell'ammonizione di Frantz Fanon, giustamente evidenziata da Jervis in una bella introduzione, sulla necessità di "avere cura del soggetto rivoluzionario": mi sembra ovvio che ciò implichi la necessità di rendersi conto che ne ha bisogno (e Dio sa quante volte l'abbiamo dimenticato). Un ultimo ricordo, in proposito. Raccontavo a Sandro di come - intervistando operai licenziati dalla FIAT negli anni '50, per motivi politici - io ragazzino "rivoluzionario" fossi stato dentro di me scandalizzato e un po' deluso di incontrare per lo più (salvo quelli che erano diventati sindacalisti) gente "normale" che aveva trovato altre occupazioni per lo più terziarie e che non si sognava neppure di fare della condizione di "licenziato per rappresaglia" il nocciolo della propria identità, pur rimanendo comunista o socialista. La risposta fu: "Perché, pensi che Agnelli o la signora Villa abbiano il potere di farli diventare degli anormali?". Ho sempre collegato a quella risposta i due regali che lui stesso mi portò dagli Stati Uniti qualche tempo dopo (ben prima - cioè - del '68): una delle prime pubblicazioni a stampa della new left californiana, e insieme un libretto di poesie di Ferlinghetti. Non so ancor oggi quale fosse il pane e quale le rose. Per tutte queste ragioni, che ho forse affastellato un po' troppo sommariamente, ho detto all'inizio di non aver neppure pensato di riferire all'istituzione ecclesiastica quel brano dell'Ecclesiaste.

L'ho invece letto come una constatazione e come un invito: la prima è l'inutilità di cercare nel mondo la conferma della giustezza (o dell'errore) delle proprie ed altrui azioni; il secondo è di cercare la giustizia con tutte le forze di cui si dispone.

In questa contraddizione (che per Giobbe come per ciascuno di noi - è quella tra fede, speranza e amore) il nostro fratello Sandro Sarti è vissuto e morto, con l'incoerenza di chi fa con tutte le sue forze tutto ciò che la sua mano trova da fare (Ecclesiaste, cap. 9, verso lO).

p.b.

 

 

caro Sandro

Claudio Canal

È arrivato il momento che noi, tuoi amici per variopinti destini, ci mettiamo insieme per dare il via a quella festa che, accennata qualche volta, è poi finita nel dimenticatoio perché siamo troppo P3, pudichi, pigri, postumi, o anche solo piciu, nel senso che siamo solitamente bravi a celebrare i morti e scadenti a riconoscere i ViVi.

Sarà la Grande Festa per Sandro Sarti, dove - perepé, perepé - ognuno di noi, tra una barbera e l'altra, racconterà il Sandro Sarti della sua vita.

La traccia del mio brindisi è questa, cominciando dal fondo: da quando, saputo della morte di mio fratello, ti sbriciolavi il cuore facendo quattro piani di corsa e mi dicevi che lui "non aveva le palpebre". Ecco, come tante altre volte io non capivo al volo i tuoi squarci linguistici. Volevi dire che il mio fratellino era costretto a vedere il male del mondo senza mai potere, per un attimo, battere ciglio.

So che arriccerai naso e occhiali alla festa sandrosartica, perché dovrai - per regolamento - solo ascoltare, anche le più spudorate retoriche dell'amicizia. Come la mia, di uno affascinato perfino dalla tua eleganza postcalvinista, i colori della camicia con il disegno della giacca, anche se tutte e due di risulta, o dalla sigaretta accartocciata con una mano sola o dal tuo camminare scalzo per le strade di Torino.

Così fin dall'inizio, giacca di velluto e trinciato forte, quando scendevi da Agape a Pinerolo, 1966, perché avevi in mente una mostra documentaria su una guerra in un paese lontano, il Vietn-Nam; io ero parte della nomenklatura cattolica, tu lasciavi che ti chiamassero "pastore valdese", gli altri erano comunisti doc. Poi questa inquietante mostra pinerolese sarebbe diventata la torinese marcia silenziosa per via Roma, il "comitato torinese di iniziativa città europee per il Viet-Nam" e quel completo di tweed comprato per pochi soldi al Balon per andare a Lio

ne. Altri celebreranno gli allori di Palazzo Campana, del "Comunicazioni Rivoluzionarie" - un ciclostile in mezzo e la tua branda in un angolo -, la radio transoceanica per captare radio Hanoi prima della Stampa, le Pantere Nere, i soldati americani contro la guerra, che mi spedisti a conoscere a New York per capire meglio.

Poi la brutta piega della politica. Organizzazione! Organizzazione! E i transfughi pistoleri. Tu opponevi subito, un po' compatito dai compagni graduati, la vita e il pensiero di quelli che stanno seduti a tavola: la piola di Stura, detta unanimamente la "Piola di Sandro". Anni di fatiche e di innesti umani. Anche l'ultimo venuto riceveva da te lo stesso buon vino del sumà dei vecchi tempi, come.il vignaiolo della parabola (Matteo 20, 1-16). Se ne andava solo chi non voleva confrontare con te il proprio discorso sugli uomini e sul mondo. La morte di un amico ti avrebbe reso di nuovo randagio.

"Dov'è finito Sandro Sarti?" ci interrogavamo ogni tanto, presi piùche altro dalla nostra stanchezza e da certe riacquistate comodità. La tua ricomparsa, chi non lo sapeva?, avrebbe annunciato profeticamente la ripresa di qualche movimento nelle teste dei refrattari, il rimettersi in moto di qualche opposizione non formale. Il tuo era un infallibile auditel interiore.

"Pronto? Sono Sandro" "Sandro chi?" "Sandro. Bisogna muoversi sui palestinesi. Sto in Toscana. Presto vengo a Torino. Aspettami". 5 aprile 1988. Sei o sette anni dall'ultima volta e tu riprendevi tale e quale. A Porta Susa scendevi con un bellissimo gilé nero e i tuoi averi in una borsa dell'Upim. Per me sarebbero poi stati due mesi un po' scomodi a casa mia costretto a capire che la storia non era finita, nonostante le perestroiche, che c'era ancora sempre una possibilità di farcela, volendo, che te non ti aveva addomesticato proprio nessuno.

Volavi davanti a noi a scovare il doppio fondo delle cose, l'altra verità da snidare con le meningi, lo stupore, l'ironia. Mobilitavi Pinerolo e Valli per rispedirmi a Gerusalemme a vedere con la tua ansia i tempi della pace a venire che tu, da autentico filosofo orale, avresti poi scavato, raccontato, trasformato in ragione e speranza.

Questo e altro io strombetterò a quella Sartifest dove te ne starai zitto a beccar ti tutto l'accumulo di riconoscenza che non ti abbiamo mai detto in questi anni di fraternità.

 

Rumori di fondo/schede su alcuni giornali locali e di base del Pinerolese nel dopoguerra- Rumori di fondo.

 

<<Per la Palestina>>

 

Il 22 gennaio 1990 si riunì a Pinerolo, nella sede dell'ARCI, il ''gruppo di lavoro 1990, un tempo per la pace". lo scopo era di tracciare un bilancio conclusivo del lavoro fin allora svolto per la Palestina.

. I grandi media nazionali e la nostra stampa locale avevano ampiamente parlato della "spedizione per la pace" di fine anno in Palestina. Anche Pinerolo e le valli vicine sono state ampiamente coinvolte. Cosi viene raccontato in un volantino: (",) E' avvenuto attraverso, appunto , l' iniziativa del "gruppo di lavoro" che ha mobilitato varie realtà politiche, religiose e sociali. Lo scopo era quello di finanziare la partecipazione di un pinerolese alla ''spedizione''.Il lavoro è durato due mesi, incentrato sulla vendita di due "dossier" informativi sulla Palestina per un totale di 650 copie, preparati da Sandro Sarti {che tutti i venerdì alle 18.45, con replica il sabato alle 9.30 da Radio Beckwith 91.200 FM trasmette uno ''speciale'' di informazione e commenti sulla Palestina).Si sono raccolte 1.300.000 lire nette, che hanno contribuito al viaggio di Claudio Canal. Dell'iniziativa in Palestina Claudio Canal ha già parlato in diverse occasioni, tra cui un'affollata ed attenta riunione a Pinerolo il l2 gennaio.Il gruppo ha così concluso formalmente l'iniziativa per cui si era costituito."

Il dato più interessante, ci pare, è che mentre in genere la partecipazione a "1990, un tempo per la pace" è avvenuta a livello individuale o con delegazioni di partiti, sindacati ed associazioni

( ricordiamo le ACLI, l'Arci, l'Associazione Pace), nel pinerolese ci si è mossi a livello di base.

Due osservazioni vanno fatte. La prima è che la cosa non è partita dal nulla.

All'inizio del 1989 ci son state varie piccole riunioni in val Pellice e val Chisone, con serate pubbliche o presso l'Associazione Pace. A questo lavoro di studio sono seguite 1) la raccolta di firme in calce alla "lettera a Basilea'' l'assemblea ecumenica del l989 nella città svizzera 300 firme, prevalentemente nell'ambito delle chiese locali cattoliche e valdesi; 2) in luglio c'è stato a Pinerolo un incontro col prof. Guido Valabrega che ha commentato l'Intifada, risalendo ai giorni cruciali del l947~'48; 3) in agosto Andrea Priotto, reduce dalla Palestina, ha parlato al tradizionale raduno valdese del 15 agosto ( Balziglia), dove si è cominciata la diffusione della pubblicazione "La Palestina e le Chiese" ; 4) al Sinodo Valdese (settembre) si è proseguita la vendita di questa documentazione, appoggiata da una mostra nel giardino della Casa Valdese.Durante il Sinodo presso l'aula consigliare del Comune di Torre Pellice hanno parlato Wassim Damash (dell'0LP) ed il pastore Aldo Comba ( che lavora presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese) : l'invito era stato fatto dalla Commissione "Pace e Giustizia" delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi. Il Sinodo votò poi un ordine del giorno a favore della pace e sicurezza per tutti e per l'autodeterminazione dei palestinesi; 5) ad Agape il 16/17 dicembre si è svolto un week-end di informazioni e riflessioni nell'ambito dell'inizitiva per la fine anno in Palestina. La seconda osservazione è che le iniziative qui descritte non esauriscono certo ciò che da tempo si fa in zona per la Palestina: L'esempio più significativo è l'operazione "Ragazzi dell' ulivo'' , promossa in tutta Italia dall 'Arci e dall'Agesci per l'adozione a distanza di bambini palestinesi: a Pinerolo vi partecipano con buon successo la comunità di S.Lazzaro e molti singoli. Per quanto riguarda il "gruppo di lavoro l990”, un tempo per la pace" si conta di mantenere un contatto vivo e di restare aperti a nuove iniziative.>           l990  s.sarti.

 

Sandro sarti portò il ’68 a Torino- l’eco del Chisone

 

Alessandro detto Sandro Sarti viene da una famiglia padana e in parte occitana della provincia di Cuneo. ,

Bambino piccolo separato dalla madre, ilpadre corrispondente della Stefani dalla Danimarca lo affidò a una sorella sposata con un protestante e lo presero per coscienza. Passò a volte le vacanze con un'altra zia che aveva sposato un nobile latifondista che aveva terre nel Sud e nel Nord. Due mondi diversi. La sua famiglia furono i ragazzi dell'Unione giovanile valdese a Torino. Frequentò e finì il Liceo a Roma, dove stava con la se­conda moglie del padre. Venne nella Resistenza e mi fu mandato al Pioniere. Lo vidi salire alla Barma dell'Orso e gli chiesi: chi sei? «Turln_) rispose, e questo nome gli .rimase da partigia­no. Lo mandavo per cercare notizie in Vai Germanasca, si recava regolar­mente, ma le notizie non le ricevevo mai da lui ma da Costantino ma mi organizzava una buona  rete di distribuzione del giornale e ci mesco­lò alla vita dei compagni locali con cui volle farsi smobilitare.

Proposto come impiegato da Lo Bue nel Movimento federalista- europeo fece delle buone azioni ma lasciò presto il suo posto a Cabella. In buoni rapporti con gli americani che erano venuti per aiutare i valdesi delle Valli, fece due viaggi negli Stati Uniti. Stu­diò in un college presbiteriano e frequentò pure il principale seminario teologico protestante. Nel secondo viaggio arrivò in California, dove di­ventò amico di Ferligetti il libraio e poeta, e importò a Torino il movimen­to studentesco. Non è vero che il '68 venne col Maggio francese a Milano e Roma. Ma venne a Pisa e indipenden­temente a Torino con Sandro. Pubbli­cò un giornale ciclostilato di antistam­pa e con l’aiuto della Chiesa Presbite­riana mandò in America un paio di  giovani. Un giovane, che aveva sposato una ragazzetta che era stata con; lui, scrisse la storia del '68 a Torino  senza neanche nominarlo, che io ricordi. Così va il mondo. Il '68 fu bello,

i sessantottini non lo furono tutti.

Apprezzatissimo non da tutti, non fu capito da molti come si vede dai numerosi articoli apparsi dopo la sua morte. I suoi difetti erano numerosi, le sue qualità talmente più grandi da farli trascurare. Accusato di essere disordinato, lo si vedeva camminare sotto i portici di Torino inappuntabi­le, con la cravatta e la piega dei pan­taloni, con i piedi nudi dalle piante di cuoio, o in mezzo alla strada a Torre Pellice con il naso per aria e in su.

Meticoloso in casa e nella raccolta dei suoi documenti. Aveva aperto vicino a Torino un'osteria che era diventata un ritrovo per i ribelli. Cuoco estroso, si vantava del suo vino. Non ne capiva nulla, ma ci andavamo lo stesso. Era aiutato da un ragazzo con precedenti penali. Portò fra i costruttori di Agape un repubblichino senza che lo si sa­pesse perché era stato suo amico fra­terno dell'Unione valdese cadetta di Torino. lo lo vidi quasi piangere per amore e fare il suo capolavoro diven­tando il miglior amico dell'uomo che aveva sposato la donna che lui ama­va. Li vidi piangere al suo funerale. Fanatico filo-palestinese Sandro, in­transigente filoisraeliano l'altro. "Come fanno?», chiesi, e l'amica: ..Non ne parlano mai». Era ostico a molti che non lo potevano capire.

Sandro, con il tuo grande cuore, ci manchi!

Gustavo Malan

 

Pagina dei lettori - su Riforma venerdì 19 marzo 1993

RICORDO DI SANDRO SARTI

 

L’agape

Cinquanta anni fa a Pramollo, tra i partigiani che frequentavano la casa del pastore Paolo Marauda, c'era anche un ventenne alto e magro, tipico intellettuale: gli occhiali, la parola pronta e affilata, una tensione culturale e spirituale fortissima. Il pastore, diceva il popolino, amava discutere con lui, perché anche lui era valdese, sia pure della lontana Torino. I "vecchi" partigiani, che avevano pochi anni più di lui ma venivano dalla guerra di Grecia (o di Russia), lo chiamavano "Turin", lo prendevano un po' in giro - come sempre fa l'operaio "adulto" con lo studente - ma in fondo anche loro, come il pastore Marauda, gli volevano un gran bene.

Così, dopo il 25 aprile, se li ritrovò tutti intorno nelle osterie, nelle cooperative, durante quegli infuocati dibattiti in cui rinasceva, dopo vent' anni di paura e di servitù, la democrazia italiana. Sandro interveniva sempre, e noi ragazzini ascoltavamo estasiati (e un po' frastornati) quel suo mulinare di parole; costruire la democrazia e la repubblica, nazionalizzare la Fiat, guardare a Lenin. Ci pareva (diremmo oggi) un giacobino.

E così fummo stupiti, pochi mesi dopo a Torino, quando durante un grande convegno giovanile egli illustrò la sua scelta a favore dell'obiezione di coscienza; le prime àvvisaglie della guerra fredda, le riflessioni di uno che aveva partecipato fino in fondo alla lotta armata, e certo la sensibilità di una coscienza cristiana lo inducevano a questa svolta di 180 gradi.

Perciò nessuno si stupì quando Sandro si schierò, in prima fila tra i sostenitori di Agape, anzi tra i più impegnati lavoratori di Agape. Impressionò tutti, invece, la sua esplicita amicizia con un noto valdese di Milano, già milite della Repubblica sociale italiana: l' "agape", qui, era davvero vissuta fino in fondo, come processo di riconciliazione, come superamento "in avanti" della guerra civile europea; eppure Sandro, quando narrava del fascismo e del nazismo, non parlava certo come uno storico revisionista! .

A Agape Sandro ha dato forse i suoi anni migliori, certo i più creativi: se Tullio Vinay era il capo carismatico, capace di iniziativa e di sintesi, Sandro Sarti era l'intellettuale infaticabile, disposto a chiudersi per settimane in una stanza a leggere libri, per poi uscirne pieno di idee (perfino troppe), di proposte, di intuizioni nuove.

Se Agape, oltre ad essere un centro spirituale di prim'ordine, è stata anche un vivo centro intellettuale, lo si deve in larga parte alla generosità di Sandro, alla sua disponibilità, alla sua imprevedibile creatività: quanti campi, quanti incontri, quanti contatti sono dovuti alla sua iniziativa! Ne ricorderò solo uno: il rapporto con i Quaderni rossi di Raniero Panzieri (di cui si discute ancora adesso su Gioventù evangelica) risale in buona parte a una sua geniale intuizione.

Sempre per Agape, Sandro aveva passato qualche anno a Roma a studiare teologia. Per noi, che compivamo gli stessi studi in vista del pastorato, fu un arricchimento straordinario; ci portava a spasso per la città ignota, ci pagava il cinema (aveva un lavoretto), ci introduceva al marxismo libertario. Un vero maieuta, e anche un amico.

Più tardi noi ci installammo nella vita, circondati e protetti dai duri ma rassicuranti doveri professionali; Sandro restò invece un "battitore libero", talvolta troppo asistematico, ma sempre vivo e vigile. Così lo ritrovammo (anzi, fu lui a ritrovare noi) nei grandi appuntamenti politici e culturali: il Vietnam, il'68 (compresa la sua carcerazione a San Vittore); poi venne la straordinaria esperienza del periodico Comunicazioni rivoluzionarie, fucina di tante novità (ivi compreso un primo nucleo del femminismo torinese), la trattoria vicino all'aeroporto di Caselle e alla fine la comunità di Torre Pellice, accogliente e discreta.

La sera della sua morte, un amico divenuto evangelico al tempo dei Quaderni rossi mi ha telefonato, e con la voce rotta dal pianto mi ha semplicemente letto un versetto biblico: "Ho veduto degli empi ricever sepoltura ed entrare nel loro riposo, e di quelli che s'erano condotti con rettitudine andarsene lungi dal luogo santo, ed esser dimenticati nella città". (Ecclesiaste 8, lO). È vero: Sandro si è "condotto con rettitudine", ma non sarà dimenticato, né nella città presente né nella Città futura.

Giorgio Bouchard _-

Vecchio eretico

L'ho conosciuto tardi Sandro Sarti, solo poco tempo fa. Quello che so di lui me me l’hanno raccontato: il suo'68, !'impegno a Agape, la scelta di campo "palestinese". L'ho frequentato l'anno scorso per coltivare con lui il mio povero inglese. Io che amo i classici inglesi ma con enorme difficoltà posso affrontarli in originale, mi sentivo piccolo piccolo di fronte a lui.

Era ricco di talenti, di cultura, di generosità e li ha spesi senza risparmio a servizio degli altri. Come cristiani abbiamo tutti da rendergli grazie e ringraziare il Signore di un esempio come il suo. Di beni materiali è stato invece poverissmo ma è vissuto e morto come "un libero signore, non sottomesso a nessuno".

Ciao, vecchio eretico. Per te la salvezza e il Regno nella grazia del Signore sono certamente realtà.

Sergio Turtulici

La dimensione sociale della . vocazione

Maggio 1966. Due anni prima del maggio che scosse l'Europa, Gioventù evangelica pubblica un numero speciale dedicato interamente al Vietnam. Sono le prime notizie su una "pacificazione"che diventerà disastrosa, una documentazione che inciderà fortemente sul lavoro del movimento giovanile battista, metodi sta e valdese, che di lì a tre anni diventerà la Fgei.

Durante i mesi che precedettero quella pubblicazione, aiutai Sandro Sarti a selezionare il materiale in una montagna di documenti che si era procurato. Insieme scegliemmo, traducemmo, facemmo venire altra documentazione dai gruppi di opposizione che si erano formati negli Stati Uniti; ma il progetto, l'impostazione, le idee erano sue. Non solo in quella occasione, e fin dai tempi in cui eravamo in Facoltà, Sandro ha stimolato la mia generazione quella che va grosso modo da Giorgio Bouchard a Marco Rostan - impedendoci di ridurre l'etica a un problema solo religioso e solo individuale, continuando a porre, con altri, il problema della dimensione sociale e politica della vocazione evangelica, in un quadro rigorosamente riformato, appassionato eppure disincantato.

Quando aveva intorno a sé qualcuno che contribuisse a ancorare a terra una piccola parte della quantità di idee che faceva incessantemente turbinare, Sandro realizzava cose incisive, si trattasse di seminari e conferenze, reportages, o di una trattoria-ritrovo per intellettuali torinesi. Così ha dato il meglio di sé a Agape, ambito comunitario per eccellenza, in stagioni diverse, dal primo gruppo residente della comunità di Agape in poi.

In altre stagioni della sua vita non è stato in grado di raggiungere o mantenere dei risultati. Non ha terminato gli studi in legge né in teologia, ha lasciato la camera giornalistica, è arrivato a avere il suo nome in copertina come traduttore di importanti opere in campo socio-economico per poi lasciar scivolare questa possibilità come sabbia tra le dita.

Ma chiunque ha conosciuto Sandro ha ricevuto qualcosa da lui, lo ha conosciuto come un amico dal cuore largo e generoso. Per il giudizio comune, che parte da ciò che uno ha realizzato, Sandro non è mai stato molto appariscente, ma noi vogliamo ricordare che l'uomo guarda all'apparenza mentre il Signore guarda al cuore.

In quest'ottica, prendendo commiato da Sandro, sentiamo di aver perso una parte importante di noi e più vivo abbiamo il sentimento grato per quanto abbiamo ricevuto da lui e per mezzo di lui.

Franco Giampiccoli

 

Il museo di Prali

Un breve, fulmineo ricordo di Sandro, fra i tanti prodotti da anni di lavoro comune; che tornava oggi alla mente a me e Franco Davite evocando la "costruzione" della mostra della val San Martino nel settembre 1965. Fu in occasione di una "Festa provinciale della montagna", a Prali, che venne l'idea di utilizzare il vecchio tempio, ormai vuoto dopo la costruzione del nuovo, per presentare la vita e la storia della valle. Idea eccellente, progetto affascinante che Sandro incontrò sul suo cammino e di cui si innamorò.

Cosa gravissima (per quelli che pensavano di lavorare con lui) perché come in tutti i suoi progetti esistenziali o ideologici scatenò una massa irrefrenabile di idee, invenzioni, proposte, tale da soddisfare una mostra al Louvre.

Montò e smontò pannelli, ritagliò immagini e scrisse didascalie per giorni reinventando il percorso da capo ogni volta, aprendo sempre nuove piste e scoprendo nuove realtà, come sprofondando in una voragine di stanchezza e stordimento senza fondo in cui egli si muoveva instancabile sbucando improvviso come i diavoli dalle scatole magiche. Nella notte della domenica di inaugurazione il tempio era un cantiere, e sarebbe rimasto così per settimane ancora se, sfinito da giorni e notti insonni, Sandro non fosse crollato permettendo ai pochi sopravvissuti di metter su a mostra, ultimando di incollare gli ultimi documenti mentre i visitatori iniziavano il percorso.

Si fa sempre così e tutti i giovani fanno così: ciò che mi resta oscuro è perché l'intellettuale che conosciamo si sia appassionato in quei mesi (anche dopo la mostra) per una realtà così lontana, apparentemente, dai suoi interessi come la storia di una valle montana. Uomo "tutto oggi" innamorato di un ieri remoto, a lui totalmente estraneo; forse il desiderio sempre inappagato di un solitario per la realtà della concretezza di una vicenda umana.

Giorgio Tourn

Un amico libero e critico

Non amo scrivere necrologi, forse per una certa tradizione protestante di rivolgersi ai vivi, o perché sovente hanno qualcosa di artificiale e di costruito. Anche Sandro Sarti non li amava, e si intuiva dalle cose che diceva, dal modo in cui affrontava la sua vita, e dalle cose che ho potuto capire di lui in questi anni in cui l'ho frequentato con assiduità. Queste righe che cadono sul foglio per frenare la malinconia per la morte di un amico libero e critico come sapeva essere Sandro, non sono dunque un necrologio ma soltanto un ricordo parziale ed incompleto, che però mi sento di trasmettere.

Adesso mi corrono in mente tutte le cose che avrei potuto fare con lui, le discussioni, le cene, le lezioni che ci teneva nella sua casa arredata alla meno peggio, ma vivace, piena di libri, riviste, giornali e rassegne stampa improvvisate in una cartelletta di cartone. Era un archivio vivente, di ricordi, di pezzi del passato, di analisi e riflessioni così critiche e affilate che rimanevi sempre un po' stupito davanti a questa mente che correva più veloce delle idee che produceva.

Altri potranno raccontare di lui come membro di chiesa, collaboratore di Tullio Vinay, giornalista e studioso.

Io mi ricordo dei momenti passati insieme al caffè Londra, o a casa sua mentre mi raccontava come mai era sempre all'opposizione, del suo desiderio di schierarsi sempre e comunque, della sua radicalità etica. Non raccontava quasi mai di sé, della sua vita privata, eppure qualcosa ero riuscito a sapere, della sua incapacità di fermarsi, di avere una famiglia, del suo irrefrenabile desiderio di vitalità e di azione. Mi sentivo bene con Sandro poiché sapevo che era un intellettuale con una fede profonda. radicata, ma che pure sapeva mettere in discussione, sapeva dialettizzare. Dietro un fare un po' burbero e determinato si nascondeva molta dolcezza e capacità di coinvolgere le persone e soprattutto i giovani

Lo ricordo come un uomo che non amava il protagonismo, non ricercava a tutti i costi il potere.

Sapeva rinunciare a tutto questo senza fatica, quasi con leggerezza e sapeva dedicare il suo tempo a persone come il sottoscritto che non contano niente e che non avrebbero potuto essergli utili un giorno. Per dirla con un concetto etico, Sandro Sarti viveva al di là delle necessità opportunistiche che incombono sul nostro quotidiano, era in una certa misura più libero. Certo spesso era faticoso stargli vicino perché era un fiume di parole, e non si stancava mai, però era giovane e generoso nel suo modo di fare. Le serate a casa sua con la gente che lo frequentava, la sua capacità di cucinare e gustare il cibo, e le notizie politiche che ci trasmetteva, mi mancheranno e mi sento già da adesso un po' più solo. Quelle sere in cui ci raccontava con lo stesso tono di voce di come si cucina una "bagnacauda", di quando a Torino negli anni della grande immigrazione dal sud viveva e lavorava con Goffredo Fofi, che stava scrivendo un libro sulle condizioni di vita dei meridionali che lavoravano alla Fiat, e di come lo infastidiva che nei Comuni delle valli valdesi accanto alle lapidi dei caduti non ci fosse mai scritto: "I valdesi questa guerra non l'hanno voluta fare". Quelle sere in cui intuivo di avere vicino una persona unica ed eccezionale, ai limiti del racconto, che si arrabbiava tremendamente con coloro che definiva nello stile americano, "yes man", lui che come pochi sapeva dire no e nello stesso tempo darti coraggio e affetto.

Manfredo Pavoni

Ciao Sandro

Ho letto sulla "Stampa" di Torino, di domenica e di martedì, un breve necrologio. "Gli amici ricordano Sandro Sarti". Ma è Sandro?

L'ho visto l'anno scorso; certo era molto invecchiato, .-ma ancora impegnato co1 sindacato sul problema del Medio Oriente. Ero ragazzina, nel '68, e Sandro Sarti per noi studenti era già un "anziano", ci insegnava a fare controinformazione. Ho addirittura l'impressione che fosse lui a fare, in quegli anni, i fogli quotidiani che distribuivamo davanti alle scuole, "Il Bollettino". Poi periodicamente, io e tanti altri l'abbiamo incontrato come amico-compagno-maestro. Certo, è giusto ed è un peccato che venga salutato a Torre Pellice. A Torino saremmo venuti in tanti. Ciao Sandra.

Carla Ortona

Per ricordare

Al termine del funerale un gruppo di amici di Sandro si è ritrovato presso la Foresteria valdese per avere informazioni sulla morte e per ricordare Sandro.

Al termine si è deciso di raccogliere i "documenti" di Sandro e su di lui (ricordi, fotografie, nastri registrati ecc.). A coordinare questo lavoro è stata incaricata Maria Teresa Fenoglio, via San Giuseppe Benedetto Cottolengo, n. 6, 10152 Torino. Tel.011/4367463.

L'Associazione FrancescoLo Bue (via Repubblica 6, 10066 Torre Pellice, teL. 0121/91507), con la quale Sandro ha collaborato in quest'ultimo periodo della sua vita, si è assunta l'incarico di raccogliere i fondi per questa iniziativa. Chi vuole può versare un contributo sul ccp n. 25246109 intestato alla Associazione Lo Bue, 10066 Torre Pellice, specificando nella causale "progetto ricordo Sandra".

Attraverso questo settimanale verrà resa nota la data di un successivo incontro degli amici di Sandro per decidere il da farsi.

 


 

Una lettera

Conobbi Sandro nel giugno del '62, pochi giorni dopo il mio arrivo a Torino. Cercavo una camera d'affitto e Goffredo Fofi, che allora lavorava al centro Gobetti, ci mise in contatto. Per alcuni mesi divisi con Sandro una mansarda in via Sant'Anselmo 1, nei pressi di Porta Nuova. Convivenza migliore non mi sarebbe potuta toccare : pur essendo sempre pronto a darmi una mano, Sandro era riservato -e- discreto. Per vivere in rigorosa povertà – nelle professioni intellettuali non ho mai conosciuto nessuno così rigorosamente povero- Sandro faceva traduzioni dall'inglese per le Edizioni di Comunità e per Einaudi, dove io ero venuto a lavorare. Era un traduttore eccellente di testi storici e sociologici, ed è un peccato che nessuno gli abbia mai affidato traduzioni letterarie. Ricordo bene che in quelle mie prime settimane einaudiane ricorrevo spesso a lui quando, nel rivedere una traduzione, non capivo una frase o cercavo una soluzione elegante.

In quell'estate del '62 anche Sandro partecipava attivamente alle riunioni dei Quaderni rossi che si svolgevano al centro Gobetti e il suo impegno e i suoi interessi non si esaurivano in quell'esperienza. Del suo stile di vita francescano facevano parte le piole dove si mangiava e beveva per poche centinaia di lire (ne ricordo una in via dei Mercanti e un’altra in via Rattazzi, ‘La crota paluc’. Davanti a una "stupa", fumando micidiali sigarette Alfa, Sandro dava fondo alla sua inesauribile convivialità. Grande conversatore, amante di battute in dialetto che prontamente mi traduceva, mai malevolo, sapeva intrattenere gli amici per ore con quel suo modo di parlare velocissimo, a raffica di mitraglia. Estremamente riservato su esperienze fondamentali della sua vita - la Resistenza, cui aveva partecipato giovanissimo, e la religione valdese -, gli piaceva raccontare episodi di un viaggio negli Stati Uniti fatto qualche anno prima.

Ogni tanto, coi soldi guadagnati da una traduzione, partiva per una breve vacanza. Poteva allora scomparire per mesi. Si veniva poi a sapere che era su un’isola della costa dalmata o del Tirreno. Un bel giorno ritornava e riprendeva la sua attività di animatore culturale. Spero che qualcuno voglia ricordare col rilievo che merita l'enorme ed eccellente lavoro da lui svolto per far conoscere in Italia la Nuova sinistra americana. Mi pare che l’attività del Collettivo CR sia stata uno dei suoi momenti magici: Sandro poteva mettere finalmente al servizio di una causa che condivideva fino in fondo le sue doti straordinarie di editore militante.

Vorrei salutarlo per l'ultima volta con quella formula singolare con cui quasi sempre mi salutava: "Ciau, socio".

Luca Baranelli

   

 

<<Arrivando a Torino – una città che mi piacque subito molto, in cui sono vissuto volentieri per più di trent’anni, e di cui ho spesso nostalgia – ebbi anche un’altra fortuna. Vi trovai Goffredo Fofi, un amico conosciuto alcuni anni prima. Discepolo di Aldo Capitini, dopo essere stato a lungo in Sicilia a lavorare con Danilo Dolci, Goffredo si era trasferito da qualche anno a Torino: gravitava anche lui intorno al gruppo dei «Quaderni rossi», lavorava al Centro Gobetti e aiutava Paolo Gobetti a fare il «Nuovo spettatore cinematografico», un’utilissima rivistina di schede di film. Goffredo fu una delle persone che più mi accolse e m’introdusse in vari ambienti della città; fu lui a farmi conoscere, fra gli altri, Carla e Paolo Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Emilio e Gianna Jona, persone carissime con le quali l’amicizia dura da 45 anni. Mi presentò anche Sandro Sarti, un suo amico che aveva dieci anni almeno più di noi e che purtroppo, come Paolo Gobetti, è morto da molto tempo. Sandro era un personaggio singolarissimo: non so esattamente se fosse valdese di origine o si fosse convertito, comunque era un valdese. Giovanissimo, aveva partecipato alla Resistenza in una delle valli valdesi. Era una persona straordinaria in tutti i sensi: aveva una profonda conoscenza dell’inglese e dell’americano e traduceva benissimo, soprattutto per le Edizioni di Comunità (tradusse dei grossi libri per la collana di sociologia diretta da Pietro Rossi). Per Einaudi tradusse anche quel capolavoro della sociologia americana sulla classe media che è Colletti bianchi di C.W. Mills. Vissi con Sandro Sarti, in una mansarda di via Sant’Anselmo 1, a un passo da Porta Nuova, i primi mesi che ero a Torino (la mansarda era sotto il tetto del grande palazzo dei conti Cavalli d’Olìvola, uno dei quali era dirigente della Juventus). La conoscenza e la frequentazione quotidiana di Sandro Sarti furono per me fondamentali. Pur avendo una conoscenza approssimativa dell’inglese, dovevo fare questo lavoro impegnativo di rivedere dei testi, tradotti tra l’altro abbastanza bene. Ma se avevo un dubbio, mi rivolgevo a Sandro e lui mi trovava subito la soluzione più elegante, più brillante. Oppure capiva qualcosa che io non avevo capito. Faccio questo esempio banale del lavoro editoriale, ma la sua conoscenza e amicizia è stata per me importantissima anche per altre ragioni.
     Un’estate andò in vacanza in Iugoslavia e non tornava più… Aveva un tipo di vita piuttosto irregolare. Campava di niente, facendo queste traduzioni. Quando poi, dopo alcuni mesi di assenza, dovette lasciare la mansarda, io andai a stare per un periodo più lungo in Corso Peschiera, in pieno quartiere della Crocetta, in una mansarda molto più signorile della famiglia Carrara, insieme con il giovane Mario Carrara che allora studiava ingegneria al Politecnico e che divenne mio amico. Abitai lì finché mi sposai, nel settembre ’64. Da allora fino al mio ritorno a Siena nel 1994 ho abitato con mia moglie Fiamma in via Torricelli, a pochi passi dalla ferrovia e da largo Orbassano.>>

Sulla Serie politica Einaudi

intervista a Luca Baranelli di Luca Zanette

http://www.ospiteingrato.org/Sezioni/editoria_e_industria_culturale/Baranelli.html