Il giovane rumeno bruciato vivo
perché chiedeva diritti
Giustizia per Ion Cazacu, 30
anni al padrone omicida-liberazione-20/3/01
Primo grado di giudizio per
Cosimo Iannece, 37 anni, limprenditore di Gallarate
che nella notte tra il 14 e il 15 marzo dellanno
scorso dette fuoco al suo dipendente Ion Cazacu.
Lingegnere rumeno, impiegato come muratore, venne
cosparso di benzina e bruciato vivo dal suo
"padrone" perché chiedeva qualche diritto e un
po di dignità per sé e per gli altri immigrati
occupati in nero.
Un mese di agonia Ion, 41 anni, una moglie di nome
Nicoleta e due figlie di 19 e 17 anni, Florina e Alina,
studentesse in Romania, morì alle 14,20 del 14 aprile al
Centro grandi ustionati dellospedale Gaslini di
Genova. La sua tempra fortissima lo tenne in vita per ben
30 giorni, nonostante le atroci sofferenze dovute alle
ustioni di terzo grado che coprivano il 90% del suo corpo
martoriato. Ieri il tribunale di Busto Arsizio ha
giudicato Iannece colpevole di omicidio volontario
premeditato, aggravato da futili motivi, e il Giudice per
ludienza preliminare lo ha condannato a 30 anni di
reclusione con il procedimento del rito abbreviato,
contro una difesa che puntava a strappare un
alleggerimento per omicidio preterintenzionale, le cui
conseguenze cioé erano andate oltre le intenzioni di
Iannece. Il clima era teso dopo la lettera mandata sabato
scorso dallindustriale agli organi di stampa;
lettera in cui Iannece attaccava il sindacato,
costituitosi parte civile, e inveiva contro la moglie di
Cazacu, Nicoleta, sostenendo che "si presta alle
strumentalizzazioni sindacali". Il piccolo
imprenditore non aveva mai abbassato la testa, mai speso
una sola parola che facesse intravvedere
unammissione, meno che mai una parola per chiedere
perdono, in un clima di arroganza crescente che questi
personaggi vivono, pensando di poter disporre della vita
e della morte della gente. Soprattutto degli immigrati,
considerati "carne da macello" perché senza
tutele, senza diritti e senza contratti, tenuto conto che
vengono ingaggiati in nero e che la litania ricorrente
è: "O così o te ne vai".
Una persona normale "Purtroppo è una caratteristica
non solo di Iannece - dice Flavio Nossa, segretario della
Cgil di Varese -, perché lui non è un mostro ma una
"persona normale" che ha fatto quella cosa
tragica dentro un contesto in cui il profitto, i soldi,
diventano il dio assoluto, negando il valore dei rapporti
tra le persone, annullato del tutto in un rapporto
dipendente". Ma in che clima matura una vicenda
così orrenda? "E unesasperazione del
sistema che la Confindustria vorrebbe imporre quando
parla dellesigenza di maggior flessibilità in
virtù del conseguimento di un maggior profitto -
sostiene Nossa -. E chiaro che questa vertenza ci
aiuta, perché oramai è scontato che chi non adempie ai
suoi doveri paga. Una cosa molto importante è stata la
costituzione di parte civile del sindacato e il
riconoscimento di quel ruolo da parte della magistratura.
Credo che sia la prima volta in un processo con
unaccusa di omicidio". Adesso cosa succederà?
"Adesso Iannece si appellerà, come ha già
dichiarato il suo avvocato. Trentanni sono una
sentenza clamorosa in questo Paese, ma quello che ha
chiesto il Pubblico Ministero gli è stato dato. Come
sindacato continueremo unazione sia di contrasto
del lavoro nero sia per strappare condizioni di sicurezza
nei cantieri e nelle fabbriche. Speriamo in una rinnovata
sensibilità proprio grazie a questa vicenda. Nelle
prossime settimane organizzeremo una manifestazione, che
si terrà forse ai primi di aprile, per i diritti negati
agli immigrati. Siamo fiduciosi: anche nel Varesotto e
nellAlto milanese non tutti sono leghisti".
Gemma Contin
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