RAGIONI E CARATTERISTICHE DELLE LOTTE OPERAIE DEL 1969. INTERVISTA  A ROCCO PAPANDREA (pubblicata su Bandiera  Rossa nel 1999)

a cura di Diego Giachetti

 

Trent’anni fa, nel 1969 Rocco Papandrea era un giovane operaio assunto alla Fiat Mirafiori il 12 maggio di quell’anno. Appena in tempo per partecipare alle lotte spontanee della primavera, agli scontri di Corso Traiano del 3 luglio e, poi, al dilagare della lotta nei reparti nel famoso autunno caldo torinese, apertosi con la lotta dell’officina 32 ai primi di settembre. Da quel momento lavoro in fabbrica, attività politica e sindacale, sono diventati elementi costanti della sua vita. Attualmente è Consigliere regionale di Rifondazione Comunista  per il Piemonte nonché Segretario regionale di questo partito.

 

Trent’anni fa esplodeva alla Fiat l’“autunno caldo”. In che modo l’immigrazione meridionale, il ricambio generazionale della classe operai e la catena di montaggio hanno inciso sulle caratteristiche di quel movimento che sconvolse i reparti della fabbrica?

Sicuramente ha pesato molto il fatto che si trattava di operai giovani, che entravano in fabbrica portandosi appresso il clima nuovo che si respirava nella società di allora. Questo era un elemento trasversale che accomunava tutti i giovani operai, indipendentemente dalla loro origine regionale. Mentre i lavoratori più anziani, che venivano da una lunga sconfitta, si portavano dentro un’idea quasi “invincibile” del padrone, per noi non era così, non ci appariva invincibile. D’altronde in quegli anni non erano invincibili neppure gli Stati Uniti, che furono contrastati e poi sconfitti da un “piccolo popolo” come quello vietnamita. La coincidenza fra l’essere giovani e anche meridionali di recente immigrazione dava una connotazione particolare alle forme di lotta, che erano dure, compatte, unitarie, basate sull’azione collettiva, anche per evitare la repressione padronale.

            L’organizzazione del lavoro, la catena di montaggio, ha accentuato la radicalità e la carica di ribellione insita nelle lotte, ma non è stato l elemento scatenante. Secondo me ha inciso di più un clima sociale e culturale diverso che aleggiava in quegli anni. Tant’è vero che le lotte si sono sviluppate in tutti i reparti e non solo alle Carrozzerie. In questo settore le lotte hanno avuto oggettivamente un peso maggiore, perché gli operai che vi lavoravano erano numericamente molto di più che non alle Presse, ad esempio; questo spiega anche l’imponenza dei cortei interni delle Carrozzerie. E’ anche vero che qui erano concentrati più giovani e più operai di recente immigrazione meridionale. Alle Carrozzerie era anche il luogo dove i quadri politici e sindacali erano meno presenti, situazione, per altro, comune in tutti i reparti.

 

Hai richiamato il ruolo esercitato dai giovani operai, intendi forse sostenere che accanto al conflitto di classe tradizionale si manifestò anche uno scontro generazionale?

Si trattò di un fenomeno generazionale, non di uno scontro. Sono due cose diverse. Sicuramente noi giovani operai avevamo un atteggiamento più ribelle, più irriverente, rispetto al posto di lavoro. Io avevo vent’anni, non avevo una famiglia da mantenere, non mi importava, quindi, di correre il rischio di perdere il posto di lavoro. Questo mi rendeva e ci rendeva più audaci, meno timorosi nell’adottare certe forme di lotta. Il lavoratore anziano si poneva invece in un altro modo, esprimeva altri comportamenti. Di qui a parlare di scontro generazionale ce ne passa. Si trattava di comportamenti diversi, non conflittuali. Rispetto ai quadri anziani che avevano lottato e magari pagato di persona o che riprendevano la lotta assieme a noi c’era un atteggiamento di enorme rispetto. Anche perché tutti, rivendicando rotture o continuità, a secondo delle adesioni ideologiche, ci riferivamo alla tradizione migliore del movimento operaio, alle sue lotte.

 

Dopo gli scontri di Corso Traiano del 3 luglio 1969 sembrò che il movimento fosse sfuggito di mano al controllo degli apparati sindacali, concordi con questa lettura?

Il movimento non era assolutamente controllato dal sindacato. Ricordo durante gli scioperi la contestazione radicale che facevamo agli esponenti della Commissione Interna. Nello  stesso tempo, però, dentro quelle lotte ebbero un ruolo attivo e importante quadri che erano del sindacato. Partecipavano alle lotte con ruoli di rilievo, anche se non rappresentavano in quel momento la linea del sindacato. Insomma: l’apparato sindacale non controllava più la situazione, ma ciò non voleva dire che ci fosse un rifiuto generalizzato del sindacato, come invece credevano quelli che di lì a pochi mesi diedero vita a Lotta Continua. Molti non condividevano la linea degli apparati sindacali, ma stavano dentro il sindacato. Questo stato d’animo critico che persisteva tra la base dei lavoratori ha poi fatto si che il sindacato recuperasse credibilità e consensi quando, nell’autunno, cambiò linea e fece propri molte rivendicazioni operaie sorte spontaneamente nei reparti.

 

Aumenti uguali per tutti, riduzione dell’orario di lavoro, parità normativa con gli impiegati, diritto di assemblea, elezione dei delegati, queste le caratteristiche salienti della piattaforma contrattuale del ‘69. Il cambiamento improvviso di linea dei sindacati vi stupì?

Molti si stupirono. Altri la auspicavano. I quadri sindacali di base spingevano perché questo avvenisse. La svolta fu repentina, certo, ma “sperata” da parte della base sindacale e dei lavoratori stessi.

 

All’epoca il dibattito e lo scontro riguardo ai delegati era molto vivace. Una parte ne vedeva la novità e la rilevanza politica, altri invece rifiutavano quel ruolo in nome del principio assembleare: “ Siamo tutti delegati!”

Io ho sempre ritenuto che fosse sbagliato spiegare il rifiuto della delega richiamandosi solo ad un fatto di coscienza derivante dal tipo di lavoro che svolgevano in fabbrica quei lavoratori. Una serie di elementi concorrevano a spiegare il rifiuto della delega da parte di alcuni settori operai, non ultimo il fatto che una parte di giovani lavoratori tendeva a muoversi “in branco”, collettivamente. Si trattò di un fenomeno abbastanza circoscritto. Per esempio, nel mio reparto, la Meccanica, il rifiuto della delega non trovò riscontro, anzi, proprio in questo reparto, già nella primavera erano stati eletti spontaneamente i primi delegati. L’iniziativa si diffuse poi negli altri reparti per diffondersi a macchia d’olio nel corso della lotta contrattuale dell’autunno.

Inizialmente gli apparati sindacali erano ostili a questo strumento di democrazia operaia che, nei fatti, stava prendendo il posto di ciò che rimaneva della vecchia Commissione Interna. Il consiglio dei delegati eletti nei vari reparti appariva loro ingovernabile in quanto si basava sull’elezione diretta dei rappresentati, senza possibilità di controllo, selezione e “designazione” dei delegati da parte dei sindacati. Quando si resero conto che quella forma di movimento non potevano distruggerlo, né snaturarlo, capirono che, se volevano continuare a mantenere una presenza rilevante in fabbrica, dovevano farlo proprio. Così fecero, magari a malincuore, ma era l’unica via, anche per spiazzare i “gruppi estremisti” che avevano un loro seguito. Questi ultimi, nel corso di quella lotta, evidenziarono sia i loro pregi che i loro difetti. Soprattutto i difetti pesarono in modo determinante: l’operaismo, lo spontaneismo, l’assemblearismo trasportato dalle aule universitarie alla fabbrica. Tutti elementi presenti nella breve esperienza consumatasi sotto la sigla dell’Assemblea operai e studenti, organismo che pure ebbe un suo ruolo, soprattutto nell’organizzare la lotta della primavera. Va detto che il livello di democrazia interna  a questo organismo non fu mai soddisfacente e l’influenza dei vari leader esterni alla fabbrica era rilevante.

 

Come giudichi il ruolo svolto in termini di mediazione  e di ricomposizione del conflitto svolto dal ministro Carlo Donatt Cattin?

In quella fase lo Stato esercitò un ruolo al quale oggi non siamo più abituati. Oggi, infatti, gli apparati statali e partitici sono appiattiti sul padronato. All’epoca giocarono un ruolo diverso perché il conflitto di classe era molto forte e potenzialmente ingovernabile, soprattutto quando il centro della mobilitazione si spostò dagli studenti ai lavoratori delle grandi fabbriche.

Durante l’autunno caldo maturava la coscienza dell’inevitabilità dello scontro con lo Stato, inteso come entità di governo dell’intera società; una disponibilità alla lotta in fabbrica e fuori, perché si aveva sentore che in quel momento non si giocava solo la partita del rinnovo contrattuale, ma una più grande che poneva il problema di chi governa la società. Si lottava per il contratto e per cambiare il mondo, i rapporti di forza tra le classi, assieme e contemporaneamente.

            Quando il 21 dicembre del 1969 fu firmato il nostro contratto la sensazione che ebbi fu duplice. Da un lato mi dicevo: “abbiamo vinto”. Dall’altro avevo paura che il contratto segnasse la fine di quel movimento e che tutto tornasse come prima. Donatt Cattin cercò di governare questi processi portandoli dentro l’ambito della mediazione politica, governativa, parlamentare e  legislativa.

 

Per spiegare la marcia dei 40 mila dell’ottobre 1980 a Torino, alcuni hanno sostenuto che quella fu, dieci anni dopo, la risposta dei “capi” alle umiliazioni subite in fabbrica a partire dal 1969.

I “capi” avevano due funzioni, una tecnica e organizzativa, l’altra di controllo. La funzione tecnica e organizzativa è intrinseca all’organizzazione del processo produttivo, quella di controllo è più arbitraria, dipende dai rapporti sociali che ci sono in fabbrica. Questa seconda funzione fu quella maggiormente ridimensionata dalle lotte, umiliata sul campo.  Per un certo periodo i “capi” hanno vissuto questa umiliazione poi negli anni successivi, alcuni di loro  si sono ritagliati uno spazio di competenza tecnica organizzativa. Dopo la marcia dei 40 mila i “capi” hanno riconquistato il loro potere politico di controllo sulla forza lavoro nei reparti. Non tutti però lo hanno accettato, nella mia officina, ad esempio, due “capi” hanno rifiutato di fare i “capi” perché non volevano recuperare questo ruolo, chiedendo di svolgere solo mansioni tecniche.

 

Perché le lotte del ’69 non riescono a diventare un fatto storico? Perché il sindacato tende a non parlarne e, assolutamente, oggi nemmeno si sogna di rivendicarle?

Quel movimento ha avuto molti che lo hanno cavalcato, ma non ha avuto nessuno che lo abbia espresso fino in fondo nelle sue potenzialità intrinseche. La sinistra rivoluzionaria, che nel nostro paese poteva rappresentare quelle potenzialità, è stata sconfitta prima dello stesso movimento. La parte che più si era legata a quel movimento oggi è marginale e minoritaria, altri sono cambiati. Molti degli allora dirigenti dei gruppi della sinistra rivoluzionaria non hanno voglia di ritornare su quel passato perché li costringerebbe a ricordare un pezzo del loro “vissuto” che oggi rifiutano, col quale hanno rotto. I riformisti, i quadri sindacali dovrebbero fare i conti con un pezzo di storia spiegando perché hanno portato quel movimento alla sconfitta.

Infine, alla luce del modo di fare politica e sindacato oggi, quell’esperienza non c’entra nulla, non ha nulla a che vedere. Ecco perché gli apparati sindacali attuali non hanno voglia di tornare su quel periodo. Così, a differenza degli anni Venti, nei quali anche dopo la sconfitta del movimento dell’occupazione delle fabbriche, c’era comunque un Partito Comunista, quello sorto nel 1921, che rivendicava quella lotta come uno degli elementi della sua costituzione, oggi questo soggetto o non esiste più o ha difficoltà a riorientarsi. D’altronde gli stessi protagonisti operai di quelle lotte non hanno finora prodotto memoria e ricerca storica. Una parte di quei quadri si è ormai ritirata dalla vita attiva e si sente quindi lontana da quell’esperienza, altri, come nel mio caso, hanno mantenuto un impegno militante che li ha continuamente costretti a rimandare la riflessione a scapito dell’attività politica e sindacale da svolgere, qui ed ora.