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Rocco |
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Commemorazione
dell'ex Consigliere regionale Rocco Papandrea, deceduto mercoledì 10
dicembre 2008 DALMASSO Sergio Ho conosciuto Rocco Papandrea alla fine anni degli anni
'80. C'era un processo di incontro e di unificazione - una volta tanto
-fra la piccola formazione politica (Democrazia Proletaria), di cui facevo
parte, e quella ancora più piccola, di cui faceva parte Rocco. Era un
gruppo politico legato alla figura di Leone Trotskij, com'è stato
ricordato precedentemente che si proponeva come continuatore degli ideali
della rivoluzione sovietica e della grande speranza che questa
fosse elemento di grande cambiamento, che potesse modificare il
corso della storia, cosa, purtroppo, non accaduta per l'involuzione
drammatica della stessa, già nel corso degli anni ‘20. Era una grande speranza che condividevamo. Ricordo
dibattiti, convegni, incontri, moltissimi congressi di Democrazia
Proletaria, quando, in una fase difficilissima, entravamo nel processo di
costruzione del partito in cui siamo oggi: Rifondazione. Molti vi entravano per dare un senso di continuità alla
propria vita. Una grande storia, un gran passato, decenni di impegno in
una formazione politica, che tanto ha dato a questo nostro paese, sotto
ogni punto di vista. Altri, come noi, volevano legare questa grande storia ad
elementi di innovazione, alla necessità di un dibattito che rimettesse in
discussione tutto, che, rivoltasse, sostanzialmente le carte, che si
interrogasse sui motivi della nostra sconfitta epocale. C'era necessità
di innovazione e di un gran legame con il passato che abbiamo alle spalle
e davanti cui noi siamo estremamente piccoli, oggi come allora. Fra i tanti convegni, ne ricordo in particolare uno.
Intorno a fine maggio del 1989 vennero a Torino lavoratori di fabbriche
metalmeccaniche francesi e spagnole. Fu una grand'esperienza che ha
segnato l'internazionalismo non come parola vuota, ma come fatto reale. Un
incontro avvenuto con un gruppo di lavoratori della FIAT, con un gruppo di
lavoratori della SEAT spagnola di Barcellona, con le Comisiones Obreras,
ricordato da questi volantini: "FIAT SEAT misma lucha", ecc. Fu
un'esperienza che durò molti anni, e fu molto significativa. Di Rocco ricordo alcune cose: l'amore profondo con cui
parlava della sua terra, questo Sud lontano che ricordava sempre con
affetto e un po’ di nostalgia; la centralità del lavoro e la FIAT, lo
ha ricordato prima il consigliere Clement. Non insisto su quest'aspetto,
ma tocco solamente alcuni nodi: il 1969, l'anno in cui nacque un movimento
consiliare importante che si spense, poi, molti anni dopo; il 1980, un
anno segnato da una sconfitta lacerante e bruciante, che ebbe conseguenze
drammatiche - credo - sul movimento operaio e sul movimento sindacale di
questo paese e che paghiamo ancora oggi, legata poi ad altre sconfitte e
ad altrettante situazioni drammatiche a livello europeo. Questa visione di classe, profonda e netta, segnava la
sua vita. Ricordo che, quando entrò in Consiglio, per alcune settimane e
alcuni mesi Rocco volle continuare a lavorare alcune ore in fabbrica. Mi
raccontava che non voleva lasciare la fabbrica completamente, cosa che poi
fu impossibile. Mi raccontava anche dell'imbarazzo che sentiva nell'avere
un ruolo così importante e, piccola cosa, nell'avere un parcheggio in
centro, nel poter mettere l’auto in queste strade, quando non tutti lo
possono fare. Sentiva la necessità di legare quest'esperienza di
classe ai grandi temi dell'ambiente e, in particolare - lo ha ricordato il
collega Moriconi - alla globalizzazione, quando ci fu impegno da parte sua
e di altri perché questa nostra formazione politica s'incontrasse con
settori di giovani molto diversi da noi, con tematiche e istanze
differenti, in un comune impegno nell’affrontare i nodi- sociali ed
ambientali-internazionali. È stato ricordato l'amore per la musica. Ricordo che,
scherzando, davanti alla povertà endemica dei nostri gruppi, si diceva
una battuta che girava costantemente: che avremmo potuto risolvere i
problemi finanziari delle nostri sedi mandando Rocco a qualche quiz
televisivo sul blues, che piace molto anche a me, ma di cui lui conosceva
aspetti specifici. Ricordo che, nelle rare volte in cui ne parlavamo, mi
citava autori, cantanti e generi che non conoscevo assolutamente. Aveva
una enorme discografia. Era un autentico “specialista”. Ricordo ancora delle esperienze comuni, come il
Laboratorio della Sinistra, che, purtroppo, abbiamo lasciato cadere nel
2005, che costruì con Pino Chiezzi, Marisa Suino, Enrico Morioni, non nel
tentativo di un partito unico o con
finalità “politiciste”, ma per provare a mescolare le carte, ancora
una volta, su temi specifici e nella convinzione di valori comuni
condivisibili tra iscritti/e a partiti, associazioni, gruppi…che hanno
modi diversi e comunque complementari di “fare politica”. Nel 1998, Rocco rimase l'unico Consigliere del nostro
Gruppo e, in una fase difficile, dopo una delle tante dolorosissime
spaccature, si accollò la funzione di Segretario regionale,
rendendosi disponibile per le riunioni serali fino a notte
inoltrata in un territorio molto ampio come quello piemontese. La
disponibilità, la dedizione, il sacrificio e l'impegno lo hanno
caratterizzato, così come abbiamo ricordato anche per un altro
consigliere, Mario Contu - diverso da lui, lo sappiamo - all'inizio di
questa legislatura. Negli ultimi anni, il nostro discorso politico è stato
contraddistinto da differenti valutazioni circa la possibilità che la
nostra formazione politica e altre affini sapessero incidere
sufficientemente sulla situazione nazionale complessiva; è inutile
discutere oggi su chi avesse ragione, non avrebbe alcun senso. Ricordo - torna sempre alla mente quando una persona se
ne va - le discussioni iniziate e interrotte nei comitati politici
regionali e ai margini di questi, anche negli ultimi tempi, sul tentativo
di valutazione dei nodi che ci hanno condotti all'odierna difficile
situazione, che non sono nodi di oggi, ma che hanno una storia e radici
profonde. Quando, mercoledì scorso, mi è arrivato l'sms
"Rocco se n'è andato", istintivamente, mi sono subito ricordato
che c'è un'ingiustizia nella vita, quella che si sente quando una persona
se ne va. Cinque anni fa se ne andava Raffaello Renzacci, che è
stato un grandissimo sindacalista, oltre che militante politico, parente
di Rocco, quindi accomunato a lui anche da motivi familiari. La prima
immagine che mi è venuta in mente è stata quella del volto sorridente di
Raffaello, che inserimmo in un manifesto con una bellissima frase: La
vita è bella; possano le generazioni future liberarla da ogni
male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore. E’
il testamento che Leone Trotskij lasciò nel 1940, prima di essere
assassinato. Non ho la fortuna che hanno altri Consiglieri e altre
persone di credere che, oltre a questa vita, ve ne siano altre; credo che
con noi, purtroppo, se ne vada tutto e invidio molto coloro che hanno la
certezza di una esistenza ultraterrena. La drammaticità della situazione che viviamo fa sorgere
in me dubbi su una fede razionale e laica, foscoliana, che di noi restino
quanto di buono abbiamo compiuto nella vita e il nostro ricordo negli
altri. Mi sembra che la barbarie presente rischi di cancellare anche
questo. Spero solamente che quando toccherà a me, mi auguro il più tardi
possibile, perché vorrei ancora fare mille cose, si possa dire anche di
me e di noi che, con forze e capacità limitate - le mie non sono certo
quelle che ha avuto Rocco Papandrea - abbiamo agito onestamente, abbiamo
cercato onestamente di fare quanto abbiamo potuto per una fede. Questa è
una fede reale che ci ha accomunati in tanti anni e a cui vorremmo poter
dar seguito negli anni che verranno. |