ARRIVA LA SKF

 

Tra il 1959 e il 1960 l'economia italiana comincia ad avere un risveglio: la disoccupazione in provincia di Torino passa dalle 55.000 unità del 1958 alle 48.000 del 1959.

Stava iniziando una fase di massima espansione del sistema produttivo italiano che copre il periodo dal 1959 al 1963. Alla Riv questo si manifesta anche con un notevole ricorso alle ore di straordinario sia nei giorni normali sia in quelli festivi.

Intanto nel 1959 avvengono due fatti di per sé significativi: il lancio del primo razzo cosmico sovietico, il "LuniK II", il quale raggiunse il suolo lunare; l'incontro tra Khrustciov ed

Eisenhower. Il missile cosmico era un segnale politico e militare della forza dell'Urss nel campo della ricerca, il secondo l'inizio di un possibile processo di distensione tra i due blocchi.

All'interno della Riv, la Fiom e la Cisl continuano a parlare sovente lingue diverse, ma la contrapposizione si sta trasformando in confronto, il quale troverà sempre maggiori momenti d'azione comune col passare degli anni.

Alla Riv qualcosa si stava muovendo. Sta arrivando la Skf.

Nel novembre del 1963, col diffondersi di voci e tensioni tra i lavoratori Riv sui possibili accordi che stavano intercorrendo tra la Riv e la Skf, su "L'Eco del Chisone" si legge di accordi puramente tecnici, "di una forma di integrazione economica a livello di produzione e di mercato. In parole povere, mentre prima le due sigle erano in concorrenza sia sul piano della produzione

tecnica come sul piano del mercato, da oggi in poi agiranno in maniera complementare. Poiché è sempre vero l'unione fa la forza , non rimane altro da fare che constatare in maniera positiva l'accaduto" (185).

Tuttavia il settimanale, solo alcuni mesi dopo, comincia a percepire la possibile colonizzazione del colosso svedese sulla Riv, chiedendosi se l'azienda di Agnelli correva il rischio di essere relegata a semplice parente povero di una famiglia ricca, oppure aveva ancora qualche possibilità di svolgere un ruolo primario come industria nazionale. Questa sensazione di smobilitazione non poteva che creare preoccupazioni anche "Per il buon nome di un'azienda che, nata nella nostra zona per volere di uno dei Capitani d'industria più notevoli del Paese, ha avuto indubbi meriti nel progresso del pinerolese, e ha detto qualcosa al Paese stesso" (186).

Chi era la Skf? Una grande azienda svedese di cuscinetti con stabilimenti in Germania, Francia e Olanda e con quasi 60.000 dipendenti contro i 18.000 della Riv.

Alcuni mesi dopo sempre il settimanale pinerolese si chiedeva che cosa stava succedendo alla Riv, se era ancora sotto la storica sigla data dal suo fondatore, Roberto Incerti Villar, oppure era già stata totalmente assorbita dalla Skf. Se alcuni mesi prima "L'Eco" riteneva infondate le voci e gli allarmismi, oggi è la

realtà a seminare l'inquietudine del passaggio di proprietà all'industria svedese.

Dopo neppure una settimana dagli interrogativi posti, Gianni Agnelli illustra la situazione durante il raduno annuale degli azionisti Riv.

Inserendo in un quadro rassicurante il futuro dell'azienda, Agnelli sostiene che l'attuale congiuntura e il Mercato Comune Europeo ponevano la necessità alla Riv di una nuova sfida competitiva sul mercato, sfida che doveva essere vinta per conseguire un certa sicurezza produttiva a lungo termine. L'unica strada percorribile per raggiungere questa meta era allearsi con il più grande produttori di cuscinetti a sfera: la Skf. Snocciolando le cifre dell'intesa tutto diventa chiaro: il Gruppo apparterrà per il 77,5% alla Skf e il restante 22,5% agli azionisti Riv.

L'Avvocato tranquillizzerà tutti sostenendo che non vi sarebbe stato un suo disimpegno di responsabilità verso l'azienda e che, con il programma di rinnovamento in corso, la Riv-Skf di Villar avrebbe continuato a restare un'importante unità produttiva.

Era reale l'esistenza di problemi produttivi sul mercato europeo del cuscinetto, anche se poi, come avremo modo di affrontare, l'assorbimento della Riv da parte della Skf e la crisi industriale di quegli anni verranno utilizzati dall'azienda per comprimere l'occupazione e mettere alle corde tutta l'opposizione sindacale. "La strategia di Agnelli era di fare l'accordo con la Skf prima che la concorrenza di questa multinazionale - ricorda Eugenio Morero - avesse potuto creare delle difficoltà alla Riv. Agnelli acquistò il 25% delle azioni Skf, in cambio ha avuto il mercato italiano. Però fatti i conti sul piano dell'occupazione c'erano troppi operai e chi ha pagato è stata la Riv" (187).

Si poteva evitare una scelta del genere? All'arrivo "della Skf non ci sono state preclusioni da parte nostra, consapevoli ormai della internazionalizzazione del mondo della produzione, pur consapevoli del rischio - racconta Tonino Chiriotti- che in questa prima fase l'arrivo di una multinazionale poteva significare una riduzione dell'occupazione. Questo perché in primo luogo venivano fatti gli interessi della casa madre e poi quelli dei paesi satelliti. Però dal punto di vista della razionalizzazione produttiva e del mercato questa integrazione poteva essere vista positivamente" (188).

Era opinione diffusa che la scelta fatta da Agnelli fosse stata quasi obbligatoria per l'azienda. Sulle pagine de "L'Eco del Chisone" si diffonde questo senso di incertezza che serpeggiava tra i lavoratori, sindacati e società pinerolese: il vantaggio per l'azienda c'era " ma, a quanto pare, il vantaggio non è per le maestranze che intanto rischiano la disoccupazione (...) Ci sono esigenze di riconversione tecnica, ed è elogiabile la volontà direzionale di attuarla; ma non crediamo che si possa ottenere con metodi che trasformano la maestranza in un'entità numerica preoccupata nei suoi componenti di diventare "a freddo", il

"capro espiatorio" o la "cavia" da sacrificarsi sull'altare di non bene precisate finalità" (189).

L'anno dopo Gianni Agnelli, in un'intervista concessa a "L'Eco del Chisone", affermerà che la situazione Riv era produttivamente tranquilla, che l'asse Torino-Goterborg aveva permesso di coprire un 10% del mercato del cuscinetto americano (190).

Di questo avviso non sono i sindacati: "Il 7B" scrive che nel 1964 gli utili della Riv erano stati di 22 miliardi su un fatturato di 55 miliardi e che l'impostazione europeistica del nuovo complesso Riv-Skf era guidata dall'obiettivo di massimizzare i profitti. "Massimo profitto per chi? Non evidentemente per i lavoratori della RIV che rischiano il licenziamento. Neanche per la gran massa degli azionisti che perdono voce in capitolo. Il massimo profitto ricavabile dell'operazione è andato all'avv. Agnelli che controllava il pacchetto di maggioranza della RIV" (191).

La fusione era per i comunisti un attacco ai livelli di occupazione, al patrimonio di esperienze tecniche e di manodopera specializzata, e un grave colpo a potenziale produttivo dell'economia nazionale. Tutto questo avveniva in nome degli interessi privati di Agnelli.

Con l'assorbimento della Riv da parte della Skf mutano radicalmente i parametri della produzione. L'orientamento produttivo della Riv era quello di fornire i tipi di cuscinetti richiesti dai clienti, e questo comportava una produzione di grande serie ( in particolare per la produzione Fiat) e una produzione di media e piccola serie.

L'orientamento della Skf era quello di adattare il cliente al tipo di produzione effettuata nel complesso. Con questa impostazione si sarebbero effettuate solo produzioni di grande serie.

Con la riduzione dei tipi di produzione veniva ridimensionata di conseguenza tutta una serie di lavorazione ausiliarie. I reparti di manutenzione, utensileria e attrezzatura dovevano essere subire una forte contrazione oltre a trovare una loro diversa collocazione nel ciclo produttivo.

Mentre negli stabilimenti di Pinerolo e Airasca il processo tecnologico era già a livello molto avanzato, a Torino e Villar si ha l'immissione di nuova tecnologia, di una diversa organizzazione del lavoro oltre la soppressione della produzione di piccole e medie serie di cuscinetti (192).

La storia trova la sua conclusione nel gennaio del 1979. Il gruppo Skf acquista il restante 22,5% delle azioni rimaste fuori dal suo controllo e diventa unico proprietario del pacchetto azionario della società.

Anche se Agnelli sfoderavo il suo miglio ottimismo il clima che si respirava in fabbrica non era sicuramente dei migliori. Ne fa fede la lettera inviata da Renato Davico, della segreteria della Fim-Cisl provinciale, al Prefetto di Torino Caso. In essa si

denunciava la palese violazione degli accordi contrattuali negli stabilimenti Riv, la quale avveniva "nelle pressioni psicologiche esercitate dai dirigenti dell'azienda per ottenere delle "dimissioni volontarie" tra i propri dipendenti, mascherando le stesse sotto forma di procedura di rescissione consensuale del rapporto di lavoro e di impiego. Dall'inizio del corrente anno

circo 500 lavoratori hanno già lasciato il servizio e un centinaio di impiegati sono stati posti d'autorità in aspettativa, oltre ai numerosi declassamenti di categoria fatti subire ai lavoratori ponendo agli stessi l'alternativa del trasferimento ad un appositamente istituto "reparto zero" (che comportava per il lavoratore una sensibile perdita di salario), al paventato licenziamento in caso di rifiuto"(193).

"L'Eco del Chisone" si chiede, nel luglio del 1964, se dopo le ferie gli operai Riv potranno ritornare in fabbrica con tutta tranquillità, mentre continuamente si diffondevano voci di massicci licenziamenti, anche se viene riconosciuta la sensibilità della Riv di villarese nel fare gli "sfoltimenti" di personale "siano stati compiuti in modo da non pregiudicare la sicurezza economica dei licenziati" (194), anche se il sindacato denuncerà che tra i colpiti vi erano persone in stato di bisogno o oppure appena rientrato dopo un lungo periodo di malattia.

Nel Corso del 1964 la Skf di Goteborg apre l'assunzione a monodopera italiana, invitando gli italiani, già alle dipendenze della ditta, a sollecitare parenti e amici per essere assunti nel paese nordico. I requisiti: buon comportamento e ottima volontà al lavoro (195). L'unico problema era la totale assenza di alloggi a Goteborg, e i nuovi assunti avrebbero dovuti essere ospitati da altri italiani già residenti in Svezia.

E' la stessa Riv-Skf a indurre questo esodo volontario: a Goteborg vi erano già 500 italiani e le condizioni per poter essere assunti era di essere maschi, senza carico familiare, con un'età compresa fra i 20 e i 35 anni, esente da obblighi militari, per svolgere mansioni di addetto macchina nella lavorazione dei cuscinetti a rotolamento. Agli operai, dopo un biennio di lavoro in Svezia, veniva data garanzia di riassunzione presso la Riv-Skf del luogo di provenienza.

Era ormai evidente che la Skf intendesse procedere ad una drastica riduzione del personale nel suo processo di ristrutturazione. La Skf si era trovava davanti, dopo l'assimilazione della Riv, ad un'azienda con alcuni stabilimenti efficienti e con altri il cui aggiornamento tecnico era stato trascurato da anni.

La protezione doganale e l'interdipendenza con una grande Società acquirente del prodotto, la Fiat, avevano permesso alla Riv di agire per decenni sul mercato italiano in una posizione

monopolistica, con scarso interesse alla riduzione dei costi di produzione e il supersfruttamento degli impianti.

Negli stabilimenti di Torino e Villar Perosa la data delle macchine utensili risaliva al periodo tra le due guerre. La nuova Direzione si pone l'obiettivo di dimensionare la produzione in relazione al mercato assegnato: produzione come quantità, qualità e costo con una riduzione della gamma dei prodotti e la riduzione della forza lavoro introducendo nuovi macchinari.

Di questa realtà la Commissione interna ne era ben consapevole. Il 24 settembre 1964 i componenti della Fiom-Cgil e Fim-Cisl tengono un comizio ai dipendenti della Riv.

In esso vi è una netta accusa volta contro la dirigenza Riv di incapacità gestionale della programmazione produttiva: non si erano tenuto conto delle reali esigenze del mercato e dell'economia, ma soltanto il tornaconto personale, non si era pensato a rinnovare e potenziare gli impianti produttivi, ma unicamente ad intensificare lo sfruttamento dei macchinari e degli uomini. In Conclusione "con l'avvento del Mercato Comune Europeo, con la graduale abolizione delle barriere doganali, con l'accentuarsi della concorrenza straniera, alla RIV ci si è accorti che per diminuire i costi, per offrire un prodotto veramente a prezzi concorrenziali si deve organizzare meglio la produzione, si deve immettere macchinario più moderno e automatizzato" (196).

La questione della scarsa competitività del cuscinetto Riv sapeva già di stantìo e risaliva agli anni del dopoguerra. In una riunione del Consiglio di gestione della Riv di Villar, nel gennaio del 1951, si evidenziava la necessità di aumentare le esportazioni del cuscinetto a patto di poterne diminuire il costo, incrementando il rendimento pro-capite per operaio fino a raggiungere 11 7B per dipendente. Questo livello di competitività avrebbe permesso di conquistare nuove fette di mercato e assumere altri 300 operai nell'arco di tre o quattro anni (197).

Purtroppo le cose andarono ben diversamente: fin dalla crisi dell'esportazione dei cuscinetti verso l'Est nel 1953, il licenziamento di centinaia di persone era l'unico sbocco prodotto dall'incapacità della Riv di adeguare la sua struttura produttiva. La Commissione Interna proponeva di favorire il pensionamento di chi aveva già 25 o 30 anni di Riv, un notevole aumento della liquidazione, corresponsione di una cifra forfettaria pari all'incirca all'importo della pensione di vecchiaia a coloro che erano prossimi al licenziamento. Questo per favorire le dimissioni volontarie, non sotto il ricatto. Infine vi era la proposta cardine: la riduzione di orario a parità di salario, con l'intervento della cassa integrazioni guadagni e della Riv.

L'aumento della produttività alla Riv era poi cresciuto vorticosamente nel corso degli anni precedenti alla crisi a metà degli anni Sessanta. Nello stabilimento di Torino si passa, con base 100 nel 1947, a 240 nel 1956 come media di rendimento per ogni ora lavoro. A Villa Perosa si hanno solo i dati dal 1951, e avendo come riferimento indice 180 nel 1951, si passa a 280 nel 1956 (198).

L’aumento della produttività ha come contrappeso non un aumento di tale proporzioni. Alla Riv di Villar gli operai passano dai 3724 del 1947 ai 4145 del 1956. Il grafico della situazione della Riv di Torino indica come anche in questo stabilimento l'incremento dell'occupazione sia stato molto contenuto, a fronte di un'impennata della crescita della produttività. Tuttavia, a Villar Perosa e Torino, la situazione di una struttura produttiva obsoleta peserà sul futuro delle officine e dell'occupazione.

Il riconoscimento avuto dai lavoratori di questo notevole aumento di produttività sarà un cospicuo incremento del premio generale di produzione, il quale passerà da 90 a 240 mila lire all'anno. Ovviamente lo sviluppo tecnologico avrebbe incrementato col tempo ancor di più la produttività, facendo crescere a dismisura (per l'azienda) la crescita del premio di produzione concesso ai dipendenti. "Il 7B era un premio non sul rendimento individuale, ma sul rendimento generale - ricorda Carlo Borra - e l'evoluzione tecnologica faceva aumentare la produzione, e il premio era obbligato ad aumentare anche spropositatamente, e a un certo momento la Ditta l'ha tolto" (199).

 

 

 

LA CRISI DEL 1965: RIDUZIONE D'ORARIO E LICENZIAMENTI

 

Le riduzioni di orario inizia il 15 marzo del 1964 con 1.500 persone a 40 ore nello stabilimento di Torino. Segue a ruota, il 20 aprile, anche a Villar Perosa le ore di lavoro vengono ridotte

a 40 per 4300 operai, e in seguito anche allo stabilimento di Torino per tutti i 4.500 operai, per un totale di 8.800 lavoratori. Seguiranno la stessa sorte gli 850 lavoratori di Airasca. Negli stabilimenti di Pinerolo e Massa la media di lavoro settimanale si attesterà sulle 44 ore.

 

Nel 1964 e nel 1965 tutti gli stabilimenti Riv chiuderanno nel mese di agosto 12 giorni oltre il periodo delle ferie collettive.

Intanto nel gennaio del 1965 la situazione precipita: vengono inviate 900 lettere di sospensione, 600 alla Riv di Torino e 300 a quella di Villar. Tutto questo avveniva mentre la Beloit licenziava oltre 200 lavoratori, nell'industria tessile mille erano i sospesi e una parte degli occupati a orario ridotto, e ben 1200 minatori della Talco e Grafite lavoravano da 24 a 32 ore settimanali (200).

La Commissione interna della Riv invierà un messaggio ai Sindaci e, con un telegramma di identico contenuto, a tutte le massime autorità politiche romane, compreso il Presidente della

Repubblica, denunciando che le valli Chisone, Germanasca e Pellice sono paralizzate da sospensioni e licenziamenti attuati da tutti gli stabilimenti della zona, e la sospensione dei 300 dipendenti della Riv di Villar aggravava ulteriormente la situazione, quindi "E' urgente provvedere a bloccare i licenziamenti altrimenti le valli ricadranno nella miseria" (201).

La difficile situazione occupazionale indurrà il vescovo di Pinerolo, Santo Quadri, a scrivere, a nome dell'Episcopato Piemontese per i problemi del mondo del lavoro, una lettere al Presidente del Consiglio Aldo Moro per rappresentare la critica condizione in cui si trovava il pinerolese che con circa centomila abitanti avrebbe dovuto sopportare il peso di circa 2.500 nuovi disoccupati (202).

La risposta del sindacato e degli operai è immediata sia a Torino sia a Villar. Inizia lo sciopero bianco: "sono entrati in fabbrica, secondo i turni, sia i lavoratori che hanno mantenuto il posto, sia quelli sospesi a tempo indeterminato. I primi hanno incrociato le braccia davanti alle macchine ferme, mentre gli altri si sono radunati in refettorio per ascoltare le direttive impartite dai membri della commissione interna. Successivamente sono usciti tutti insieme dallo stabilimento ed hanno formato un corteo che si è recato in piazza del municipio" (203).

L'iniziativa di lotta dei lavoratori della Riv continua.

Il 5 febbraio un lungo corteo di mille persone si snoda da Villar Perosa fino a Pinerolo. La marcia guidata da Cgil, Cisl e Uil si apre dietro un'enorme striscia di cartone, portata da sei ragazze e su cui spiccava un significativo: "No ai licenziamenti", e giunto a Pinerolo, dopo aver manifestato davanti ai cancelli della Riv, una delegazione veniva ricevuta dal sindaco Aurelio Bernardi.

 

A Villar Perosa nel pomeriggio i negozi chiudevano dalle 16 alle 19, esponendo nelle vetrine cartelli con la scritta: "Chiuso per solidarietà con gli operai della Riv non sciopero".

La Riv non stava con le mani in mano. Lo sciopero bianco, con l'entrata in fabbrica degli operai sospesi, era una sfida che l'azienda non poteva accettare passivamente: lotta che ledeva non solo il sacro principio della proprietà privata, ma incrinava anche il senso del potere padronale.

Viene inviata a tutti i lavoratori sospesi una lettera che li diffidava ad entrare in fabbrica, pena il ricorso a gravi provvedimenti disciplinari nei loro confronti.

La decisa presa di posizione della Riv non fa altro che rendere più coeso il movimento e la stessa unità d'azione delle forze sindacali. Il nodo delle 900 sospensioni coinvolge direttamente il governo: il 10 febbraio il ministro del lavoro convoca a Roma i

rappresentati della Riv e delle organizzazioni sindacali.

La Riv non recederà dalle proprie posizione. Si era già compreso in occasione dell'incontro, avvenuto a Torino i primi di febbraio, tra la Commissione Interna e l'avv. Honorati. La mediazione possibile per l'azienda era di far rientrare in officina i casi con particolari problemi, i quali sarebbero stati sostituiti da altri sospesi. Nulla più.

Intanto l'onorevole Carlo Borra alla Camera dei deputati aveva posto un'interrogazione al ministro dell'industria sulla situazione occupazionale della zona. La risposta del ministro viene definita, nel suo intervento di risposta del 3 febbraio 1965, "troppo di carattere burocratico, non dovute cioè ad un esame autonomo da parte del Governo, ma piuttosto a relazioni spesso interessate" (204), e nella situazione specifica della Riv, pur non negando la necessità all'azienda di garantirsi un mercato più ampio, denuncia che il prezzo della fusione la stavano pagando essenzialmente i lavoratori.

La Riv di Torino gioca alla provocazione in un momento di forte tensione: 44 dipendenti, 12 operai sospesi e 32 che invece ancora presenti in fabbrica ricevono la lettera di licenziamento. Motivo: essersi resi responsabili di violazioni e gravi atti di indisciplina. I sospesi sarebbero stati licenziati per aver varcato i cancelli della fabbrica durante gli scioperi, gli altri per aver insultato dei dirigenti e dei dipendenti che non aderivano allo sciopero.

Era evidente l'azione di rappresaglia e il tentativo di mettere alle corde l'attività sindacale. "La Riv-Skf ha utilizzato questo periodo per ristrutturare anche il sindacato - rammenta Tonino Chiriotti - e quindi se nella prima fase aveva adottato i reparti confino e colpito i compagni della Fiom-Cgil, in questa seconda fase ha colpito pesantemente la Fim-Cisl, nel senso che eravamo il soggetto unitario per eccellenza con la Fiom e stavamo costruendo, forse inavvertitamente, un sindacato unitario (...). Ricordo che un anno abbiamo rifatto tre volte le sezioni sindacali aziendali, le famose Sas, perché nella prima fase ha spedito i nostri quadri

 

in Svezia: o accettare il trasferimento o si veniva licenziati. Il secondo atto è stato il trasferimento dei nostri militanti alla Fiat; anche qui prendere o lasciare, e la terza fase è stata quella dei licenziamenti. In questi duecento e oltre licenziamenti ha inserito buona parte dei nostri quadri sindacali. Fatto questo, arrivati al '66, in seguito allo sciopero alla Riv di Airasca sono stato licenziato" (205).

In quel periodo la paura faceva novanta. Paura di essere messo fuori con i sospesi, e rinunciare a un lavoro con tutti i privilegi che l'impiego alla Riv comportava.

La situazione della crisi fa emergere anche la nuova mappa sindacale . E' tramontata la Cisl collaborativa e moderata creata da Carlo Borra e si è fatta strada quella nuova, molto più conflittuale, guidata da Tonino Chiriotti. Inoltre sono sempre più stretti i rapporti tra Cisl e Fiom. "In quegli anni viaggiavamo molto bene con la Fiom, mentre la Uil è sempre stata un po' un sindacato moderato, non voglio dire filopadronale, ma tardivo rispetto alla decisioni da prendere (...). Inoltre in quegli anni sino state fatte molte delle prime attività unitarie di Fiom-Fim-Uilm: gli spicheraggi unitari nella val Chisone con le tre macchine Fim, Fiom, Uilm. Quelle tre macchine sono state "battezzate" in quegli anni.

L'unità sindacale l'abbiamo costruita in quel contesto con la pratica attività. Sono stati gli anni più belli che hanno precorso la fine degli anni Settanta. Erano ormai superate le contrapposizioni sindacali degli anni Cinquanta, anche perché vi era stato un cambio fortissimi di quadri sindacali nella Fim-Cisl" (206_).

La crisi pesa negativamente su tutta l'iniziativa sindacale, in particolare su quelle organizzazioni più combattive: nel 1965, rispetto al 1964, la Fiom nelle elezioni di Commissione interna, nel complesso Riv, ha un calo di oltre il 7%, mentre la Cisl del 3%. Solo la Uil conquista un 1,5% in più. Notevole consenso ottiene la lista Indipendenti con un incremento dell'8% tra gli operai e del 25% tra gli impiegati.

L'aumento di consensi della Uil, con un aumento dell'8,75% a Villar, fa dire alla Cgil che "Unica eccezione per la UIL di Villar Perosa che, come abbiamo detto, è su posizioni aziendalistiche e padronali più avanzate degli stessi indipendenti.

Significativo il volantino diffuso dalla UIL a Villar Perosa e per la stessa composizione della lista Uil nella quale i dissidenti della FIM-CISL si sono presentati come "indipendenti" ed uno dei candidati ha raccolto 299 voti di preferenza. In questo stabilimento gli Indipendenti subiscono una lieve flessione e si registra un avanzamento della UIL" (207).

Alla Riv di Villar la linea sindacale della Cisl voluta da Chiriotti lascia qualche strascico. Un gruppo di dissidenti cislini, scontenti della linea sindacale intrapresa dalla Cisl accanto alla Fiom, inserisce nella lista della Uil un proprio candidato, Raina Olderigi operaio alle fucine, chiedendo il voto agli operai e per costituire con la Uil una linea di sindacale alternativa a quelle degli altri due sindacati confederali (208).

Se con la nascita degli Indipendenti i contrasti tra questi e la Cisl erano marginali, ora la contrapposizione diventa frontale. Era opinione comune nel vedere gli Indipendenti non tanto come sindacato moderato, ma come organizzazione filopraronale a tutti gli effetti. Questa accusa di subordinazione alla Direzione viene recisamente rifiutata dagli Indipendenti, i quali, in un momento di forte polemica con la Cisl rispetto alla presenza di liste padronali utilizzate per assumere o licenziare, fa scrivere al sindacato di Carlo Venturi, oltre all'accusare gli uomini della Cisl di intolleranza ed estremismo, che "In quanto a "liste di comodo o padronali" ci pare che certi signori farebbero bene a tacere. Non è passato molto tempo da quando, per essere assunti alla RIV bisognava avere la tessera CISL, cosa che evidentemente faceva molto piacere a certi esponenti della Direzione Aziendale"(209).

Nel marzo del 1965 l'on. Giulio Pastore scrive di aver incontrato l'avv. Agnelli, il quale gli aveva assicurato che per il 1965 non si avrebbero avuto ulteriori flessioni nell'occupazione, ma Pastore avverte anche l'on. Borra "di evitare che questa mia misurata lettera abbia a suscitare eccessive speranze" (210)

L'on. Pastore era giustamente cauto. In un'intervista rilasciata, sul quotidiano "Il Giorno" a Giorgio Bocca, Gianni Agnelli sostiene esplicitamente che "certe difese dell'occupazione siano la soluzione più facile, ma non la più lungimirante. Qui non si

tratta di conservare questa o quella occupazione provinciale, ma di portare in salvo la nostra industria" (211).

Vittorio Morero nel commentare questa intervista palesa sempre di più l'idea che la Riv stia diventando una colonia della Skf, senza alcuna garanzie sull'occupazione negli stabilimenti italiani, e neppure la possibilità che le maestranze possano essere assorbite in altre attività e aziende: "Siamo di fronte alla tesi capitalistica per cui "il profitto diventa giudizio inappellabile", ma l'industria si sa non è solo tecnica di produzione, competitività, mercato, che sono fattori indispensabili, ma anche uomini per i quali il lavoro è un diritto" (212).

Il problema dei licenziamenti faceva toccare con mano che questi potevano essere usati da ogni azienda a proprio piacimento: alla Riv di Villar Perosa si era giunti a 500 licenziamenti individuali e 300 sospensioni. A tutela della discrezionalità padronale la Commissione interna di Villar Perosa, invia nell'aprile del 1965,

 

una lettera alle segreterie sindacali nazionali e ai gruppi parlamentari (eccetto l'Msi) chiedendo una rapida approvazione della legge sulla giusta causa dei licenziamenti individuali e collettivi.

Questa urgenza era dovuta al fatto che fino ad oggi si lasciava il lavoratore indifeso davanti al datore di lavoro con possibilità dello stesso di passare alla discriminazione quando, per problemi sindacali, gli interessi delle parti venivano a contrapporsi (213).

Preoccupazione legittima, anche perché non erano solo più colpiti i "comunisti" ma tutti gli attivisti sindacale che intendevano rappresentare gli interessi delle maestranze con determinazione, rivendicando la loro piena autonomia dalle interferenze della Direzione aziendale.

Oltre alle rappresaglie che da decenni colpivano i militanti della Fiom , si hanno anche i dati della Fim-Cisl alla Riv di Villar nel corso del 1965: sospesi a zero ore 7 membri del direttivo delle Sezioni sindacali aziendali di Villar Perosa, 6 attivisti licenziati e trasferiti alla Fiat. Per quando riguarda gli iscritti Fim-Cisl, 135 di questi sono stati sospesi a zero ore, 28 trasferiti alla Fiat.

Inoltre oltre cento attivisti sindacali, delle diverse organizzazioni, vengono trasferiti da un reparto all'altro con la scusa della riorganizzazione tecnologica, mettendo i difficoltà tutta l'organizzazione sindacale nelle officine di Villar Perosa(214).

La Riv decide le sospensioni non solo colpendo chi dava fastidio in fabbrica, ma non sempre rispettando le diverse situazioni familiari e creando motivi di forte tensioni: nuclei con marito e moglie a lavorare, senza figli e con casa propria, continuano a

lavorare, casi di famiglie con figli e casa in affitto vedono mandato fuori dalla fabbrica la moglie o il marito (in generale dove vi era la presenza di marito e moglie veniva lasciato a casa la donna).

La recessione, iniziata nel 1963, porta, con la caduta dell'occupazione e degli investimenti a una profonda ristrutturazione industriale, concentrazione produttiva e riorganizzazione del lavoro. La conseguenza era un calo dell'occupazione, ma si evidenzia anche un aumento della produzione, grazie ad una forte elasticità della forza lavoro e la debolezza del potere sindacale: vi erano reparti in cui erano fatti ore di straordinario e in altri vi era una riduzione dell'orario.

Con l'arrivo della Skf, dal 1 febbraio 1963 al 31 settembre 1965, tutto il complesso Riv-Skf perde 2741 lavoratori, di questi ben 954 solo allo stabilimento di Villar. Però, a fronte di questo drastico calo dell'occupazione, la Skf nel 1964 vede un incremento delle vendite del 10,3%, e tra il 1963 e il 1964 la produzione aumenta del 5% e l'esportazione del 12%, con un calo della

manodopera, calcolando anche i sospesi, del 21%. Gli operai passano da 10.795 a 8655 compresi i sospesi (215).

La Riv-Skf non indietreggia nei suoi propositi di riduzione di personale. Nel maggio del 1965 decide la riduzione di altri cento posti. In che modo? Licenziamenti camuffati sotto forma di dimissioni volontarie e relativo trasferimento alla Fiat. La Commissione Interna si trova davanti una Direzione aziendale molto determinata, che non contratta più nulla e si limita ad informare a fatti avvenuti.

Tutto questo penalizzava gli operai licenziati dalla Riv e riassunti dalla Fiat, perdendo di fatto la progressione di anzianità anche se la Riv concedeva un'indennità di trasferimento di 50.000 lire pro capite. Inizialmente vi era stato l'impegno della Direzione di trasferire operai solo residenti a Pinerolo, più vicini alle officine Fiat di Torino, in realtà vengono trasferiti anche operai di Porte, S. Germano e Pramollo e "dobbiamo ammettere che si tratta di una popolazione che ha qui maturato una tradizione di vita, per cui un trasferimento del genere va senza dubbio catalogato fra i fenomeni di emigrazione forzosa, che è sempre un sacrificio e una diminuzione dei propri diritti" (216).

Si giunge al punto di negare il refettorio per svolgere l'assemblea sindacale in occasione di questo ultimo fatto, così come la disponibilità alla trattative viene di volta in volta osteggiata dall'azienda.

Come se le difficoltà finanziarie della famiglie non bastassero nel settembre viene aumentato il costo dell'abbonamento della tranvia e automobilistica provocando una decisa reazione della Commissione Interna, la quale invita ad una maggior sensibilità verso i problemi che assillavano il mondo del lavoro, tenendo anche conto che da due anni il servizio era solo più garantito per cinque giorni alla settimana.

Nel corso del Consiglio comunale di Villar Perosa del 23 novembre 1966 si presentano, all'inizio della seduta, una trentina di donne comprese tra le 300 sospese a suo tempo dallo stabilimento Riv-Skf di Villar Perosa. La portavoce , Michellonet Alfonsina, aveva richiesto un colloquio con il sindaco Agnelli, e ribadisce che il desiderio espresso "è solamente il lavoro" tra l'altro sancito dalla Costituzione Italiana. Molte delle donne sospese, cento di esse erano tutte di Villar Perosa, si trovano sopra i quarant'anni di età, con l'impossibilità a farsi assumere altrove. Inoltre non sono state sospese altre donne con mariti impiegati alla Riv, in banche e altri enti. Le critiche esposte da Alfonsina Michellonet era precise. 1) si erano spostati a Pinerolo il reparto sfere, quindi si poteva trasferire alla Riv di Pinerolo le donne che lavoravano a Villar; 2) costruzione dello stabilimento di Airasca con nuove assunzione, mentre si potevano spostare ad Airasca operai dello stabilimento di Villar e abitanti a Pinerolo.

La crisi di quegli anni viene anche letta come "una operazione finanziaria della Skf che oramai ha il monopolio assoluto nell'Europa Occidentale e mercati in molti altri Paesi. La RIV è in posizione subordinata e "coloniale" rispetto alla SKF, la condizione per l'operazione finanziaria è una secca riduzione dell'occupazione e un fortissimo aumento della intensificazione del ritmo di lavoro, del peggioramento della condizione operaia" (217).

 

COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO

Il licenziamento di Tonino Chiriotti è parallelo a quello di Leopoldo Armandi. Essi rappresentavano non tanto due sigle sindacali, Cisl e Cgil, quando la determinazione di due uomini, inflessibili, quanto audaci, dediti con coraggio alla causa del movimento sindacale e stimati lavoratori.

In questi due uomini si vedrà anche la debolezza, al fianco di una paura diffusa tra gli operai per le rappresaglie, della classe operaia villarese che poche energie ha speso per difendere due militanti di punta del sindacato alla Riv.

Debolezza che metteva in luce come più di mezzo secolo di politica paternalistica aveva posto salde radice tra le maestranze.

Bisogna però fare un passo indietro per capire il licenziamento di Tonino Chiriotti. La Cisl di Chiriotti, il quale è stato eletto nella Ci alla Riv nel 1959, ha significato il tramonto della "vecchia" Cisl, nata sulla cultura e sulla politica della scissione, ha voluto dire mandare in frantumi tutta la teoria e la pratica della collaborazione aziendale, nata sulle ceneri della scissione sindacale e dell'anticomunismo quarantottesco. Le nuove leve operaio della Cisl, non solo romperanno con il passato politico della propria organizzazione, ma, partendo dalla propria cultura cattolica, intenderanno essere coerenti fino in fondo al principio evangelico "l'essere dalla parte degli ultimi".

Concezione che frantumava il vecchio modo sindacale di agire prodotto dalla Cisl , dedita all'interclassismo, alle trattative separate e alla ricomposizione aprioristica, e a tutti i costi, del conflitto; adesso si puntava all'unità sindacale, alla democrazia operaia, ai bisogni operaio, intesi adesso come classe antagonista a quella padronale. Tutto ciò metteva in crisi anche gli equilibri che si erano instaurati alla Riv tra le varie componenti sindacali, e tra queste e la Direzione aziendale.

Che il cambiamento fosse profondo lo aveva capito in prima persone Pietro Bertolone, il quale, da sempre molto intollerante verso coloro che intralciavano il normale sviluppo dell'azienda, capisce l'anomalia e la novità della Cisl chiriottiana. Questo si percepisce proprio nel 1959 quando " ho visto arrivare da lontano, dall'altro capo del reparto, un nugolo di funzionari e di dirigenti della Riv. In testa a tutti c'era Bertolone. Io faccio finta di niente, ma Bertolone - racconta Tonino Chiriotti- viene dritto verso di me e mi chiede: 'E' lei il nuovo eletto in CI?' Alla mia risposta affermativa mi chiede:' Ma si può sapere che cosa volete da noi?'. Io rispondo: 'Niente: basta che rispettiate il contratto, che non facciate discriminazioni e che rispondiate positivamente alle nostre richieste'. Bertolone è andato su tutte le furie, ha detto che eravamo peggio dei comunisti, che se le cose stavano così lui avrebbe trasferito al sud gli stabilimenti" (218).

La reazione emotiva di Bertolone per la nascita di una nuova opposizione sindacale, in un sindacato che fino a qualche anno prima era stato maestro di pazienza nella contrattazione e nella moderazione, gli fa compiere un errore: la notizia della sua pubblica sfuriata in un baleno fa il giro di tutta l'officina, tramutandosi in una forte propaganda positiva non solo per Chiriotti, ma per tutta la Cisl (219).

Se le tensioni in quegli anni erano già forti, per la crisi con relativi licenziamenti e sospensioni, le azioni antisindacali surriscaldavano ulteriormente il clima a Villar.

Siamo nel febbraio 1966: due membri di Commissione interna della Cisl, Tonino Chiriotti e Giancarlo Bertalmio, vengono sospesi per motivi disciplinari, senza che nella notifica del provvedimento la direzione Riv-Skf rimandi a specifici articoli del regolamento interno e senza aver interpellato i diretti interessati prima di giungere al provvedimento.

L'atto compiuto dai due sindacalisti, e che fece emanare il provvedimento disciplinare, consisteva nell'aver consegnato ad alcuni operai un foglio in cui erano trascritte le percentuali di

adesione in occasione dello sciopero dei metalmeccanici avvenuto il 1° febbraio. Per l'azienda i due sindacalisti erano già recidivi: avevano già subìto un precedente provvedimento disciplinare per aver distribuito, nel marzo del 1965, in busta chiusa le tessera della Cisl ad alcuni iscritti.

La Fim-Cisl denuncia l'atto come tentativo di colpire i rappresentanti dei lavoratoti, di voler privare le maestranze di una giusta informazione e di contrastare la libera espressione sindacale anche alla luce del fatto che, allo sciopero dei 1 febbraio, oltre l'85% dei lavoratori Riv aveva aderito allo sciopero. Il sindacato cislino invitava ad intensificare la preparazione per una partecipazione più convinta al rinnovo contrattuale, anche per ottenere un contratto che impedisse atti simili di repressione (220).

Durante un comizio unitario, svolto a Villar Perosa, unitariamente da Cgil-Cisl-Uil, l'esponente della Fiom, nel suo intervento a nome delle tre organizzazioni sindacali, fa "notare l'inconcepibile contrasto esistente tra le sanzioni che colpiscono il lavoratore e quelle che colpiscono gli imprenditori.

Guardate RIVA, per quel poco che è andato combinando non si è buscato neanche un giorno di sospensione, così fu per Mazzonis ed è oggi per i Villa ed i Prever della Talco e Grafite" (221).

Su questo fatto vi è un lungo commento di Vittorio Morero sulle pagine del settimanale pinerolese, sul quale fa notare come il cambio del gruppo dirigente alla Riv-Skf abbia incancrenito le relazioni industriali. In passato i sindacalisti potevano tenere

riunioni in refettorio con gli operai, e ciascuna corrente sindacale aveva due ore quotidiane alla settimana di segreteria durante le quali era permesso al membro di Ci di recarsi da qualsivoglia operaio e in qualsiasi reparto venisse richiesto. Ora le riunioni nel refettorio erano proibite e altrettanto il giro nei reparti. Ciò "E' certo strano se pensiamo che i sindacati svedesi (e lo sanno molto bene i dirigenti Skf) possono entrare in azienda in qualsiasi momento, anche per controllare i tempi di lavorazione (la libertà di propaganda all'interno dell' azienda gode della massima libertà alla Olivetti di Ivrea)" (222).

E' convinzione che una politica di rottura e intransigenza con gli operai non sia una politica intelligente, e che vecchie mentalità borboniche (da parte dell'azienda) e populiste (da parte del sindacato) spingano a forme di contrapposizione inutili e dannose a tutte le parti in causa.

Il futuro di Chiriotti, uomo di punta della nuova Cisl pinerolese, era ormai segnato. La Riv attendeva solo l'occasione più propizia per mettere fuori dall'officina un sindacalista che si batteva per l'unità e l'autonomia del sindacato, poco incline ai richiami interclassisti della Cisl dei decenni precedenti.

L'occasione si presenta alcuni giorni dopo, il 17 febbraio con lo sciopero alla Riv di Airasca, stabilimento che, insieme a quello di Pinerolo, si era caratterizzato, anche per la particolare storia della sua classe operaia, poco incline ad aderire alle agitazioni sindacali.

"Si è arrivati al mio licenziamento con lo sciopero alla Riv di Airasca del 17 febbraio 1966. Abbiamo deciso il picchettaggio pesante alla Riv di Airasca: siamo andati giù alla mattina presto, abbiamo bloccato i pullman. Abbiamo consentito alla gente di scendere. Stessa cosa abbiamo fatto al turno centrale. Sono arrivati i carabinieri -racconta Chiriotti - e ci hanno arrestato, io, Fiammotto e Aloia e ci hanno portati a None. Ci ha poi tirati fuori alle quattro del pomeriggio il sindaco Aurelio Bernardi. Il capo del personale mi ha fatto firmare per ricevuta la lettera di licenziamento in tronco " (223).

Tra l'altro Chiriotti quel giorno era a casa, era un giorno di festa: il 17 febbraio, festa dei valdesi, la Riv di Villar era chiusa.

In che modo contrastava la Riv di Airasca lo sciopero? Faceva entrare i pullman nello stabilimento con le porte bloccate per evitare che gli indecisi potessero, sul momento, aderire allo sciopero e scendere all'ingresso dello stabilimento, pagava la benzina ai dipendenti per farli giungere con auto propria in orari diversi, i turni di lavoro era fatti a misura di dipendente nei giorni di sciopero: l'importante era andare a lavorare.

Tra l'altro durante il fermo alla caserma dei carabinieri di None non avveniva nessuna contestazione formale ai tre sindacalisti, tantomeno stilato un verbale in loro presenza. Tuttavia alcuni giorni dopo l'autorità giudiziaria di Pubblica Sicurezza inoltrava alla Procura della Repubblica di Pinerolo una denuncia nei confronti dei tre sindacalisti ai sensi dell'articolo 650 del Codice Penale ( disubbidienza agli ordini di (P.S.).

Chiriotti era molto conosciuto nel Pinerolese, stimato anche da chi non sempre condivideva il suo eccessivo decisionismo, il suo entusiasmo, senza alcun tentennamento, nel dichiarare uno sciopero, un'azione di lotta quando riteneva che motivazioni e obiettivi fossero giusti.

Lo sdegno e la reazione fu unanime e diffusa.

Le organizzazioni sindacali dichiarano subito un'azione di protesta lunedì 21 febbraio, a sostegno della richiesta dell'immediato rientro in fabbrica del membro di Commissione Interna della Cisl. Parimenti vi era la preoccupazione che l'azienda, oltre ad aver ridotto di quasi 3000 operai dopo la fusione con la Skf, perseguisse una strategia di rigida opposizione ad ogni attività sindacale. La Commissione interna si chiedeva se era giusto che un dirigente di sindacato venga privato del lavoro perché svolge il proprio dovere di sindacalista in una giornata festiva e lontana dal proprio luogo di lavoro? (224).

 

Un testo di telegramma, al quale è allegata una lettera che spiegava l'episodio di Chiriotti e il clima antisindacale che si era creato alla Riv, viene inviato a vasto raggio: Cgil, Cisl, Uil, Presidente della Repubblica e del Consiglio, Ministro del Lavoro, Acli, Presidenti di Camera e Senato, alla Internazionale Sindacale Cisl, al Federazione Sindacale Mondiale.

E' ancora "L'Eco del Chisone" a rappresentare dettagliatamente le condizioni in cui avviene il fatto che coinvolge Chiriotti e altri sindacalisti. Lo sciopero era stato dichiarato in relazione ad un fatto importante, il contratto di lavoro, quindi era logico che attivisti sindacale si recassero di fronte allo stabilimento di Airasca ad invitare gli operai ad aderire allo sciopero. Nonostante tutto la presenza dei sindacalisti non sortiva alcun effetto perché i pullman contrariamente al solito venivano condotti all'interno del recinto di fabbrica di fronte ai singoli reparti dove erano in attesa i dirigenti dello stabilimento. Particolare oltremodo strano: all'interno del pullman prestavano servizio a sorveglianza delle porte degli automezzi, ermeticamente chiuse, i guardiani dello stabilimento e alcuni capi-reparto che erano stati mobilitati, in contrasto con le loro regolari funzioni, al servizio di trasporto operai fin dai primi posti di raccolta

E' netto il giudizio che viene dato su un atteggiamento della Riv-Skf, non solo deprecabile ma condannabile perché "La cronaca non manca di elementi per una netta individuazione di quel tipo di politica aziendale che include con la violazione dei diritti sindacali il ricorso alla rappresaglia, all'intimidazione e perfino all'uso della polizia interna fuori dall'area dello stabilimento ( i guardiani sui pullman) con atteggiamenti che sfiorano il reato di violenza privata. La volontà di violare la libertà sindacale è evidente: le donne comandate ad entrare due ore prima del previsto, i pullman le cui porte sono sorvegliate dai guardiani, fino al licenziamento in tronco di un sindacalista della C.I. con una motivazione perlomeno reticente" (225).

La posizione del settimanale cattolico pinerolese non può essere accusata di partigianeria, anche perché cercava sempre di seguire una posizione mediana che accanto al diritto di sciopero, e alla condanna della repressione padronale, condannava anche le intimidazione da parte sindacale che privasse il lavoratore del suo diritto di scelta. "più che il picchettaggio (nelle sue forme

lecite), è soprattutto un'azione di tempestiva informazione e convinzione da parte dei dirigenti sindacali che occorre far leva per avere l'adesione delle maestranze ad uno sciopero" (226).

Ma ormai la Riv-Skf aveva varcato ogni senso del pudore e il giornale nota come questo sia avvenuto con il cambio del gruppo dirigente alla Riv e si chiede se oltre le azioni la Riv alla Skf abbia anche venduto la libertà dei suoi dipendenti.

Infatti, dai giorni precedenti all'agitazione, all'interno dello stabilimento della Riv di Airasca il clima antisciopero creato dall'azienda era pesante: gli operai venivano avvicinati uno ad uno dai capi squadra, minacciando la possibilità di perdere il posto di lavoro o di essere trasferiti a Torino, di non ottenere il passaggio di categoria, l'obbligare le donne ad entrare alcune ore prima per evitare i picchetti operai alle porte della fabbrica.

Carlo Borra nella sua denuncia al Parlamento della situazione che si era creata è esplicito, senza peli sulla lingua, vedendo i torpedone scortati dai sorveglianti "Pare di raccontare cose successe durante i forzati trasporti di internati in Germania" (227).

Il 24 di febbraio all'ordine del giorno del Consiglio comunale di Pinerolo vi è il licenziamento di Chiriotti. In quell'occasione Carlo Borra, deputato al Parlamento per la Democrazia cristiana, sfodera un'arringa nella quale l'anima primogenita del sindacalista precorre quella del politico.

Borra ricorda che la Riv non è la prima volta che ricorre al licenziamento per rappresaglia antisindacale, che il regolamento non permette inoltre il licenziamento di un membro di Ci, se non per colpe gravi, non sindacali, proprio per garantire la libertà del lavoratore nell'espletamento delle sue funzioni di membro delle Ci.

"Chiriotti è stato licenziato unicamente perché svolgeva con lealtà la sua funzione. Chiriotti è da anni che svolge disinteressatamente con coscienza, con lealtà la sua funzione di membro della Commissione Interna. Potrà avere svolto la sua azione più o meno efficacemente, si potrà anche discutere qualche sua posizione: però nessuno può discutere la lealtà, la coscienza con cui ha svolto questa sua funzione. Certo Chiriotti non è un uomo che si possa intimorire e tantomeno pagare per limitarlo nella sua azione. Ed è forse per questo che da tempo Chiriotti era segnato a dito da chi vorrebbe avere a disposizione burattini e no uomini.

Io ho un ricordo personale: anni fa - continua Carlo Borra- un dirigente di Torino della Riv mi diceva: "Quando lo fate fuori dal sindacato Chiriotti?" Alla mia risposta:" il sindacato non ha motivi per farlo fuori", rispose:" lo faremo fuori noi". Allora una mia domanda: "forse che Chiriotti non fa il suo dovere di lavoratore?" La risposta è stata questa:" purtroppo che lo fa!". In questo "purtroppo" c'è tutto: fa il suo dovere, ma è convinto sindacalista, bisogna farlo fuori; questa è la realtà che sta dietro a questi episodi" (228).

Borra giustificherà anche i motivi del picchettaggio - forma di lotta poco consona alla propria cultura di sindacalista degli anni Cinquanta - fatto dai sindacalisti:" Coso possono fare i sindacalisti, consapevoli anche di tutto il clima di pressione da una settimana portato avanti all'interno dell'azienda, con minacce di licenziamento, di trasferimenti ecc., se non quello di tentare di fermare i torpedoni e far aprire le porte? Chiriotti è fra questi e per questo è fermato in modo che chiameremo soltanto strano dalle Forze dell'ordine, non è interrogato, non ha contestazioni precise, ma in un secondo tempo per questo sarà denunciato.

La Ditta prende questo spunto, di denuncia strana, su un fatto esterno all'azienda non ancora provata, non ancora convalidata da una sentenza, per il licenziamento" (229).

Dietro la difesa accorata del parlamentare democristiano vi è la consapevolezza che la Cisl di Chiriotti degli anni Sessanta non è più la Cisl di Borra degli anni Cinquanta. Un profondo spartiacque li divide: conflittuale, classista e antagonista al padronato la prima; interclassista, ricercatrice assidua della ricomposizione dei contrasti e tendenzialmente aconflittuale la seconda.

Tuttavia un legame profondo vi era tra queste due anime: la convinzione dell'onestà di fondo di idee tanto diverse tra di loro, l'appartenenza al medesimo mondo di origine - quella composita area del mondo cattolico e dell'Azione Cattolica- che porta comunque a difendere colui che a suo modo vive la fede religiosa, la reinterpreta in progettualità sindacale e impegno politico a difesa dei diritti dei lavoratori e della loro organizzazione, il sindacato. E' ovvia la difesa, nella figura di Chiriotti, della propria organizzazione sindacale, della propria identità e storia personale.

Le Acli torinesi si richiameranno più volte alla enciclica "Pacem in Terris", al Concilio Vaticano II° per deprecare il licenziamento del sindacalista cislino e "Gli uomini che lavorano sono uomini liberi ed autonomi creati ad immagine di DIO. Quindi hanno dei diritti che devono essere rispettati da tutti, dei doveri da compiere e devono collaborare attivamente. "Una

convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana" (Enc. "Pacem in Terris")" (230_).

Non si deve dimenticare che Papa Giovanni ha messo in luce, fin dalla Mater et Magistra nel 1961, che l'astensione della Chiesa dalla politica non significava la fuga dai conflitti politici o rinuncia agli impegni richiesti dalle esigenze evangeliche e dal bisogni del tempo, ma "Sciolta dai maneggi e dalle controversie di parte, la Chiesa avrebbe potuto recuperare una maggior libertà per adempiere la propria missione: quella di annunciare i doveri cristiani dell'ora e di sollecitare i cattolici a programmi sociali audaci" (231).

La veemenza dei comunisti pinerolese non si fa attendere e la politica antisindacale della Riv diventa tutt'una con il metodo autoritario del vecchio regime fascista e opporsi a questi metodi significa dare respiro ad un continuum con la lotta iniziata dalla Resistenza.

Il caso Chiriotti, con quello di altri operai licenziati per rappresaglia alla Fiat, sale l'assise del Parlamento italiano. Carlo Borra, il 2 aprile 1966, pone interrogazione per avere chiarimenti "di fronte ad una evidente manovra antisindacale che si sta soprattutto manifestando nei confronti dei partecipanti

alle azioni sindacali per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, con gravi provvedimenti che hanno portato a licenziamenti di membri di C.I. e attivisti sindacali alla RIV, alla FIAT e all'ALFAROMEO" (232).

Oltre a Chiriotti vi erano Giannarello Enrico e Picchioluto Armando della Ci Fiat.

Intanto Chiriotti verrà assolto, ma non riassunto dalla Riv, con Arnaldo Fiammotto e Franco Aloia perché il fatto non costituisce. Per il Pretore l'ordine di sgombero impartito dai carabinieri ai sindacalisti si doveva considerare illegittimo, perché volto ad impedire l'esercizio del diritto soggettivo di sciopero.

 

Davanti alla Riv di Villar viene stazionata una tenda, chiamata tenda della "libertà", per denunciare non solo il licenziamento ma tutti gli atti di intimidazione perpetrati dall'azienda a danno dei lavoratori. Presso la tenda, eretta per quaranta giorni, era presente Chiriotti: "Ho ricevuto molte adesioni, molta solidarietà, ma molta gente aveva paura perfino a venire a firmare il registro. Erano firme di solidarietà su di un quaderno. erano gli anni del terrore e di rappresaglie pesantissime: la gente aveva perfino paura di venirmi a salutare. Vi è stato il tentativo del sindaco Agnelli di farmi togliere la tenda. Ma Siccardi, che era il vice-sindaco, si è opposto: mi faceva pagare per occupazione abusiva del suolo pubblico, mille lire al giorno" (233).

Il contesto storico a metà degli anni Sessanta stava profondamente cambiando anche nel mondo cattolico e queste si può denotare dalle presa di posizione de "L'Eco del Chisone". Pur non venendo meno alla sua posizione interclassista, il settimanale si richiama più volte alla parole di Papa Giovanni XXIII verso il rispetto di una dignità umana della quale l'operaio ne fa parte a tutti gli effetti perché "il lavoro sia concepito e vissuto da tutti i membri dell'impresa, oltreché come fonte di reddito, anche come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio.

 

E la dignità umana, indistintamente uguale in tutti, qualunque sia la classe sociale a cui ciascuno appartiene, che esige questa apertura al dialogo e alla collaborazione a tutti i livelli" (234).

Sarà Vittorio Morero a scrivere, alcuni giorni dopo il licenziamento del sindacalista della Cisl, che la maturità e la responsabilità del sindacato non può sicuramente avvenire in un clima di oppressione e attraverso dei tecnocrati delle relazioni umane, ma unicamente con spirito di umanità e tolleranza e di intelligenza tecnica propria della tradizione del senatore Agnelli ora disconosciuta con l'arrivo degli svedesi, e che "la filosofia dell'oppressione ha già avuto dalla storia innumerevoli prove del suo fallimento" (235).

 

TRAMONTA L'IDEA DEL BUON PADRE.

Con la crisi degli anni Sessanta e l'entrata in campo della Skf si frantuma, seppur lentamente, l'idea della fabbrica-famiglia, della fabbrica-villaggio, della figura del buon padre tramandata dalla famiglia Agnelli (236).

Certo, fino a quel momento la Riv significava il villaggio Agnelli, la creazione della chiesa e dell'oratorio giovanile, di un ambulatorio e di un cinema, una colonia aziendale, un campo sportivo, un albergo a Villar e uno a Pra Martino, la scuola materna e la scuola professionale. Non solo l'azienda aveva contribuito alla crescita di una banda musicale, della squadra di calcio, del suo gruppo sportivo aziendale foriero di miriade di attività sportive per tutti i dipendenti, così come il gruppo culturale apriva le porte, a prezzi contenuti, a spettacoli teatrali e concerti, senza dimenticare la fornita biblioteca voluta dagli Agnelli per il bene culturale dei figli della vallata. Se poi si aveva bisogno di libri, biancheria intima o cioccolato, e molte altre merci, bastava recarsi all'ufficio assistenza e si potevano avere a prezzi fortemente scontati.

Ma più che altro si era creato nella vallata una sorta di sicurezza psicologica di intimo legame tra la comunità, un travaso di linfa che alimentava reciprocamente le officine e la popolazione. Una sorta di radicata lealtà, fondata sulla salda morale montanara dove dall'orto di casa si guardava la ciminiera dell'officina che infondeva serenità, ma anche un pizzico di orgoglio di farne parte, anche se il padrone è sempre il padrone e fa i suoi interessi.

Un cordone ombelicale costruito nel tempo che "servì a saldare il legame di subordinazione ma anche di affetto che la popolazione di Villar Perosa ha da generazioni per la famiglia Agnelli. Avere avuto come concittadino e come podestà il Sen. Giovanni Agnelli prima, come concittadino e come sindaco l'Avv. Gianni Agnelli poi, è sempre stato motivo di orgoglio per i villaresi" (237).

Insomma, gli Agnelli erano parte integrante sotto tutti gli aspetti della storia della Valle. Un codice genetico di una comunità segnata dall'autorevole e altera figura del senatore Giovanni, il quale chiacchiera in patuà con i suoi concittadini, pronto a dirimere le beghe di paese come un buon padre.

A Villar si doveva partire dall'officina, per poi parlare della gente, della cultura e della stessa tradizione operaia, politica e sindacale. La società circostante non aveva una propria fisionomia autonoma, ma il brontolio sommesso della fabbrica assorbiva, macinava e rielaborava tutto il vissuto di uomini e donne, di politica e di morale, indipendentemente dalla loro collocazione produttiva e sociale.

Le officine Riv erano il centro della ragnatela: da quel concentrico tutto partiva e tutto arriva. Senza eccezioni.

Senza dimenticare che l'influenza degli Agnelli si estendeva su tutto il Pinerolese, nei settori dell'economia, turistico, assistenziale: è sufficiente ricordare l'ospedale civile Edoardo Agnelli di Pinerolo.

Un ruolo di primo piano ha anche avuto la scuola professionale Riv, elemento importante di formazione professionale, ma anche della strategia paternalistica e di creazione del consenso. La scuola non era solo luogo di preparazione tecnica, altamente specializzata a quei tempi, della manodopera in grado di reggere alle innovazioni tecnologiche. Chi usciva dalla scuola professionale aveva anche interiorizzato la logica di subordinazione e di gerarchia dell'officina, l'abnegazione verso il lavoro e l'organizzazione della fabbrica, la riconoscenza verso il benefattore e datore di lavoro, quindi era potenzialmente indirizzato a svolgere ruoli di responsabilità e di direzione produttiva: capi squadra, capi reparto, impiegati, revisori dei tempi di produzione e così via.

La crisi della Riv a metà degli anni Sessanta inizia a lasciare delle profonde ferita. Una forte riduzione degli occupati, aumenti dei ritmi di produzione e peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. E' sicuramente una lacerazione per tutta la comunità villarese e della vallata, per coloro che hanno identificato la loro vita con quella delle officine di Agnelli, una simbiosi che viene bruscamente tranciata facendo risaltare che il totem del profitto non lasciava spazio al sentimentalismo e

alla riconoscenza, anche verso quegli operai che alla Riv avevano dedicato la loro stessa vita.

Lentamente, ma progressivamente, al velo paternalistico si sostituisce la logica della moderna imprenditoria, imposta, forse, più dalle necessità dei tempi e dalla globalizzazione dei mercati che dalla volontà della famiglia Agnelli. L'arrivo della Skf è il segnale che un ciclo si era concluso, il vento stava cambiando. Così anche molti altri simboli lentamente cadranno nel corso degli anni: le palazzine degli impiegati operai verranno acquistate dai medesimi a prezzi di favore, tutte le principale opere volute dalla Riv (dal teatro al campo sportivo) verranno cedute all'amministrazione comunale e, più tardi, Agnelli lascerà, nel 1980, la carica di sindaco occupata dal nonno Giovanni fin dal 1895.

Quella tenace tela di iuta - metafora e simbolo della faticosa e onesta vita - sulla quale era stata intrecciata la vita di tutta una società locale inizia lentamente a sfilacciarsi, a logorarsi incrinando quel disegno di sicurezza, di pacifica sobrietà, di serenità attorno al suono della sirena.

Ma quella tela che così per tanto tempo ha sentito la mano tranquillizzante del buon padre a ricomporre ogni piccola frattura, ci fa dire che la Riv è riuscita a ottenere il consenso nelle officine principalmente attraverso ad una politica paternalistica, e di atavico (e anche sincero) filantropismo, e a tutta una serie di privilegi che i lavoratori della Riv avevano rispetto a quelli di altre aziende.

Politica paternalistica - che, non bisogna negare, è stata accettata e interiorizzata per tutti i benefici che la vallata ne ha tratto- nella quale si è saputo inserire e dosare, con abilità e tempismo, forme di ricatto e di repressione verso i gruppi di avanguardia dell'iniziativa sindacale e politica, relegando a casi marginale le azione di stampo vallettiano, ampiamente usate alla Fiat e anche presso lo stabilimento Riv di Torino.

Anzi, si può dire, che si è creata una profonda sinergia tra il rivendicazionismo sindacale e politico e la pratica filantropico-paternalista, e se, proprio vogliamo, di illuminismo familiare degli Agnelli, e questo ha portato a quel benessere che per decenni è stato orgoglio di ogni villarese.

Un'analisi psicoanalitica che conduca alla conclusione che ogni condannato si riconosce e si immedesima nel proprio carnefice, e in questo caso l'operaio nel suo sfruttatore, sarebbe, per la Riv, sicuramente un paradigma interpretativo non adatto a comprendere le complesse relazione che, nel tempo, si sono intrecciati tra il mondo operaio, i luoghi di lavori, del vissuto individuale e collettivo e la figura del Senatore e dei suoi discendenti (238).

La Riv è stata una vera e propria istituzione, caratterizzandosi per la sua solidità e autonomia, dotata di propri valori, riconosciuta e legittimità, che ha operato in piena e totale indipendenza, con proprie regole che producono consenso e ammirazione. E questa Riv-istituzione, fin dalla sua costituzione in quel lontano 1906, ha prodotto a sua immagine e somiglianza tutta la comunità che la circonda e l'ha difesa e protetta con il suo mantello paterno.

Tre esempi sono emblematici di questo rispecchiarsi della vallata nel suo capitano d'industria. Quando il 16 dicembre 1945 il vecchio senatore Giovanni Agnelli muore è il comunista Anselmo Ferrero, davanti al municipio in presenza del feretro, a porgere l'ultimo saluto a nome della cittadinanza: " Dalle soglie della Casa che per oltre 50 anni varcasti per essere guida di tutti i villaresi, ricevi l'estremo saluto, il figliale tributo di riconoscenza e d'affetto dei Tuoi concittadini.

Ci lasci in un momento particolarmente grave, quando più che mai sarebbe stata necessaria la Tua Opera fattiva, tuttavia noi siamo

certi di onorare degnamente la Tua memoria e di esaudire il tuo supremo desiderio, se nel lavoro e nella concordia, stretti attorno a chi è stato designato dal paese a continuare la Tua Opera, sapremo ridare alla Tua cara Villar ed alla tua Officina l'antico volto, quale, dopo l'immane flagello Tu la sognasti" (239).

E' un saluto non solo dovuto, ma è anche la deferenza verso un uomo che aveva saputo offrire lavoro e sviluppo a un intero paese.

Durante le elezioni negli anni Cinquanta-Sessanta venivano in genere presentate due liste, una della sinistra e una capeggiata dagli Agnelli. Sovente moltissimi schede venivano annullate perché gli elettori votavano ambedue le liste, quasi a voler dire che se l'opposizione politica difendeva gli operai, altrettanto non si poteva tradire la famiglia che tanta prosperità aveva portato nella Valle (240).

Una notte, negli anni Sessanta, il busto degli Agnelli, posto a Villar davanti al municipio, viene imbrattato di vernice rossa, e sono stati proprio i militanti comunisti della Cgil a voler pulire, con pronta sollecitudine, la statua prima che gli operai del mattino, recandosi al lavoro, potessero vedere tale scempio.

Se la vecchia strategia paternalistica ha dimostrato di avere gli anni contati è "anche vero che la sua fine non sarà violenta, semplicemente si autoesaurirà. Questo perché attualmente il rapporto Azienda-comunità e squilibrato a favore della comunità, in quanto è funzionale solo più agli obiettivi ed alle esigenze di quest'ultima, che paga però i suoi privilegi con una progressivamente minore occupazione "(241).

L'anziano operaio concludendo l'ultimo giorno di lavoro in fabbrica prima della sospirata pensione, nel suo cuore sentiva una liberazione dalla schiavitù dei tempi, dei ritmi e dei turni. Ma, salutando i compagni, voltandosi a guardare per l'ultimo volta

l'ingresso dell'officina i suoi occhi erano lucidi di commozione, perché quella fabbrica se la sentiva, nel bene e nel male, un po' sua, con tutto quello che la circondava, come parte integrante della sua vita.

Quando il buon padre lascia il testimone al nordico straniero, qualcosa cambia e spezza quel romanticismo tra officina e comunità, tra la borsa di cuoio e la sua vivandiera, tra il grasso della puleggia e il sudore dell'operaio. Al sentimentalismo e all'affetto, seppur in po' rude del padrone delle ferriere e i suoi dipendenti, si insinua la fredda logica globalizzante del capitale, impersonale e asettica, senza identità e calore.

Lorenzo TIBALDO