LA CISL, LA UIL E LE TROTE NEL CHISONE

 

Per capire l'entità, documentata, seppur di parte, dell'apparato di contenimento nelle fabbriche del sindacato bisogna attendere il 1956. In tale anno la Camera e il Senato istituiscono una Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla condizione della vita operaia sui luoghi di lavoro.

La Commissione aveva essenzialmente questi compiti: 1) condurre un'approfondita ed esauriente indagine sull'applicazione delle norme igieniche e delle leggi sociali contro gli infortuni e le malattie professionali, per la difesa della maternità e dell'infanzia, per l'assicurazione vecchiaia, tubercolosi, malattie comuni; 2) verificare il rispetto dei contratti e degli accordi sindacali normativi ed economici stipulati, nonché sul trattamento dei lavoratori ancora non tutelati dai contratti collettivi; sulle condizioni morali e sui rapporti umani nei luoghi di lavoro e sulle provvidenze sussidiarie ed integrative in atto nelle aziende.

L'obiettivo finale della Commissione era quella di suggerire al Governo e al Parlamento provvedimenti atti a migliorare il sistema protettivo del lavoro e la sua rigorosa applicazione.

La Cgil non può che ben vedere questa inchiesta e su "Il 7B" della Riv di Torino si legge che questa indagine è importante perché è facile capire quale possibilità venga offerta ai lavoratori italiani, oggi minacciati da dure rappresaglie padronali se osano ribellarsi a certi soprusi; con l'inchiesta della Commissione e le denunce dirette dei lavoratori queste tristi situazioni verranno chiaramente esposte davanti al Parlamento (146).

Anche dalla Riv di Villar il documento prodotto, a cura dei componenti della Commissione interna della Fiom, è corposo e dettagliato. Vale la pena, per la sua consistenza, di richiamarlo nei suoi punti essenziali.

1) la Riv intraprendeva - attraverso i capi, capi reparto, segretari di reparto, responsabili dei gruppi sportivi, gruppo anziani- delle vere e proprie campagna elettorali, durante le elezioni della Ci, per orientare l'elettorato verso specifiche liste sindacali. La Direzione chiedeva di inserire nelle liste della Cisl e Uil persone del gruppo anziani graditi ai dirigenti, e i capi invitavano apertamente i lavoratori a votare per la Uil.

Pressioni a volte stupide e infantili compiute dai gruppi sportivi sugli aderenti, come quella della sezione pesca Riv che invitava i propri iscritti a votare Cisl e Uil "se si voleva vedere aumentato il numero delle trote nel fiume Chisone" (147);

Veniva inviato ad ogni anziano Riv una lettera con invito a votare candidati anziani delle liste Cisl e Uil;

2) venivano utilizzate indebite ingerenze per sollecitare le dimissione gli operai candidati nella lista Fiom;

3) durante le votazioni molto sovente i capi e dirigenti sostavano nei pressi dei seggi per condizionare l'espressione di voto dei lavoratori;

4) I capi rivolgevano ai lavoratori in stato di bisogno l'invito a inoltrare domande di prestito alla Ditta, oppure si paventavano parole di speranza di assumere figli e parenti, l'importante era quella di "votare bene";

5) era d'uso il ricatto delle commesse: i paesi occidentali era più consoni a fornire lavoro a quelle industrie che garantivano una maggior affidabilità, nelle quali, in poche parole, i comunisti nel sindacato erano ridotto in minoranza. Questo fatto discriminatorio viene denunciato dalla stessa Cisl e, nel febbraio del 1955, scrive che " Anche se i comunisti ne vanno esagerando la portata, diciamolo francamente che non siamo entusiasti della questione delle commesse.

Cioè il fatto che i clienti di determinate nazioni, per dare lavoro alle nostre aziende, vorrebbero la garanzia di avere a che fare con maestranze non comuniste" (148).

6) Il ricorso agli spostamenti degli attivisti Fiom in prossimità delle elezioni. Viene riportato anche un elenco di nomi:

* Mauro Mario, spostato nel reparto elettricisti 2/5/1955

* Dalla Vittoria Antonio, spostato al reparto elettricisti 26/5/1955

* Pesce Gino, spostato nel reparto elettricisti 26/5/1955

* Nota Livio spostato reparto manutenzione 25/5/1955

* Crivelli Luigi, spostato reparto pelabarre 26/5/1955

* Avondet Ermellina, spostata alla lavanderia 30/5/1955

* Lucadello Ester, spostata al reparto montaggio 15/6/1955

* Castagna Cesare, spostato al reparto pelabarre 15/6/1955

* Michellonet Emilio, spostato al collaudo 16/6/1955

* Brondolo Silvio (C.I.), spostato al collaudo 16/6/1955

* Bonucci Cafiero (C.I.), spostato al collaudo 16/6/1955

* Laurenti Secondo, spostato al reparto manutenzione 16/6/1955

* Farraris Giuseppe, spostato reparto manutenzione 16/6/1955

* Ribetto Carlo, spostato reparto elettricisti 18%6/1955

* Dana Borga Giovanni, spostato reparto fabbri 18/6/1955

7) La Ditta cercava di impedire l'affissione, sulla bacheca sindacale, dei comunicati della Ci non graditi, così come veniva ostacolato ogni assemblea che non fosse convocata da tutta la Commissione Interna;

8) la Direzione imponeva ai sorveglianti, oltre alla ovvia vigilanza della proprietà, anche la sorveglianza dei lavoratori all'interno della fabbrica, facendoli continuamente circolare durante le ore di lavoro all'interno dei reparti e nei servizi.

"Il trattamento usato inoltre ai lavoratori colpiti per qualche infrazione - continua la relazione della C.I. Fiom di Villar - è da paragonarsi alla stessa stregua di una istruttoria di polizia, con interrogatori e verbalizzazioni di quanto esposto, alla presenza del Capo del personale e del Capo dei sorveglianti, in un salottino appositamente appartato. Il metodo usato recentemente per il caso dell'operaio e membro di CI Armandi Leopoldo è da paragonarsi alla stessa stregua dei Tribunali di fabbrica alla FIAT" (149).

La denuncia dell'uso improprio del servizio di sorveglianza viene fatta su "Il 7B" dove si legge: "Complimenti Sig. Giay! Trova dignitoso lei appostarsi di nascosto nei dintorni dei gabinetti

con orologio alla mano e controllare il tempo agli operai che vanno a fare i loro bisogni corporali? O trova giusto recarsi addirittura all'interno dei medesimi per controllare?" (150).

9) Il diritto di sciopero veniva costantemente intimidito: a chi aveva aderito ad uno sciopero Fiom del 13 gennaio 1953 viene inviata una lettera di ammonizione. Per uno sciopero del 30 marzo 1953 viene inflitto un provvedimento disciplinare con una multa di 3 ore di paga, e per alcuni lavoratori una sospensione da uno a tre giorni. Il 13 dicembre 1955 viene dichiarato uno sciopero unitario di un'ora da tutta la Ci: decurtato come provvedimento

di lire duemila il premio di collaborazione, anche se avevano aderito oltre 80% delle maestranze. Sempre in quest'occasione i capi per sabotare lo sciopero promettevano un premio extra di 400 lire per chi non avesse aderito allo sciopero.

Il premio di collaborazione diventava un premio antisciopero.

A queste denuncia seguiva anche un'esposizione sui tempi di lavoro, sull'aumento del ritmi di produzione, sulla saturazione dei tempi di lavoro e sui conseguenti infortuni e malattie nervose, dell'esautoramento del sindacato da ogni possibilità di contrattazione.

Considerazione amare venivano svolte sule pagine de "Il 7B" in occasione del Cinquantenario della nascita della Riv. Dopo che per cinquant'anni migliaia di lavoratori avevano dato il loro contributo allo sviluppo dell'azienda, veniva ritenuto inconcepibile l'utilizzo di metodo repressivi per colpire chi cerca di difendere i diritti delle maestranze lavoratori. "Evidentemente ci siamo ingannati. Alla RIV di Villar come in molti altri stabilimenti del nostro paese -come alla FIAT - si persegue la strada della soppressione di ogni libertà, della divisione, del dispotismo padronale" (151).

Ma se dentro la fabbrica i rapporti erano quelli che erano, l'Avvocato sapeva coltivare fuori dalle officine, anche nella sua veste di sindaco, le buone maniere con l'opposizione storica che tanto infastidiva il direttore generale Bertolone, sempre più solerte e realista del re. E' emblematica questa testimonianza di Livio Notta sulla festa del 1° maggio a Villar. " La Cisl era andata in crociera e la Uil a Sestriere. La Cisl con Bertolone e la Uil con l'ing. Petazzi. Era il periodo della discriminazione molto marcata. Periodo teso. In quell'occasione, per il 1° maggio, l'ing. Bertolone ci aveva rifiutato la banda, che era aziendale-comunale. Si era già capito che c'erano delle difficoltà per celebrare questo primo maggio.

L'azienda aveva un grosso peso sul comune, anche perché l'azienda e il comune erano la stesse persone. Visto che l'azienda ci ha negato la banda, mio cugino, Ferrero Anselmo, è andato a cercare

la banda di Inverso Pinasca. La banda è stata concessa e noi abbiamo fatto la nostra manifestazione.

Allora alla manifestazione del primo maggio pagava tutto il sindacato (tutto organizzato dalla Fiom). Si facevano delle spese. Si portavano le corone ai caduti, bisognava pagare la banda e poi c'era il rinfresco. Il corteo partiva dalla rotonda, poi la messa S. Aniceto, poi facevamo il giro del paese: via Nazionale fino alla Società Operaia e poi si risaliva verso il municipio, poi si deponeva una corona al Parco della Rimembranza. In ultimo si andava sotto l'ala dove un sindacalista faceva il discorso. Durante questa orazione sotto l'ala se ne era arrivato Agnelli, di solito il consiglio comunale si faceva di domenica, perché era il giorno che l'avvocato Agnelli saliva alla villa. Durante questa manifestazione è arrivato lui e si è fermato davanti al municipio. Noi eravamo lì che chiacchieravamo insieme a Ferrero. Agnelli ci chiede perché non c'era la banda musicale di Villar, e Ferrero risponde che la banda ci era stata rifiutata e siamo stati costretti a cercarne una fuori paese. Agnelli è rimasto stupito, e così sono venuti fuori in rilievo gli atteggiamenti della Riv, questi fatti discriminatori.

Ferrero invitava anche Agnelli alla bicchierata alla Società Operaia, dicendogli." Visto che l'amministratore delegato, l'ing. Bertolone, era con la Cisl, l'ing. Petazzi con la Uil lei venga con noi alla Società Operaia". Agnelli va fino al castello (la sua villa di Villar nda) e poi è venuto alla società operaia e gli abbiamo offerto un bicchiere. Poi tira fuori il portafoglio per pagare. Anselmo risponde che tutto è pagato. Sotto le insistenze di Agnelli, Ferrero suggerisce di dare un piccolo contributo alla banda. Così è stato e la manifestazione si è così conclusa" (152).

La politica seguita dalla direzione Riv era pragmatica, ben poco ideologica, di buon vicinato con le opposizioni quando le loro richieste non intaccavano gli interessi della produzione. Anzi, ogni qualvolta si poneva l'occasione la Riv dimostrava il suo pensiero democratico e liberale. E' il caso del monumento ai caduti della guerra 1915-1918, posto, nel 1920, davanti al municipio, dove adesso c'è il busto del senatore Giovanni Agnelli. Era stato scolpito da un artigiano, Camillo Polliotti, con pietra delle cave del Malanaggio. Sul monumento, in alto sulla sommità dello stele, appare la falce e il martello, simbolo dei socialisti, perché, a quel tempo, la scissione di Livorno, con la nascita del Partito Comunista d'Italia, doveva ancora avvenire.

Il monumento era scomodo per molti. Prima i fascisti cercano di distruggerlo, più tardi spostato sul piazzale della chiesa parrocchiale di S. Pietro in Vincoli, poi nel 1935, con la giustificazione dei restauri alla chiesa e al perimetro limitrofo, viene rimosso e trasportato nel cortile dello stabilimento Riv, infine gettato nella discarica del Chisone. L'iniziativa per l'erezione del monumento era della Lega proletaria, ma tutta la popolazione aveva contribuito alle spese.

Dopo la Liberazione il caso del monumento viene nuovamente alla ribalta. " Come segretario amministrativo della sezione comunista di Villa scrissi una lettera al comune chiedendo che il monumento venisse riesumato. In quel consiglio comunale c'era anche come consigliere l'ingegner Bertolone; e subito si decise di riportare alla luce il monumento a spese della R.I.V., dando l'incarico -testimonia Livio Notta - alla ditta Polliotti che l'aveva costruito tanti anni prima. Così il monumento venne ritrovato, rimesso in sesto e piazzato nel Parco della Rimembranza davanti al Grande Albergo. Successivamente il comune ha costruito in quel posto un parcheggio auto e così il monumento dedicato ai caduti della grande guerra è stato nuovamente spostato e, finalmente, collocato al centro della piazza Centenario dove si trova ancora oggi" (153).

Fuori dalla fabbrica Agnelli non solo beveva il bicchiere con i comunisti, ma faceva pesare tutta la sua influenza anche quando si doveva votare per la Commissione interna. Nel 1955, con l'approssimarsi alcuni giorni dopo delle elezioni di Ci Gianni Agnelli convoca una conferenza stampa presso i locali della Direzione Riv di Villar.

In essa da un lato paventava le notevoli possibilità di espansioni produttiva dell'azienda e di tutta una serie di servizi che intendeva offrire ai suoi dipendenti ( colonie marine, nuove abitazioni, il nuovo stabilimento di Pinerolo, ecc.), dall'altro faceva notare che i nuovi stabilimenti della Riv avrebbero potuto stanziarsi in altre parti d'Italia se questo avesse consentito una diminuzione dei prezzi di costo e mantenere fede alle consegne con i fornitori. Secondo Agnelli questa programma di rinnovamento tecnico e di opere sociali era possibile solo attraverso la schietta e leale collaborazione tra l'azienda e i suoi dipendenti.

"Il Pellice", riportando la conferenza di Agnelli, interpreta in modo esplicito il messaggio dell'avvocato: considerato che fra pochi giorni si voterà alla Riv e che viva è l'attesa per i risultati che daranno le urne, si auspicava che "Gli interessi di tutti i dipendenti della Riv ed insieme quelli della nostra città e delle vallate sono quindi affidati al senso di responsabilità di coloro che devono indirizzare sulla strada della collaborazione vera i 4.000 voti delle maestranze di Villar Perosa" (154).

La sconfitta della Fiom nelle elezioni del 1955, che passa nelle sue componenti socialiste e comuniste da un totale di 7 seggi a 5, e l'aumento della Cisl e Uil da 3 a 5 seggi era il segnale atteso per dare la notizia tanto attesa: il 24 agosto l'ing. Bertolone convoca le Ci degli operai e degli impiegati e annuncia che entro la primavera del 1956 inizieranno i lavori per la costruzione del nuovo stabilimento di Pinerolo. Accanto a questa notizie il direttore generale informava sull'assunzione di cinquanta donne e l'anticipazione dei fondi per la costruzione, nel quadro del piano Fanfani, di 4 case da 12 a 16 alloggi: una Pinerolo, una a Perosa, , una ad Inverso Pinasca e l'ultima a S. Germano Chisone.

Sarebbe molto azzardato affermare che una vittoria delle liste comuniste alle elezioni di Ci avrebbe potuto impedire la costruzione dello stabilimento di Pinerolo, tuttavia era sottile l'arma del ricatto palesato dall'azienda sui lavoratori, e non per nulla al termine della riunione l'Amministratore delegato della RIV insisterà sulla necessità di una completa collaborazione fra maestranze e dirigenti.

Questo farà scrivere a Carlo Borra che non si poteva rifiutare un invito così aperto alla collaborazione e "la maturazione democratica della manodopera RIV e la loro operosità permettono però di avere piena e sicura garanzia in merito" (155).

Ma la maturazione democratica delle maestranze ben poco interessava all'imprenditoria locale, se non la subordinazione al profitto. "L'Eco del Chisone" nel 1959 rileva che appena un terzo dei lavoratori delle aziende pinerolesi era iscritto a qualche organizzazione sindacale e soltanto 210 aziende su tremila hanno la commissione interna. Motivo: i lavoratori hanno poca fiducia nel sindacato e lo ritengono uno strumento burocratico al servizio della politica. Tuttavia impegnarsi nel sindacato non era facile:" L'operaio P.L. di 18 anni che aveva tentato di organizzare il sindacato in fabbrica è stato invitato nell'ufficio dell'imprenditore e licenziato. L'indomani mattina i compagni ripresero il lavoro come nulla fosse accaduto" (156).

Viene a complicare la geografia sindacale, come se le difficoltà non bastassero, la nascita del sindacato degli Indipendenti.

La nascita degli indipendenti poggia su una prima grossolana falsità. "Il Pellice" nel luglio 1955 ospita una lettera di Carlo Venturi, ex comunista ed ex Cgil e appartenente alla Ci della Riv di Villar Perosa, nella quale fonda le basi del futuro gruppo sindacale indipendente, molto sensibile alle esigenze della direzione Riv. Il settimanale Pinerolese titola: "Gli indipendenti chiedono alla Riv la costruzione di uno stabilimento a Pinerolo" (157).

In verità la richiesta di costruire uno stabilimento Riv a Pinerolo risale a dieci anni prima, al 28 dicembre del 1945, ad opera del consiglio direttivo Fiom di Pinerolo e inviata a Gianni Agnelli, al Sindaco di Pinerolo, Piero Bertolone, Biagio Beria, Giuseppe Prever, Paolo Petazzi e alla Ci Riv di Villar Perosa.

Con il bombardamento del 1944 lo stabilimento di Villar era andato completamente distrutto e il Cln aveva proposto all'avv. Agnelli di ricostruire una parte dello stabilimento a Pinerolo. A Villar, secondo la Fiom di Pinerolo, si avrebbe dovuto costruire uno stabilimento con 1500-2000 dipendenti, con i reparti forge, sfere, cuscinetti grandi, e a Pinerolo un'altra azienda con altrettanti dipendenti per lavorazioni di altro tipo e produzioni speciali.

Tale proposta era stata accettata da Agnelli, ma poi di fatto cade nel vuoto a seguito delle pressioni fatte dal Cnl e dalla Commissione interna sulla Direzione Riv. Era fondato il timore che la costruzione di un nuovo stabilimento Riv a Pinerolo avrebbe potuto compromettere parzialmente la ricostruzione delle officine di Villa Perosa, incidendo negativamente sull'occupazione della val Chisone e Germanasca.

La Direzione Riv offre una vaga promessa di portare una parte della produzione a Pinerolo dopo la ricostruzione dello stabilimento a Villar Perosa. Era lampante la poco disponibilità e consenso che la proposta Fiom aveva in val Chisone.

Perché spostare una parte della Riv a Pinerolo? Non solo per il fatto che quasi duemila operai della Riv di Villar giungevano da Pinerolo, ma anche per maggior comodità di raccordo con i trasporti, la ferrovia, la fornitura di energia elettrica, eliminazione del viaggio per le maestranze, la vicinanza con una fonderia. La lettera contiene, in modo molto dettagliato, tutta una lunga serie di motivazione sui vantaggi che Riv, lavoratori e l'economia della zona avrebbe tratto dall'esistenza dello stabilimento di Pinerolo, oltre che a quello di Villar Perosa.

E' interessante come sia la stessa Fiom ad addurre, oltre ai vari motivi accennati, anche ragioni di carattere religioso: la partenza mattutina da Pinerolo, con il relativo viaggio, toglie a quella parte delle maestranze pinerolesi che lo desiderano "la possibilità di una adeguata vita spirituale senza la quale è utopia una vera elezione morale" (158).

Nella sua lettera a "Il Pellice" Carlo Venturi giustifica e motiva la necessità di fondare un nuovo sindacato alla Riv di Villar

Perosa. In sintesi: 1) buona parte dell'attività sindacale viene svolta contro i reali interessi dei lavoratori; 2) la prima conseguenza di questa politica è stato il declino della Fiom, a causa dell'impostazione politica di certi scioperi, la mancata assistenza dati ai lavoratori da parte dei loro rappresentanti, i quali molte volte facevano solo il proprio interesse personale; 3) del declino della Fiom non beneficiavano la Cisl e la Uil perché i lavoratori non ritenevano i dirigenti di queste organizzazioni

migliori di quelli della Fiom; 4) che le diatribe fra i diversi sindacati e la mancanza di una reale voce indipendente nelle discussioni di problemi aziendali si ripercuoteva negativamente sugli interessi delle maestranze; 5)l'assenza da parte dell'azienda di avere garanzie di produzione per far fronte alle commesse ordinate, avrebbe portato a costruire degli stabilimenti in altre parti d'Italia.

Di fronte a questo stato di cose e al pericolo di non vedere progredire in dimensioni e in produzione la Riv con l'assunzione di nuovi operai, "un gruppo di Operai Indipendenti della RIV propongono all'attenzione pubblica ed alla Direzione, oltre che ai lavoratori interessati, un loro programma di massima" (159).

Il programma conteneva la richieste della costruzione di uno stabilimento a Pinerolo, di sfruttare al massimo le capacità produttive di quello villarese, costruire nuove case nei comuni di residenza dei dipendenti.

La risposta a Carlo Venturi viene data alcuni giorni dopo dalle colonne de "Il 7B" con un tono duro e senza appello. Si ribadisce giusta la radiazione dal Partito dell'ex comunista in quanto egli si era posto "sulla falsariga di tanti sciagurati, che spinti dalla ambizione e da una necessaria dose di ignoranza politica, non ha esitato a tradire la propria classe, il proprio partito, il suo stesso interesse di operaio, schierandosi nel campo avverso" (160).

Da parte dei comunisti, e non solo, la lista indipendenti era non solo un tradimento perpetrato da un ex compagno, ma un tentativo di dividere i lavoratori, anche perché, come se non bastasse, i rapporti tra Fiom e Cisl e Uil non erano dei migliori in quegli anni.

La stessa Cisl se per un aspetto vedeva di buon occhio la defezione di Venturi dalla Fiom, molto critico è il giudizio sulla volontà di dare vita ad un nuovo sindacato perché "Volente o nolente tale lista è portata inevitabilmente a fare solo quello che permette la Direzione perché è senza l'appoggio di un organismo extra-aziendale" (161). Sarà lo stesso Carlo Borra a denunciare con una lettera aperta a Carlo Venturi tutta l'ambiguità delle sue scelte, sugli errori da lui commessi prima come comunista e dopo come fondatore del raggruppamento sindacale filopadronale (162).

La pesante offensiva portata contro Carlo Venturi era motivata dal fatto che nel momento delle sue dimissioni dal Partito comunista, e dalla seguente radiazione dalla cellula Riv di Villar Perosa e dalla sezione del Pci di Inverso Pinasca, l'ex militante della Cgil porta un profondo attacco al Partito comunista, con una lettera su "Il Pellice" nel maggio del 1955. In sostanza Venturi volge i suoi strali su alcuni punti cardine: 1) la sfrenata ambizioni di alcuni dirigenti del partito in fabbrica che ha prodotto profonde lacerazione nelle officine; 2) la purezza dei principi socialisti e la difesa dei diritti dei lavoratori vengono annullati anteponendo interessi politici e personali di parte; 3) la contrattazione con la Direzione era condizionata non tanto sul merito delle questioni ma se conveniva al prestigio di questo o quel dirigente di partito ; 4) i funzionari di federazione del Pci e della Cgil e, aggiunge, anche quelli della Cisl e Uil, sono ben pagati che si spostano con belle auto per impartire le direttive politiche o sindacali emanate dal centro; 5) molti funzionari da anni non lavorano più in fabbrica o, peggio ancora, non ci hanno mai lavorato; 6) gli scioperi vengono impartiti e decisi dall'alto senza aver possibilità di discutere, imponendo autoritariamente la legge di partito o sindacato.

Una serie di accuse sicuramente pesanti, seppur fondate su una filosofia qualunquista, che faranno terra bruciata intorno al futuro fondatore del sindacato filopadronale alla Riv di Villar. La storia personale di Carlo Venturi nel sindacato Indipendenti si concluderà nell'autunno del 1962, quando rassegnerà le dimissioni dalla Riv e, al suo posto, il seggio verrà ricoperto da un altro esponente del medesima lista, Giuseppe Rambaudi.

Dopo alcuni anni dalla sua nascita gli Indipendenti si diffondono in tutti gli stabilimenti Riv. Un programma elettorale del 1961 li indica presenti presso le officine di Massa, Villar Perosa, Cassino, Pinerolo, Torino.

In tale anno a Villar la lista Indipendenti vede presente Rambaudi Giuseppe, Charrier Alfonsina, Amberti Ettore, Artero Luciano, Bani Angelo, Barotto Michele, Clement Pier Giorgio, Charrier Domenico, Genre Guglielmo, Goss Giovanni, Lanfranche Eugenio, Pelladino Romeo, Ughetto Francesco, Zanin Angelo.

Il programma sindacale era molto pragmatico, compatibile e realista verso l'azienda. In sintesi venivano chiesti aggiustamenti di carattere economico e normativo, i quali per la loro entità erano facilmente contrattabili e ottenibili: definizione del premio di produzione, regolamentazione del premio di collaborazione, riduzione di orario, scatti di anzianità e passaggi di categoria, commissione paritetica sui tempi di produzione. Ciò aveva come obiettivo nel dimostrare che un sindacato moderato, pragmatico, svincolato da ogni ideologia

consentiva di difendere gli interessi reali dei lavoratori, senza apparati burocratici e discussioni politico-sindacali.

Questa era la definizione che essi stessi davano sulla loro identità. Gli Indipendenti "Sono lavoratori che, al di là degli interessi dei partiti politici hanno come unico obiettivo la effettiva difesa degli interessi dei lavoratori attraverso un dialogo costruttivo con l'azienda in un clima di reciproca stima e fiducia" (163).

Inoltre, più che una contrattazione di massa o di reparto, gli Indipendenti cercavano di contrattare miglioramenti e affrontare i problemi che individualmente ogni lavoratore poteva porre. Avere la tessera degli Indipendenti in tasca era sicuramente un lasciapassare per approdare a posti o reparti di lavoro migliori.

Se la Cisl aveva, dal dopoguerra all'inizio degli anni Sessanta, con la Uil usato con parsimonia l'arma dello sciopero, depurato da ogni connotazione politica, gli Indipendenti raramente aderivano agli scioperi, metodo di lotta che non era connaturato alla propria storia e strategia operativa.

Bisogna dire che gli Indipendenti a Villar Perosa non ricoprirono un ruolo di rilievo come invece si verificò negli stabilimenti di Pinerolo e Airasca, sorti in anni più recenti, anche sono stati un elemento di disturbo per le altre organizzazioni sindacali moderate. La classe operaia di Villar aveva, nel bene e nel male, aveva maturato nel corso di decenni una consapevolezza e una coscienza fondate sulle radici delle correnti politiche e sindacali classiche della storia italiana.

I CUSCINETTI NON VANNO ALL'EST

Gli anni Cinquanta oltre ai contrasti tra le diverse organizzazioni sindacali e il determinato intervento repressivo degli industriali nelle officine sono anche caratterizzati da alcune crisi aziendali con riduzione di orario e licenziamenti.

Il fulcro della crisi alla Riv è una riduzione dell'esportazione dei cuscinetti a rotolamento verso i paesi dell'Est.

Con l'inizio della guerra fredda era di fatto stato decretato un embargo verso i paesi dell'Est e riguardavano tutti quei tipi particolari di cuscinetto che poteva essere utilizzata dal blocco comunista nella produzione bellica, quindi nel riarmo.

Il 20 gennaio del 1953 si riunisce a Pinerolo il Consiglio Comunale e uno dei punti all'ordine del giorno era l'interpellanza del consigliere comunale di minoranza Giolito, controfirmata da tutta la minoranza, in relazione alla difficile situazione Riv. Dall'ottobre dello scorso anno vi era stata una riduzione di orario (e di salario) da 48 a 40 ore, venivano richiesti 50 licenziamenti allo stabilimento di Torino e 50 a quello di Villar Perosa.

Non si deve dimenticare che quasi duemila operai della Riv giungevano da Pinerolo e la riduzione di orario o i licenziamenti comportava un danno per tutta l'economia della cittadina. Si calcolava una perdita per il mercato della zona di circa 70 milioni di lire.

Il Consiglio comunale approva all'unanimità un ordine del giorno inviato al governo e a tutti i ministeri interessati, nel quale si esprime la preoccupazione per la situazione (aggravata da altre crisi come la Talco Grafite, Officine Meccaniche Poccardi), sollecitando interventi a soluzione alla difficile congiuntura industriale.

Le difficoltà erano molte e gli industriali non esenti da colpe. "Troppo facilmente si fanno pagare le difficoltà alle maestranze(...). Talora basterebbe un taglio ai profitti, un rinnovamento tecnico -si legge sulle pagine del giornalino Cisl-, una maggior solerzia nei contratti commerciali.

Si preferisce invece tirare la corda sui lavoratori.

E' un gioco molto pericoloso e certi industriali fanno male i calcoli a non volerlo capire" (164).

Dalla crisi produttiva della Riv si innesca una forte polemica politica. Da sinistra si individua le radici della contrazione produttiva dell'azienda le limitate esportazioni fatte verso i paesi dell'Est, dall'altra, la Cisl e lo stesso governo, sostengono che i mercati si contraggono per lo sviluppo e il sorgere di produzioni simili in quei paesi in cui fino a ieri la Riv esportava.

 

Tra l'altro queste difficoltà sembravano quasi preannunciate. In una riunione del Consiglio di Gestione del maggio 1950 si legge:" Buon lavoro per due o tre anni. Rapporti con l'oriente buoni nulla di variato. La vendita in Polonia come in Cecoslovacchia si aggira sul 1.200.000 7B" (165).

All'interpellanza dell'on. Rapelli, il ministero del commercio risponde, supportato da una serie di dati, che le esportazione dei cuscinetti continuavano ad avvenire verso la Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, Unione Sovietica.

La Commissione interna e il Comitato di esperti Riv, nel novembre del medesimo anno, scrivono al Prefetto di Torino rappresentando la preoccupante situazione e chiedendo una riduzione " dei gravami fiscali esistenti" perché uno dei motivi principali della crisi di mercato era la scarsa competitività dei cuscinetti a sfere italiani, i quali all'estero erano soggetti ad un più favorevole trattamento fiscale, e la possibilità di una maggior possibilità di commercio .

La Corrente Fiom della Cgil, invitando all'unità d'azione la Cisl e la Uil, chiede tutta una serie di provvedimenti per risolvere la situazione: blocco dei licenziamenti, mantenimento delle 40 ore con progressivo ritorno alle 48, un'integrazione dei salari persi con una tantum di lire 4.000, esenzione o riduzione delle quote di tassa di famiglia, riduzione dei prezzi dei cuscinetti, per

renderli competitivi, incidendo sul profitto degli azionisti, la libertà di commercio verso qualsiasi paese del mondo, oltre a sollecitare incontri con le massime autorità politiche ed amministrative.

Il Segretario dell'Unione Cisl di Torino, Carlo Donat-Cattin, convocherà, il 5 novembre una riunione "dei parlamentari democratici" (Savio, Bovetti, Carmagnola, Rapelli, Sabatini, Alpino, Pastore, Scalfaro, Bubbio, Quarello) presso la sede della Cisl di Torino, in via Barbaroux, per affrontare la questione Riv.

La Commissione interna, nel dicembre del 1953, per capire la situazione del commercio dei cuscinetti verso l'Est chiede

informazioni All'Associazione per gli scambi internazionali di Roma. La risposta conferma che "le forniture sono condizionate dall'esistenza del "Battle Act". Si sono verificati moltissimi casi di richiesta di cuscinetti a sfere da parte dei Paesi dell'Est a cui hanno fatto seguito i rifiuti da parte italiana.

Altri Paesi dell'Europa Occidentale, si sono mostrati invece, anche per i cuscinetti a sfere, più elastici che il nostro.

L'esportazione di cuscinetti in direzione dell'Est è ammessa soltanto per i tipi di piccola misura, ovviamente non corrispondono alle notevoli esigenze di industrializzazione di quei Paesi. E' prevedibile che questi Paesi impiantino in breve periodo proprie fabbriche di cuscinetti onde corrispondere direttamente ai propri bisogni" (166).

Certo, si doveva battere il comunismo subito e dovunque, estirpare la peste bubbonica dello stalinismo, questo era il bisogno impellente espresso dall'ambasciatrice americana, la signora Luce. E non si faceva abbastanza. "Grande è l'ira della signora Luce: il comunismo lo si deve sconfiggere nelle fabbriche! Grande è la rabbia di Valletta: per via del diktat della NATO sulle forniture all'Est, la Riv ha dovuto rinunciare ad una serie di commesse" (167).

In sostanza vi era stata una diminuzione del 25% di vendite del cuscinetto a sfere. Un 5% era imputabile alla depressione del mercato interno, il restante 20% per la diminuzione di esportazione all'estero. Di questo 20% il 17% era causato dalla proibizione dell'esportazione verso i Paesi dell'Est europeo e asiatico. Il problema viene posto con un'interrogazione del senatore Ottavio Pastore (_168e il suo ordine del giorno, di porre fine ad ogni discriminazione nell'esportazione di cuscinetti, viene respinto con 93 voti contrari ( Democrazia cristiana, liberali, socialdemocratici e repubblicani) contro i 70 favorevoli della sinistra.

Nulla di strano di questo voto contrario perché, d'altra parte, nel campo moderato, si rispondeva alla sinistra che era facile fare i pacifisti in casa propria e poi permettere esportazione funzionali al riamo dei paesi comunisti (169).

La questione sale anche l'assise del Parlamento a seguito di un ordine del giorno presentato dal senatore Pastore, e nella seduta del 14 settembre 1953 viene discussa la situazione della riduzione d'orario alla Riv. Il sen. Pastore evidenzia le assurdità delle restrizione del commercio verso l'Est, ricordando che "Durante il periodo fascista è successo che il governo fascista ha fatto un contratto con l'Unione sovietica per l'invio in quel Paese di una missione di tecnici ed operai della Riv per impiantare un grosso stabilimento per la produzione di cuscinetti a sfere (...). Abbiamo questo precedente: che in periodo fascista non solo si esportavano i cuscinetti a sfere, ma si permetteva l'esportazione di tutte le macchine necessarie per impiantare in grande stabilimento "Kaganovitch" a Mosca, si permetteva l'esportazione dei piani, dei brevetti e del lavoro tecnico italiano" (170).

Questo farà dire alla Fiom di Villar che la stessa esistenza dello stabilimento era sacrificato sull'altare dell'atlantismo: i cuscinetti erano richiesti dall'Est europeo e dalla Cina, ma l'America non permetteva l'esportazione. E' inutile dire che accanto al problema reale della riduzione d'orario conseguente ai trattati del dopoguerra che vincolavano determinate esportazioni verso i paesi comunisti, emerge in queste posizioni tutto il sostrato culturale antiamericano e di profonda ammirazione verso i paesi comunisti, in particolare l'Unione Sovietica, paese del quale sovente "Il 7B" si occupa nei suoi articolo ponendo ad esempio e guida della trasformazione della società italiana.

Nel dicembre nella cronaca torinese de "L'Unità" compare un articolo di Virgilio Bivi sulle conseguenze portate dalla riduzione dell'orario alla Riv sul mercato commerciale. Il dato forte era una riduzione dei consumi 30-40% sul mercato pinerolese (171). La crisi era evidente analizzando il volume dei protesti cambiari, tratte e assegni registrati dal Tribunale di Pinerolo: l'ultimo trimestre del 1952 il totale ammontava alla cifra di circa 39 milioni, il corrispettivo trimestre del 1993 la somma saliva all'importo di oltre 80.000.000. Non vi era dubbi

sull'immiserimento dell'economia pinerolese e delle difficoltà in cui si dibattevano centinaia di nuclei familiari (172).

Intanto si era costituito un Comitato di iniziativa che si era fatto promotore di una Conferenza economica, convocando, al Teatro sociale di Pinerolo il 13 dicembre 1953, tutte la parti sociali e politiche in causa, con l'intento di far conoscere alla popolazione i motivi che impedivano alla Riv di ritornare ad un orario di lavoro di 48 ore settimanali e anche i modi per superare l'attuale periodo di stagnazione.

Chi erano gli organizzatori della Conferenza? Esponenti della Fiom e del Pci. Ed iniziano, dopo le prime adesioni a vasto raggio, ad arrivare le defezioni.

I rappresentati della Cisl in Commissione Interna di Villar, con una lettera inviata agli organizzatori e per conoscenza distribuita alle maestranze Riv, pur ringraziando dell'invito e

facendo proprie le preoccupazioni per la riduzione dell'orario, declinano l'invito "in quanto, anche dai diversi articoli del giornale socialcomunista di fabbrica 7B, che ne propone l'iniziativa, risulta chiaro un fine politico del convegno"(173).

Per i democristiani il governo non impediva il commercio dei cuscinetti a sfera verso l'Est, quindi la Conferenza era solo la cassa di risonanza della propaganda comunista.

Anche il sindaco di Pinerolo, causa precedenti impegni, comunica di non poter intervenire ma di aver fatto tutti i passi dovuti presso le autorità centrali per risolvere la questione.

Più clamorosa è l'adesione-revoca del vescovo di Pinerolo Gaudenzio Binaschi. Inizialmente il vescovo dà la sua adesione alla Conferenze e la sua lettera, inviata al direttore de "Il 7B", viene pubblicata con rilievo sulla pagine de "L'Unità"(174).

Probabilmente il vescovo non sapeva che dietro il il "7B" vi erano i comunisti, o, forse, pensava che tutti, indipendentemente dalle idee politiche e dalla collocazione sociale, avrebbero partecipato all'assise. In seguito ritira la sua adesione, considerato che non tutte le parti interessate sarebbero state presenti, declina l'invito con una lettera inviata alla Commissione Interna, "essendo venuta meno ogni ragione della mia partecipazione, prego codesta Commissione interna di notificare alle maestranze che non interverrò all'adunanza" (175).

"L'Eco del Chisone" bollerà l'iniziativa perorata dal "7B" come "una conferenza-speculazione dei comunisti (...) I comunisti hanno sfruttato la difficoltà attuale del grande stabilimento per indire una pseudo-conferenza economica a fine politico (...) una levata di scudi contro il Governo che favorirebbe la crisi attuale impedendo l'esportazione verso i paesi comunisti" (176)

Al termine della Conferenza viene approvata una mozione conclusiva con le richieste che già conosciamo: apertura degli scambi con tutti paesi, senza discriminazione verso quelli dell'Est o dell'Asia, e diminuzione dei prezzi con una riduzione dei profitti per rendere maggiormente competitivi i cuscinetti.

Quella dei cuscinetti all'Est sarà nuovamente occasione di forte polemica tra Cisl E Cgil. Lentamente, con il progressivo impegno al ritorno alle 48 ore, dopo aver favorito comunque una riduzione volontaria di un certo numero di dipendenti, la Cisl accusa apertamente la Cgil di aver usato in modo artificioso e strumentale la storia dei veti sull'esportazione ad Est, perché se ci sono state difficoltà, "queste sono di vario genere, molte provenienti proprio da quei paesi così cari ai comunisti. Per esempio, difficoltà date da mancanza di garanzie sul pagamento, da ostacoli e lungaggini a permessi per i rappresentanti Riv a portarsi trattare direttamente in Cecoslovacchia e altrove"(177).

Il messaggio era evidente: il pragmatismo e la moderazione della Cisl e Uil avevano permesso di concludere con la Riv in tre mesi 5 accordi positivi per i lavoratori.

Alla Riv di Villar avviene un aumento progressivo di produzione mensile di cuscinetti: nel gennaio del 1954 si producevano 873.075 7B, con una media giornaliera di 45.921 per giungere a dicembre a 1.073.823 7B con una media giornaliera di 42903 cuscinetti e 4091 operai; nel 1955 si parte con 947.774 7B prodotti a gennaio, con una media giornaliera di 43.081, per giungere a 1.270.050 7B a dicembre con una media di 50,902 cuscinetti prodotti con 4038 operai.

Se facciamo un confronto fra il 1950 e il 1957 emerge che nel 1950 il costo salario diretto di un 7B era di lire 215,25, nel 1957 di 195,90. Il risparmio totale sui 7B prodotti nel 1957 (costo mano d'opera) in rapporto al 1950, comprendendo salario diretto e contributi a carico della ditta, era di 148.860.390 (178).

Con il 1956 qualcosa inizia a muoversi sul piano produttivo e, oltre all'assunzione di 50 nuovi dipendenti, comincia a parlarsi di riduzione d'orario, ma questa volta a parità di salario.

Intanto a livello europeo, in occasione di una Conferenza Europa organizzata dalla Commissione interna dell'Olivetti di Ivrea, delegati di tutta l'Europa proclamano una parola d'ordine: settimana lavorativa di 40 ore ma con salario pagato delle 48 ore.

Ma l'avanguardia della proposta delle riduzione d'orario risale al 1955: Il comitato direttivo della Fiom di Torino lancia la proposta di una grande vertenza per la riduzione d'orario a parità di salario alla Fiat, alla Riv e all'Olivetti.

La richiesta era di una riduzione a 36 ore motivata dai ritmi di

lavoro e dall'usura psico-fisica sopportata dai lavoratori a causa dei ritmi imposti dalle macchine, e come opportunità di aumentare l'occupazione (179).

Alla Riv si dibatte sulla riduzione d'orario e dei suoi costi all'azienda. La riduzione richiesta era la seguente: per il 1° e 2° turno una riduzione annua di circa 206 ore, e 84 ore per il turno di notte. Per la Fiom la riduzione d'orario richiesta dalla componente comunista della Ci sarebbe costata all'azienda un onere del 3% (180).

La proposta di riduzione d'orario nel 1956 non sarà patrimonio della sola Fiom, ma scelta condivisa anche dalla Cisl e Uil. Il primo risultato, seppur modesto, dopo mesi di trattative con la Direzione si otterrà nel 1957 con 12 ore di riduzione per sei mesi di lavoro, anche il relazione al raggiungimento di determinati traguardi produttivi. Accordo sottoscritto dalla sola Cisl e Uil.

Il motivo dell'esclusione della Cgil? Ce lo spiega Carlo Borra: "Dalle trattative sono esclusi gli elementi della C.G.I.L., in quanto si ritiene, e l'esperienza del passato ce lo conferma, che la loro impostazione oltranzista non permetterebbe una facile composizione d'un problema che necessita molto equilibrio delle parti e soprattutto nessun loro doppio fine" (181).

La sistematica esclusione della Fiom sulla specifica trattativa dell'orario a Villar verrà denunciata da Sergio Garavini , il quale dirà che "La trattativa separata si rivela ai lavoratori per quello che: un sistema che fa comodo al padrone per concedere meno possibile ai lavoratori(...). E il momento anche alla RIV di porsi sul terreno della azione sindacale unitaria per imporre una trattativa unitaria che porti a soluzioni positive per le rivendicazioni dei lavoratori" (182).

Una costante della riduzione dell'orario di lavoro era anche quello di giungere alla settimana lavorativa di cinque giornate, non dimenticando il fatto particolare che gran parte dei dipendenti erano donne, le quali, giunte a casa, avevano ancora l'onere della famiglia. Una miglioramento della qualità della vita, quindi "Signori padroni, avete parlato molto dei rapporti umani, quale migliore occasioni vi si presenterebbe ora per dimostrare che veramente la salute, le migliori condizioni economiche, più tempo libero per lo svago da dedicare alla famiglia dei nostri dipendenti vi stanno veramente a cuore?" (183).

Quelle 12 ore di riduzione saranno il trampolino di lancio per ulteriori conquiste in questo campo nei decenni a seguire.

Intanto nel 1956, anno ricorrente il Cinquantenario della nascita della Riv, un operaio alle officine guadagnava 65 mila lire al mese, e a Villar Perosa circolava un mezzo motorizzato ogni sette persone, con la più alta percentuale italiana del tempo (184).