OBIETTIVO: EMARGINARE L'OPPOSIZIONE SINDACALE

 

Nel dopoguerra la strada all'opposizione sindacale era cosparsa di rovi. "La primavera del 1955 segnò una svolta importante nella storia sociale e politica del paese, il punto d'arrivo della politica padronale iniziata sette anni prima, nel luglio del 1948, con la scissione del sindacato unitario. Ne marzo del 1955 il processo è arrivato al suo compimento: il movimento operaio è in pezzi, le centrali sindacali non osano nemmeno proclamare scioperi economici di carattere nazionale, il salario reale degli operai - scrive Eugenio Scalfari - perde sempre più terreno, gli attivisti della Confederazione del lavoro vengono isolati, confinati, licenziati dalle aziende che sono alla testa dello sviluppo industriale" (127).

Anche la Riv, seppur in toni più morbidi della Fiat, userà i suoi diversi modi di contenimento del dissenso operaio. Dal dopoguerra introduce come arma di ricatto il premio di collaborazione che deve essere distinto dal premio di produzione. Quest'ultimo era legata alla produzione generale di cuscinetti (avendo come riferimento un cuscinetto tipo, il 7B),

mentre il premio di collaborazione era connesso alla presenza sul lavoro di ogni dipendente. Chi si assentava per adesioni agli scioperi vedeva , in proporzione, ridotto il premio.

Livio Notta, comunista della Fiom, ricorda che "i dirigenti della R.I.V. hanno adottato altri mezzi per emarginarci, per esempio elargendo il premio di collaborazione solo a quelli che non avevano scioperato" (128).

Una di queste situazioni si crea nel 1956: nel gennaio era prevista la corresponsione del premio di collaborazione dell'importo di lire 12000. In realtà a tutti quei lavoratori che nel dicembre dell'anno prima avevano partecipato ad un'ora di sciopero il premio viene decurtato di lire 2 mila. Sciopero, tra l'altro, non politico, ma dichiarato unitariamente dalla Ci e per problemi legati allo stabilimento di Villar Perosa. La Direzione giustifica questa sua decisione anche per il fatto che, durante tutto il 1955, erano state effettuate allo stabilimento di Villar Perosa 26 mila ore di sciopero ( divise per oltre 4 mila dipendenti fa una media di poco superiore alle 4 ore individuali) compromettendo le capacità produttive e il profitto. Quindi non vi era stata un'adeguata collaborazione da parte delle maestranze.

Subito netta e decisa la denuncia della Fiom sulle stesse pagine de "L'Unità": "Questa discriminazione costituisce un attentato al diritto di sciopero, tanto più grave per il fatto che fa seguito ad uno sciopero unitario proclamato da tutta la C.I., al quale hanno partecipato il 90% dei lavoratori" (129).

In questa lotta la Fiom non si trova sola: al fianco si schiereranno Cisl e Uil.

La Cisl sul premio di collaborazione aveva le idee chiare: da un lato aveva sempre condannato lo sciopero politico, perorava la collaborazione tra azienda e maestranze vedendo, nello sciopero come ultima ratio, tuttavia non aveva accettato la funzione antisciopero del premio di collaborazione. "Il premio di collaborazione la Direzione li dava - ricorda Carlo Borra - per frenare gli scioperi. Noi non abbiamo mai accettato questo: dicevamo di darli a tutti, sia chi scioperava e a chi non scioperava.

Una volta la Direzione voleva dare il premio di collaborazione dopo le elezioni di C.I.: voleva usare il premio come strumento di persuasione. Noi non eravamo d'accordo: gli operai devono poter fare quello che vogliono. La Direzione premeva su di noi per avere l'assenso perché noi ci opponevamo: io dicevo che non poteva accettare questo perché avrebbe falsato l'esito delle elezioni della C.I.. Noi ci battevamo contro la Cgil sul piano della concorrenza, ma in modo leale" (130).

Situazione analoga si verifica nel 1959, quando la Riv "punisce" tutti quei lavoratori, non concedendo le 15.000 del premio di fedeltà, che avevano aderito allo sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro. Mentre per la Fiom la pratica del ricatto era ormai d'uso a Villar, stizzita è la reazione di Carlo Borra che vede in tale atteggiamento un ostacolo verso ogni possibilità di collaborazione tra azienda e sindacato. Il responsabile provinciale della Cisl denuncia il fatto che la Riv stava adottando i metodi usati dalla Fiat, non potendo negare il premio chi per mesi aveva contribuito allo sviluppo dell'azienda per un semplice sciopero che "era un dovere di solidarietà con tutti i lavoratori della categoria, esercitando un chiaro diritto riconosciuto in tutti i paesi liberi" (131). Il messaggio era chiaro: si andava a infrangere i principi della stessa Costituzione repubblicana minando le fondamenta della democrazia.

La Cisl si trovava a combattere contro gli scioperi politici della Fiom e la tendenza padronale che, con i premi antisciopero, ledevano il diritto di sciopero. Nel 1953 i cislini rammentano che "In Russia è proibito scioperare perché così vuole la dittatura comunista. Non siamo però d'accordo che nell'Italia democratica si giunga, con metodi subdoli, alle stesse arbitrarie conclusioni" (132).

La reazione del sindacato di Borra era di profonda rabbia verso un padronato che invece di apprezzare la leale collaborazione, la moderazione della Cisl e Uil, con il suo ostracismo dava spazio all'intervento della Cgil, molto più radicale e aggressiva nel prendere di petto i problemi e molto più capace di accattivarsi l'attenzione dei lavoratori.

La risposta dell'Azienda, per la penna dell'ing. Bertolone, amministratore delegato e direttore generale, è netta, chiara e conclusiva: " Il Premio di Collaborazione costituisce un atto di liberalità da parte della Presidenza della RIV e pertanto non può essere oggetto di trattative con la C.I. -La concessione di tale premio, subordinatamente ai risultati produttivi, non potrà essere disposta in favore di quei dipendenti, impiegati e operai, che abbiamo costantemente adempiuto ai doveri di una leale concreta collaborazione aziendale"(133_).

La Commissione Interna chiederà, attraverso una formale lettera del 2 settembre 1959, che la prima rata semestrale del premio di collaborazione venga corrisposto a tutti i dipendenti dello stabilimento. La questione rimarrà irrisolta: nel 1960 la Riv pagherà a tutti il premio di produzione del secondo semestre 1960, mentre gli scioperi contrattuali fatti nel 1958 priveranno quei lavoratori che avevano aderito nel premio di collaborazione del primo semestre 1959.

Questo problema perdurerà nel tempo, mentre le posizioni della Cisl di Villar, all'interno dell'evoluzione della sua linea sindacale, si inaspriscono col passare degli anni. Nel 1961 la Cisl, come d'altronde anche la Cgil, chiede una regolamentazione del premio di collaborazione "poiché non può esistere una normalità di rapporti ed una seria trattativa sindacale quando le libertà dei lavoratori sono condizionate da concessioni paternalistiche e discriminatorie. E' bene che la Direzione sappia che la Cisl è disposta alla collaborazione, non al servilismo!!" (134).

La Cisl aveva considerato, almeno per tutti gli anni Cinquanta, il premio di collaborazione con una funzione pedagogica contro l'uso improprio dello sciopero, facendo aperta opera di dissuasione tra i lavoratori a parteciparvi, considerando la collaborazione tra maestranze e azienda, pur nella duplice autonomia delle due parti, l'unica strada per il progresso.

Nel corso degli anni la richiesta di adeguare il salario ai migliori andamenti produttivi è stata una costante tra gli operai della Riv. Fin da dopoguerra la Fiom denuncia le condizioni di supersfruttamento e dei tagli dei tempi di lavoro: nel 1951 viene evidenziato che tra il 1948 e il 1950 la produzione generale aveva subito un balzo in avanti del 31,72%, mentre il premio di produzione generale era aumentato solo del 13% (135).

Situazioni simili faranno richiedere anche negli anni successivi, unitariamente da tutta la Commissione Interna, l'adeguamento dei salari in relazione agli aumenti di produttività e anche all'onere del costo della vita.

Se le accuse rivolte alla Cisl di essere alla Riv una sindacato servo del padrone erano frutto di una forte ideologizzazione ( la Cisl era, al di là di scelte e atteggiamenti personali anche discutibili come ve ne furono anche nella Cgil, una sindacato moderato e interclassista), è pure vero che la Cgil politicizzò molte volte la vita sindacale di fabbrica con rigidità e intransigenza politica, ma essere comunisti anche nella paternalistica Riv di Villar Perosa era difficile.

A metà degli anni Cinquanta, in un questionario distribuito dalla Fiom-Cgil della Riv di Villar, una delle indicazioni che emergeva da esso era la richiesta di maggior libertà sindacale e di offrire pari opportunità a tutte le organizzazioni sindacali.

I militanti della Cgil erano stretti da più parti.

La Cisl, con la sua politica anticomunista, di fatto offriva la spalla alla Riv per colpire il sindacato in generale. Carlo Borra in più di un'occasione si lamenta della grettezza di molti industriali, i quali invece di appoggiare la politica moderata della Cisl utilizzavano questa per colpire e limitare l'azione sindacale in generale.

Alcuni esponenti più retrivi del mondo politico-sindacale porteranno anche attacchi personali, ingiuriando con dei volantini gli esponenti di spicco della Fiom della Riv di Villar Perosa. E' il caso, nel 1955, del volantino distribuito dal Comitato "Pace e libertà", legato al movimento di Edgardo Sogno, alla Riv di Villar Perosa. In esso i principali esponenti del Pci e della Cgil della Riv vengono diffamati nominandoli personalmente.

Tutti i metodi erano utilizzati per bandire la Fiom, e in generale tutti gli oppositori, dalla scena politica, in un paese, Villar, dove alle elezioni i partiti della sinistra conseguivano la maggioranza dei consensi.

In primo luogo la strategia padronale si fondava sulla creazione del consenso di massa.

Un aspetto di questa erano le condizioni salariali e normative dei lavoratori Riv. Lavorare alla Riv voleva dire essere dei privilegiati, far parte dell'élite della classe operaia: alti salari, premi di produzione e collaborazione, assistenza sanitaria Malf, colonie per i figli, assistenza sociale diffusa e capillare, case per i lavoratori, organizzazione del tempo libero, i pacchi

natalizi per i figli (e la tanto attesa proiezione dei film Disney). Insomma non c'era l'angolo più privato di ogni dipendente che la lunga mano materna dell'azienda non arrivasse per assistere e confortare.

Inoltre, il marchio della famiglia Agnelli impregnava anche l'aria che si respirava. Per molti anni parlare di Agnelli voleva rimandare alla Riv (oltre alla Fiat), a Villar Perosa e ... alla Juventus.

Il paternalismo si fondava anche sulle garanzie delle generazioni future: i figli. Essere un buon operaio o impiegato significava nutrire speranza di veder assunti i propri figli o parenti. Durante i processi di "svecchiamento" della manodopera i primi ad essere assunti erano i figli. Alle teste calde e irriverenti certamente non si facevano questi favori. Quindi meglio non iscriversi al sindacato e, se proprio si voleva fare, la Cgil era sinceramente sconsigliata.

Prima la Cisl e Uil, poi solo più gli indipendenti erano i sindacati meno a rischio. Se si finiva in un reparto con turni massacranti e lavori faticosi, per cambiare era opportuno avere la tessera giusta in tasca.

Inoltre, aumenti di stipendio sulla paga oraria individuale non era neppure da parlarne, se si militava nel sindacato sbagliato anche se si era degli ottimi lavoratori.

Leopoldo Armandi scriveva che "Ogni espressione di idea è controllata ed ogni azione è misurata con il loro metro. Qui non vigono i sistemi aperti della Fiat. Per esempio, il lavoratore che nell'azienda manifesta opinioni contrarie o non gradite alla Direzione, indirettamente questa porta a conoscenza della famiglia dell'interessato come a Villar Perosa non sia il caso di creare

agitazioni rivendicative per ottenere miglioramenti economici, ma sia sufficiente che l'interessato si rivolga alla Direzione stessa poiché tutto possa essere sistemato amichevolmente con prestiti o con l'intervento dell'Ufficio assistenza" (136).

Il passo successivo era quello, ancora sempre soft, dell'emarginazione, se vogliamo anche intelligente: i reparti confino. Non si privava del lavoro un dipendente scomodo, ma lo si metteva in un piccolo reparto, magari con un lavoro anche meno faticoso, ma sicuramente alienante e senza significato. L'importante tranciare ogni comunicazione con gli altri operai.

"Io, insieme a tre altri miei compagni, siamo stati messi - ricorda Mario Mauro - in uno stanzino fuori dallo stabilimento a montare e smontare motori. Sempre all'esterno dello stabilimento,

in un'ala, hanno messo 40-45 operai tutti nostri attivisti Fiom, Pci e Psi. Nel reparto gabbie acciaio c'era Bivi, Morero e tanti altri" (137).

Tale strategia di limitazione dell'attività sindacale ci viene confermato da Livio Notta, il quale racconta che "gli attivisti della F.I.O.M. furono emarginati i due piccoli reparti, o Pela-barre e le Gabbie-acciaio, e anch'io, dal reparto manutenzione, fui spostato in quest'ultimo repartino con la qualifica di aggiustatore di reparto. Tra questi operai emarginati ricordo Emilio Michellonet, Alberto Richiardone di Villar, Eugenio Morero di Pinerolo, Cesare Castagna di Inverso Pinasca e altri. Carlo Ribetto e Antonio Dalla Vittoria erano isolati nel reparto elettricisti.

I compagni della commissione interna avevano conservato una controllata possibilità di muoversi, mentre noi non potevamo uscire dal reparto per nessun motivo. Questo ci impediva di prendere contatto con gli altri operai e ci indeboliva non poco come organizzazione sindacale" (138).

Tra l'altro i reparti confino era reparti modello: massima efficienza nel lavoro, nella cura dei luoghi, nella, come si direbbe oggi, professionalità. Era una questione di prestigio: essere militanti sindacali e di partito, voleva dire ancor prima essere degli ottimi lavoratori. L'etica del lavoro e il progetto politico di cambiamento erano in stretta simbiosi. Quando un giorno l'ing. Bertolone viene invitato a visita uno di questi reparti di irriducibili, ma anche modello, rifiuta categoricamente con sdegno, quasi nel voler evitare di contaminarsi con ideologie e luoghi riprovevoli.

Questa è la strada seguita principalmente dalla Riv: evitare ogni contrapposizione, ogni azione di forza risolvere con pazienza gesuitica i problemi senza creare scontri frontali.

Anche perché le stesse polemiche troppo accese tra i diversi sindacati o tra questi e la Direzione avrebbero dato spazio a scioperi e proteste, compromettendo il buon andamento produttivo.

Ma quando questo non era sufficiente, rispetto ai militanti più irriducibili la clava del licenziamento colpiva.

Siamo nel 1962, reparto utensileria, Leopoldo Armandi, militante Fiom e Pci, prende la parola in un'assemblea in occasione di uno sciopero di reparto. Licenziato in tronco con un altro militante Cgil, Suppo. "La Riv ha iniziato ad usare il sistema Fiat con me, ma in genere l'arma più usata era il paternalismo. Esempio del caso Suppo che hanno licenziato con me. Suppo non ne sapeva niente. Per non licenziarne uno solo hanno licenziato anche lui (era della Cgil). La cosa buffa è che lui forse era uno di quelli che era contrario allo sciopera! (139).

Il licenziamento di Armandi viene preso come spunto un fatto insignificante e banale: aver espresso la sua opinione nel corso di uno sciopero. Ci racconta il fatto Eugenio Morero: "Poldo (come

veniva comunemente chiamati Armandi nda) era appena rientrato da 15 giorni di mutua. Il suo reparto era in sciopero per problemi salariali, per la paga di posto. Al lunedì rientra Poldo e io dico di fare un'assemblea nel suo reparto per capire bene le motivazioni dello sciopero. Quando si faceva l'assemblea si saliva su un grande plateau (pedana) dove si tracciavano i pezzi. Facciamo l'assemblea: io parlo e chiedo agli operai di dire quello che volevano, che noi (la C.I.) non l'avevamo ancora capito. Noi eravamo disponibili a sostenere le loro richiesta, ma dovevamo saperle con precisione. Poi nessuno parlava: era come parlare al muro. Allora mi rivolgo a Poldo chiedendogli dei chiarimenti (lui lavorava in quel reparto), anche se era solo rientrato in reparto il giorno stesso. Risponde che non aveva ancora capito molto, ma

nella mattinata aveva sentito delle voci e comunica quello che aveva appreso.

Alle 17 meno venti - si usciva alla cinque meno un quarto - lo mandano a chiamare in Direzione e gli danno la lettera di licenziamento. Lo vedo fuori sul tram e mi dice: "M'hanno licenziato". I primi due giorni di sciopero sono andati bene, poi siamo solo più rimasti noi della Commissione Interna: ma non potevamo più entrare nei reparti. Facevamo lo sciopero restando nei locali della C.I." (140).

Quando l'azienda decideva di neutralizzare un militante sindacale scomodo era irremovibile. In occasione del licenziamento di Armandi e Suppo, rammenta con lucidità Livio Nota, "Anselmo Ferrero, Carlo Ribetto ed io ci facemmo ricevere in direzione dal direttore ingegner Sandro Colla e poi, successivamente dall'ingegner Pietro Bertolone in municipio. Chiedemmo di far rientrare il licenziamento ma non ci fu verso. Allora Ferrero disse chiaro e tondo a Bertolone:" Allora ci licenzi tutti..." ma Bertolone fu irremovibile" (141).

Colpire la Fiom voleva anche dire infierire su tutta l'attività sindacale. Nell'agosto del 1953 l'ing. Bertolone emana una direttiva con l'obiettivo di recidere i contatti tra i membri di Commissione interna e i lavoratori. Si richiama ad un Accordo interconfederale del maggio dello stesso anno, nel quale si affermava che i componenti della Commissione interna doveva rispettare l'orario di lavoro come tutti gli altri dipendenti e solo in casi eccezionali e urgenti potevano, previa autorizzazione

 

della Direzione, assentarsi dal posto di lavoro. Da questo ne conseguiva che ogni movimento in officina da parte dei membri della Commissione interna doveva attenersi scrupolosamente ai dettati contrattuali, revocando ogni deroga fino a quel momento concessa (142).

Alcuni dopo, nel 1957, l'offensiva si fa ancora più determinata, cercando di mettere la museruola alla libertà di parola. In un comunicato la Direzione Riv scrive che " ha notato come, ancora in recenti manifestazioni, taluni Membri della C.I. abbiano approfittato dell'autorizzazione avuta dalla Direzione di fare certe comunicazioni di natura sindacale alle maestranze, per propagare notizie, apprezzamenti, valutazioni non conformi alla realtà e tali da creare atmosfera di ostilità, malumori, con notevole incidenza su la disciplina e sulla tranquillità delle officine" (143).

La diretta conseguenza non era solo di limitare drasticamente le possibilità di comunicazione tra Ci e i lavoratori, ma di vietare l'introduzione in fabbrica di ogni forma di informazione scritta. La Direzione di stabilimento invitava a revocare tutte le eventuali esistenti autorizzazioni e ribadiva a chi di dovere il divieto più assoluto d'introdurre, distribuire o vendere tali materiali e pubblicazioni, senza nuova preventiva autorizzazione della Direzione, intervenendo nel modo più energico contro gli eventuali contravventori (144).

Era diffusa l'insofferenza dell'ing. Bertolone verso i fogli politici di opposizione. Nel 1952, diffidava il giornale dei comunisti della Riv, "Il 7B", di pubblicare e divulgare notizie attinenti l' organizzazione e la produzione della Riv in quanto pregiudizievole e dannosa per la società, e il direttore del periodico rispondeva che era nei diritti della legge poter difendere e argomentare le rivendicazioni dei dipendenti Riv (145).