LE ELEZIONI DELLA COMMISSIONE INTERNA: L'ARENA DELLA CONTESA

I riscontri più evidenti della dialettica tra i diversi sindacati e in relazione alla controparte padronale avvengono in occasione delle elezioni dei membri di Ci.

I sindacati e i dirigenti dell'azienda vedevano nell'elezione dei componenti della Commissione interna la cartina di tornasole del potere sindacale e, in particolare, dei rapporti di forza tra la Cisl e la Cgil.

Tra il 1950 e il 1958 i risultati delle elezioni della Commissione interna alla Riv di Villar vedono una progressiva crescita della Cisl, la quale nell'arco di dieci anni raddoppierà i consensi, e anche una forte crescita della Uil fino a metà degli anni Cinquanta, per poi iniziare il declino con la nascita del

sindacato filopadronale degli Indipendenti che rosicchierà parte del consenso. La Fiom-Cgil, nelle due liste Pci e Psi fino al 1955 e poi con una lista unitaria nel 1956, raggiungerà il suo apice nel 1954 conquistando 7 seggi per poi iniziare un declino che la porterà, a fasi alterne, ad avere 4 seggi nel 1962.

Ricordiamo che le Commissioni interne ritrovano la loro funzione nel settembre del 1943, risorte ovunque con la caduta del fascismo, con un accordo concluso tra confindustria e commissari della confederazione dei lavoratori dell'industria.

Nel testo di accordo del 7 agosto 1947, all'art. 2, si legge che "Il compito fondamentale della Commissione interna o del delegato di impresa è quello di comporre e mantenere i normali rapporti tra i lavoratori e la direzione dell'azienda, in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione per il regolare svolgimento della attività produttiva" (107).

La competizione fra Cisl e Cgil era stata molto aspra fino dal momento della scissione.

Fra molti militanti della Cisl e della Cgil vi era una forte stima reciproca, ma la lotta sindacale restava molto accesa. Contesa che dura almeno fino all'inizio degli anni Sessanta: da quel momento emergeva nella Cisl un nuovo gruppo di militanti, con un'impronta più conflittuale e questo ha permesso di trovare, in un contesto storico profondamente cambiato, un maggior terreno di incontro con la Cgil.

Prima, dal dopoguerra, la divaricazione era netta: la corrente sindacale cristiana, poi Cisl, mirava, anche nelle rivendicazioni, alla pace e giustizia sociale secondo gli insegnamenti mutuati dalla dottrina sociale della chiesa, fondata sugli architravi dell'interclassismo, mentre dall'altra, i socialcomunisti, avevo come arco strategico la lotta di classe e una forte filosofia rivendicazionista e, almeno nei proclami, antisistema. Certamente il riflesso politico dei partiti a cui si le correnti sindacali si richiamavano pesava sulla convivenza in fabbrica e nel sindacato.

Negli anni Cinquanta si sviluppano in Italia due linee sindacali profondamente diverse e contrapposte: " l'una facente capo alla Cgil e l'altra alla Cisl (...). Le due linee possono essere indicate come quella dell'impegno classista, in una visione marxista dello sviluppo sociale (Cgil), e quella di un sindacalismo inteso in senso riduttivo e spoliticizzato che si esprimeva nella "contrattazione aziendale" (Cisl). Dietro l'una e l'altra posizione c'erano -portatori di condizionamenti non contrastati- i partiti politici" (108)

I motivi delle divergenze erano concreti e verificabili.

Lo sciopero dalla Cisl veniva concepito come ultima risorsa a cui ricorrere a fronte dell'ostinazione padronale e comunque sempre finalizzato alla ricomposizione del conflitto, alla contrattazione e alla mediazione per una maggior tutela possibile delle rivendicazioni dei lavoratori.

La Cgil puntava, come chiave di miglioramento delle condizioni economiche della classe operaia, all'aumento generalizzato dei salari ad una diminuzione dei profitti secondo la logica del salario come variabile indipendente dell'economica dell'azienda.

La Cisl, da sempre, aveva scelto la strada produttivistica, vedendo nel nemico peggiore dei salari l'inflazione. C'era un solo mezzo per far diminuire i prezzi:" aumentare la merce sul mercato. Solo così si avrà direttamente un aumento delle capacità di acquisto dei salari perché la richiesta delle merci sarà compensata dalla maggior produzione e sarà possibile ottenere una diminuzione del costo della vita (109). Battere l'inflazione con una sfrenata rincorsa al rialzo dei prezzi era considerata un'azione controproducente agli interessi degli operai.

La richiesta di partecipazione ai profitti dell'azienda (il premio di produzione, il famoso 7B) come riconoscimento dell'impegno dei lavoratori era la strada principe seguita dalla Cisl.

Dall'altro lato la Cgil accusa la Cisl di collaborazione e subordinazione agli interessi padronali, vedeva nella sua moderazione e opera di costante composizione degli interessi tra le parti come abdicazione alle direttive padronali e alla compagine di governo, da sempre a guida democristiana.

Ai diffusi scioperi dichiarati dalla Cgil i Liberi sindacati non aderivano. Il clima era a volte pesante. Nel marzo del 1949 alla Riv di Villar la non adesione di parte degli operai ad uno sciopero dei socialcomunisti porta ad episodi di intolleranza che vennero denunciati sulla pagine de "L'Eco del Chisone": " Ogni senso di disciplina interno è dimenticato; squadre d'azione rosse, incaricate di incutere timore e formare liste nere di chi lavora possono circolare a piacimento ovunque; chi lavora viene circondato da turbe di esaltati che ingiuriano, minacciano, insultano, sputacchiano...; se i compagni vogliono possono tenere comizi lanciando ingiurie contro la maestranza che non partecipa allo sciopero, ma se qualcuni di questi chiede la parola per precisare il proprio pensiero è fischiato ed insultato (110).

L'accusa rivolta alla Cgil era quella di usare lo sciopero con fini politici: contro il governo, contro gli americani e il Patto atlantico, contro il padronato in quanto tale. Per la Cisl tutte le mobilitazioni che esulavano dai concreti problemi aziendale venivano rifiutati e si colorava di strumentalizzazione politica operata dai comunisti.

In effetti lo sciopero politico viene ampiamente utilizzato dalla Cgil. La Cgil inaugura, all'inizio degli anni Cinquanta, una lunga stagione di scioperi politici: per i fatti di Torremaggiore in Puglia nel 1949, di Modena nel gennaio 1950, di Lantella, in provincia di Chieti, nel marzo 1950, contro l'arrivo di Eisenhower nel 1951 e così via.

La Cisl considerava scioperi politici anche quelli di solidarietà con gli altri lavoratori in lotta, o nei casi di licenziamento di operai per rappresaglia. Abbiamo l'esempio di Gian Battista Santhià, operaio Fiom licenziato per rappresaglia alla Fiat. La Fiom dichiara lo sciopero e a Villar Perosa alla Riv il 75% degli operai vi aderisce. Una percentuale molto alta, forse neppure raggiunta alla Fiat. Sulle pagine de "L'Informatore sindacale Cisl", del febbraio del 1952, vi è la reazione infastidita della Cisl per l'alta adesione data dagli operai agli scioperi politici della Cgil.

Gli scioperi della Cgil tenderanno nel futuro ad una minor politicizzazione ( o più precisamente partitizzazione) e in parte a diventare cultura comune, ad inizio degli anni Sessanta, di tutto il movimento sindacale, quando, in più di un'occasione, verranno dichiarati momenti di protesta unitari dalla Commissioni interna, o prese di posizione o di denuncia, rispetto fatti politici nazionali o internazionali (111), ovviamente in un contesto storico in fortemente mutato.

Tuttavia c'è anche da chiedersi se quella tendenza all'azione prettamente politica non derivava da una corretta percezione della globalità dello scontro politico in atto in Italia, quindi relegare l'azione di fabbrica unicamente ai problemi di carattere aziendale e contrattuale voleva dire subordinare i lavoratori alla strategia padronale e governativa.

In realtà una politicizzazione dello scontro sui problemi più generali, saltando il livello più propriamente rivendicativo legato alla concretezza delle condizioni di lavoro, rischiava di non far comprendere gli scioperi in fabbrica.

La polemica con la Fiom sull'utilizzo politico degli scioperi diventa il cavallo di battaglia in nome di valori culturali, sistemi sociali e politici antitetici a quelli della sinistra. In nome della liberà e dell'autonomia del sindacato e contro la "mania scioperaiola " della Cgil scenderà in campo "L'Eco del Chisone", fin dal dicembre del 1948. In tale mese verrà pubblicato sulle pagine del settimanale pinerolese uno specchietto statistico nel quale vengono denunciate 12 milioni di ore di sciopero, proclamate dalla Cgil, nel corso del primo quadrimestre del 1948. Scioperi che vengono definiti nella maggior parte politici, con conseguenze negative sull'economia nazionale e sui salari operai.

Il commento su tali dati si conclude ponendo la domanda se "Conviene alla base la lotta di classe proposta dalla Cgil" (112).

Anche la Uil seguirà la strada della polemica con la Cgil sulla politicizzazione degli scioperi. In un volantino distribuito alla Riv nel 1955 in occasione delle elezioni della Ci, questa organizzazione sindacale accusa la Fiom di aver fatto perdere ai lavoratori Riv, nel periodo 1949-1955, ben 517.730 ore di lavoro per scioperi non economici (contro il piano Marshall, contro il Patto Atlantico, per la morte di Stalin, ecc.) con la perdita di 114 milioni di salario (113).

Cosa capitava in casa Cgil? L'uso dello sciopero con fini politici non era un'accusa infondata della Cisl. Politica di partito e di sindacato nella Fiom era unica cosa, perché la stragrande maggioranza militanti del Pci e della Cgil. La cinghia di trasmissione tra Pci e Cgil era una realtà.

Certo la Cisl era più rivolta, essenzialmente, ai problemi di fabbrica, ma in fatto di autonomia anche la Cisl dimostra di predicare bene e razzolare male. Nel 1951, in occasione delle imminenti elezioni amministrative, la Cisl darà indicazione di votare candidati iscritti al sindacato libero. Sullo stesso bollettino pinerolese, "L'informatore sindacale Cisl", nel giugno del 1951 viene pubblicata la lista dei candidati Cisl della zona alle elezioni amministrative. Anche nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, la Cisl pubblica l'elenco dei candidati, invitando a dare la preferenza ai sindacalisti della Cisl. Non si indicava un partito, ma di fatto si invitava a votare la Democrazia cristiana.

Le lezioni della Ci erano la cartina di tornasole del potere sindacale seguito con molta attenzione dalla direzione Riv e dai giornali locali. Tra il 1950 e il il 1958 abbiamo alcuni dati costanti: la progressiva crescita della Cisl e della Uil che raddoppiano in termini di voti, un ancora maggiore aumento della lista socialista della Fiom, mentre la corrente comunista perde oltre il 20%. Nel 1955 socialisti e comunisti nella Fiom ricevevano 2022 voti, e dal 1956 viene presentata una lista unitaria tra socialisti e comunisti. Il consenso alla Fiom Cgil diminuisce, stretta nella tenaglia dell'attacco padronale e dall'offensiva di Cisl e Uil, fino, nel 1958, toccare il minimo storico: solo più 1060 consensi, contro i 1462 della Cisl.

Intanto, nel 1955, era stato fondato il sindacato degli Indipendenti dall'ex comunista Carlo Venturi, raggranellando qualche decina di voti nei primi anni, per giungere, nel 1958, a 320 voti.

Nel 1952 il settimanale "Il Pellice" si chiede se, raccogliendo la Fiom quasi il 50% dei consensi, tutti questi operai della Riv erano veramente comunisti e filocomunisti.

La risposta data era che "Noi crediamo di no. Gli operai sono convinti che il numero sia simbolo di forza e perciò rimangono fedeli alla organizzazione più numerosa e, diciamolo pure, più aggressiva, più spregiudicata e meglio organizzata" (114).

 

 

IL TERZO INCOMODO: LA DIREZIONE RIV

 

Quando "Il Pellice" si poneva, dopo le elezioni parlamentari del 1953, questi problemi si cominciava in Italia e negli Stati Uniti già a prendere in considerazione l'apertura al Psi. In tale anno le urne negarono una netta maggioranza alla compagine di governo ( Dc, Psdi, Pri e Pli), la quale mancava anche di una coesione programmatica e vede, tra il 1953 e il 1960, un periodo di grave instabilità governativa: la durata media dei governi era di dieci mesi. Inoltre il terreno del futuro centro-sinistra veniva preparato sia in funzione della stabilità politica, quanto nell'allontanare il Psi dall'orbita del Pci, indebolendo così i comunisti.

Il 1955 è il primo anno di svolta: nel luglio la Cisl e la Uil riescono a conquistare cinque seggi e i socialcomunisti della Fiom passano da 7 a 5. Questo fa scrivere a Carlo Borra che quei risultati "hanno permesso quell'affermazione democratica che dovrebbe facilitare ora quel clima di collaborazione "schietta e leale" auspicata, sulla traccia delle dichiarazioni dell'avv. Agnelli, da quanti hanno effettivamente a cuore l'interesse dell'azienda e delle sue maestranze" (115).

Quando si apriva la campagna elettorale la Direzione dell'azienda non si comportava in modo neutro. Anzi il suo intervento era molto determinato: Il 17 luglio del 1955 sulle colonne de "L'Unità" compariva un trafiletto nel quale si denunciava l'intimidazione dell'azienda, attraverso la voce dei capi: veniva fatta sparsa la voce che la vittoria del sindacato socialcomunista avrebbe messo a rischio numerose commesse di lavoro. Lo slogan della Riv era che se vincevano i comunisti l'America non avrebbe più assegnato del lavoro alla Riv. Un volantino della Fiom provinciale denunciava infatti che " I lavoratori della Riv sanno che quando i CAPI su istigazione della Direzione affermano "se voti Fiom l'America non ci assegnerà più commesse di lavoro" MENTONO. LA VERITA' è che le materie prime impiegate per la costruzione di tutti i prodotti Riv non sono americane ma quasi totalmente italiane; il ritorno dell'orario a 48 ore è stato possibile grazie alle commesse di lavoro assegnate dalla POLONIA e dalla CECOSLOVACCHIA, che non hanno preteso alcuna discriminazione tra i lavoratori" (116).

Il problema esisteva veramente. "In realtà i problemi che poneva l'attribuzione delle nuove commesse non proveniva dagli ambienti militari americani, ma da quelli diplomatici e politici. La questione sollevata dall'ambasciata militare non era quella della sicurezza militare che garantiva la produzione militare. Fin dall'inizio della missione di Clare Luce l'Ambasciata americana decise di escludere dalle commesse offshore tutte quelle fabbriche in cui era dominante fra gli operai l'influenza della CGIL e del PCI (...). Vi era chi arrivava a sostenere che, poiché le commesse servivano ad alimentare i salari degli operai, esse diventavano uno forma di finanziamento del comunismo se una parte rilevante degli operai pagavano la tessere del PCI e della CGIL" (117).

Le questioni delle commesse, alla Fiat come alla Riv, rappresentavano lo strumento propagandistico da parte delle aziende per sostenere che un consenso oltre alla norma fisiologica alla Cgil, e indirettamente al Pci, avrebbe compromesso la sicurezza del posto di lavoro.

L'articolo sul giornale comunista evidenziava che la Fiom aveva informato "La Direzione della Riv che, nel caso l'intimidazione non cessi immediatamente, il Sindacato unitario si riserva di intervenire decisamente per far valere i giusti diretti dei lavoratori" (118).

Le manovre di contrasto pre-elettorali della Riv si contraddistinguevano anche per lo spostamento e l'isolamento di operai. Lavoratori altamente specializzati o di affermata esperienza nel campo del loro lavoro venivano spostati in reparti con con lavorazioni completamente diverse. Obiettivo: isolare gli operai sindacalmente più combattivi e , sempre nel 1955, la Riv usa la mano pesante. "Il 7B", giornale dei lavoratori

della Riv di Villar Perosa, e curato dai militanti della Fiom e del Pci, denuncia in tale anno che gli spostamenti strategici colpiscono non solo lavoratori della Fiom, ma anche quelli della Cisl, Uil e anche indipendenti "i quali hanno palesemente espresso la loro opposizione a simili metodi repressivi e

intimidatori che tenderebbero a creare nello stabilimento un'atmosfera tutt'altro che idonea al buon andamento produttivo" (119).

"Il Pellice", giornale conservatore schierato al fianco degli industriali Pinerolesi, fa dedurre che la Direzione della Riv ha messo in campo, questa come in altre occasioni, tutta la sua determinazione. L'alta percentuale di votanti, quasi il 99%, era frutto anche di un 2% di lavoratori assenti dal lavoro ma che si sono recati puntualmente a votare. Il settimanale filopadronale conclude il suo articolo, dopo aver espresso il rammarico di una non avvenuta caporetto della Fiom, con l'auspicio che l'eletto nella lista dei Socialisti Indipendenti si schieri al fianco della Cisl e della Uil dando una "maggioranza democratica" della Ci. (120).

Secondo Leopoldo Armandi, militante della Fiom, la Direzione, accanto alla propaganda delle commesse di lavoro, usava anche una sottile opera diretta e indiretta nel cercare di scegliere gli uomini del sindacato con i quali avrebbe preferito trattare: "Come alla Fiat anche alla Riv di Villar Perosa sono divenute attuali le pressioni individuali fatta dalla Direzione circa l'orientamento che i lavoratori avrebbero dovuto assumere nella scelta della corrente sindacale. In particolare l'inclusione di alcuni membri del gruppo anziani fra i candidati della Cisl e Uil (...) Ma all'interno della stessa Fiom la Direzione "sceglieva" i suoi uomini con i quali avrebbe preferito trattare" (121).

Intanto, fino al 1957, la Uil e la Cisl, con la somma dei loro seggi, riescono ad ottenere la maggioranza nel Ci., anche se fra queste due organizzazione emergono in diverse occasioni motivi di contrasto.

Il 1958 è un anno cardine: forte regressione dalla Fiom e per per la prima volta superata anche dai soli voti della Cisl. Ma questa svolta avviene anche grazie ad un colpo di reni della Cisl: di fronte all'intransigenza della Riv di giungere ad un positivo accordo sul premio di produzione, i membri della Cisl di Villar Perosa ( e Torino) rassegnano le dimissioni dalla Ci.

 

Per capire questo scelta, si deve comprendere che la Cisl aveva chiaro qual era il suo spazio di manovra nella fabbrica e rispetto alla Fiom. Quando l'atteggiamento della Riv si irrigidiva su posizioni unilaterali e di intransigenza questo voleva dire lasciare campo d'azione alla posizione più aggressiva , e anche più demagogica, della Fiom, tagliando l'erba sotto i piedi alla Cisl. Infatti, in più di una circostanza, la Cisl rimprovera il padronato di dare spazio alla Fiom con il suo estremismo, o di utilizzare la moderazione della Cisl per azioni antisindacali, non apprezzando il senso di collaborazione.

Questa era una di quelle occasioni in cui la Cisl rischiava di essere schiacciata e le dimissioni erano il segnale per dimostrare la propria autonomia dalla Direzione Riv e anche come forma di protesta contro di essa, rimarcando che, pur non seguendo i metodi della Fiom, non era disposta a stare con le mani in mano. La minaccia non si ferma qui: la Cisl prospetta alla Direzione la possibilità di non presentare più la propria lista nelle elezioni di Ci, lasciando la Ci in mano ai socialcomunisti. Tutto questo avviene nel gennaio del 1958.

Questo fatto cambia le carte in tavola: il 21 febbraio avvengono le elezioni e dallo spoglio emerge la netta vittoria della Cisl (4 seggi) sulla Cgil (3 seggi). La Direzione, il 22 febbraio, preso atto del regolare svolgimento della consultazione elettorale, accoglie le istanze avanzate dalla Cisl e dalla Uil in data 2 febbraio e viene deliberata la corresponsione di lire 7000 di premio di collaborazione.

Il segnale era netto: se prevalgono le componenti moderate nel sindacato, anche le maestranze ne traggono beneficio.

La determinazione della Cisl viene premiata dagli elettori e la Direzione comprende che la sua intransigenza rischiava di privarsi della controparte moderata in seno alla Ci.

La Fiom coglie immediatamente il segnale che Uil e Cisl avevano mandato alla Direzione Riv. Alcuni giorni prima delle elezioni della Commissione Interna, in un volantino di propaganda elettorale, scrive che "non c'è dubbio che il padrone vuole avere la Cisl e la Uil nella C.I. per continuare a fare trattative e accordi separati sui problemi di tutti i lavoratori e che il padrone cerca di non trattare con tutta la C.I. e di non avere rapporti con la FIOM" (122).

"Il 7B" denuncerà le pesanti intimidazioni subite, in particolare, durante le elezioni di Commissione interna del 1958. Questa fa dire che "Sotto il segno di una violenta campagna di paura, di repressioni, di promesse e di ricatti si è rinnovatala Commissione Interna(...). Come il fascismo imponeva la propria tessera per aver diritto al pane, oggi si è imposto un voto per un premio, per la minaccia della sicurezza sul lavoro, per i ricatti interni. Come Lauro acquista i voti con chili di pasta e le scarpe, alla RIV si sono comperati i voti con la promessa di 7000 lire. Con la pressione poi, esercitata dai capi considerandoli responsabili anch'essi del risultato elettorale si è fatta tutta una vergognosa azione di pressione, forte tanto, da indurre un numero notevole di lavoratori a non votare più FIOM" (123).

Nel corso degli anni alla Riv prevale la politica delle trattative e degli accordi separati. La Riv preferiva favorire accordi con i settori più moderati del sindacato, Cisl e Uil, escludendo la Fiom. Le interpretazioni erano diverse: la Cisl e Uil sostenevano che era la Fiom ad autoescludersi con le sue richieste demagogiche e i suoi atteggiamenti estremistici; la Fiom rispondeva che di fatto era sovente emarginata dalle trattative, condotte e concluse sottobanco, oppure che i livelli di accordo proposti era inaccettabili.

Ricorda Eugenio Morero che era pratica costante quella di escludere la Cgil, di dividere i lavoratori e "che a tutti i costi si doveva fare l'accordo separato perché non ci fosse la firma della Cgil e della Fiom. Era la manovra fatta dal padrone a cui la Cisl e la Uil prestavano il fianco(...) Fino agli anni '60, dal 1948, era il padrone che giocava sulle differenze tra militanti comunisti e militanti cattolici, sulle debolezze degli uomini. Vi era in quegli anni la guerra contro la Cgil e il Pci: si doveva in qualunque modo privilegiare gli iscritti alla Cisl e alla Uil. Però i problemi concreti per gli operai erano uguali per tutti" (124).

Da quegli anni inizia la lenta emorragia di voti della Cisl (e della Uil), a favore della lista Indipendenti, fondata da Venturi, ex comunista uscito dalle file della Cgil e del Pci. Dal 1960, con il nuovo gruppo dirigente della Cisl, guidato da Tonino Chiriotti, lo spazio di consenso, a fase alterne, della Cisl si allarga. Dall'inizio degli anni Sessanta Cgil, ma in particolare Cisl e Uil, dovranno comunque fare i conti con l'azione di disturbo degli Indipendenti, inoltre la maggior combattività e iniziativa della Cisl la farà scontrare contro le maglie repressive dell'azienda.

Astrattamente era parola comune nel sindacato l'idea di non dividere i lavoratori, di porsi uniti contro la controparte padronale. Nel 1957 la Fiom della Riv di Villar fa la proposta alla Cisl e Uil di presentare per l'elezione della Commissione Interna una lista unica, senza denominazione sindacale, formata di lavoratori proposti in ogni reparto dai compagni di lavoro e che godano la loro fiducia. In questo modo "non sarebbero più così i sindacati a comporre le liste dei candidati, al di fuori della volontà dei lavoratori, ma gli operai direttamente, - scrive il giornale socialcomunista - che sono poi in definitiva coloro che la loro rappresentanza eleggono" (125).

Propaganda o sincera proposta? Certamente le difficoltà erano molte, e la paura di veder prevalere nella lista unitaria candidati non graditi era diffusa. La Cgil era molto radicata in fabbrica, aggressiva nei momenti di maggior tensione e molti dei suoi esponenti erano conosciuti e quindi poteva sperare di aver

l'egemonia . La Cisl temeva di essere in minoranza e farsi ingabbiare in proposte politiche in cui non si riconosceva, quindi era plausibile la sua diffidenza ad un'unità che poteva non essere mortificante per la propria identità.

Il confronto scontro fra Cgil e Cisl, e queste con la Riv, avviene, oltre con i classici volantini, con due giornalini di fabbrica. La Cisl lasciava la sua voce a "Informatore Sindacale Cisl", diretto, e in buona parte scritto, da Carlo Borra. Il giornalino cislino viene alla luce nel novembre del 1950, pubblica 51 numeri, diffuso in circa in alcune migliaia di copie, e termina la propria vita nell'aprile del 1956. Compito del foglio era quello di rendere visibili tra gli iscritti e nelle fabbriche del pinerolese le idee del sindacato di orientamento cattolico.

Anche la Fiom aveva alla Riv di Villar un proprio giornalino: "Il 7B Villar. Giornale dei lavoratori della Riv" (esisteva anche "Il 7B. Giornale dei lavoratori della Riv-Torino", diffuso tra gli operai Riv dello stabilimento Torinese). Perché si chiamava 7B? Era la sigla di un cuscinetto a sfere tipo, di diametro esterno di 72 mm, spessore 19, foro 30, peso 348 grammi e valore nel 1959 di lire 1830. Nasce nel 1952, stampato presso la tipografia Subalpina di Torino, diffuso in 1500 copie, con direttore Virgilio Bivi, operaio Riv, coadiuvato da Mario Mauro, Carlo Venturi, Apollonia Benedetto, Silvio Brondolo.

Mario Mauro ricorda il forte attivismo che circondava la stampa del giornale, strumento di propaganda diffuso in fabbrica e sulla tranvia che collegava Pinerolo e Perosa Argentina con Villar Perosa: "Impaginavo gli articoli, li battevo a macchina, portavo il materiale in tipografia, correggevo e portavo le bozze Torino, facevo i titolo, arrivava il giornale. Poi al mattino, al 1° turno, con la mia 1100 del 1936 andavo a Pinerolo , mentre Morero e Armandi prendevano il tram, poi al ponte Palestro prendevo Bonucci e lo portavo a Perosa al 1° turno e io andavo a Villar ad aspettare che gli operai arrivassero e vedevano il giornale ogni quindici giorni. Dopo riprendevo Bonucci e lo riportavo a Perosa e Morero e Armandi a Pinerolo che prendevano il tram del turno centrale e vendevamo nuovamente il giornale. Poi andavamo alla sera ad aspettare quelli del secondo turno che uscivano e quelli della notte che entravano" (126).

La Riv si oppose sempre al giornale dei comunisti, fino a quando nel 1957 il direttore generale Bertolone ne proibisce la diffusione dentro lo stabilimento.