I CONSIGLI DI GESTIONE

 

L'Italia esce dalla guerra in condizioni economiche disastrose: un terzo del patrimonio nazionale era stato distrutto, danni ingenti alle abitazioni, ai servizi civili, alle opere pubbliche, ai mezzi di comunicazione e alla rete dei trasporti. Gli insediamenti industriali, pur limitatamente danneggiati, soffrivano dalla mancanza di materie prime e dalla necessità di riconvertire gli impianti dalla produzione bellica a quella civile.

Inoltre i rapporti sociali erano stati sconvolti dalla guerra e dalla lotta di Liberazione. La classe operaia aveva preso coscienza della propria forza politica, del ruolo svolto nella lotta contro il fascismo durante la Resistenza.

Con la fine della Resistenza l'unità delle forze antifasciste tenta di proseguire la sua strada con la nascita dei Consigli di Gestione nelle fabbriche e la partecipazione comune dei rappresentanti delle varie tendenze politiche e di quelli dell'azienda.

Con il decreto del Clnai del 17 aprile 1945, emanato a Milano, viene abrogata la regolamentazione sociale fascista e può essere considerato l'atto formale di nascita dei consigli di gestione. Abrogando la legislazione della Repubblica Sociale italiana in materia di socializzazione delle imprese, sanciva nel medesimo tempo il principio della partecipazione alla gestione delle aziende da parte di tutte le sue componenti attraverso nuovi e democratici consigli di gestione.

Il decreto prevedeva che i comitati di liberazione, in attesa dell'elezione dei nuovi organismi, assumessero la rappresentanza delle maestranze e la gestione delle aziende.

La partecipazione operaia alla gestione dell'azienda trova la sua motivazione nel contributo che i lavoratori avevano dato alla lotta di liberazione, attraverso opere di sabotaggio, scioperi non solo di carattere economico-rivendicativo, ma anche politico a difesa delle industrie e della manodopera minacciata di trasferimento in Germania. Nei giorni dell'insurrezione la classe operaia aveva occupato e salvaguardato le fabbriche da eventuali distruzione, preservando non solo il patrimonio industriale ma garantendo una rapida ripresa del lavoro a liberazione avvenuta.

Non solo il prezzo pagato dai lavoratori durante la Resistenza doveva essere riconosciuto, ma la lotta contro il nazifascismo aveva creato, secondo Di Vittorio, un nuovo spirito tra i lavoratori, perché, la difesa dei luoghi di lavoro, aveva cancellato negli operai quel senso di estraneità alla fabbrica, considerato fino a quel momento simbolo dello sfruttamento padronale (84).

Le trattative per la costituzione del Consiglio di gestione alla Riv non sono state facili. Viene presentata domanda al Cln aziendale nel novembre del 1945, senza trovare alcuna opposizione da parte dell'azienda(85).

Anche alla Riv si scontrano subito due linee interpretative sul ruolo dei Consigli: per la Democrazia cristiana essi dovevano mirare alla corresponsabilizzazione , alla gestione dell'azienda e alla partecipazione degli utili attraverso l'azionariato operaio, quindi dovevano avere un compito deliberativo; i socialcomunisti escludevano che i consigli potessero mirare alla collaborazione di classe, attruibuendogli un compito di controllo della produzione, vedendo nel Consiglio uno strumento di lotta di classe, con carattere puramente consultivo.

Divisioni politiche di non poco conto nelle quali si inseriva la volontà dell'azienda di procedere alla ricostruzione in collaborazione con le forze operaie, per aumentare il potenziale produttivo e il profitto, ma senza perdere il controllo del potere aziendale. Posizione alternativa non solo a quella socialcomunista ma anche a quella moderata della Democrazia cristiana.

Viene nominata una Commissione di studio che elabora un regolamento dei Consigli nel febbraio del 1947, nel quale si sanciva la forma consultiva dell'organismo. Posizione che poteva essere accettata sia dalla sinistra che dalle aziende: i primi non vedevano compromessa la loro purezza ideologica della lotta di classe con forme più o meno subdole di cogestione, i secondi ritenevano di aver le mani liberi per una ricostruzione in nome del profitto capitalistico.

Le elezioni si svolsero il 6, 7 e 9 maggio 1947, con buona affluenza alle urne. Alla Riv di Torino dei sei membri effettivi da eleggere, cinque erano comunista e uno socialista; a Villar Perosa un democratico cristiano , un socialista e un comunista.

A Villar Perosa le elezione avvengono il 7 e 9 maggio con una forte affluenza alle urne: tra gli operai si raggiunge il 93,5% , contro il 65% di votanti per l'elezione della Commissione interna.

Tra gli operai viene eletto Cucchiarati Eristano (comunista), 1322 voti) con supplente Pesce Gino; Giacosa Renato ( socialista), 841 voti) con supplente Data Ferdinando.

Tra gli impiegati viene eletto Carlo Borra ( corrente cristiana, 800 voti), con supplente Colombo Pietro (86).

La direzione generale della Riv convoca il Consiglio per la seduta di insediamento il 17 maggio 1947, con la partecipazione dei nove rappresentati dei lavoratori ed altrettanti designati dall'azienda, scelti tra i dirigenti più autorevoli.

Vengono anche nominati, su proposta dei lavoratori, due segretari: uno per Torino e uno per Villar. Viene designato come segretario di Villar Perosa Carlo Borra.

Gli intenti professati erano, negli enunciati, nobili: il Consiglio aveva "fra i suoi compiti la difesa del lavoro, e dà la possibilità di prendere parte attiva alla vita dell'azienda

concorrendo al suo sviluppo e potenziamento nel comune interesse" (87). Da parte dell'azienda il coinvolgimento dei dipendenti era importante se limitato a presentare proposte di miglioramento strumentale e organizzativo all'attività produttiva. Anzi erano anche previsti dei premi per le proposte ritenute utili.

Il timore che l'azienda intendesse coinvolgere i lavoratori solo come punto di forza in questa fase della ricostruzione e del rilancio della produzione ( e dei profitti) era diffuso. Nel luglio del 1948 i rappresentanti dei lavoratori, nel Consiglio consultivo di gestione, nella loro relazione ribadiscono che i C.d.G. erano sorti nella lotta di Liberazione e avevano come fine la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'azienda , strumento per introdurre uno spirito nuovo nella vita democratica del Paese, e per realizzare il principio costituzionale che la

Repubblica italiana è una repubblica democratica fondata sul lavoro (88).

In un volantino distribuito a Villar e Torino i rappresentanti dei lavoratori presenti nel Consiglio sottolineano due aspetti dell'operato di tali organi per avvalorarne la loro importanza: il primo era il ripristino degli impianti distrutti dalla guerra, l'introduzione di nuovi macchinari, di impostare nuove produzioni e, in generale, di perfezionamento e potenziamento della produzione; il secondo di aver affrontato i problemi dei lavoratori: le case per le maestranze, integrazione alla pensione per i dipendenti anziani, potenziamento degli impianti sportivi e delle attrezzature delle colonie estive, l'assunzione di altra manodopera e così via (89).

Di fatto scarsi sono stati i compiti effettivamente portati a termine dai Consigli: divergenze politiche, obiettivi contrastanti e sfiducia reciproca tra le parti in causa finiscono per paralizzare il loro operato, che si tramuta in una lenta agonia nel disinteresse quasi generale, in particolar modo da parte delle aziende felici di eliminare sia un pur minimo controlla da parte

operaia nelle officine, esaurito il compito della ricostruzione post bellica (90).

Nonostante questo i lavoratori ritenevano utile i Consigli di gestione. Nel 1950 la Direzione Riv tergiversa nel convocare le elezioni del nuovo Consiglio di gestione. Motivo: il presunto intreccio di competenze che coinvolgevano i Consigli e le Commissioni interne.

I rappresentanti dei lavoratori, colta anche la pretestuosità delle motivazioni aziendali, ricordano che il regolamento prevedeva la rielezioni dei rappresentanti ogni due anni. Per dare maggiore forza alla loro richieste viene indetto un referendum, a Villar e Torino, nel quale si chiedeva ai dipendenti se ritenevano opportuno la rielezione dei rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di gestione . A Villar, su 4109 presenti, votano in 3833, e di questi rispondono affermativamente 3688, con una percentuale favorevole alla sollecita rielezione del 90,21% dei votanti e dell'89,85 dei presenti.

Esito analogo si ha anche nello stabilimento di Torino (91).

A fronte del plebiscito la Riv non può più temporeggiare e, nel luglio del 1950, si vota per il Consiglio di gestione per il biennio 1950-1951, con questi risultati: dipendenti operai 4038, presenti 3698, votanti 3449 (93,40%); dipendenti impiegati 347, presenti 318, votanti 255 (80,20%).

Risultano eletti: Nota Livio, operaio, con 2042 preferenze, Roggia Dante, operaio con 1949 preferenze , e Borra Carlo, impiegato con 200 preferenze; membri supplenti: Belli Giovanni, operaio con 1304 preferenze, Vercelli Mario, con 710 preferenze, e Pronello Michele, con 66 preferenze.

"Il Consiglio di gestione era una cosa che dava molto fastidio al padrona - rammenta Eugenio Morero - perché era formato specialmente da operai specializzati, da ottimi lavoratori, magari con idee differenti da quelle che aveva l'azienda. Tuttavia ponevano in primo piano la fabbrica, il suo sviluppo, la sua potenzialità. Il C.d.G. proponeva di cambiare, di modificare i rapporti di lavoro, di produzione. Questa era una cosa che dava fastidio alla Direzione e a un certo punto sono morti di morte naturale, senza più essere rinnovati" (92).

Livio Notta ribadisce quanto viene affermato, sottolineando che " I Consigli di Gestione sono morti perché il padrone ha acquistato maggior potere. Dava fastidio al padronato: gli operai andavano a ficcare il naso nella produzione, nei bilanci"(93).

I Consigli di gestione vengono svuotati di ogni potere effettivo:" La riunione dei consigli era mensile e in essa Bertolone ci faceva una relazione sull'andamento dell'azienda. Noi avevamo poche

possibilità di comprovare - sottolinea Carlo Borra - se quello che ci diceva era vero o meno e la sua morale era quella che bisognava lavorare di più. Noi non avevamo gli strumenti per contestare con cognizione di causa le sue affermazioni.

I comunisti da parte loro si sono accorti che i Cdg potevano solo avvallare le posizioni padronali. Uno dei motivi che i comunisti hanno mollato i Consigli e che hanno compreso che difficilmente si sarebbe potuto arrivare alla rivoluzione" (94).

Un dato è certo: i Consigli di Gestione hanno dato un contributo fondamentale durante la fase di ricostruzione delle aziende nei primi anni del dopoguerra. Tra il 1946 e il 1947 la produzione italiana aumenta di quasi il 50% rispetto al 1945. E' lo stesso Valletta a riconoscere nel 1947 che "I Consigli di Gestione danno il loro contributo specie nell'ardua contingenza di dover migliorare e intensificare la produzione" e che nel 1948 l'aumento "della produzione unitaria ha concorso un risollevato indice della produttività individuale operaia" (95).

Se questo accadeva alla Fiat, stabilimento nel quale le tensioni sindacali e politiche erano molto forti, a maggior ragione è fondato per la Riv di Villar Perosa, anche perché in quegli anni, in generale, il Pci e la Fiom volevano dimostrare le capacità dirigente della classe operaia, il suo senso di responsabilità. Progetto che si incrina con la sconfitta elettorale dell'aprile 1948 e il nascere della guerra fredda.

Il Consiglio di gestione, man mano che assolve il compito che di fatto ha realmente compiuto ( la riorganizzazione e il rilancio produttivo), si limita a discutere delle colonie e del medico di fabbrica, dell'acquisto rateale del frigorifero e della motocicletta o del finanziamenti al gruppo sportivo. Tutti argomenti che potevano essere oggetto di contrattazione tra Commissione interna e Direzione aziendale.

In sostanza il Consiglio contribuisce al rilancio produttivo, con forme anche di esasperato produttivismo, ma nel contempo conduce a forme di subalternità operaia, portando dentro la sua stessa prospettiva, al di là dei nobili obiettivi espressi nei documenti, il germe della dissoluzione: non poteva nè diventare nuove forme di potere operaio (concezione comunista) né organi di partecipazione interclassista alla vita dell'azienda (concezione democristiana).

Il gruppo dirigente industriale aveva inteso il ruolo del Consiglio di Gestione strumentale alla mera ricostruzione post-bellica, per poi riprendere, dopo parziali quanto illusorie concessioni di potere al sindacato e alle opposizioni politiche, tutto il potere di comando.

 

 

L'ATTENTATO A TOGLIATTI E LA SCISSIONE SINDACALE

 

Mentre le bombe spazzavano via le officine Riv, a Roma nel giugno dello stesso anno, dopo il crollo del fascismo dell'8 settembre 1943, viene firmato un patto d'azione unitario dai rappresentanti sindacali dei tre grandi partiti di massa (democratico cristiano, socialista e comunista) dello schieramento dei Comitati di liberazione nazionale.

Un'unità voluta e sostenuta dai lavoratori ma, come vedremo, di non lunga durata a causa delle profonde divergenze politiche che travaglieranno questa momentanea unità del movimento sindacale.

Nelle officine di Villar molto radicata e organizzate era la struttura dei comunisti, reduci dalla lunga esperienza di sopravvivenza nella clandestinità sotto il fascismo, con le loro cellule. I cattolici nelle aziende pinerolese, in particolare alla Riv come maggior azienda della zona, si riunivano attorno ai Raggi di officina, nati nel 1940 ma entrati in piena attività solo dopo l'otto settembre 1943. I Raggi coagulavano l'interesse di un gruppo di cattolici, circa 250 in tutto il pinerolese, attorno a temi eminentemente di carattere religioso, anche se aiutò ad inserire i lavoratori cattolici nel fermento sociale che si stava sviluppando nelle fabbriche, creando i presupposti della nascita della futura corrente sindacale cristiana nel Pinerolese.

I Raggi d'officina erano patrocinati dall'Azione cattolica, formati da lavoratori che lavoravano nel medesimo luogo di lavoro. Lo scopo del Raggio era indirizzato verso tre specifici campi: la promozione dell'attività religiosa sui luoghi di lavoro ( la messa festiva, l'educazione religiosa, ecc.), la moralizzazione degli ambienti di lavoro ( contro la bestemmia, le letture immorali, ecc.) e l'attività caritativa (opere di beneficenza, visite ai malati). Alla Riv di Villar si contavano nel 1944 45 aderenti negli uffici e 32 nelle officine.

Divisioni in campo sindacale faranno capolino anche nel pinerolese: quando nel novembre del 1945 si svolgeranno a Pinerolo le elezioni del direttivo della Fiom locale viene eletto a segretario un democristiano, pur con i soli 253 voti della corrente cristiana ( un solo membro eletto), i 1093 voti dei comunisti (4 membri comunisti) e i 965 dei socialisti (4 socialisti).

Le diatribe nelle sinistra portano alla designazione a segretario di Carlo Borra, uomo di indubbia dirittura morale ma con posizioni politiche ben poco concilianti con quelle della sinistra.

Nel settembre del 1943, subito dopo il tracollo regime mussoliniano, viene stipulato l'accordo, tra confindustria e commissari delle confederazioni sindacali, sulle commissione interne, le quali avevano poteri di negoziazione sindacale. Tuttavia dopo l'8 settembre, con l'armistizio e l'occupazione tedesca, le commissioni interne entrano in clandestinità per riemergere dopo la liberazione.

Se le vecchie commissione interne potevano ancora emergere dalla memoria degli anziani operai che le avevano conosciute prima della loro soppressione operata dal fascismo, erano completamente sconosciute per i giovani lavoratori che avevano vissuto sotto il fascismo e che non avevano alcuna pallida idea su queste democratiche istituzione del movimento sindacale. Non dimenticando che con la soppressione delle libertà, l'assenza di dibattito politico e sindacale la memoria storica aveva ben poco potuto tramandarsi.

Come si poteva procedere, con la rinascita della libertà, alla elezioni di questi organi rappresentativi se molti operai non ne sapevano nulla?
Il compito e l'onore di tramandare questa memoria storica l'ha avuto Emilio Travers il quale racconta che cosa vi verifica alle officine di Villar Perosa, appena terminata la Liberazione: "Gli operai cascavano dalle nuvole dopo tanti anni di silenzio sotto il fascismo. Io invece sono venuto a sapere parecchie cose da quelli più anziani di me, che hanno vissuto tutto lo sviluppo del fascismo e sono stati anche perseguitati. Da loro ho imparato tante cose, ero un po' aggiornato. Un giorno abbiamo fatto un'adunata nel corridoio centrale delle officine e io sono salito su un vagone ferroviario: c'erano tutti gli operai riuniti, il corridoio era pieno, e così ho spiegato che cosa erano le commissioni interne, il loro compito. Gli operai non sapevano neppure che cosa erano state le commissioni interne prima del fascismo, erano stati "imbalsamati" dopo tanti anni di dittatura. (...) Poi in seguito insieme a dei vecchi militanti si è cercato di formare delle liste per le elezioni, segnalando le persone più attive. A quel tempo c'era solo la Cgil, funzionava solo la Cgil. E tutto era funzionato bene: la Direzione riceveva La Commissione, anche perché era nel suo interesse cercare di calmare gli animi" (96).

Intanto il clima sindacale dopo la liberazione si surriscaldava.

Nel patto sindacale unitario del 1944, tra la corrente socialista, comunista e democristiana, cominciavano ad aprirsi crepe sempre più profonde. Le divisioni ideologiche era forti, dopo l'unità antifascista si apre l'era della contrapposizione tra l'Occidente e il blocco Sovietico. La guerra fredda era ormai cominciata: il segnale esplicito erano state le due bombe atomiche lanciate dagli americani sul Giappone nell'agosto del 1945.

Le tensioni politiche si riversavano con prepotenza all'interno del sindacato, e si può dire che la caratteristica più rilevante del sindacato nel dopoguerra è la sua politicizzazione. In modo particolare era evidente l'adeguamento, da parte della componente sindacale comunista, alla linea strategica del Pci, con un rapporto di cinghia di trasmissione che fa emergere una nuova concezione del sindacato, da strumento puramente rivendicativo e difensivo della classe operaia, alla funzione di rappresentante della nazione intera all'interno di una prospettiva di ricostruzione politica ed economica.

Quando l'unità sindacale si incrina questo avviene per la rigida spaccatura del mondo in blocchi contrapposti e per i dissensi che fiorivano fra i partiti, ma quelle divisioni mediavano già un conflitto presente all'interno del movimento sindacale: tra chi voleva contenere l'iniziativa delle rivendicazione dei lavoratori in un quadro di compatibilità con le esigenze del capitale e delle politica economica del governo, e chi voleva difendere l'autonomia della iniziativa operaia, a salvaguardia del posto di lavoro, di un salario accettabile e di spazi di libertà democratiche.

Comunque, fin dall'inizio del 1947, il governo Usa comincia ad allarmarsi per la forza della sinistra in Italia, la quale aveva ottenuto vantaggi nelle elezioni amministrative del 1946, e persegue essenzialmente tre obiettivi:1) rafforzamento delle forze politiche centriste; 2) salvaguardare un sistema socio-economico di mercato; 3)inserire la politica estera italiana nel contesto strategico della struttura Nato.

La mozione della Corrente sindacale cristiana al 1° Congresso della Cgil di Firenze ribadiva i principi che poi furono motivo fondamentale della scissione. Secondo essa il sindacato doveva: 1) rendersi nella sua azione indipendente da ogni partito politico; 2) rispettare la pluralità delle opinioni politiche e la fede religiosa degli associati; 3) contenere la sua attività nello specifico campo sindacale.

La ruggine era profonda, radicata in concezione culturali diverse. I militanti della corrente cristiana nel sindacato rilevavano ciò che li divideva dai comunisti:" Non siano anticomunisti dichiarati, come qualcuno vorrebbe. Semplicemente perché come lavoratori abbiamo dei motivi fondamentali che ci uniscono a tutti gli altri lavoratori, di qualunque idea siano, perché come cristiani auspichiamo una fraternità che è contraria a qualunque anti.

Però, per chiarezza, appunto come lavoratori e come cristiani non approviamo e siamo decisamente contrari a certe posizioni comuniste. Così come cristiani avversiamo il loro dichiarata materialismo che per forza di cose riduce la nostra persona ad essere calcolata al massimo a peso di muscoli e di fosfati, così come lavoratori contrastiamo il metodo comunista di fare di ogni

questione sindacale un agganciamento ai fini del loro partito" (97).

E' indubbio che la cultura della corrente sindacale cristiana e quella dei comunisti era profondamente diverse. Il dettato di fede faceva dire alla corrente sindacale moderata che le differenze sociali e politiche non dovevano dare adito a contrasti insanabili, a logiche di lotta di classe, perché ogni uomo è creatura di Dio, al di là della classe sociale di appartenenza. Capitale e lavoro sostengono entrambi la società economica, pur avendo a volte interessi divergenti, ma mai contrapposti e sempre ricomponibili secondo una filosofia sociale interclassista. La cultura comunista era fautrice di una politica di classe che vedeva contrapposti operaio e imprenditore, e, almeno nei suoi enunciati, tale contrasto era insanabile e superabile unicamente con un nuovo assetto economico, politico e sociale alternativo a quello capitalista (98).

 

Il crescente accumularsi di attriti nel sindacato era la speculare acuirsi della contrapposizione tra il blocco moderato e quello socialcomunista. Il 1947 è un anno di svolta: De Gasperi nel gennaio vola in America è ottiene un grosso prestito a favore dell'Italia, mentre a Roma Saragat abbandona il Pci, e a luglio, a Parigi, si apre la conferenza economica del Piano Marshall. Dietro un programma di aiuti americani per finanziare la ricostruzione europea, si delinea l'egemonia politica ed economica degli Usa sull'Europa Occidentale. Il 1947 è anche l'anno decisivo

per la fine della politica che aveva cercato nella collaborazione antifascista un assetto stabile, nella quale poter esercitare una apprezzabile influenza dei partiti operai.

Dietro la scissione sindacale vi erano interessi che andavano al di là delle divergenze politiche tra le varie correnti sindacali: settori moderati e conservatori del mondo politico, gli industriali e gli stessi Stati Uniti, finita l'epoca resistenziale, avevano come obiettivo di contenere le forze di sinistra e, nel sindacato, la corrente socialcomunista.

Nell'agosto del 1948 la Cgil denunciava che i grandi capitalisti erano interessati a dividere la classe operaia, a creare le condizioni di un loro strapotere e aumentare lo sfruttamento della manodopera, e questo era possibile colpendo in primis l'unità sindacale, vedeva, pur nel linguaggio roboante della propaganda ideologica, il giusto: con la scissione si aprirà, negli anni Cinquanta, una fase di forte repressione che cercherà di mettere in ginocchio il sindacato nelle fabbriche, dando spazio ad un sindacato moderato e interclassista, quando non nettamente filopadronale.

La corrente sindacale cristiana ( la futura Cisl) guardava da un lato all'Enciclica Rerum Novarum e dall'altra oltre l'Atlantico, al sindacalismo americano pur con tutti gli adattamenti alla realtà italiana. Infatti, per quando riguarda lo sciopero, l'art. 49 dello Statuto del Sindacato nazionale americano dei lavoratori dell'industria automobilistica, areonautica e delle macchine agricole recita che "Prima della proclamazione pubblica di uno sciopero, deve essere convocata all'uopo un'assemblea straordinaria dei soci del sindacato Locale, od è richiesta una votazione segreta per decidere a maggioranza semplice se procedere alla proclamazione o soprassedervi".

Il sindacato in Italia ha sempre cercato di rappresentare, attraverso i suoi iscritti e militanti, tutti i lavoratori e non solo i suoi aderenti, ma questo relazione verso un tipo di sindacato apolitico e apartitico era una barriera contro l'atteggiamento ritenuto scioperaiolo e politico della Cgil.

Ma dagli Stati Uniti, per la corrente sindacale cristiana, non vi era solo da trarre l'esempio di un sindacato democratico, ma tutta la società americana era posta a modello con un misto di realtà e (molta) fantasia. Questo faceva scrivere che in America "L'operaio lavora con guanti per non sporcarsi e quando esce dall'officina non porta su di sè nessun segno esteriore del lavoro in fabbrica. Sente effettivamente di essere rispettato e di dover portare rispetto alla sua persona" (99).

Al mito dell'America viene, nel campo politico e ideologico speculare, opposto il mito della grande Unione Sovietica, patria del benessere, del lavoro garantito, del limpido rispetto per la dignità di ogni lavoratore. E' sufficiente leggere "Il 7B" periodico dei comunisti della Riv di Villar, per comprendere che, accanto ai risvolti positivi della rivoluzione d'Ottobre, la nebbia dell'ideologia oscurava i lati sinistri della storia del comunismo sovietico, rappresentata nella sua veste più deteriore dallo stalinismo. Anche la Russia, come l'America per i democristiani, era il modello di società costruito, dai comunisti italiani, con una mescolanza di realtà e (molta) fantasia e astrazione ideologica.

Il 1948 è l'anno cruciale.

Il 18 aprile alle elezioni per il primo Parlamento repubblicano il Fronte democratico popolare (comunisti e socialisti) ottiene solo il 31% dei suffragi, mentre la Democrazia cristiana conquista una schiacciante vittoria con il 48%.

Sicuramente le elezioni del 1948 sono state il nodo di una lotta quasi apocalittica tra la sinistra e le forze del centro-destra, ed è stata sicuramente una delle campagne elettorali più combattute in Europa.

Il 14 luglio Palmiro Togliatti, segretario del Pci, all'uscita del Parlamento, alle ore 11,30, viene ferito gravemente da quattro colpi di pistola sparati da un giovane fanatico anticomunista, Antonio Pallante, 24 anni, studente di legge all'Università di Catania.

Immediatamente hanno luogo numerosi scioperi e manifestazioni di strada in molte località italiane. A Torino, alla Fiat, Valletta e altri dirigenti vengono sequestrati dagli operai e la redazione de "La Stampa" viene occupata e per due giorni il quotidiano non sarà nelle edicole. L'attentato scatena, dopo un primo senso di smarrimento e incredulità, una reazione rabbiosa - 30 morti e ottocento feriti- che mette a dura prova le giovani istituzioni repubblicane nate dalla lotta antifasciste e formalizzate con la recente entrata in vigore della Costituzione.

Sotto certi aspetti si è a un passo dall'insurrezione. L'attentato a Togliatti ha una risonanza enorme in campo politico, suscitando, e non solo in campo comunista, forte emozione, specie nelle fabbriche, fra i lavoratori. Il realismo politico di Palmiro Togliatti, appena colpito dalle pallottole della Smith & Wesson, richiama i suoi collaboratori alla calma, invitando a dissuadere ogni colpo di testa e facendo rientrare i focolai insurrezionali sorti nel Paese (100).

L'attentato getta benzina sul fuoco della già difficile convivenza nel sindacato tra la corrente cristiana e quella socialcominista. Anche a Pinerolo giungono i riflessi di quel 14 luglio:" Io ricordo bene -racconta Carlo Borra - perché a quel tempo ero segretario della Camera del Lavoro di Pinerolo per la corrente

cristiana e tutte le sere, arrivando dalla Riv, passavo a vedere

come andavano le cose... . Una sera sono passato e avevo già sentito le comunicazioni della radio di quello che era successo e dico che mi sono sentito un imputato in mezzo a tutti gli altri.

Tutti mi guardavano un po' come fossi io l'artefice dell'attentato e sentivo dire:" Il governo ha voluto fare fuori Togliatti". Dico francamente - e non è una battuta - il fatto che fosse arrivata la notizia della vittoria di Bartali al giro di Francia ha portato la gente a parlare un po' d'altro, salvandoci.

Certamente l'astio era forte perché davvero ci vedevano come prototipi dei traditori che attraverso l'attentato a Togliatti aveva tentato di dare un colpo grosso al Partiti comunista" (101).

Movimenti preinsurrezionali avvengono in alcuni parti d'Italia, anche perché la fine della lotta di liberazione era ancora vicina e le armi non dappertutto erano state consegnate. Non è il caso di Villar Perosa, perché "Per quanto sono a conoscenza, noi comunisti di Villar Perosa non abbiamo mai conservato le armi, anche nei momenti più difficile - narra Livio Notta -, nemmeno ai tempi dell'attentato a Togliatti avvenuto nel 1948. Se però un qualche evento grave portava a pensare che potesse succedere un qualcosa che dovesse minacciare la democrazia, eravamo presenti e attenti a far fronte e a rintuzzare. In occasione dell'attentato di Pallante a Togliatti qui a Villar Perosa si era dichiarato sciopero e mantenevamo un certo collegamento con Pinerolo per vedere cosa succedeva; e a un certo punto le cose si sono calmate" (102).

La Cgil dichiara subito lo sciopero generale che in molte città d'Italia assume un carattere insurrezionale. Il giorno seguente i democristiani della Cgil minacciano di abbandonare il sindacato se lo sciopero non viene concluso entro la giornata, vedendo in esso uno sciopero prettamente politico e finalizzato agli interessi dei comunisti.

Il 16 luglio la Cgil dichiara lo sciopero concluso. Ma ormai la convivenza non era più possibile: il 26 luglio, dopo un pronunciamento di Pastore in favore dalle scissione, l'esecutivo della Cgil espelle dal suo seno la corrente cristiana.

Ad ottobre la corrente democristiana si separa dalla Cgil e fonda la Libera Cgil. Giulio Pastore viene eletto segretario generale. Nell'aprile del 1950 assumerà il nome di Cisl.

In seguito alla nascita della Cisl, un piccolo gruppo di repubblicani e socialisti fonderanno l'Unione italiana del lavoro (Uil).

Come viene vissuta la scissione alla Riv? Carlo Borra sostiene che non ha mai "avuto timore ad affermare che il giorno della rottura sindacale non è stato un bel giorno per il mondo del lavoro.

Ma completavo dicendo che anche il taglio di un braccio non è cosa buona per una persona. Ma se serve ad evitare una cancrena mortale, ben venga il taglio del braccio (...) Alla base della rottura c'è stato l'obiettivo di isolare i comunisti e do per

scontato che ci siano state forze retrive disposte a strumentalizzare ai loro scopi la frattura del mondo sindacale: ma in quel momento lasciare le cose come stavano significava dare il Paese in mano a un partito comunista pienamente allineato con Mosca. In quel momento storico era la condizione per garantire al Paese un regime libero e democratico, senza del quale anche la promozione dei lavoratori non può avere spazio" (103).

Per i Liberi Sindacati era chiaro che il motivo dei molteplici scioperi indetti dai comunisti era lampante:" Persa la partita delle elezioni, tentano di rovesciare il Governo servendosi del sindacato che dovrebbe ostacolare ogni ripresa economica dello stato. Tutto serve, purché crolli il Governo attuale" (104).

Sui problemi concreti di fabbrica l'unità era più facile da raggiungere perché la scissione fu più che altro "una contrapposizione politica. Non era tanto la scissione nel sindacato; nel sindacato era una conseguenza. C'era una netta contrapposizione politica - rammenta Eugenio Morero militante della Cgil e del Pci - tra il Partito comunista, il Partito socialista e la Democrazia cristiana. Allora c'era la guerra fredda e la Democrazia cristiana in particolare,

per bocca della Cisl, era schierata sulla politica americana e verso la costituzione del Patto atlantico. Noi avversammo questo perché ci portava ad una sudditanza verso l'America" (105).

Di fatto questa contrapposizione politica si riversa anche sui problemi di fabbrica: nel rapporto con la direzione aziendale, nella concezione della relazione salario-profitto, nelle modalità di gestione del potere sindacale nello stabilimento. Se è vero che sui problemi concreti di fabbrica era più facile trovare l'unità di intenti, far pesare di meno il clima ideologico e partitico di riferimento dei vari sindacati, è altrettanto vero che concezioni della società così diverse, in particolare tra comunisti e democristiani, la stessa strumentalizzazione politica anche dei fatti quotidiani di officina, rendeva il clima della collaborazione e dell'unità sindacale cosparso di insidie.

Col senno del poi fa dire ad Eugenio Morero che "mentre noi eravamo troppo per la lotta ad oltranza, la Cisl invece era per nessuna lotta; invece se ci fossimo accordati ad una via di mezzo avremmo ottenuto qualcosa in più, maggior potere per i lavoratori" (106).

Alla Riv nell'ottobre del 1948 oltre 500 lavoratori aderiscono alla Lcgil (Libera confederazione generale italiana lavoratori), e nel dicembre viene costituito a Pinerolo il primo Direttivo dei

metalmeccanici: Casati Celso segretario, Castellano Ilario vicepresidente; Aimo Giuseppe, Borra Carlo, Cavallone Giuseppe, Costa Enrico, Pavignano Romualdo, Salvai Carlo, Siccardi Cornelio membri.