I BOMBARDAMENTI ALLEATI E LA BANDIERA ROSSA SULLA RIV

Il 1944 accadono quattro e fatti simbolici che prefigurano lo svolgersi delle vicende storiche dei prossimi mesi: la distruzione della Riv dalle bombe alleate, lo sventolare della bandiera rossa sul pennone della Riv sullo stabilimento di Villar, gli atti di sabotaggio partigiani alla produzione e la rapina, sempre da parte dei partigiani, alla cassa Riv a Pinerolo.

Il sibilo delle bombe colpisce anche Villar. Il 3 gennaio del 1944 in val Chisone la giornata era tersa, le montagne coperte di neve facevano da contorno al maestoso paesaggio.

L'allarme per un possibile bombardamento era nell'aria. Radio Londra aveva annunciato la sera precedente la distruzione di una fabbrica di cuscinetti in Germania. Sempre Radio Londra già in passato aveva rivolto messaggi che riguardavano la Riv di Villar Perosa; questo il messaggio, alle ore 20,30, del 31 ottobre 1943: "L'Adda passa per Lodi.Attenti voi della Villar Perosa, non una fresa, non un trapano, deve funzionare per i nazisti, per le altre officine.I bombardamenti faranno piazza pulita" (34).

Un tentativo sulla Riv di Villar era già stata fatto il 9 e 10 novembre dello scorso anno, ma era fallito: i "B-24 Liberator", di base a Djedeida (Tunisi) e con scalo a Elmus (Cagliari), non colpiscono l'obiettivo e le bombe cadono in parte a Inverso Pinasca e a Villar, ma senza recare danni. E proprio riferendosi a questo bombardamento verrà letto a Radio Londra, tra il 9-10 novembre del 1943, un altro comunicato:" Nei bombardamenti effettuati sulle officine cuscinetti a sfere di Villar Perosa non si è raggiunto l'obiettivo, ma invieremo piloti più esperti" (35).

Nei comunicati di Radio Londra le officine Riv di Villar Perosa veniva definite sotto l'appellativo di "signorina verde", in quando tutto lo stabilimento era stato dipinto di verde per meglio mimetizzarlo con l'ambiente circostante (36).

Pertanto l'incursione aerea era attesa: la fabbrica era un obiettivo strategico importante con la sua produzione di cuscinetti. I cuscinetti alimentavano l'armamento bellico non solo di Mussolini ma anche di Hitler. Posizione economico-strategica fondamentale: infatti fin dall'ottobre del 1943 lo stato maggiore tedesco aveva deciso di rinforzare le difese attorno lo stabilimento Riv di Villar. Giungono in paese le batterie antiaeree della Flak, con 78 pezzi da 90 e 109 mm., e vengono disseminate nella zona attorno all'officina per proteggerla dai bombardamenti anglo-americani.

Il 3 gennaio, il primo lunedì dell'anno, era sicuramente il più adatto per un attacco di sorpresa.

Le sirene danno l'allarme e alle 11,45: 53 "B-17 fortezze volanti", scortate da 34 caccia P-38, con base a S. Severo (Foggia) scaricarono, da un'altezza di 7000 metri, su Villar 312 bombe da mille libbre e cento spezzoni incendiari.

Sono cinque minuti di vero apocalisse

Dopo il passaggio delle fortezze volanti e l'ululato delle sirene che annunciavano il cessato pericolo la gente, uscita dai rifugi, vede ancora una nuvola di polvere e di fumo che avvolge il paese e la fabbrica. Sessanta bombe avevano colpito le officine Riv, distruggendole (37), e anche di Villar ben poca cosa rimane in piedi. A parte i danni materiali, non vi era stata nessuna vittima, i rifugi avevano svolto fino in fondo il loro compito, e, alcuni giorni dopo, una funzione religiosa di ringraziamento viene celebrata all'interno dei locali ancora agibili delle fabbrica (38).

Sarà lo stesso vescovo Binaschi di Pinerolo ad essere testimone del disastro:" 3 gennaio Ore 12 allarme. Villar Perosa con le sue officine è gravemente colpita. Quasi rasa al suolo la fabbrica e moltissime case gravemente danneggiate. Non ci sono vittime tra la popolazione. Ore 16 salgo a Villar ... vedo il disastro. Non c'è una casa illesa. La Chiesa di S. Aniceto è in parte lesionata, soprattutto i saloni del catechismo. Vicino è scoppiata una bomba all'imboccatura del rifugio ... il quale ha resistito.

Anche la villa del sen. Agnelli è stata colpita.

Vedo gli ingegneri e il conte Camerana. Il senatore è a Pra Martino." (39).

Nel 1947 lo stabilimento sarà già interamente ricostruito.

L'assenza di vittime è dovuta al riparto offerto dai rifugi antiaerei. Infatti sulla collina, in prossimità dello stabilimento, nei primi mesi del 1943 la Riv inizia a progettare dei rifugi che dovevano ospitare 2500 persone. Tutta l'opera viene realizzata entro il giugno del medesimo anno. Le galleria dei rifugi si situavano a trenta metri sotto il terreno di superficie e con una lunghezza totale di 730 metri. Tutte le gallerie erano corredate di panche laterali per i posti a sedere, una serie di bagni, un'infermeria, posti di pronto soccorso, un gruppo elettrogeno e una postazione radio.

Intanto il 28 febbraio 1944 le officine della Riv vengono occupate da un gruppo di guastatori partigiani. Il commando è formato da tre squadre della val Chisone, con l'aiuto di un reparto della 5a G.L. della val Germanasca. Lo scopo è ben preciso: intralciare la produzione bellica funzionale al riarmo tedesco, la Todt.

Questo atto di sabotaggio era sospinto da un urgente necessità: " Sapevamo che i tedeschi stavano organizzandosi - ricorda Roberto Malan - per trasferire i macchinari della RIV in Veneto e in Alto Adige. Studiammo come impedirglielo e, attraverso Giovanni Costantino che divenne poi uno dei comandanti delle nostre brigate, facemmo muovere insieme le bande della val Germanasca, quella del Bagnau, ormai ingrossata, la banda di Martina, trasferita anch'essa in val Germanasca, e gli uomini di Marcellin dalla val Chisone. Si andò alla RIV di notte e con mazze di ferro si resero inutilizzabili tutti i congegni principali dei macchinari. Ebbe a dirmi in seguito, mesi dopo, Bertolone: "Avete fatto più danni voi dei bombardieri alleati!" (40).

Se l'obiettivo era di rendere inservibile un buon numero di macchinari scampati ai bombardamenti, questo viene raggiunto: 130 macchine vengono rese inefficienti, non danneggiandole semplicemente a colpi di mazza, ma manomettendo con precisione parti fondamentali di torni, frese, apparecchi di collaudo, compressori. Viene anche svuotato il magazzino dei generi alimentari dei dirigenti Riv: cento quintali di granoturco, cinquecento bottiglie di vino marsala, cioccolato, marmellata, salumi (41).

Segue un altro tentativo di sabotare la produzione funzionale all'armamento di Mussolini e Hitler, sempre compiuto da parte delle formazioni partigiane. La notte tra il 26 e il 27 luglio del 1944 un gruppo partigiano dava fuoco ad alcuni capannoni delle officine Riv nei quali erano accatastate delle casse contenenti migliaia di cuscinetti a sfere da inviare in Germania (42).

Fatto che ci viene rammentato da uno dei protagonisti: "Ci eravamo appostati per controllare bene tutti gli spostamenti col binocolo, poi abbiamo deciso l'azione; con me c'erano alcuno altri partigiani. C'erano due guardie della Riv a sentinella: gli abbiamo detto di andarsene, di dire che i ribelli li avevano minacciati, di dire quello che volevano, ma di scappare - ricorda Emilio Travers - poi siamo andati dentro e abbiamo dato fuoco. Tutti quei cuscinetti tutti ben oliati hanno preso fuoco che era un piacere. Le fiamme erano alte come mezza montagna. Quei cuscinetti dovevano andare a Hitler, in Germania"(43).

I danni sono ingenti, e Paolo Favout scrive che " Da 7 a 8000 casse di cuscinetti sono andati distrutti dall'immane falò. Il poco rimanente è stato reso completamente inservibile dal gran calore sviluppatori dall'incendio.(...) I danni calcolati ad oltre 100 milioni di lire italiane buone ...... " (44).

Il primo maggio 1944 le forze repubblichine e tedesche soffrono un pesante smacco, dovuto all'atto di coraggio di due partigiani della Vallata: Remo Beaux, ventisettenne, di Inverso Pinasca e al tempo operaio alle Officine di Villar Perosa, e Carlotta Genre, venticinquenne, anch'essa operaia alla Riv di Villar e abitante nella borgata Chianaviere.

L'idea: ricordare la data del 1° maggio ai fascisti, issando la bandiera rossa sul pennone posto sulla "rotonda" (storico ingresso riservato ai capi e impiegati) dimostrando anche la permeabilità della guardia tedesca, nonostante le sue numerose postazioni di mitragliatrici e di vigilanza, e la batteria contraerea della Flack tedesca sulla collina di fronte alle officine.

Detto Fatto. La notte del 30 aprile Remo Beaux, aiutato da Carlotta Genre, riesce a salire sul pennone verticale alto 12 metri, una delle poche parti dello stabilimento rimasto intatto dopo i bombardamenti del gennaio, e la bandiera inizia a sventolare.

"Sistemato tutto a dovere discendo e raggiungo Carlotta che mi aspettava. Ho il viso che brucia, le tempie che pulsano, ma tanta è la soddisfazione. Quella notte - racconta Remo Beaux - ho dormito pochissimo e al mattino di buon'ora ritorno a Villar per godermi la mia rivincita. Il drappo rosso è là al sole, quasi a sfidare il nemico" (45).

La bandiera rossa rimane sul pennone fino alle ore 8,30 del primo maggio prima che i nazifascisti la ammainino. Ormai decine e decine di operai e villaresi avevano visto sventolare il drappo rosso, sinonimo di libertà e democrazia

La beffa era pienamente riuscita (46).

 

Intanto che le offensive alleate avanzavano, in val Chisone procede la lotta partigiana, e anche la zona antistante della Riv, la "rotonda", è luogo di rappresaglia nazifascista: nell'agosto del 1944 vengono impiccati tre partigiani, e nel 1945, durante la ritirata dei fascisti e nazisti, vengono uccisi dei vigili del fuoco della Riv (47).

Nel novembre dello stesso anno è caratterizzato da un'altra azione partigiana ai danni della Riv.

Ad ottobre le formazioni partigiane ricevono l'ordine di autofinanziarsi. Fino a quel momento i partigiani fruivano dei finanziamenti per il vettovagliamento dati dal Cln di Milano, attraverso i comitati di Torino e Pinerolo. Il comandante partigiano Costantino propone a Emilio Travers di sottrarre il denaro che sarebbe servito alle buste paga dei cinquemila dipendenti Riv.

Il quel momento l'azienda, a seguito dei bombardamenti, era stata decentrata a Pinerolo in diversi luoghi. L'ufficio della cassa era situato presso i locali dell'Istituto Magistrale "Rayneri", in via Brignone a Pinerolo.

Postazione molto insidiosa per un'azione: da una parte era situata la caserma di cavalleria, sede del comando tedesco, e oltre il cortile dell'istituto, in via Cesare Battista, nella casa littoria, si trovava la famigerata Brigata Nera "Ather Capelli".

Ricevuta la garanzia da Costantino che i lavoratori Riv avrebbero ricevuto ugualmente il salario, Travers forma il gruppo di azione per compiere la rapina: Carlotta Genre, Angela Balmas, Osvaldo Nota e Aldo Beaux. Vi era ancora una terza donna, con il compito di talpa, Laura Blanc impiegata Riv a Pinerolo.

I partigiani si ritrova a Pinerolo e, verso le 18, l'azione è in pieno svolgimento: il cassiere consegna il denaro che riempie due sacchi, e il flebile tentativo di dare l'allarme viene fermato strappando i fili del telefono.

Subito dopo il gruppo, con delle biciclette, fugge fino sul colle di S. Maurizio, scende sul sponde del torrente Lemina dove vengono abbandonate le biciclette e, attraverso dei sentieri, giungono fino a Pramollo. Nella borgata Micialetti, sede del comando partigiano, viene contato il frutto della rapina: 3.598.200,45

lire. Denaro che servirà a finanziare la lotta partigiana nella zona (48).

Una dichiarazione scritta, e firmata dal comandante Costantino, confermerà la legittimità dell'azione svolta a nome del comando partigiano, e rilascerà anche un elogio scritto, e un piccolo premio, al comandante Travers e ai suoi compagni per la brillante riuscita dell'operazione di autofinanziamento (49).

GLI SCIOPERI DEL 1943 E LA LIBERAZIONE

Consenso imposto e indifferenza verso il regime è il crogiuolo nel quale cresce il malessere prodotto dalle guerre volute dal Duce e che conducono alla secondo conflitto mondiale. Guerra, fame, lutti e privazioni sono il brodo di cultura che avvia agli scioperi del marzo 1943.

Nel febbraio 1943 si progetta a Torino uno sciopero che avrebbe dovuto attuarsi nelle fabbriche del Nord. Nel Pinerolese la riunione avviene nel ripostiglio di una trattoria in via Fenestrelle, all'imbocco di Abbadia Alpina (50), nella quale vengono decise le modalità di propaganda e di organizzazione della protesta.

Il 3 marzo è il giorno del primo sciopero degli operai nRiv. Un comunicato della Rsi afferma che " il 3 corrente, alle ore 13,30, in Villar Perosa (torino), circa 1500 operai addetti al recupero del materiale delle Officine Riv sospesero il lavoro per tema di rappresaglia da parte dei ribelli, rimanendo sul posto" (51)

Nel marzo 1943 che anche i lavoratori della Riv, come quelli di centinaia di altre aziende del Nord, incrociano le braccia. "Lo sciopero del marzo 1943 era uno sciopero politico.

Tutti sapevano che era politico. Con una fava si sono presi due piccioni: sciopero politico, anche se era più sentito a Torino che da noi qui, ma si sapeva che il problema era politico, e si è colta l'occasione per chiedere un aumento delle paghe" (52).

Come inizia lo sciopero alla Riv di Villar che disturberà molto Mussolini? Ci viene raccontato dalle parole di un protagonista, Giacomo Di Gregorio, comunista, il quale aveva già partecipato all'occupazione delle fabbriche nel 1920.

L'avvio della sciopero parte dal reparto rettifiche, preparato dopo un accurato lavoro di propaganda: "Dubitavo fortemente un esito positivo: il reparto rettifiche (dove lavoravo) era in maggioranza concorde, ma per la verità sentivo un certo disagio nell'osservare le lancette dell'orologio posto nel corridoio (mancavano un paio di minuti alle 10). Finalmente il lugubre suono (della sirena nda) vibrò nell'aria: mi scostai dalla macchina dove ero intento al mio lavoro: mi fermai e vidi che i miei compagni seguivano il mio esempio; si fermarono anch'essi e si riunirono in gruppi con sguardi incrociati: il nostro esempio si divulga di reparto in reparto tanto che in pochi minuti quasi tutto lo stabilimento fu fermo " (53).

Alla Direzione Riv lo sciopero non piace, anche se l'aria stava cambiando e il regime fascista sapeva già di rancido. La direzione Riv cerca di sollecitare la ripresa del lavoro nel turno di notte, senza ottenere risultati. " Al mattino seguente al rientro, prima sorpresa: vicino al reparto rettifiche l'ingegner Prever, Bertolone e il caposorvegliante; la loro presenza a quell'ora destò sospetti, comunque all'erta. Al segnale della luce rossa, inizio del lavoro, Bertolone ordinava ai tirapiedi di dare l'aria a un grosso motore che alimentava varie macchine. Il caposbirri impugnò le manette e mise i contatti: il motore aveva cominciato girare che un "bocia" prontamente si aggrappò ai congegni e tolse la corrente. (noi allora mettevamo le donne davanti perché delle donne i sorveglianti avevano più rispetto, incitandole, gridando "Forza fumne, suta, fumne"). A quel gesto fece seguito un lungo applauso: il trio si spostò e tentò di ripetere la manovra da un'altra parte su un altro motore; la risposta degli operai non si fece attendere: un folto gruppo di essi, le donne in prima fila, all'incitamento di "forsa fumne, forsa, suta, fumne!" serravano da presso i tre che vista la mala piega iniziarono un perfetto sganciamento al nemico, sempre tallonati dalle masse che via via ingrossavano le file manifestando il suo sdegno, ripetendo le richieste di aumenti e di razioni " (54).

Il senatore Agnelli si reca con celerità in fabbrica, esprimendo il proprio rammarico, da buon padre, per dispiacere che i suoi operai gli avevano dato. L'incontro si basa su toni molto duri ed espliciti, con un aspro ed esplicito confronto.

Alla fine si giunge a qualche accordo di carattere economico: un'indennità carovita di lire 300 per i capifamiglia e di lire 200 per gli altri, e un aumento salariale di lire 22 al giorno.

Carlo Borra scrive che "Non con questo fossero completamente tacitate tutte le richieste, ma in fondo il risultato principale,

far sentire al regime che non poteva contare sul mondo operaio, era raggiunto. E questo è stato certamente il risultato più importante perché si può dire che la Resistenza popolare ebbe pratico inizio da quel momento" (55).

Lo sciopero della Riv è un caso unico in tutta l'Italia per l'estensione dello sciopero (dal 13 al 16 marzo, con fermate nei giorni precedenti dell'11 e 12)) e il livello di partecipazione ( 5000 dipendenti, totalità degli operai e percentuali elevate anche fra tecnici e impiegati).

Lo stesso Mussolini, nel vertice del Direttorio del Partito Nazional Fascista, tenuto a palazzo Venezia il 17 aprile del 1943, cita lo sciopero della Riv, dove " a Villar Perosa c'è stato uno sciopero "classico" di 48 ore, uno sciopero di tutti i 4.000 dipendenti" (56).

Il Duce, di fronte alla vastità delle proteste, si rende conto del magma della ribellione che stava covando e si rammarica che non vi è stata una pronta e dura repressione da parte degli organi competenti, quindi "non vi stupirete se io ho dato alle questure e alle prefetture ordini draconiani ... non ho avuto l'impressione che gli organi di polizia abbiano avuto il mordente necessario... Se avessero sparato le autoblinde, io avrei assunto subito la responsabilità di ciò..." (57).

Lo sciopero del marzo 1943 attira l'attenzione anche del principale alleato di Mussolini, Hitler, il quale afferma che "per me è impensabile che un popolo possa scioperare in otto fabbriche. E nessuno osa intervenire. Sono riusciti ad arginare lo sciopero ma lo hanno fatto dopo essere stati incerti se intervenire o no in maniera radicale. Sono convinto che in questi casi chi mostra la minima debolezza è perduto. Ma è proprio ciò questo che io ho sempre detto" (58)

Le autoblinde non sparano, i desideri omicidi del Duce e del Fhurer rimangono tali, ma la repressione non manca: dai documenti dei carabinieri di Pinerolo risultano 38 arresti alla Riv di Villar Perosa (59). L'impegno di Giovanni Agnelli, davanti alle delegazione degli operai, era stata quello che nessuno avrebbe subìto delle conseguenze a seguito degli scioperi. Tra questi viene anche arrestato Giacomo De Gregorio. L'ing. Prever, direttore generale della Riv, di fronte agli interrogativi posti dai delegati operai delle officine, i quali chiedevano chiarimenti per l'arresto di loro compagni, rispondeva di non sapere nulla. "La risposta che la direzione diede ai delegati fu che noi eravamo stati presi a far propaganda politica fuori dello stabilimento,

assicurando che dopo i dovuti accertamenti saremmo ritornati ai nostri posti" (60).

Questo fatto viene confermato anche da Biagio Ghidoni, anche lui operaio Riv, che ha partecipato agli scioperi. Biagio Ghidoni viene , come Di Gregorio, arrestato a seguito degli scioperi e trasportato al carcere delle Nuove a Torino (61). Ghidoni scrive che "Quando mia moglie e Anna, la figlia di Giustetto (un altro operaio arrestato nda), che lavoravano tutte e due alla Riv, sono andate da Bertolone a chiedere: "Perché li avete messi in prigione" Bertolone ha risposto così:"La prossima volta ci sarà la mitragliatrice" (62).

In questo caso il pensiero di Bertolone e quello di Mussolini non si discostano molto, anche se l'ingegnere non avrebbe mai fatto spianare e sparare le mitragliatrici sugli operai, ma era una metafora che rendeva evidente la sua concezione autoritaria del comando in fabbrica e con le maestranze riottose. Con Di Gregorio e Biagio Ghidoni vengono arrestati, tra gli altri, anche Giuseppe Traverso e Mario Giaj Miniet, operai Riv e abitanti a Pinerolo.

I rapporti dei carabinieri confermano lo stato di stretta sorveglianza a cui erano sottoposti tutte le azioni di protesta operaia. Ne riportiamo alcuni testi (63):

"11 marzo, Tenenza di Torino Po, n. 79/22

Ore 13 oggi stabilimento Villa Perosa (Torino) 2.000 donne astenevansi lavoro reclamando corresponsione carovita mentre 3.000 uomini continuavano lavorare. Intervento Arma e P.S. ottenevano ripresa lavoro ore 16,30. Due operai fermati. Direzione stabilimento accordatasi Fabbriguerra revocherà esonero operai più riottosi. Saranno presi provvedimenti carico donne. Nessun incidente. Situazione alquanto allarmante. (Sottotenente Conturbia)"

"12 marzo, Legione di Torino, n. 219/15

11 marzo, ore 10. Stabilimento Villar Perosa, Torino. Numero 5000 operai per un'ora scopo ottenere liberazione camerati fermati giorni precedenti ed immediato aumento paga. (Colonnello Scognamiglio)"

"12 marzo, Tenenza di Torino Po, n. 79/27

Ore 13 oggi 150 donne stabilimento Villar Perosa et 500 operai stabilimento metallurgico Fornara Torino astenevansi lavoro ore una, reclamando miglioramenti economici et liberazione camerati fermati giorni precedenti. Nessun incidente. (Sottotenente Conturbia)"

13 marzo, Tenenza di Pinerolo, n. 216/4

Ore 10 tredici marzo 1943 tremila operai primo e secondo turno officine Villar Perosa (Torino) segnale sirena cessavano lavoro at scopo ottenere aumento paga et generi razionati rimanendo in luogo. Lavoro non è stato ripreso. Nessun incidente. (Maresciallo Franchini)"

"16 marzo, Tenenza di Pinerolo, n. 216/4

Seguito segnalazione pari numero tredici corrente comunicasi che operai officine di Villa Perosa (Torino) hanno ripreso normale lavoro ore 12sedici marzo. (Maresciallo Franchini)"

"21 marzo, Compagnia di Pinerolo, n. 251/47

Arma Pinerolo (Torino) prime ore 21 marzo 1943 proceduto arresto 43 operai officine Riv Pellice di cui 11donne et 3 Officine Meccaniche Pinerolo sospetti promotori astensione lavoro stabilimento suddetti. (Capitano Turin)" (64)

"22 marzo, Compagni di Pinerolo, n. 251/49

Arma Pinerolo (Torino) prime ore 22 marzo 1943 proceduto arresto 10 operai officine Riv Villar Perosa e 2 officine meccaniche Pinerolo sospetti promotori astensione lavoro stabilimenti suddetti. (Capitano Turin)"

La Liberazione trova la sua proiezione concreta nella fabbriche con i Comitati di Liberazione aziendali, composta dai rappresentanti dei vari partiti che avevano partecipato alla Resistenza, con il compitgo di favorire la ricostruzione delle aziende, la ripresa demnocratica con il ripristino dlle libertà sindacali.

Anche il processo di epurazione tocca la Riv di Villar: il direttore generale ing. bertolone, con altri dirigenti aziendali, viene sostituito in seguito alle votazioni avvenute nelle assemblee nel refettorio. Il clima incandescente non tollereva chi si era sporcato le mani col regime, o semplicemente, aveva usato il pugno di ferro nella fabbrica con gli operai. Ma per l’ing. Bertolone l’epurazione dura poco " perché mandar avanti una fabbrica non è facile: Infatto dopo tre mesi si sono resi conto che la fabbrica era tutta da ricostruire e si è amndato a chiamare Bertolone. Si deve dire che è grazie a Bertolone che la Riv è ritornata ad essere quella che era. " (65)

Le opinioni sull'epurazione di Bertolone non sono concordi. Emilio Travers racconta che Bertolone non venne estromesso dopo la Liberazione "dai partigiani, bensì dai "grandi", i "grandi" più in alto di lui (66). Insomma c'era chi aspettava di prendere il suo posto, e anche tra i dirigenti di altre aziende vi era un certo astio contro Bertolone" (67). Carlo Borra è fautore della tesi che "gli stessi che avevano presieduto all'epurazione, i membri del CLN aziendale, andarono presto in delegazione dall'ing. Bertolone pregandolo di ritornare a prendere le redini dell'azienda" (68).

La figura dell'ing. Bertolone si staglia nella storia della dirigenza Riv: un tipo energico, proprio come il padrone delle ferriere. Quando passava lui in Riv nessuno fiatava. "Favorito di buona e prestante corporatura, quando passava con la sua pipa fra i vari reparti dell'officina, - ricorda Carlo Borra - seguito dallo scodazzo dei dirigenti e capi dei reparti attraversati, incuteva allora prima della Liberazione, ma anche dopo, seppur in tono ridotto, un senso di soggezione.

La voce passava di reparto in reparto: c'é Bertolone! E tutti cercavano di mettersi a posto per non subire i suoi richiami che non guardavano in faccia nessuno. Era certamente un tipo duro che ai subalterni non dava molte confidenze" (69).

Non era solo soggezione, ma anche paura. L'ing. Bertolone era temuto e quando passava in fabbrica calava il gelo. Era già stato previsto tutto un sistema di preavviso per mettere in guardia del suo passaggio in officina. Bastava un pur minima infrazione (essere colti a fumare una sigaretta) che Bertolone, senza neppure fermarsi, faceva un gesto con il capo verso malcapitato, ed era cura del responsabile del personale che lo seguiva procedere al licenziamento dell'operaio. Un giorno ha visto un operaio che raddrizzava un punzone sulla sua macchina da lavoro. Ha fatto un breve segno con la testa e un'ora dopo quell'operaio era licenziato (70).

La fama diffusa sull'ingegnere di essere un "duro" non venne mai smentita in quegli anni sotto la dittatura fascista, e nei suoi confronti il timore era molto diffuso tra le maestranze.

Arroganza che si è parzialmente mitigata dopo la liberazione, con il cambiare del contesto storico e politico. Certamente in alcuni momenti nella gestione della Riv contava più lui di Agnelli. Una figura che sapeva muoversi con destrezza anche nei momenti più difficile: "Bertolone era padrone assoluto della Riv. Quando ha visto che le cose cambiavano - sostiene Emilio Travers, operaio Riv, comunista e partigiano - ci ha aiutato. Eravamo in contatto io e Costantino con Bertolone. Bertolone ci veniva a trovare nei boschi. Durante il fascismo si è adeguato; ci ha fatta rilasciare dai tedeschi dei lasciapassare. Aveva una certa autorità e coraggio. Aveva nascosto del materiale, dove adesso ci sono le forge, nei sotterranei: materie prime, macchinari pronti per poter rimontare in fabbrica. Poi ha fatto murare tutto" (71).

L'ingegner Bertolone é stato sicuramente una figura storica alla Riv di Villar: è ancora Emilio Travers a definirlo "Lungimirante, coraggioso e intelligente". Ha saputo interpretare più copioni e più personaggi, restando sempre fedele a se stesso: uomo di comando, abile nel trasformismo politico, senza mai soggiacere al servilismo, sapendo cogliere e capire i cambiamenti che avvenivano nella società (72).

In camicia nera nella prima fase del fascismo, duro e inflessibile verso gli operai durante il ventennio; amico e alleato dei partigiani, ma senza palese debolezza nell'arte del comando nell'officina, mediatore fra le forze in conflitto, avendo già sentito che il regime fascista era ormai in decomposizione; intelligente e intraprendente da concepire l'epurazione come una breve parentesi, per poi essere richiamato con tutti gli onori in officina per dirigere la ricostruzione della Riv con le sue indubbie capacità, e questo merito gli è stato riconosciuto da tutti; per poi riprendere saldamente in mano (ammesso che l'abbia mai veramente abbandonata) la tolda del comando, e nuovamente guidare con salda determinazione e con il pugno del tecnocrate l'azienda che Agnelli gli aveva affidato concedendogli, in più di un'occasione, carta bianca. Per Bertolone i regimi politici, le ideologie passavano, mentre immutata doveva restare la gerarchia di fabbrica e della società.

Tanto si sa qual era l'Agnelli-pensiero: ciò che va bene per la Fiat ( e la Riv) va bene per l'Italia, e comunque si è filogovernativi per definizione, prendendo poi le dovute misure e distanze.

Se è vero che durante la resistenza "Anche l'ing. Pietro Bertolone, il cav. Arturo Prever, l'ing. Ambrogio Turati, che rappresentavano il mondo industriale della zona, erano entrati in diretto contatto col CLN e con i comandi partigiani" (73), tuttavia la storia del rapporto tra Bertolone e la Resistenza è complesso, sia per l'ambiguità che ha caratterizzato in gran parte i gruppi dirigenti industriali sia per la particolare personalità di Pietro Bertolone.

Certo l'ingegnere si è mosso con cautela. Si sa, sempre essere cauti.

D'altronde fino fino ad El Alemein, primavera del 1942, gli ambienti economici e industriali vanno a braccetto col regime. Poi l'inevitabile sconfitta si avvicina: la catastrofe di El Elamein, Stalingrado e i bombardamenti alleati sul Nord fanno capire che gli eventi stanno prendendo velocemente una nuova piega. Così iniziano i distinguo dal regime, i dissensi velati e (molta) diplomazia dietro le quinti nel prendere i contatti con gli alleati. E con il 1943 i contatti con gli alleati si fanno più stretti. Agnelli in prima fila: in un rapporto dell'ambasciata americana a Berna, conservato al Dipartimento di Stato di Washington, e datato 2 gennaio 1943, viene segnalato che "fra gli italiani disposti a collaborare vi era il commendator Agnelli, Torino" (74) .

Il piede dalla staffa del regime fascista inizia a sollevarsi, mentre l'altro cerca di posizionarsi con sicurezza in quella dei futuri vincitori. Il salto della quaglia diventa uno sport molto diffuso per buona parte del ceto industriale.

Anche per Pietro Bertolone inizia la sua via crucis , e per giungere dalla camicia nera ad amico dei partigiani di strada, tortuosa e impervia, ne ha dovuta percorrere.

La "riconversione", se così si può chiamare, è una pagina che ci viene raccontata da Roberto Malan. Bertolone, un giorno tra il gennaio e il febbraio del 1944, si presenta con la sua macchina e accompagnato dal suo autista ai partigiani. Era andato a tastare il terreno, a cercare di capire la situazione. Arriva con un bel borsone pieno di bottiglie di grappa, cognac francese. Il discorso che fa è semplice: se avete bisogno di qualcosa io posso aiutarvi, basta rivolgervi a me.

Vuole anche capire come i partigiani la pensano verso persone come lui: "Poi preoccupato, cominciò un discorso più impegnativo:" Come vi comportate voi con gente come me, che sono direttore ... sono un padrone, sono direttore di industria?". Io cercai di tranquillizzarlo: "Per carità, nessun problema, noi abbiamo deciso

di rischiare la pelle, di prendere la strada della montagna, non riteniamo di dover obbligare nessuno a farlo; riteniamo però che chi volesse invece contrastare i valori della nostra lotta, dovremo invitarlo a fare una scelta" " (75).

Il discorso dei partigiani a Bertolone era chiaro: non era obbligato a imbracciare le armi e salire in montagna, ma doveva dare anche il suo aiuto alla Resistenza. Il problema del momento era che, nonostante il sabotaggio dei partigiani, dei macchinari erano stati mandati in Alto Adige, e con le macchine cominciano a essere deportati anche degli operai specializzati della Riv di Villar. Nonostante l'invito dei partigiani a Bertolone di far cessare questa emigrazione forzata, nulla era cambiato con il passare dei giorni: decine di donne si lamentavano che i loro mariti erano inviati altrove, anche in Austria e Germania.

Così, di fronte all'aggravarsi della situazione, viene presa la decisione." Mandai allora Andrea Sibille, perché con l'educazione avuta a Modena andava "coi guanti bianchi", a prelevare l'ingegner Bertolone, di notte. Lo tenni una quindicina di giorni in una locanda a Poumeifré; aveva una stanza, mangiava in cucina, due uomini di guardia e nient'altro: "Ma, Malan, non è possibile!...". Gli ho detto: "Guarda, Bertolone, non si scappa! Io te l'avevo detto: o vieni con noi in montagna, o non parte più nessun uomo, o ti processiamo". Naturalmente presi la precauzione di non processarlo sul campo, ma di chiedere istruzioni al comando regionale presso il CLN di Torino" (76).

Pietro Guglielmone non era uno sconosciuto, e con il suo sequestro tutto l'entourage della Riv e della Fiat si muove per giungere ad una conclusione della vacanza forzata dell'ingegnere. La determinazione dei partigiani induce il senatore Agnelli a mandare direttamente un suo ambasciatore, e " così un giorno
arrivò un macchinone con un altro tipo, un piccolino, nervosetto nel fisico,; arrivò con un'aria e con un atteggiamento estremamente deciso. Senza preamboli disse chiaramente: "Lei è il comandante?". "Sì". "Non sono venuto assolutamente per discutere; son venuto perché il senatore tiene molto all'ingegner Bertolone e mi ha autorizzato a venire da lei e a fare questo...". E mi diede un libretto di assegni firmato in bianco e disse:" Scriva la cifra che vuole, ed è sua" " (77).

Quell'uomo era Valletta. La risposta ricevuta è un netto diniego a questa proposta di mercanteggiamento, oltre una minaccia per la sua vita se non si fosse allontanato più che celermente.

Passavano le settimane ed era evidente che Pietro Bertolone non sarebbe stato abbandonato dai capitani dell'industria, oltre e ovviamente dalla Fiat, e dalle stesse forze politiche vicine ad essi. Disposizioni dal Cln torinese non giungevano, e non ne sarebbero giunte, a proposito della sorte di Bertolone, questo perché "il vecchio Giovanni Agnelli finanziava tutti i partiti della Resistenza, non uno escluso. Nella riunione dove si parlò di questo caso fui tacciato dal rappresentante della Democrazia cristiana, che in quel momento era un certo Guglielmone, padrone della Banca Balbis e Guglielmone di Pinerolo, di essere un bandito di strada. Erano tutti preoccupati di non perderei contributi della FIAT, tranne i miei che cercavano invece di dire: "Va be', studiamo come risolvere il caso!"

Neppure i comunisti accettarono di votare contro il mio comportamento" (78).

Una soluzione si doveva trovare e viene trovata. Bertolone firma un impegno nel quale nessun uomo doveva più essere portato via dalla valle e viene rilasciato. Da quel momento nessun operaio viene più inviato a lavorare in Alto Adige, Austria o Germania e l'ingegnere inizia ad offrire la sua collaborazione (79): " Bisogna dire che Bertolone ci ha aiutati in altri modi; quando avevamo bisogno di vivere, glielo mandavamo a dire, lui riforniva un certo magazzino, ci segnalava quale, e noi andavamo a sfondare la porta. Doveva sembrare un'azione di forza, un furto, per non scoprire lui, e permetterci a noi di rifornirci di quei viveri di cui avevamo sempre bisogno"(80).

Questa "reclusione" di alcuni settimane tra le montagne concedeva a Bertolone la giustificazione, di fronte ai tedeschi, dei suoi comportamenti che potevano essere considerate troppo morbide verso le iniziative dei partigiani.

Le pressioni delle forze partigiane servivano proprio a sollecitare le azione della dirigenza Riv e nel contempo a giustificarle. E' esemplificativo un fatto accaduto nel giugno del 1944. Durante un rastrellamento nel vallone di Paramollo e Vaccera due operai della Riv, reparto grossa torneria, Jahier Edvico e Sappe Eduardo, vengono prelevati dalle loro case e deportati. I due operai erano perfettamente in regolo: non appartenevano a classi richiamate, muniti di un regolare lasciapassare bilingue rilasciato dalla Direzione Riv. I partigiani ritengono responsabile la Direzione Riv di questi soprusi perpetrati dalla forze di occupazione tedesche, quindi inviano una lettera all'ing. Bertolone, all'ing. Prever e a sig. Tomassetti, tutti dirigenti dello stabilimento di Villar.

Il tono della missiva è esplicito: " risulta chiara che la responsabilità di questo barbaro atto, ricade esclusivamente sulla direzione dello stabilimento, di Villar Perosa.

Per tanto rilascio un termine massimo di gg. otto dalla data di pubblicazione di questa medesima onde avere precisi inconfutabili chiarimenti in proposito ad un termine massimo di gg. 20, onde vengano svolte da questa direzione tutte le pratiche atte, in suddetto limite di tempo a fare rientrare in senso alle loro famiglie, i due deportati, dopo di che verrà preceduto inesorabilmente contro il responsabile di questa ignota deportazione" (81). E' inutile dirlo che con questo tipo di intervento la Riv aveva poi tutte le carte in regola per cercare di intercedere sul comando tedesco e far rientrare queste azioni di repressione (82).

Pietro Bertolone, come tutti i principali dirigenti industriale, era in contatto diretto con gli alleati. Infatti alla Fiat di Sangono andrà ad installarsi il colonnello O'Reagan, inglese, "incaricato di coordinare (in realtà controllare) le attività delle brigate partigiane della Val Sangone e di Val Pellice e della salvaguardia della Riv di Villar Perosa. Sarà ospite del direttore dello stesso stabilimento, Bertolone, presso cui era attiva una ricetrasmittente clandestina dell'Office Strategic Service" (83).

Il Direttore della Riv era aggiornato di prima mano cosa accadeva sul fronte militare, così come conosceva, in stretto contatto con Giovanni Agnelli, l'evoluzione della situazione politica, pertanto era perfettamente consapevole che il fascismo aveva i mesi contati, e lui (e gli alleati angloamericani) accanto alla libertà voleva mantenere immutati, nella sostanza, i rapporti gerarchi di fabbrica e tra la classi sociali nella società, pur sapendo che la realtà sarebbe mutata rispetto a quella sotto la dittatura fascista. Il "sequestro" dei partigiani era servito ad accentuare una scelta di campo che era già stata fatta.

Anche perché i giochi si stavano facendo, pensando già al dopo, sempre più limpidi per tutti: gli industriali avevano bisogno dei partigiani (anche dei comunisti), e i partigiani e le opposizioni della sinistra sapevano benissimo che senza gli Agnelli e soci non vi sarebbe stata la rinascita e la ricostruzione.