TITOLO: Le officine Riv: il centro della ragnatela.

 

INDICE

1. Da Torino a Villar Perosa

2. All'ombra del fascismo: fez e cuscinetti

3. Bombardamenti alleati e la bandiera rossa sulla Riv

4. Gli scioperi del marzo 1943 e la Liberazione

5. I Consigli di gestione

6. L'attentato a Togliatti e la scissione sindacale

7. Le elezioni della Commissione interna: l'arena della contesa

8. Il terzo incomodo: la Direzione Riv

9. Obiettivo: emarginare l'opposizione sindacale

10. La Cisl e la Uil e le trote nel Chisone

11. I cuscinetti non vanno all'Est

12. Arriva la Skf

13. La crisi del 1965: riduzione di orario e licenziamenti

14. Colpirne uno per educarne cento

14. Tramonta l'idea del buon padre

 

DA TORINO A VILLAR PEROSA

La famiglia Agnelli ha dato la propria impronta alla vallata attraverso un felice connubio tra la proba vita agricolo-montanara e lo spirito imprenditoriale capitalistico.

A Villar segnava il tempo, ancor prima delle campane, il suono della sirena che scandiva la vita di una valle. Così anche valeva per la val Pellice quando il fischio delle sirene degli opifici tessili del barone Mazzonis penetrava fino nell'alta val d'Angrogna.

Ma c'era una profonda differenza: il Barone ha sempre guidato le relazioni con il mondo del lavoro e la comunità, più che con il bonario compiacimento del buon padre, con il nodoso bastone dell'arroganza e della superbia. Sindacati e maestranze devono, in più di un'occasione, scendere in trincea contro una politica antioperaia rozza e spudorata.

L'aria della val Chisone addolciva il potere del padrone del vapore. A Torino Agnelli, con la frusta vallettiana, dirigeva la Fiat sotto la sferza della repressione, mentre alla Riv, nel luogo natìo, tutto era più edulcorato e morbido.

A Villar, sotto la chiesa di S. Aniceto, paternalismo e filantropismo, fondati sull'amore del luogo, erano il verbo che promanava dall'antica casa padronale del conte Picone, acquistata nel 1853 dalla famiglia Agnelli.

La solidarietà montanara sembrava stemperare ogni logica di classe, ogni contrapposizione predicata dalla dottrina comunista, e, al di là delle anche dure dispute, lasciava spazio ad una collaborazione fondata su una reciproca convivenza e sul maggior

benessere possibile. Inoltre, a Villar e in val Chisone, lo spirito collaborativo e familiare di Agnelli poteva espletarsi con successo grazie all'atmosfera provinciale e all'assenza di grandi forze concorrenti in campo economico e industriale.

La storia della Riv non inizia in val Chisone ma a Torino, il 29 settembre 1906 in via Marochetti, davanti al notaio Costa. La denominazione ufficiale della società era Roberto Incerti & C. Villar Perosa, fabbrica di cuscinetti a sfere e sfere in acciaio. Il capitale versato ammontava a lire 600 mila: 150 da Agnelli, 100 da Incerti, 50 da Ettore Rabezzana, 250 dalla Fiat e 50 dalla Fiat Brevetti.

La sigla Riv da sempre ha significato Roberto Incerti Villar e l'ingegner Roberto Incerti, meccanico costruttore di biciclette, era proprietario di due piccole aziende familiari a Torino e Villar Perosa. A questa attività si associa Giovanni Agnelli, ricco proprietario fondiario della valle. Da questo matrimonio nasce il primo cuscinetto Riv. L'azienda continua ad essere chiamata Riv perché Roberto Incerti non cede il brevetto, anzi reca anche fastidi giudiziari ad Agnelli in seguito all'accusa di irregolare appropriazione di brevetti.

Questo contenzioso sembra all'origine del fatto che una partita di cuscinetti, inviata in Sud America, non viene sdoganata per l'assenza del marchio di brevetto (Riv), ma unicamente della formula Officine di Villar Perosa Agnelli & C.. Così, a quanto pare, ricompare l'originaria sigla Riv (1).

Sull'origine del marchio Riv si era diffuso nel tempo un'altra ipotesi. La sigla inizialmente avrebbe significato Rabezzana Incerti Villar, e Rabezzana avrebbe ceduto, essendo sorti dei contrasti con Incerti, la sua quota a quest'ultimo e si sarebbe ritirato. "Rabezzana emigrò in America dove diresse un'azienda metalmeccanica, a conferma di ciò che era stato detto dagli anziani a riguardo della sigla Riv - racconta Emilio Bourcet, operaio e vigile del fuoco Riv fin dal 1942 - Rabezzana Incerti Villar ha dato prova di veridicità quando lo stesso Rabezzana, il 30 aprile 1955, venne a visitare lo stabilimento villarese dopo 47 anni di assenza. Guidava l'ospite il cav. Luigi Ferrero primo presidente del gruppo anziani Riv di Villar Perosa"(2).

Di fatto non esiste alcun prova certa di questa ipotesi, in quanto su nessun cuscinetto è stato trovato sul marchio il cognome di Rabezzana (3). Un dato è certo: se Roberto Incerti è stato il genio creatore di nuovi metodi di perfezionamento di lavorazione dei cuscinetti a sfere, tuttavia "morì il 13 novembre 1952 lasciando i familiari in precarie condizioni finanziarie. Ai funerali, molto modesti, non prese parte alcuna rappresentanza ufficiale della Riv, suscitando scalpore tra quei dipendenti che ancora ricordavano con grande simpatia il primo costruttore italiano del cuscinetti a sfere" (4).

L'anno dopo la piccola attività artigianale si trasferisce a Villar Perosa (5): il primo operaio adibito ai forni Potter e Johnston è Eustacchio Prinzio, residente nella frazione Prietti di Villar Perosa, e prende servizio il 1° febbraio del 1907. Alla stessa epoca il primo ufficio di amministrazione vede all'opera Giuseppe Cuccodoro, Alberto Bleynat e Elsa Theiler. Al momento del suo insediamento lo stabilimento occupa 6250 mq, 180 dipendenti e produce 20.000 cuscinetti prodotti all'anno.

Il progetto di via Marochetti era strettamente connesso allo sviluppo dell'industria automobilistica torinese. Una gara automobilistica contribuisce ad accelerare la nascita del cuscinetto italiano: nel 1905 una competizione sportiva richiedeva che tutti i componenti delle auto fossero di fabbricazione nazionale.
In Italia non si fabbricava ancora il cuscinetto e veniva importati dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia e della Svezia.

Non solo cuscinetti. Nella storia della Riv la produzione di cuscinetti sarà preponderante, ma dai suoi stabilimenti usciranno molti altri prodotti: registratori di cassa, boccole ferro-tranviarie, supporti per trasmissioni e per macchine agricole, anelli elastici per stantuffi, camicie per cilindri, punterie e altre produzioni.

Fin dai primi anni del suo insediamento, la Riv vede al suo interno dei fermenti operai. Nel 1911 gli operai già da tempo protestavano: paghe troppo basse in certe categorie, in particolare nelle mansioni femminili, multe che a vario titolo falcidiavano le già misere retribuzioni. Così i lavoratori costituiscono alla Riv una sezione della Federazione metallurgici, chiedendo un incontro con i dirigenti dello stabilimento.

Il 17 settembre 1911 una commissione operaia composta dagli operai Zugot, Dannuzzo, Pistone, Cavina e Martinetto avanzano le seguenti richieste : 1) aumento dei salari del 10%; 2) accredito di una percentuale per gli operai che non lavorano a cottimo; 3) limitazione delle multe a norma di regolamento; 4) formazione di una commissione di operai per la gestione del fondo multe, le quali venivano distribuite agli operai malati e poveri.

Agnelli non concede nulla di quanto richiesto e i lavoratori decidono di affidare la vertenza al segretario della Federazione, il sig. Colombino. In uno di questi incontri, la Commissione operaia rifiuta una controproposta di Agnelli, definita inaccettabile, deliberando di scioperare. Il 24 settembre, sorgono dei profondi contrasti tra Giovanni Agnelli e i rappresentanti operai. Le trattative vengono interrotte e gli operai decidono di continuare l'agitazione, mentre la ditta faceva affiggere un manifesto nel quale si dichiarava chiuso lo stabilimento per riparazione macchinari, licenziando i componenti della Commissione operaia (6).

In seguito si giunge a un possibile compromesso sulle richieste avanzate dalle maestranze, ma la Riv non intendeva recedere su un punto: riassumere i delegati operai licenziati. Gli operai, di fronte a questo atto di intolleranza, votano, 137 a favore e sei contro, di persistere nello sciopero (7).

Dopo venti giorni di lotta si giunge, tra Agnelli e il segretario Colombini della Federazioni metallurgici, a un accordo: 1) aumento dei salari del 7%; 2) aumento di lire 1 oraria per gli operai di età inferiore a 18 anni, e di lire 1,25 per operai di età superiore; 3) percentuale da definire in un prossimo accordo a Torino agli operai dell'utensileria; 4) formazione di una commissione operaia per la distribuzione del fondo multe; 5) riassunzione dei componenti della commissione operaia.

L'ultimo punto perderà il suo significato perché gli operai licenziati avevano già trovato collocazione in altre fabbriche a Torino (8).

Tuttavia i contrasti non erano terminati, anzi Agnelli, nella sua figura di sindaco di Villar, fa dire alle opposizioni politiche , di fronte alle agitazioni nate alla Riv, che ogni sindaco "deve appianare le divergenze che possono sorgere fra operai e principali nel suo comune, perciò il Sindaco Agnelli o addiviene ad un equo componimento coi suoi operai o si dimette dalla carica" (9). Viene denunciato, in sostanza, un conflitto d'interessi fra la figura di imprenditore e quella di sindaco, rilevando anche la mancata assunzione di manodopera locale.

Dal grande conflitto mondiale la Riv trae molte occasioni di nuove produzioni, e non pochi benefici: tra il 1915 e il 1916 stipula numerosi contratti per la fornitura all'esercito italiano di 6.210 mitragliatrici (10), con le relative parti di ricambio e 1.350.000 bossoli (11). Da questa produzione bellica Agnelli

trae ingenti profitti: il costo unitario dei bossoli era stato determinato in base a criteri produttivi di piccola serie, mentre l'unico criterio di riferimento del costo delle mitragliatrici era quello indicato dalla Fiat, prima azienda che aveva intrapreso questo tipo di lavorazione. Il riordino del sistema di produzione della Riv per lavorazione di grande serie aveva permesso di aumentare la produzione e di abbassarne i costi (12).

In data 9 novembre 1917 risultavano in forza alla Riv di Villar 1927 dipendenti (nel 1915 le maestranze erano 898), e, in una nota sul documento censitario delle attività industriali presenti nel comune, si legge che gli operai erano in continuo aumento per far fronte a forti impegni per la fabbricazione di materiale per la difesa nazionale (13), e la produzione era aumentata del 60% In quel periodo vi era una carenza vera e propria di manodopera alla Riv, impegnata nella produzione bellica, e questo comportava l'esonero di molti operai dalla ferma militare e la pubblicazione di annunci sui giornali per la ricerca di forza lavoro, anche in altre regione italiane.

Si cercavano giovani dai 18 ai 25 anni e si offriva, oltre al salario, vitto e alloggio presso gli istituti religiosi del luogo dietro modesto compenso. La retta del convitto di Villar Perosa era di 5 lire al giorno, costo che la retribuzione del lavoro in fabbrica riusciva appena a coprire per le paga più basse, in genere per i giovanissimi, considerato che si entrava in fabbrica anche a 12 anni, mentre era una situazione appetibile per gli adulti. Vi era la garanzia di un buon pasto, un alloggio con servizi, tutto di buon livello per i tempi.

Il Senatore si preoccupa di far giungere, presso il convitto villarese, delle donne nubili da avviare al lavoro reclutandole nelle campagne di Brescia, Verona, Cremona, Vicenza. Numerose ragazze giungono dal Veneto, lasciando una situazione di disoccupazione o di mal pagato impiego nelle filande, per lavorare nelle officine della Riv, superando ogni remora, per una donna, nel "lavorare il ferro" (14).

Tuttavia il campo di produzione principale rimaneva quello dei cuscinetti a sfera, mercato trainante per la nascente industria automobilistica torinese: la Fiat. Ciò permette ad Agnelli di liberarsi da ogni incombenza nel ricorre al mercato estero per l'importazione del cuscinetto, dipendenza che sarebbe diventata ancor più inaccettabile nel periodo dell'autarchia fascista.

Gli echi della rivoluzione russa in qualche modo giungono in vallata. Nel marzo del 1917 la classe operaia italiana era stremata dal tremendo conflitto mondiale e i brividi della rivoluzione russa penetrano anche a Villar. Da una parte tutti gridavano "abbasso la guerra!", dall'altra molti dicevano "facciamo come in Russia!".

Il 25 agosto del 1917 gli operai villaresi incrociano le braccia, presidiando lo stabilimento. Il giorno dopo le maestranze scendono a Pinerolo per continuare la loro dimostrazione, ma, giunti alle porte della cittadina, non riescono a superare lo sbarramento delle truppe a cavallo.

ALL'OMBRA DEL FASCISMO: FEZ E CUSCINETTI.

La grande crisi economica del 1929 investe il mondo intero, porta disoccupazione e decurtazione dei salari, mentre agli inizi degli anni Trenta il complesso delle Officine Meccaniche di Villar Perosa, costituito dallo stabilimento di Villar e da quello di Torino (nato nel 1921), occupava 5600 operai. Durante questa fase di forte stagnazione produttiva solo il mercato verso l'Urss aveva continuato a dimostrare buone capacità di assorbimento di merci.

La Fiat aveva quadruplicato l'esportazione di camion e trattrici, mentre nel 1929, a Milano, Agnelli siglava con la rappresentanza commerciale russa un contratto per la Riv, dell'importo di 630.000 dollari, per la fornitura di cuscinetti a sfera. Durante il 1930 il volume commerciale verso l'Urss della Riv tocca un volume di affari di oltre 3 milioni di dollari, rappresentando il 60 per cento della produzione totale di cuscinetti a sfera.

Durante il fascismo, sotto la spinta della politica autarchica, anche le Officine di Villa Perosa devono adeguarsi ai problemi emersi sul piano produttivo. Le "gabbie" di bronzo (componente della struttura del cuscinetto) vengono sostituite da quelle di acciaio, quest'ultimo materiale più facilmente reperibile in Italia.

E' inutile dire che le libertà sotto il fascismo erano inesistente e le resistenze operaie dovevano tenero conto del sistema repressivo e di creazione del consenso prodotto dal regime, della corporativa unione dei rappresentanti delle aziende e di quelle dei lavoratori. Tutto questo affiancato dalla più o meno tacita convivenza e appoggio dato a Mussolino dal ceto industriale.

Anche la Riv di Villar Perosa, al sorgere del fascismo, aderisce all'appello lanciato da Milano dal Comitato Centrale dei Fasci nella lotta contro il bolscevismo. La Riv offre il suo contributo ricevendo la tessera numero 662 (15).

In un piccolo paese come Villar, nel clima della morsa fascista, tutto era controllato. Un sistema che non ammetteva contestazioni e a qualunque, seppur minima protesta, c'era sempre il pericolo della ritorsione.

La mancanza di un sindacato effettivo, di una classe lavoratrice libera non rendeva di fatto pericolosi i malumori o gli scontenti, anche perché "in un centro come Villar, dove fabbrica, casa, scuola, sport e ... Chiesa stessa, erano sotto il controllo paterno della Riv, talvolta in taluni suoi dirigenti più conformisti verso il regime dello stesso padrone, l'Agnelli, era chiaro ed evidente che la voce del padrone finiva per confondersi facilmente con la voce del regime (16)".

Non solo a Villar: Agnelli controllava la tranvia, le autolinee, gli alberghi e impianti di risalita al Sestriere e, durante il fascismo la sua lunga mano accoglieva sotto la sua protezione anche numerosi giornali locali. Non c'era ambito economico, politico, sociale e culturale nel quale fosse assente l'impronta del Senatore.

Intanto con l'avvento del fascismo era cominciata nel 1925, altrove molto prima, la campagna fascista per l'abolizione delle commissioni interne. Ancor prima dei provvedimenti ufficiali( è sufficiente ricordare la legge del 3 aprile 1926 n.363, chiamata anche legge "Rocco") molti militanti sindacali erano costretti a dare le dimissioni, minacciati dalle intimidazioni fasciste, mentre altri si allontanavano con sollecitudine dalla fabbrica temendo le rappresaglie degli squadristi.

Il 14 ottobre 1925 nel refettorio della Riv ha luogo, su richiesta di alcuni operai, una riunione con l'obiettivo di mettere la basi di un sindacato fascista. In quell'occasione il prof. Luigi Timbaldo, vice segretario politico del fascio, esponeva la sua tesi seconda la quale il fascismo nella sua vera essenza non era altro che una forma di socialismo nazionale, il quale aveva, alla base del suo progetto politico, lo scopo di conquistare lo stato e l'elevazione economica e morale dei lavoratori.

Intanto l'ing. Vinçon, amministratore delegato, firma un accordo con le maestranze Riv nel quale vengono concessi sei giorni di ferie per gli operai con oltre un anno di anzianità, un premio annuale corrispondente ad una giornata di lavoro per ogni triennio di anzianità, aumento delle paghe per gli uomini con età superiore ai 20 anni di lire 0,20 orarie, e per donne e ragazzi di lire 0,15 orarie e, infine, i cottimi vengono aumentati del 15% (17).

Il senatore Giovanni Agnelli, già iscritto al partito fascista fin dal 1928 (altri dicono nel 1932) nel decennale della marcia su Roma) , e tutto il quadro dirigente dell'azienda era ormai al completo al fianco del regime: il senatore Agnelli nominato podestà; l'ing. Bertolone, segretario politico del fascio, con gli altri dirigenti Riv che ricoprivano posti delle organizzazioni fasciste. Quando, più tardi, l'ing. Bertolone lascia tale incarico, questo viene ricoperto da un altro quadro della Riv, Franco Salamano direttore dell'ufficio produzione (18).

Agnelli dirà, nel 1945, che prendere la tessera era come aver bevuto da un amaro calice, ma "stando all'agiografia, alla moglie preoccupata di procurargli la camicia nera, avrebbe detto: "Non stare a spendere soldi. Tuffane nell'inchiostro una bianca, tanto un giorno dovremo lavarla" " (19). Sicuramente al Senatore non mancava la lungimiranza e la duttilità.

Tuttavia sotto il regime non tutto alla Riv funzionava alla perfezione come si avrebbe voluto e come la propaganda fascista voleva far credere.

Nel 1927 vengono arrestati e deferiti al tribunale speciale per la difesa dello Stato cinque villaresi: Azzario Giuseppe, Massello Giacinto, Franza Angelo, Ribetto Giuseppe e Eugenio Badino accusati di propaganda sovversiva, con la distribuzione di manifesti antifascisti nelle officine di Villar Perosa. Il processo si svolge a Torino nell'agosto del 1928. Azzario viene condannato a 4 anni, Baudino a 2, mentre Ribetto, Franza e Massello, accusati di aver partecipato a riunione clandestine, vengono in un secondo momento assolti (20).

Nell'ottobre del 1937 il direttore della Riv invia una comunicazione interna riservata a tutti i responsabili dei vari uffici e reparti. In essa era contenuta una reprimenda per il fatto in quel periodo lo stabilimento aveva raggiunto la più bassa produzione e rendimento degli ultimi due o tre anni; questo non solo era intollerabile per l'economia dell'azienda in quanto tale, ma anche sotto gli aspetti propriamente più ideologi e politici perché "E' ovvio pensare che impegni di ordine nazionale, militare, e sociale ed economico sono in ballo e nessuno può esimersi dalle responsabilità che gli competono" (21).

Le ragioni di questo calo di produzione vengono individuate dal direttore in una forma di lassismo che pervadeva tutto lo stabilimento, un aumento della burocrazia, una insufficiente collaborazione tra i diversi servizi e reparti, il non funzionamento del sistema di trasmissione degli ordini. In particolare, nel calo di responsabilità e nel non rispetto delle diverse funzioni gerarchiche: i capi non controllano adeguatamente lo svolgimento dell'attività produttiva.

Alcuni anni dopo, siamo nel febbraio del 1939, viene evidenziato dalla Direzione che i dipendenti sono poco ligi allo spirito patriottico e nazionalista perché, fin dal 1934, era stato impartito ordine a tutti gli inquilini delle case Riv di munirsi di una bandiera e di esporla nei giorni indicati. Questo dovere nazionale era troppo spesso trascurato e si invitava il responsabile, il Cav. Ungaro, di sincerarsi che le bandiere fossero possedute e adeguatamente conservate, di dimensioni uniformi, con il posto per esporle sulle case operaie e le villette, e " che l'esposizione avvenga in modo totalitario"(22).

La vita in fabbrica in quegli anni era comunque molto irrigimentata." Sul lavoro la disciplina era molto severa: proibito spostarsi da un reparto all'altro, con l'eccezione di quelli come me - racconta Albino Minetto operaio Riv-, del reparto manutenzione; altrettanto ferreo, era il divieto a fumare, anche nei gabinetti: solo il direttore generale, il gran capo dello stabilimento, attraversava i reparti con toscano o pipa in bocca.

Le guardie controllavano in modo rigoroso, in particolare me ne ricordo uno che gli operai chiamavano scherzosamente "Comba vacieru": controllava minuziosamente dal tetto dei bagni per scoprire i fumatori" (23).

Quale è stato l'atteggiamento della Riv verso il regime e la lotta partigiana? Secondo Carlo Borra, impiegato Riv, sindacalista della Cisl e poi parlamentare per la Democrazia Cristiana, "Gli industriali sono sempre opportunisti in tutto e per tutto. Io credo che, specialmente l'ing. Bertolone, non ci fosse adesione convinta al fascismo. Si doveva fare i fascisti, vestire in un certo modo. Certamente prima erano fascisti perché li interessava essere così, perché il fascismo li aiutava. Era il momento.

Durante il periodo clandestino credo che abbiano aiutato abbastanza i partigiani. Nel contempo non dicevano nettamente no alla richieste dei fascisti. Ne hanno salvati tanti che dovevano essere deportati in Germania. L'intervento di Bertolone ne ha

salvati tanti. Inoltre gli industriali italiani erano in collegamento con quelli inglesi e sapevano come andavano le cose" (24).

Di questa opinione è anche Livio Notta, operaio Riv e militante comunista:" La Riv ha dato una mano all'antifascismo. Forse un po' forzatamente. La Direzione ha contribuito parecchio a salvare qualche ostaggio, qualche vita.

Ha dato dei contributi in aiuti materiali. I partigiani andavano a prelevare della roba nell'ex cinema Riv. Poi mandavano su qualcosa alle divisioni autonome, forse a Costantino.

La Riv ha avuto sentore che le cose non potevano più andare avanti così. Indubbiamente si sono adattati" (25).

Certamente il senatore Agnelli con il regime manteneva un rapporto di buon vicinato, senza troppe confidenze, ma neppure far motivo alcuno di sdegno. A Villar, fez e cuscinetti andavano a braccetto e per il senatore nero, rosso o giallo erano tutte la stessa cosa.

L'adesione al fascismo da parte di Agnelli "Si trattò di un'adesione reciproca, non solo dettata da motivi di interesse, ma anche fondata su una certa affinità psicologica.

E' vero che il fascismo aveva bisogno di Agnelli per consolidare il suo prestigio e avvalorare la sua mistica del progresso e Agnelli aveva bisogno - scrive Vittorio Morero - del fascismo per proteggere la sua tendenza monopolistica ma il desiderio di gerarchizzare ogni forma di convivenza sociale, di ordinare tutto in uno schema di ordine prestabilito era l'espressione di una forma mentis comune alle due parti. Le opere RIV avrebbero assunto le denominazioni del regime e del partito, ma avrebbero conservato la loro effettiva autonomia sotto la guida del gran capitano.

Già nel 1928 i quadri erano al gran completo: il sen. agnelli podestà; l'ing. Bertolone segretario politico del Fascio, comandante della XIV centuria Val Chisone Junior, presidente del Dopolavoro, l'ing. E. Lesaque vicepresidente, il rag. Cirillo Gay presidente dell'ass. Combattenti" (26).

Si può certamente dire che le relazioni tra Agnelli e il fascismo, sono dovuto da un lato dalla necessità di Mussolini di rafforzare e consolidare il potere, ben sapendo il posto occupato dalla Fiat, fiore all'occhiello dell'Italia, e anche perché il Senatore era "sempre e comunque dalla parte di chi governa, secondi il vecchio principio attuale anche oggi, che ha messo sulla bilancia il paese "normalizzato", la restituzione del prestigio alla classe imprenditoriale, la mortificazione dei sindacati e il ritorno alla produttività e alla disciplina nelle fabbriche" (27).

Così il senatore esprimeva il suo pensiero rispetto al regime, affermando "come l'attuale governo fascista abbia benemeritato dalla Nazione, inquantochè le finanze statali sono in aumento, e gli scioperi sono eliminati con notevole vantaggio della classe operaia, per cui raccomanda di non osteggiare né ostacolare, il alcun modo, l'opera che l'attuale governo sta svolgendo" (28_).

Questa duplice connivenza o alleanza tra fascismo e Agnelli fa scrivere sul Il Giornale del Pinerolese, in occasione del venticinquennio di fondazione della Riv, che il progetto industriale di Agnelli e anche un progetto sociale, politico e culturale che s'inquadra nel nuovo spirito di rinnovamento che

Mussolini voleva dare all'Italia (29), mentre l'Associazione degli industriali si spinge oltre, fino a considerare Agnelli come ammiratore del Duce per la sua opera di una nuova disciplina morale e politica verso i doveri (30).

Nel 1931, venticinquennale della fondazione della Riv, si reca a Villar l'onorevole Alfieri a rappresentanza del governo fascista e in quella circostanza vengono ritirati tutti gli anelli d'oro, dando in cambio delle verghe di acciaio, e requisite tutte le cancellate in ferro (31).

La filosofia degli industriali, di cui il senatore Agnelli non si discostava, era quello di alzarsi al mattino e guardare da che parte il vento soffiava, senza mai dimenticare che lo sconfitto di oggi poteva diventare il vincitore di domani, quindi con tutti, più o meno ostentatamente o velatamente, si doveva collaborare. Naturalmente sotto il grembo materno dell'azienda, nell'interesse e per il benessere dei suoi operai e valligiani (e del profitto dell'imprenditore e degli azionisti).

E' lo stesso Gobetti a mettere in luce le qualità poliedriche del senatore Agnelli quando vede in lui "il capitano d'industria che sa capire e sfruttare (negli altri) il valore del disinteresse, l'uomo che sa conquistare le simpatie col sorriso, che dopo aver fatto i calcoli non si perita di giocare sull'imponderabile. Agnelli ha le sue risorse pratiche come quando salutò Mussolini a nome di Torino, prima che parlasse il prefetto, scavalcando tutte le gerarchie. Al tempo delle agitazioni sindacali era il solo industriale che riuscisse a trattare con le masse; alle quali confidava piacevolmente che sarebbe rimasto loro imprenditore in regime collettivista" (32).

Sotto certi aspetti, e in alcuni casi specifici, si può condividere la tesi di Franco De Felice, quando scrive che "Nella forma il fascismo fascistizzò i ‘finacheggiatori’, nella sostanza questi riuscirono a derivoluzionarizzare il fascismo, a renderlo in buona parte un loro strumento e farlo rientrare in larga misura nell’alveolo della tradizione conservatrice" (33)

In effetti Agnelli utilizzò il regime, per portare dopo la ventata rivoluzionaria del biennio rosso, ordine e disciplina nelle fabbriche, per restaurare in modo unilaterale la gerarchia e il potere nelle officine, mettendo alla gogna per oltre un ventennio il sindacato e l’opposizione. Che poi la camicia fosse nera o rossa aveva poca importanza, era significativo solo il risultato.

Quando il 10 giugno del 1940 viene dichiarata guerra alla Francia, con l'entrata dell'Italia nel conflitto, viene fatto sospendere il lavoro a tutti gli operai e fatti radunare nell'androne della fabbrica dove gli altoparlanti diffondono il discorso del Duce. All'annuncio della dichiarazione di guerra gli operai villaresi della Riv non muovono ciglio, nessuno applaude e il loro silenzio è più che eloquente. La classe operaia della RIV era contro il fascismo in modo più o meno esplicito.