Fiat Rivalta
LA FABBRICA
TERZIARIZZATA
Mimmo Garetti Vittorio Rieser
Luigi Sartirano Terziarizzazioni,
esternalizzazioni, outsourcing: sono termini sempre più
frequenti, "di moda", verrebbe da dire. E può
darsi che ci sia anche un elemento di moda; tuttavia,
essi si riferiscono a fenomeni molto concreti e diffusi.
Potremmo dire che essi indicano uno degli aspetti reali
di quel "post-fordismo" che spesso si ammanta
di molti elementi ideologici. I processi di
terziarizzazione, infatti, danno un ulteriore colpo al
modello di integrazione verticale tipico dell'impresa
fordista.
Già nel pieno della fase fordista, a dire il vero, si
erano sviluppati processi di dis-integrazione verticale
dell'impresa: già negli anni'60, ad esempio, un 50%
dell'auto veniva prodotto fuori
dall'"azienda-madre". Ma questi processi
sembrano ora segnare un salto di qualità, sia in
intensità che in estensione - e investono non solo le
imprese industriali ma le imprese del terziario privato e
la stessa Pubblica Amministrazione, che nella fase del
Welfare State aveva visto ampliare i propri compiti (e i
propri dipendenti), e ora appalta quei compiti (quando
non li dismette) a imprese del settore privato o del
Terzo settore.
Per usare una formula sintetica, potremmo dire che il
dilemma di fondo tra make or buy (fare o comprare) si sta
sempre più "sbilanciando" a favore della
seconda alternativa.
Si tratta dunque di una tendenza sempre più diffusa.
Diffusa non equivale però ad egemone: queste tendenze,
almeno per ora, non sembrano configurare un nuovo modello
organizzativo "compatto" ed assestato. Esse
rientrano nelle sperimentazioni variegate, e talvolta
contraddittorie, di modelli organizzativi di impresa che
superano i limiti del fordismo. Ma resta vero che esse
rimettono ulteriormente in questione gli stessi nuovi
modelli (produzione snella, fabbrica integrata, ecc.)
nati dalla crisi del modello fordista-taylorista
"classico".
In queste note dedicheremo la nostra attenzione ai modi
in cui questa tendenza si sta sviluppando in Fiat Auto. E
questo per un duplice motivo: perché l'auto è stato il
"luogo classico" del fordismo e delle sue forme
di integrazione verticale; e per vedere come queste
tendenze interagiscono con quel modello organizzativo
"post-fordista", che almeno in teoria era
notevolmente innovativo ed organico, cioè il modello
della Fabbrica Integrata, che la Fiat aveva avviato
nell'ultimo decennio.
Proveremo ad analizzare il problema in riferimento a uno
specifico stabilimento, cioè quello della Fiat Auto di
Rivalta (Torino): sia perché, tra gli stabilimenti
italiani, è forse quello dove i processi di
terziarizzazione sono andati più avanti, sia perché è
quello su cui disponiamo di maggiori elementi di
conoscenza diretta1.
Nelle enunciazioni dei dirigenti Fiat più capaci di
elaborazione teorica sull'evoluzione aziendale, sembra
delinearsi una nuova fase organizzativa: dalla Fabbrica
Integrata si passerebbe alla Fabbrica Modulare, con un
salto innovativo non minore di quello che la Fabbrica
integrata aveva rappresentato (o avrebbe dovuto
rappresentare) rispetto al tradizionale modello
fordista-taylorista. Di questo salto di qualità, i
processi di terziarizzazione rappresentano appunto
l'elemento-chiave.
Ripercorriamo questo schema interpretativo (che è al
tempo stesso una ipotesi strategica, dal momento che
viene dal top management), seguendo una delle esposizioni
che ne ha fatto Maurizio Magnabosco, quando era Direttore
del Personale e dell'Organizzazione di Fiat Auto2.
Significativamente, la relazione di Magnabosco, a cui
facciamo qui riferimento, si apre con un'affermazione
molto recisa: "Melfi (cioè quella che in Italia era
la realizzazione più compiuta della Fabbrica Integrata -
NdR) si configura oggi, in qualche modo, come
un'esperienza del passato".
Magnabosco delinea le grandi tappe del processo di
crescente "de-verticalizzazione" dell'impresa
automobilistica. Il primo salto di qualità lo colloca
alla fine degli anni Settanta, con il completo
decentramento dell'accessoristica. All'inizio degli anni
Novanta si ha un mutamento qualitativo del rapporto
fornitore-cliente, con lo sviluppo della fornitura Just
in time. "Oggi - dice Magnabosco - siamo nel pieno
fermento di una fase ulteriore, iniziata un paio di anni
fa, che è stata definita di terziarizzazione
avanzata". Di questa fase, Magnabosco distingue due
aspetti: "la terziarizzazione dell'area dei servizi
(amministrazione, sistemi informatici, logistica,
ricambi), e quella delle aree di trasfromazione: handling
global service, manifacturting", sottolineando che
"soprattutto questo secondo aspetto presenta grandi
elementi di novità".
La "fabbrica modulare" è lo sbocco di questo
processo: esempi compiuti di realizzazione di questo
modello si ritroverebbero nel nuovo stabilimento Fiat di
Pune in India e in quello della Volkswagen a Resende, in
Brasile. In questo nuovo modello, all'impresa-madre
restano come responsabilità dirette "l'esecuzione
del montaggio finale; il governo del processo globale di
fabbricazione; la garanzia degli standard di costi e
qualità e del rispetto dei tempi; l'identità e
l'immagine di marchio"; tutto il resto è affidato a
imprese esterne.
Fin qui Magnabosco. Cerchiamo ora di vedere quali possono
essere le logiche sottostanti a questi processi. Esse
riguardano anzitutto l'utilizzo della forza-lavoro:
l'obiettivo sembra essere non tanto e non solo un costo
del lavoro più basso (Magnabosco sottolinea che tutte le
imprese dovrebbero essere coinvolte in un sistema
coordinato di relazioni sindacali), quanto quello di
massimizzare la flessibilità della prestazione
lavorativa e dei livelli occupazionali. In secondo luogo,
si punta ad aumenti di efficienza e produttività
derivanti dalla specializzazione di alcune delle imprese
esterne (ad es. nella logistica o nella manutenzione).
Infine, v'è una questione generale, che attiene alla
crescente propensione per il buy rispetto al make, a cui
accennavamo all'inizio, e che può essere riformulata in
termini di alternativa tra "mercato" e
"gerarchie": in Fiat, come in altre imprese,
sembra essere maturata una profonda sfiducia nella
"via gerarchica" di realizzazione
dell'efficienza e degli obiettivi aziendali, e un
crescente affidamento al rapporto di mercato come mezzo
ben più efficace di controllo e di orientamento. Si
pensa cioè che un'impresa esterna, legata da rapporti di
fornitura, sia più affidabile di un capo o dirigente
intermedio nella realizzazione degli obiettivi aziendali.
La mappa dell'organizzazione del lavoro Distinguiamo
sistematicamente tre grandi aree di attività:
a) attività "di servizio" Qui operano: GESCO
(amministrazione - 40 add.), SEPIM (amministrazione
manodopera - 5 add.), ITS (meccanografico, 10 add.),
TELEXIS (reti telefoniche, 5 add.), FENICE (centrale
termica, 30 add.), INGEST (manutenzione ordinaria
immobili, 6 add.), SIRIO (sorveglianza e pompieri, 50
add.). Sono tutte aziende appartenenti al gruppo FIAT,
tranne Sirio che è un consorzio.
b) attività indirettamente legate alla produzione TNT
(logistica-trasporti, 500 add.), COMAU SERVICE
(manutenzione, 400 add.), MOVINCAR (manutenzione
carrelli, 25 add.).
c) produzione diretta Il gruppo MARELLI effettua la
produzione di sistemi-sospensioni (680 add.) e delle
plance (120 add.). La STOLA/ITCA si occupa di stampaggio
e di lastratura parti mobili (400 add.).
Gli addetti (di cui si dà qui una stima approssimativa)
sono ovviamente quelli che operano nello stabilimento di
Rivalta, e non gli addetti totali delle aziende sopra
elencate. Come si vede, si arriva a un totale di quasi
2300 dipendenti "terziarizzati", a fronte di
circa 3200 tuttora dipendenti di Fiat Auto: dunque, circa
il 40% dei lavoratori di Rivalta è stato
"terziarizzato".
A partire da questa mappa, sono opportuni alcuni
commenti.
Anzitutto, come si può vedere, la netta maggioranza
delle imprese verso cui si sono terziarizzate le
attività (e una maggioranza, sia pure meno netta,dei
dipendenti "terziarizzati")appartengono al
grup-po Fiat. Questo fenomeno si inquadra in una
strategia più ampia, che non riguarda solo la
trasformazione di Fiat Auto: l'obiettivo strategico è di
trasformare una serie di "branche di attività"
(amministrative, informatiche, tecniche), finora tutte
interne alla Fiat, in vere e proprie imprese, che non
solo forniscano servizi ai vari stabilimenti Fiat, ma si
presentino sul mercato, offrendo questi stessi servizi ad
altre imprese.
Un caso particolare ed emblematico di questi processi di
trasformazione è costituito dal COMAU. Da un lato, esso
(attraverso l'azienda COMAU SERVICE) offre assistenza
tecnica e manutenzione alle imprese (non solo Fiat) per
le quali ha prodotto impianti e macchinari: dall'altro,
al proprio interno, esso ha sviluppato una
terziarizzazione molto spinta della produzione di questi
stessi impianti e macchinari: potremmo dire che, almeno
in tendenza, il grosso dei lavoratori Comau opererà
fuori dagli stabilimenti, mentre al loro interno
opereranno in misura crescente lavoratori non-Comau.
Quali sono le imprese non-Fiat coinvolte nei processi di
terziarizzazione alla Fiat Rivalta? A parte alcuni casi
minori, ci sono due casi importanti, con caratteristiche
diverse. Il primo è costituito dalla ben nota TNT, cioè
da una grossa multinazionale specializzata in trasporti e
logistica. Il secondo è costituito dalla STOLA/ITCA, e
cioè da un'impresa inizialmente operante nell'indotto
auto, che si è via via sviluppata, producendo anche per
altri produttori di auto e costruendo un suo Know how
specifico (innovazioni e brevetti): casi del genere sono
probabilmente destinati a moltiplicarsi.
Si prospettano infatti estensioni dei processi di
terziarizzazione ad altri segmenti del processo
produttivo, ad esse. Alla lavorazione delle porte.
Rivalta: "modello" e realtà della Fabbrica
Modulare Nell'ipotesi strategica della Fiat, con la
Fabbrica modulare la "produzione snella"
dovrebbe diventare ancora più snella, cioè più
flessibile e più libera da impacci burocratici. Il
passaggio dai rapporti di mercato "simulati",
che si era cercato di introdurre con la Fabbrica
Integrata (si veda l'insistenza sullo schema del
"cliente interno"), a rapporti di mercato veri
e propri dovrebbe incrementare la qualità e
l'efficienza.
Nella realtà, le cose sembrano molto più complicate.
Vediamone alcuni aspetti3.
Anzitutto, quella che potremmo chiamare "logica
dello scaricabarile", tipica delle organizzazioni
burocratiche, non solo non scompare, ma tende a
impregnare i nuovi processi e i nuovi rapporti (anche
quelli con aziende dello stesso gruppo Fiat). Si cerca di
scaricare responsabilità con i relativi costi: a chi
addebitare i costi di un fermo-impianto? Alla produzione
o all'impresa responsabile della manutenzione? Le
forniture che arrivano dall'esterno dovrebbe controllarle
TNT, ma poi c'è chi ricontrolla il controllo fatto da
TNT, e si moltiplicano i contenziosi sulle
responsabilità. I meccanismi di
"scaricabarile" si articolano così in
ramificazioni più complicate di prima, in cui è più
difficile rintracciare decisioni e responsabilità. Ed
assumono aspetti nuovi: il più macroscopico è
l'operazione di "scaricamento dei lavoratori
inidonei" su TNT, il cui organico, al di là della
sua consistenza "formale", si trova così
inadeguato a svolgere tutti i compiti che Fiat gli ha
affidato.
Il grado di autonomia e flessibilità di cui dovrebbero
godere le imprese "terze", si scontra con
persistenze gerarchiche di vario tipo. Ad esempio, la
vecchia gerarchia di officina Fiat si trasferisce
integralmente e senza modifiche nell'impresa esterna (è
il caso, almeno per ora, dello stampaggio). Oppure, la
gerarchia Fiat Auto mantiene un forte peso
"informale" e una capacità di pressione anche
sul personale che è divenuto formalmente
"autonomo": ciò si verifica, ad es., nelle
attività manutentive di competenza del COMAU o nelle
attività amministrative di competenza della GESCO.
Si determinano spesso accavallamenti o indeterminatezze,
non solo di responsabilità, ma di compiti/competenze e
di personale. Ciò avviene nelle già citate attività
amministrative, tra personale GESCO e personale tuttora
in forza alla Fiat Auto. O ancora, per tornare nel campo
della manutenzione, COMAU chiede che i conduttori e altro
personale di Fiat Auto svolgano quei compiti di
manutenzione elementare che, del resto, sono previsti nel
modello della Fabbrica Integrata, ma questi spesso non
sono in grado di svolgerli anche a causa del sovraccarico
di lavoro.
Si moltiplicano casi di rallentamenti e intoppi nelle
comunicazioni, poiché anche quelle che prima erano
dirette ora devono seguire un più complicato itinerario
"inter-aziendale". Ad es., recentemente, in un
reparto, al cambio turno era spento l'apparecchio di
abbattimento fumi: c'è voluta un'ora e mezza (di
sciopero dei lavoratori) perché Fenice (la nuova impresa
autonoma a cui sono affidati questi compiti) arrivasse a
riattivarlo; e adesso c'è un conflitto interno su chi
debba assumersi il costo della fermata.
Anche nell'utilizzo della forza-lavoro - su cui le
terziarizzazioni dovrebbero permettere una grande
flessibilità - si creano nuovi elementi di rigidità: ad
es.: in passato erano possibili forme di mobilità tra
lavoro di carrellista e lavoro sulla linea, che ora non
lo sono più perché si tratta di lavoratori di imprese
diverse.
Più in generale, si ricrea in forme nuove un tessuto di
rapporti informali, talvolta leciti talvolta meno, che a
volte servono a risolvere problemi ma altre volte creano
problemi e intoppi alla produzione, e comunque
allontanano ulteriormente dal mitico "tubo di
cristallo", dalla trasparenza che avrebbe dovuto
caratterizzare i nuovi modelli organizzativi.
E la qualità? Che ne è della qualità, in questo quadro
ricco di contraddizioni? Potremmo dire che la qualità
"sopravvive": non diminuisce, anche se non
aumenta. Ma aumentano i costi (talvolta
"invisibili", nel senso vale a dire
difficilmente misurabili o non immediatamente
percepibili) sostenuti per raggiungerla. L'esempio più
rilevante, in proposito, riguarda il Just in Time: il
sistema nel suo complesso presenta vistose défaillances,
e il rifornimento puntuale delle linee è garantito
grazie al ricomparire e proliferare (talvolta nascosto)
di quelle scorte di cui si vantava la
riduzione/eliminazione... e grazie al fatto che la gente
spesso va in giro a "cercarsi le cose" nei
cassoni4.
Soprattutto, siamo ben lontani da quel "presidio
globale" dei processi e della loro qualità, che
doveva essere un tratto distintivo del nuovo modello
organizzativo. Emblematica in proposito è la vicenda del
Quality tracking, una campagna per un monitoraggio
costante della qualità in tutti i punti del processo5,
lanciata con grande clamore dalla direzione tra i
lavoratori, e a cui è collegato un consistente premio.
Ad oggi, il Quality Tracking sembra ridursi a un
sempli-ce nuovo strumento del sistema premiante
unilaterale dell'azienda (NB: premiante, non
"incentivante"!), senza che esso abbia portato
a novità significative nell'organizzazione del lavoro e
nel suo rapporto con la qualità.
In proposito, vale forse la pena di accennare a un altro
aspetto. Più in generale, in Fiat c'è stata - in questi
anni - e continua ad esserci, una sorta di
"convergenza oggettiva" tra azienda e sindacati
nel non fare della qualità un tema centrale delle
relazioni industriali. Da parte aziendale, ciò rientra
perfettamente in una concezione secondo cui tutto quel
che riguarda l'organizzazione della produzione è
prerogativa esclusiva dell'azienda. Più contraddittorio
è il panorama del lato sindacale. I sindacati più
"vicini all'azienda" sono paralizzati dal
timore di creare problemi alla Fiat: quando la FIOM a
Rivalta ha criticato la "politica della
qualità" della direzione di stabilimento, gli altri
sindacati l'hanno attaccata pubblicamente, accusandola di
voler screditare l'azienda. Ma anche "da
sinistra" c'è spesso il timore di entrare nel
merito di questi problemi, per ragioni formalmente
opposte, cioè per la paura di invischiarsi in forme di
collaborazione subordinata. L'effetto, comunque, è in
genere analogo: quello di lasciare all'azienda la
gestione unilaterale della qualità e delle sue
implicazioni in termini di organizzazione del lavoro.
Le relazioni industrialinella Fabbrica Modulare Nella
maggior parte dei casi, i lavoratori
"terziarizzati" hanno mantenuto i loro
trattamenti "pregressi" di dipendenti Fiat, e
sono inquadrati nel contratto metalmeccanici. Questo, sia
perché molti di loro sono passati ad altre aziende del
gruppo Fiat, sia per un'altra ragione piuttosto
"cogente": se, ad es., i lavoratori TNT fossero
inquadrati nel contratto del commercio (come avviene in
altre situazioni), i loro scioperi per il rinnovo del
contratto bloccherebbero tutta la produzione Fiat...
I Rappresentanti Sindacali Unitari delle lavorazio-ni
terziarizzate sono stati "terziarizzati"
insieme ai "loro" lavoratori e hanno mantenuto
il ruolo di RSU. Nel caso della TNT c'è già stata una
nuova elezione delle RSU.
Ma le imprese più piccole non hanno RSU, o per lo meno
non hanno un delegato in loco, e quindi esiste una
porzione di lavoratori privi di loro rappresentanti
diretti.
Soprattutto, diversamente da altre situazioni dello
stesso gruppo Fiat (come l'OM/IVECO di Brescia), non c'è
un'istanza riconosciuta che raggruppi, da un lato, le
diverse RSU del sito e, dall'altro, le diverse
controparti. Teoricamente, dunque, le relazioni
industriali sono "compartimentate per azienda"
anche se, come vedremo, nella pratica non è sempre
così.
Capita, dunque, che un rappresentante non possa
intervenire su cose che avvengono a due passi da lui -
perché "di competenza" di un'altra RSU, che
però magari non è fisicamente presente in quel luogo.
Un esempio in proposito: recentemente, in un'area di
appartenenza al gruppo Marelli, durante le lavorazioni
del secondo turno, è partita una molla, causando un
infortunio grave. Ciò è avvenuto a dieci passi dalla
RSU di Fiat Auto - e, tra parentesi, in quel momento il
capo Marelli era irreperibile. I delegati sono
intervenuti subito, e hanno bloccato la produzione, con
conseguente perdita di vetture. In un primo momento, la
Fiat voleva far pagare i danni ai delegati! Ora vuol
rivalersi sulla Marelli, ma la Marelli dice "i
delegati che hanno bloccato la produzione sono
tuoi"...
Ma, d'altra parte, se scoppia uno sciopero alla Marelli,
la Fiat Auto manda i "suoi" rappresentanti
sindacali unitari a vedere cosa succede.
Un altro esempio: nell'accordo sui "ponti"
legati alle vigilie di Natale e Capodanno, le altre
aziende hanno dovuto accodarsi all'accordo concluso in
Fiat Auto. Ma i loro delegati non ci stanno ad avere un
ruolo puramente passivo, tant'è vero che la Fiat ha
dovuto promuovere un incontro con la TNT e i suoi
delegati.
Abbiamo, dunque, un tessuto debole e inesistente di
relazioni industriali "trasversali"
riconosciute, a cui spesso si sopperisce con relazioni
industriali di fatto, più o meno informali.
Un altro modo, attraverso cui colmare i vuoti e le
carenze del tessuto di relazioni industriali formali, è
naturalmente l'iniziativa organizzata (di denuncia, di
agitazione, di lotta) del sindacato sui temi comuni ai
lavoratori delle diverse aziende.
Ad esempio, dall'avvio della "terziarizzazione
TNT" (meno di due anni fa) il sindacato - in genere
la FIOM, ma qualche volta i quattro sindacati
unitariamente - ha prodotto una cinquantina di volantini
o di locandine sui problemi della condizione di lavoro
che, in vario modo, coinvolgono insieme i lavoratori Fiat
e quelli TNT: problemi di organici e di carichi di
lavoro, problemi di sicurezza, ecc. E, a partire da
queste iniziative, Fiat e TNT sono spesso state costrette
a momenti negoziali (formali o informali), in cui almeno
una parte dei problemi denunciati sono stati affrontati e
risolti.
Tutto ciò, naturalmente, non elimina il problema di
fondo: come definire regole, istanze, strutture
organizzative che colleghino quello che - al di là delle
terziarizzazioni - rimane un unico processo produttivo.
Di qui il problema di "organismi di sito", che
riguardino non solo la gestione quotidiana dei problemi e
i momenti negoziali, ma investano la stessa composizione
delle "commissioni partecipative", che non
possono coinvolgere solo i rappresentanti dei lavoratori
Fiat Auto in senso stretto6. Di qui, in una prospettiva
più ampia, il problema del "contratto di
prodotto" o di analoghe strutture contrattuali che
colleghino tutti i lavoratori (non solo dello stesso sito
ma anche di altri siti) coinvolti nel medesimo ciclo
produttivo.
Una postilla Una postilla, più che una conclusione,
perché non è un tentativo di interpretazione
"globale" (dio ne scampi!) dei processi di
terziarizzazione alla Fiat, ma l'enunciazione di alcune
impressioni, o di ipotesi molto parziali.
Molte scelte innovative nel modello organizzativo,
compiute dalla Fiat nel corso di questo decennio,
sembrano orientate anche (non soltanto!) da un tentativo
ricorrente di "liberarsi di elementi del proprio
passato". Quali elementi? Elementi di burocrazia in
senso lato, a cui abbiamo già accennato nelle pagine
precedenti: rigidità, non-trasparenza, scarico di
responsabilità, intoppi nel flusso di informazioni, ecc.
Ma puntualmente, questi elementi si ripresentano e
"permeano" - sia pure in misura parziale e
variabile - anche i nuovi modelli organizzativi via via
introdotti.
Vediamo un po' più da vicino questo percorso.
La Fiat ha risposto alla fase conflittuale degli anni
'70, che aveva scosso il suo sistema sociale aziendale,
in termini di restaurazione più che di innovazione. Si
è così ricostruito un modello organizzativo che nasceva
"già vecchio" nelle sue strutture come nella
sua cultura.
Inizialmente la Fiat ha cercato di
"rivitalizzarlo" attraverso la tecnologia, con
l'introduzione massiccia dell'automazione: ma quel
modello si è rivelato incapace di incorporare
efficacemente l'uso della nuove tecnologie.
A quel punto, la Fiat ha capito che bisognava
allontanarsene, liberandosi il più possibile della sua
influenza anche "residuale": la scelta dei
greenfields di Melfi e Pratola Serra nasce, oltre che da
ovvie (e pesanti) ragioni di convenienza, dal tentativo
di fare "tabula rasa" del proprio passato.
Ma, anche a Melfi, i "fantasmi del passato" si
sono ripresentati, e la "fabbrica integrata
realizzata" è risultata assai diversa dal modello
iniziale7.
La Fabbrica Modulare è il tentativo più recente di
scuotersi di dosso questa vischiosa "eredità"
organizzativa e culturale: e ne abbiamo or ora visto
difficoltà e contraddizioni.
Perché questo avvenga, e in che misura sia un fenomeno
peculiare Fiat o un fenomeno più generale, è un
problema che richiederebbe una discussione ben più ampia
e approfondita. Qui ci limitiamo a segnalare uno dei
possibili spunti di interpretazione.
Lungo questo percorso di innovazione organizzativa, la
Fiat non ha sostanzialmente innovato i suoi modelli di
controllo sociale sul lavoro: in sostanza, non ha saputo
"assimilare il conflitto" (con le sue forme, le
sue regole, i suoi sbocchi) nel suo sistema sociale
aziendale. Il fatto che, in Fiat, le relazioni
industriali più concrete, che producono qualche effetto,
siano per lo più informali, e che quelle
"ufficiali" siano inconcludenti o si limitino a
recepire le decisioni dell'azienda ne è un sintomo
significativo.
In questo quadro, tendenze al controllo sociale
autoritario e tendenze al funzionamento
"burocratico" (nei significati prima indicati)
si saldano in un effetto di "assorbimento"
degli aspetti più innovativi delle trasformazioni
organizzative. La conservazione del sistema sociale
aziendale tende a impedire o attenuare ogni
"scossa" che ad esso possa derivare dalle
scelte di innovazione organizzativa.
note: Note Una breve nota personale sugli autori
dell'articolo: un "ricercatore" e due delegati
sindacali della Fiat Rivalta. Uno di questi diede, tempo
fa, una felice definizione: "voi siete i
ricercatori, noi siamo i trovatori". Questa
"distribuzione dei ruoli" si riflette anche in
questo articolo, in cui i contenuti e l'impostazione di
fondo vengono anzitutto dai "trovatori", e il
"ricercatore" ha talvolta aggiunto qualche
divagazione teorica, di cui si assume l'esclusiva
responsabilità.
1 Per un quadro complessivo dei processi di
terziarizzazione nell'insieme della Fiat Auto, si veda
"Terziarizzazioni e cessioni di Fiat Auto,
1991-1999", a cura della 5° Lega FIOM - Fiat Auto
di Torino (pubblicato nell'ambito dei materiali per la
vertenza integrativa Fiat).
2 Il fatto che recentemente il dott. Magnabosco
sia stato trasferito alla Fiat Ferroviaria, di cui oggi
è amministratore delegato, non sminuisce l'autorevolezza
della fonte. Le citazioni che seguono sono tratte da una
sua relazione al Dipartimento di Sociologia e di Scienza
Politica dell'Università della Calabria, pubblicata in
"Oltre Fiat": la fabbrica integrata, bilancio e
comparazioni, a cura di Giordano Sivini, Rubbettino
Editore, 1999, pp. 19-30.
3 Un'analisi molto simile a quella qui proposta si
trova in Piero Pessa, "La terziarizzazione Fiat ha
mandato in soffitta la Fabbrica Integrata",
pubblicato in lavoro.it , supplemento a l'Unità,
28/2/2000.
4 Le scorte, naturalmente, le fanno (e le pagano)
i fornitori: quindi, in questo come in altri casi, i
"costi della qualità" non gravano su Fiat
Auto, ma su altre aziende del processo. Di questi
fenomeni, Fiat Auto tende a dare una lettura "in
positivo": non in termini di
"scaricabarile", ma di ulteriore
responsabilizzazione dei fornitori (ad esempio, sta a
loro sapersi organizzare in Just in Time, riducendo così
i costi delle scorte).
5 In teoria, questa nuova impostazione della
qualità dovrebbe accentuare il "ruolo attivo"
del cliente e ridimensionare il ruolo dell'Ente Collaudo.
6 Naturalmente, condizione preliminare perché gli
"organismi di sito" siano realmente
rappresentativi è che i lavoratori del sito ( anche
quelli appartenenti a piccole unità aziendali) possano
eleggere i loro rappresentanti.
7 Per un'analisi più ravvicinata, anche se
parziale, dello stabilimento di Melfi rinviamo ai
materiali pubblicati sui due numeri monografici di
Finesecolo, l'ultimo dei quali appena uscito.
Naturalmente, a proposito di questa dialettica tra
conservazione e innovazione, è bene precisare alcune
cose (anche se dovrebbero essere ovvie): ciò non
significa che non si realizzino innovazioni importanti
(anche se in parte "riassorbite") e che
"tutto resti come prima"; ciò non equivale a
perdita o mancanza di efficienza, ma significa uno
"scostamento" dagli obiettivi di efficienza
inizialmente definiti, e dai modi inizialmente
predisposti per raggiungerli. P.S. Questo articolo,
dedicato ad alcuni aspetti dei processi di
riorganizzazione interna di Fiat Auto, sarà seguito da
un altro, dedicato alle prospettive della Fiat nella
"mappa globale" dei produttori dei auto.
L'accordo Fiat-General Motors (concluso mentre questo
numero della rivista sta andando in macchina) rende
questo secondo aspetto di attualità ancora più
bruciante. Nel prossimo numero cercheremo dunque di
analizzare il significato e le implicazioni di questo
accordo. Diversamente da come sembrava configuarsi un
eventuale accordo con Daimler, l'accordo con G.M. avrà
conseguenze immediate più sul sistema dell'indotto auto
(a partire da una politica comune di acquisti) che sul
sistema interno di fiat Auto, la uqale per ora sembra
restare "sovrana" nel gestirlo. Ma,
naturalmente, gli sviluppi futuri possno essere diversi e
più complessi. Di questo discuteremo nel prossimo
articolo con alcuni esperti del Sistema Fiat, di varia
collocazione.
|