Riccardo Rio

nato nel 1929, morto a 81 anni, ha lavorato all'estero e poi alla Dema di Buriasco

 

 


 

Riccardo Rio.

 

Abbiamo perso un amico con il quale abbiamo condiviso lotte e ideali. Riccardo Rio  con le sue lotte e i suoi ideali di giustizia sociale a favore dei più deboli,,  è stato per  la nostra generazione. un punto di riferimento. La sua azione era un esempio di libertà e di autonomia  contro i dictat degli  «pseudo-comunisti» e, in tempi non sospetti,  anche contro gli errori e gli orrori dell’Unione Sovietica.  Non lo ringrazieremo mai abbastanza per averci aperto gli occhi su quella tragica realtà.

Grazie anche alle lotte di Riccardo oggi viviamo in una società più giusta, più democratica. I valori che ci ha trasmesso. rimarranno in noi per sempre.

Con il suo esempio e la sua riflessione Riccardo dette un grande contributo alla realizzazione delle riforme sociali e civili che avvennero negli anni settanta. Stette sempre dalla parte dei più deboli e degli sfruttatati, non cercò il facile applauso, polemizzo anche con gli uomini di potere della sua parte politica quando questi avevano comportamenti contrari agli ideali professati o all’etica pubblica.

Iscritto al PCI, frequentò la scuola di partito a Roma. guardia del corpo di Giancarlo Paietta non ebbe mai sudditanza nei confronti dei dirigenti del partito. Uscì dal PCI dopo i fatti di Ungheria, polemizzando pubblicamente con i dirigenti della Federazione comunista Torinese. Per questo in Val Pellice fu emarginato dai compagni delle sezioni locali.

Lavorò anche in Francia dove prese parte alle lotte sindacali e partecipo al movimento democratico di opposizione alla Guerra di Algeria. Per questo fu espulso con il divieto di lavorare e soggiornare nel paese:

Uomo con la “schiena dritta”, non incline ai compromessi, probabilmente per questo non fece carriera né sindacale, né politica. Rimase in tutta la sua vita un militante. Di base:

 

Lo ricordano con gratitudine:

Bruno Jourdan, Daniele Rostan, Pino Costa, Gigi Costa, Pier Mario Sappè, Sergio Abate, Sergio Pasetto,  Andrea Salusso, Piero Granero, Franco Jourdan, Mariella Tagliero, Elena Bein, Giorgio Gardiol, Daniele Previati, Fiammetta Gullo, Erica Ribotta,Corrado Barotto, Claudio Canale, Guido Pons, Papete, Paola Bertolet, Piero Baral, Tonino Chiriotti.


eco del chisone

 

un suo articolo del 3 ottobre 1971 su 'il giornale di Pinerolo e valli'

 


 

Che cosa sarebbe avvenuto se l'Urss

non avesse invaso l'Ungheria?

L'invasione era una dura necessità

– si è detto o fatto intendere dai

partiti comunisti. C'era la guerra fredda, si

trattava «oggettivamente» di una

controrivoluzione, avrebbe infettato tutto

il campo dell'est isolando l'Unione

sovietica e infliggendo un colpo fatale al

socialismo. Lo stesso argomento sarebbe

stato ripreso dodici anni dopo per

giustificare i tank a Praga. Il ricorso

all'operazione militare rivelava sì una

debolezza politica, ma avrebbe salvato il

campo.

Trentatré anni dopo il 1956 e ventuno

dopo il 1968, il campo non esisteva più. E

non perché fosse stato aggredito da eserciti

occidentali, ma perché era imploso su di

sé. Nulla lasciandosi alle spalle, neanche

qualche minoranza, a difendere la grande

avventura del 1917. Peggio di così non

sarebbe potuta finire.

La storia, si dice, non si fa con i se. Ma

da che è diventata «passato» nel suo

prodursi sono fitte le alternative, le

previsioni, i dubbi, almeno entro un certo

arco di possibilità. Perciò non è vano

chiedersi che cosa sarebbe avvenuto «se»

nel 1956 il rapporto segreto di Kruscev

fosse stato recepito come un goffo ma

serio segnale, «se» il Pcus e gli altri partiti

lo avessero elaborato invece che sfuggito,

«se» pochi mesi dopo avessero inteso la

rivolta di Poznán, e poi quella di Budapest,

e infine «se», digerita di malavoglia la

prima, la seconda non fosse stata repressa

dall'intervento militare sovietico.

Non era scritto né inevitabile che

andasse così.  (r.Rossanda)

 

 

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