Rina Gagliardi

http://it.wikipedia.org/wiki/Rina_Gagliardi

Devi augurarti che la strada sia lunga - presentazione del libro di Fausto Bertinotti, di Ritanna Armeni e di Rina Gagliardi (Edizioni Ponte alle Grazie) video

http://www.youtube.com/watch?v=d0NFIf2Ihk8

 

 

LA SCOMPARSA

E' morta Rina Gagliardi
giornalista e parlamentare

Era stata direttrice del Manifesto e senatrice di RC dal 2006. Da tempo collaborava con il settimanale Gli Altri. Il ricordo del presidente del Senato, Schifani, di Walter Veltroni e Vladimir Luxuria. I funerali domani alle 16.30 nella chiesa valdese di piazza Cavour

ROMA - Rina Gagliardi è morta stamattina alle sette nella clinica Villa Margherita di Roma. Da una paio di mesi era malata di cancro. La sua è stata una vita passata nelle redazioni dei giornali della Sinistra: dal Manifesto, a Liberazione e, dalla sua nascita,  a Gli Altri. Ad annunciare la scomparsa della giornalista e parlamentare è stato Piero Sansonetti, che è stato suo direttore, sia a Liberazione e a Gli Altri.

Era nata a Pisa - dove si era laureata alla Normale - il 15 novembre del 1947. Si trasferì fin da molto giovane a Roma, dove maturò l'impegno per il giornalismo e per la politica. Già direttrice de Il Manifesto, nel 2006 venne eletta nelle liste del PRC al Senato, nella circoscizione del Lazio. divenne poi membro della Commissione per la biblioteca e per l'archivio storico e della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) di Palazzo Madama. Dal 2009, interrotti i rapporti con Liberazione, collaborava con alcune testate giornalistiche tra cui Gli Altri, il settimanale diretto da Piero Sansonetti. Dopo le Elezioni politiche del 2008 non venne rieletta in Parlamento. "Aveva tre soli grandissimi amori", ha detto nel ricordarla Sansonetti, "la politica, la musica e suo marito, Dado.
 
"Appresa la notizia della scomparsa della senatrice Rina Gagliardi, il Presidente del Senato, Renato Schifani - si legge in una nota di Palazzo Madama - esprime, anche a nome dei colleghi senatori i sentimenti del più sincero e profondo cordoglio.
Autorevole componente dell'Assemblea nella XV legislatura - precisa il Presidente Schifani - con lei ci lascia una delle voci più autorevoli della Sinistra italiana".

"La notizia della morte di Rina Galiardi - ha detto Walter Veltroni - per tutti noi che l'avevamo conosciuta, arriva quasi incredibile, come un fulmine a ciel sereno. Rina è stata per decenni una voce importante per la politica: dalle colonne del Manifesto come dagli altri giornali che aveva animato, nei suoi interventi pubblici, anche dai banchi parlamentari dove è stata nella scorsa legislatura le sue parole arrivavano e coglievano nel segno. Voce critica, voce talvolta ruvida, ma era il suo tratto. L'appassionava il destino della sinistra - ha detto ancora l'ex segretario del Pd -  coglieva il senso di snodi importanti come l'impatto che il femminismo aveva sulla politica e sulla vita quotidiana e analizzava acutamente i mutamenti sociali. Ci mancherà".

Profondo dolore per la scomparsa di Rina Gagliardi è stato espresso anche dalla ex parlamentare di Rifondazione, Vladimir Luxuria che con la giornalista scomparsa ha seduto in Parlamento nelle fila del Prc: "Una mente lucida, di cui sentiremo la mancanza", ha detto Vladimir Luxuria

repubblica

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redazione manifesto

E' morta Rina Gagliardi
 
Uccisa da una implacabile malattia è morta ieri Rina Gagliardi. Già senatrice del Prc, co-direttrice di "Liberazione" insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de "Gli Altri", la testata di Piero Sansonetti. Noi la ricordiamo soprattutto per i venticinque anni e più che ha trascorso nella redazione del "manifesto" di via Tomacelli, per un periodo anche in veste di direttrice (all'epoca, insieme a Mauro Paissan). Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata alla Normale; si era trasferita a Roma proprio per dar vita alla sua passione per la politica e il giornalismo e fin dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani brillanti ed entusiasti che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il manifesto". Redattrice della sezione politica, era una protagonista imprescindibile in tutte le riunioni e le assemblee del nostro collettivo, fino al giorno in cui scelse di allontanarsene, polemicamente, per inseguire quello che sosteneva essere un impegno politico più diretto, nel partito e nel giornale di Rifondazione comunista.
Di Rina vogliamo anche ricordare le passioni che andavano al di là e al di sopra della politica: il suo compagno Dado Morandi in primo luogo e poi la lirica, le canzoni di Mina, gli elenchi interminabili, maniacali (tutti i deputati col cognome di sei lettere, o tutti i calciatori della Fiorentina che cominciano per G, e cose del genere), che scriveva su fogli e foglietti per concentrarsi durante le riunioni. E le sigarette, ahimè, che probabilmente l'hanno alla fine uccisa.

E' morta Rina Gagliardi

di La redazione di Liberazione

su Liberazione del 28/06/2010

 

Rina Gagliardi si è spenta questa mattina alle 7 nella clinica Villa Margherita di Roma. Già senatrice di Rifondazione, co-direttrice di "Liberazione" insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de "Gli Altri", la testata guidata da Piero Sansonetti. Noi la ricordiamo soprattutto per tutti gli anni vissuti nella nostra redazione. Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata alla Normale; si era trasferita a Roma e da allora si era dedicata a tempo pieno alla politica, la sua vera prima passione, insieme al giornalismo e fin dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il manifesto". Grande editorialista, era una vera protagonista di tutte le battaglie politiche che il nostro quotidiano implacabilmente sollevava, fino al giorno in cui divenne senatrice di Rifondazione e se ne allontanò per un impegno più diretto nel partito di Rifondazione. Di Rina ricordiamo la sua grandissima passione politica, e la sua grande arte giornalistica. Ma anche i suoi guizzi, il suo spirito arguto ed intelligentissimo, il suo amore smoderato per Mina e la lirica. Ed anche per il calcio. Insomma di lei non si può che ricordare il suo genio. Al suo compagno Dado Morandi che amava appassionatamente va tutto il nostro cordoglio. Oggi si è spenta una delle più grandi penne del giornalismo italiano.

Maurizio Matteuzzi
Una parte di noi
 
Rina Gagliardi è morta domenica. Un brutto cancro che a soli 63 anni, in pochi mesi, le ha divorato i polmoni e la vita. Se ne è andata «senza paura e senza dolore», come ha ricordato Ritanna Armeni, la sua amica di una vita. Il manifesto è stato una parte preponderante, assoluta della sua storia, fino alla rottura, nel '98. E anche la rottura non poteva che essere altrettanti assoluta. Lei proseguì la sua strada per altri cammini, con Liberazione e Rifondazione. Fino in fondo perché non era un tipo da mezze misure o da mezze passioni. Ma, al contrario di tanti che dal '71 sono passati per il manifesto e poi una volta divenuti «maturi» sono «cresciuti», sempre a sinistra. Però Rina era Rina e quei quasi 30 anni passati nella redazione di via Tomacelli osiamo credere che le fossero rimasti attaccati sulla pelle e nell'anima per sempre. 
Rina era stata fra i primi a trasferirsi a Roma. Il manifesto, allora, come era stato il Pci negli anni del dopoguerra, era una realtà totalizzante. Molti giovani, pochi legami famigliari, molti venuti da fuori, pochi soldi, vita in comune non solo per necessità economica ma per scelta. Per il piacere di stare insieme a cena dal mitico «Cesaretto» di via della Croce, o di vivere insieme.
Rina allora abitava in una grande casa dalle parti di piazza Verdi, insieme a Mauro Paissan, che veniva da Trento, a Ritanna Armeni, che veniva da Brindisi, e a Lidia Menapace, che veniva da Bolzano. Poi, anni dopo, trovò un appartamento a buon mercato, malridotto ma chic, in via Frattina, che per un certo periodo divise con Stefano Benni, quando Stefano passava per Roma, e poi una volta trovato il grande amore della sua vita, con Dado Morandi, con cui poi si trasferì in un appartamento bohemien di Trastevere.
Diversamente da quella che allora passava per una caratteristica invidiata del manifesto - essere popolato da donne bellissime e intelligentissime -, Rina non era bella. Ma faceva poca differenza perché la sua intelligenza, la cultura, la passione, lo spirito, l'arguzia toscana, la brillantezza pesavano infinitamente di più. Prima si sposò con Giovanni Forti, anche lui allora un giovane del manifesto, poi più tardi incontrò Dado.
Compagna, mamma, sorella, amica: Rina era, di volta in volta, tutto questo. Generosa, come tutti la ricordano, ma anche dura. A metà degli anni '80, una vita fa, sembrava che per i «padri fondatori» - Rossanda, Pintor, Castellina, Parlato - fosse venuto il tempo di passare la mano alla generazione di mezzo. I nuovi direttori non potevano essere che Rina e Mauro Paissan. Ma durò poco perché la vita del manifesto è sempre stata incasinata. Neanche un paio d'anni e i due direttori-giovani dovettero far di nuovo posto alla vecchia guardia. Rina, da buona «militante comunista», non fece una piega.
Ora anche lei se n'è andata. Come troppi dei vecchi e dei giovani di allora: Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Franco Carlini, Carla Casalini, Stefano Chiarini, Edoardo Giammarughi, Mario Morganti...
Ieri una piccola folla di compagni, famigliari e amici ha dato l'addio a Rina in una sala dei valdesi in piazza Cavour. Ritanna Armeni ha letto il necrologio, rispettando la promessa che s'erano fatte «da giovani», che quando una delle due fosse morta, l'altra avrebbe fatto l'orazione funebre. Poi l'hanno ricordata il nipote Guido Gagliardi, Valentino Parlato, Fausto Bertinotti, Maria Luisa Boccia e Marta, la figlia di Ritanna, che ha voluto salutare «zia Rina». Dopo, la bara è uscita fra le note della Traviata

di Norma Rangeri
VIA TOMACELLI
Ragazze negli anni della rivoluzione
Tornando dalle assemblee del movimento femminista andavo da Rina per farle leggere le mie cronache. E lei, con il viso vicinissimo al foglio (era molto miope), scorreva il dattiloscritto e scioglieva in forma più scorrevole i concetti del resoconto. Paziente e curiosa di capire le discussioni delle donne romane, anche se la sua attenzione era concentrata sulla politica nazionale di cui scriveva sul manifesto con la competenza di chi intratteneva lunghe conversazioni con i leader della prima repubblica (Craxi, De Mita... ).
Arrivata a via Tomacelli qualche anno prima di me, Rina era, insieme a Rossana Rossanda, Luciana Castellina e Lidia Menapace, un punto di riferimento per chi iniziava a muovere i primi passi nella redazione del quotidiano comunista. Anni meravigliosi, l'immersione nella vita dei movimenti si fondeva con il lavoro giornalistico senza soluzione di continuità, anni in cui capitava di fermarsi davanti al tavolone del mitico centralino a discutere dello strutturalismo althusseriano (una sua passione).
Oltre all'amore per Rosa Luxemburg, le piacevano il calcio, la musica lirica (mi canticchiava l'aria della Norma), il buon cibo, i gatti e le chiacchiere come nulla le importava di mode, abiti e civettierie femminili. Quella sigaretta tra le dita e i capelli un po' arruffati (fosse stata un uomo avrebbe indossato calzini scompagnati), quella lontananza dalle forme, me la rendevano simpatica, come un alter-ego, una persona autentica che badava al sodo, al contenuto delle cose. Poco importava poi trovarsi o no d'accordo con le sue posizioni politiche, perché Rina era Rina, una ragazza colta e convinta delle proprie idee, fino ad adombrarsi, certe volte, come nella fragilità di una bambina, se non riusciva a convincerti e a portarti dalla sua parte. Eventualità frequente nell'effervescenza di un gruppo politico-giornalistico, approdo di esperienze diverse, storie personali eterogenee, ciascuno convinto che la propria rivoluzione fosse quella giusta, come testimoniavano le interminabili riunioni di redazione.
Sicuramente è per aver vissuto insieme quei momenti generosi che poi, anche il successivo distacco, con la scelta di militare in Rifondazione comunista e di lasciare il manifesto per Liberazione, non hanno scalfito l'affetto per lei. Altre compagne e compagni dell'avventura manifestina se ne sono andati in altri giornali: la nostra è la storia di una diaspora permanente. Ma nel caso di Rina, nemmeno per un momento si poteva pensare che dietro quella scelta ci fossero ragioni meno che nobili, meno che squisitamente e solo politiche. Nessuna carriera (anche se il seggio al senato potrebbe sembrarlo) l'avrebbe lusingata o tentata di più del bisogno di restare fedele alle sue convinzioni. Ma adesso non è più in un altro giornale o in una nuova esperienza militante. Se n'è andata definitivamente, e così improvvisamente lasciandoci nel rammarico di non averla potuta salutare un'ultima volta.

Cara Rina
Una bruttissima notizia, sono davvero triste,
dispiaciuto e addolorato. Ho conosciuto personalmente Rina Gagliardi quando venne a Pescara in occasione della Festa di Liberazione- 16 settembre 2007- insieme a Lidia Menapace per presentare il libro di Lidia Lettere dal Palazzo da me curato che raccoglie i suoi interventi in una mailing list ed in Senato durante la penultima legislatura. Rina Gagliardi mi dette l'impressione di una parlamentare molto colta lucida, ma anche affabile, all'altezza della sua fama storica.
Luciano Martocchia

Vogliamo ricordare la compagna ed amica

Rina Gagliardi il cui impegno politico ed intellettuale si è rivolto anche verso il nostro territorio con il suo acuto sguardo, che illuminava e sapeva pungere. Alla famiglia e agli amici va tutto il nostro affetto.
Sinistra Ecologia Libertà di Siena

Alcuni di noi erano suoi amici e compagni

d'università, qualcuno era normalista come lei, altri fondarono insieme a lei il gruppo del manifesto a Pisa.Ci trovammo a fare il '68. La vogliamo ricordare così con i suoi occhialoni e il libro sottobraccio alle assemblee e alle interminabili riunioni a sognare e a praticare un movimento che avrebbe dovuto abbattere lo stato di cose esistenti e non ci riuscì, pronta a difendere le ragioni di Rosa Luxemburg in un'epoca in cui tutti credevamo e speravamo, ciascuno dal suo punto di vista, che qualcosa dovesse cambiare. Ancora noi tutti, con Rina, continuiamo a pensare che qualcosa dovrebbe e potrebbe cambiare
Lina Bolzoni, Franca Civile, Paolo Cristofolini, Giuliano Campioni, Gian Mario Cazzaniga, Isa Ciani, Luciana De Bernart, Maria Dedò, Riccardo Dello Sbarba, Sandra Di Majo, Fedora Durante, Aldo Fratojanni, Alfonso Gaglio, Maria Antonella Galanti, Maurizio Ghelardi, Alfonso Maurizio Iacono, Salvatore Lai, Mimita Lamberti, Antonella Lorenzoni, Daniele Napolitani, Marco Santagata, Mirella Scardozzi, Gonario Sedda, Giovanni Taglialavoro, Anna Valenti e i molti altri che non siamo riusciti a trovare.

Per noi ragazzi del manifesto di Alfonsine
dei primi anni Settanta era «quella di Rosa Luxembourg» per via della sua tesi e dei suoi articoli e lo restò per un po', fino a che non divenne semplicemente Rina. L'ho poi incontrata alla redazione di Arancia blu, la rivista di Tiezzi, anche lui scomparso quasi lo stesso giorno, dove ebbe un ruolo importante nell'avventura difficile di quelle pagine sospese tra l'impegno ambientalista e il loisir. Mi spiace che, come molte cose passate dentro la vicenda di Rifondazione, anche i nostri rapporti lì avessero perso la gentilezza. Mi dispiace perché non potrò più rimediare. Addio Rina, per me e per noi eri sempre quella bravissima e amatissima compagna conosciuta ai tempi delle tesi del manifesto.
Guido Pasi

Ho scritto il mio primo articolo

su un quotidiano agli inizi del 1977. Ho cominciato dalla fine. Un corsivo in prima pagina del manifesto. Avevo 21 anni, il pezzo parlava di sport. Oggi non lo scriverei. Non per il contenuto, perché era noioso. Eppure, fu proposto e sostenuto da Giovannino Forti e Rina Gagliardi, soprattutto da Rina. E un pezzo proposto da Rina era un pezzo che passava. Rina mi fu vicinissima in quei primi, difficili, giorni di collaborazione. Volle quel corsivo per una sfida. Dare uno spazio a un ragazzo che veniva dal movimento. Le sfide di Rina, le sue dolcezze. Prima del suo valore.
Dario Laruffa

di Fausto Bertinotti
Una intellettuale dell'impegno
Rina non c'è più e già ci manca, e già ci chiediamo come faremo senza la sua risata. Si parlava con lei di cose importanti, ma sempre con un interrogativo: siamo sicuri? È una parte di noi che ci viene strappata via, una piccola storia di grandi ambizioni, di una generazione che ha lottato e ha perso ma senza arrendersi e senza smettere di tenere insieme pratica di vita e cultura generale. Rina tuttavia non era un animale totus politicus; amava il sublime, lo trovava nella musica di Maria Callas e di Mina, e capitava che un grande direttore d'orchestra la chiamasse per dirle che quel suo articolo avrebbe voluto leggere nelle riviste specialistiche di musica. Ma Rina sapeva stare anche rasoterra, con la sua passione per il calcio e la capacità di snocciolare le formazioni della Fiorentina dell'ultimo mezzo secolo con la stessa precisione ossessiva con cui memorizzava le formazioni di governo.
Per dirla con Sartre, la vita di Rina è stata quella di un'intellettuale dell'impegno. Di una comunista eretica, che ha potuto permettersi di interpretare con libertà quello che a un certo punto abbiamo chiamato «revisionismo di sinistra». Di una donna singolare nella sua unicità, di una intellettuale raffinata e mai cinica, animata da un candore, perfino da un'innocenza, che non era disarmo ma coltivazione della grande storia e delle piccole cose del mondo - non per caso, parlando di Rosa Luxemburg finiva col ricordarsi sempre della lettera dal carcere in cui Rosa parlava dello sguardo della cinciallegra attraverso cui guardare alle cose della vita, come alla natura degli esseri viventi, come alla politica.
Rina aveva uno sguardo largo sul mondo, sulla politica, sui movimenti, in primis sul movimento operaio. Era soprattutto testa e cuore, poco corpo, e forse qui c'era la sua resistenza al femminismo, che pure intendeva come costruzione di rapporti con le altre donne.
È cresciuta nella famiglia del manifesto, nutrita alla scuola di Pintor, Rossanda, Castellina, Parlato, Natoli, Magri. Il suo straordinario dono della scrittura le consentiva di tenere insieme informazione, storia e interpretazione. Credo che sia stata insuperabile nell'arte di quello che una volta si schiamava «pastone politico». il manifesto è stata tanta parte della sua storia, luogo di formazione culturale e di vita affettiva; lì aveva maturato l'idea del giornalismo come forma originaria della politica, idea che mantenne anche dopo l'esperienza del manifesto, in Liberazione con Sandro Curzi prima e ne L'Altro-Gli Altri con Piero Sansonetti.
Prima c'era stata la Normale di Pisa, e le sue amicizie incancellabili, malgrado le divaricazioni politiche, con Massimo D'Alema e Fabio Mussi: teneva presenti tutte le stagioni della sua vita, con una fedeltà che non conservava il rancore.
Venne in Rifondazione con tutto il bagaglio della sua generosità in un momento in cui, dopo la rottura col governo Prodi, eravamo circondati da una solitudine granitica, e ci stette da militante disciplinata, lei che pure veniva da un'esperienza comunista libertaria. Insieme siamo andati a Genova, insieme abbiamo costruito la stagione della non violenza. Guardava alle istituzioni con il massimo di distanza critica, eppure ha fatto la senatrice con lo stesso orgoglio e lo stesso impegno con cui un operaio professionale svolge la sua mansione.
Ci abbiamo provato, insieme. Fraternamente, perché fratellanza è una parola desueta che a Rina si addiceva, e che faremmo bene a ricordare non solo quando una sorella come lei ci lascia. Come le si addiceva la parola «compagna»: una bella parola, la più bella forse. Vorrei che in una ragazza di 14 o 15 anni o una studentessa della Normale di Pisa entrasse una stilla della sua passione politica. Vorrei anche che noi, nel salutarla, prendessimo l'impegno di saperci dire «ti voglio bene» ogni giorno, nella nostra pratica quotidiana.
Ciao Rina, ti sia lieve la terra e più lieve te la renda il drappo rosso che ti avvolge.

 

di Mauro Paissan
Vent'anni insieme a Via Tomacelli, e l'ultimo sorriso
Voglio ricordare Rina con l'immagine che mi ha regalato venerdì sera, poche ore prima del suo addio: il viso sereno e sorridente, pur nella sofferenza, alcune parole personali che terrò per me, sguardi di intensa riconoscenza rivolti a Ritanna e a Sergio (un'amicizia d'oro, di quarant'anni), al suo Dado e al nipote. Avrei voluto offrirle una sigaretta (tanto, ormai...).
Se ne è andata in fretta, senza pesare su alcuno e senza lasciarci il tempo di capire. In queste ore sono troppo turbato per raccontare in modo adeguato l'amicizia che ci ha legati, lunga tutta la nostra vita matura, il lavoro comune di vent'anni al manifesto, la comunanza politica, ma anche le gran litigate (avevamo idee diverse su molti temi e anche su questa benedetta sinistra), l'avventura di una co-direzione del giornale, l'impegno politico diretto scelto da entrambi come evoluzione e completamento di quel lavoro giornalistico. Eravamo approdati giovani coetanei a via Tomacelli (lei poco prima di me) nel '73, provenendo dalla «periferia» come molti altri del primo gruppo redazionale. Una pluralità di provenienze che rappresentò una ricchezza della redazione.
Eravamo per certi aspetti un po' «legnosi» culturalmente e politicamente. Ma lavorare in un giornale come il manifesto con gli allora giovani «vecchi» (abbiamo sempre chiamato così la generazione che ci precedeva, i fondatori del quotidiano) ci ha offerto un percorso di maturazione professionale e culturale straordinario.
Con Rina ci siamo sempre tenuti d'occhio, con affetto ma anche con la consapevolezza che gli itinerari sarebbero stati diversi. A un certo punto, scegliemmo in modo autonomo di giocare direttamente nel campo della politica-politica. Lei, come sempre, ortodossa nella sua eterodossia di fondo, la più lucida, la più acuta. Io, forse meno solido e più aperto a culture diverse, come quella ecologista. La differenza tra di noi emerse molte volte in occasione delle scelte che di volta in volta il giornale era chiamato a compiere. Sta qui il motivo, forse, dell'impossibilità di dirigere insieme un quotidiano per un periodo che andasse oltre una fase di emergenza.
Peccato che Rina abbia potuto fare una sola legislatura (per di più tronca) al Senato. Sono convinto che se avesse avuto modo di compiere un'esperienza più lunga, e magari in un contesto politico più positivo (per il suo partito e per il centrosinistra), avrebbe dato un contributo prezioso in particolare sui temi della scuola e della cultura.
Rina aveva ancora molto da dare e da darci. Oggi come non mai si sente la carenza di persone con le sue sensibilità, con la sua preparazione, con le sue curiosità, con la sua volontà di impegno, con la sua passione.
A me, agli amici, mancherà poi l'affetto di Rina, quello che l'ha portata, poco prima di morire, a chiedermi notizie su mio figlio che ha visto nascere e che ora lavora lontano.
Nella tristezza e nella disperazione di queste ore, mi è tornata in mente una frase che Philip Roth mette in bocca a un suo personaggio in Everyman: «È impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono». Il che non ci esime dall'agire perché le speranze di cui Rina era portatrice influenzino il corso della storia.

 

  • di Ida Dominijanni
    Le amicizie l'acutezza l'ironia
    Sfogliando i ricordi, chissà perché il primo a presentarsi è questo. 1994, campagna elettorale che nell'incredulità dei più porterà al governo Silvio Berlusconi, vincente su un fronte di centrosinistra che aveva scelto di chiamarsi dei «Progressisti». In pieno «nuovismo» trionfante per le magnifiche sorti della Seconda Repubblica italiana e del dopo-'89 mondiale, quel nome ci parve un ritorno d'Ottocento che condannava la sinistra a un futuro perdente: gli dedicammo un intero numero di un inserto dell'epoca, il cerchioquadrato, spudoratamente intitolato «Perché non possiamo dirci progressisti», con la spregiudicatezza che un manifesto ancora appassionato a grandi battaglie di cultura politica sapeva mettere in campo anche contro il senso comune della sinistra. Rina scrisse un magnifico pezzo sull'idea di progresso e le sue smentite storiche, sull'illusorietà di una divisione del campo politico fra progressisti e conservatori mentre si profilava la rivoluzione conservatrice della destra, sullo sradicamento dalla migliore cultura novecentesca che quel nome comportava per la sinistra: era la Rina migliore, quando nella notista politica respirava l'intellettuale, e discutere con lei lasciava la traccia feconda del dubbio e dello scambio. Poi c'era anche la Rina del partito preso, quella che per ragioni di parte s'impuntava anche contro se stessa, e con cui discutere era più duro ma mai inutile né violento, perché Rina aveva - dote dimenticata di questi tempi, e che di questi tempi riusciva a mantenere perfino in tv - un grande rispetto dell'interlocutore, non andava mai sopra le righe e da buona toscana si faceva soccorrere dall'ironia quando la pesantezza o la seriosità diventavano troppo. Anche come notista era così, lucida e dura e militante ma ironica e non distruttiva verso l'avversario, e in questo, oltre che nella sua acutissima capacità di lettura del gioco politico, è stata davvero una maestra.
    Aveva un grande senso della fedeltà e conservava nel tempo amicizie inossidabili dal dissenso politico, come quelle con Massimo D'Alema e Fabio Mussi degli anni felici della Normale, o quella filiale con Pietro Ingrao. Litigava, ma non serbava rancori e prima o poi si dimenticava perché avesse litigato. Così capitava di perderla per poi ritrovarla e accorgersi di non averla persa. Si innamorò di Dado, non giovanissima, come un'adolescente, e credo che la freschezza dell'adolescenza sia rimasta la cifra del loro rapporto. Le piacevano le donne forti ed era capace con loro di amicizie fortissime, come con Ritanna Armeni che le è stata accanto fino all'ultimo respiro. Donne erano del resto le sue star: Rosa Luxemburg, Maria Callas, Mina. Sul settantesimo compleanno di Mina aveva scritto pochi mesi fa un pezzo da antologia per gli Altri. Avremmo voluto festeggiare con lei anche il suo, con una di quelle cene strepitose che adorava preparare.
di Luciana Castellina
Insieme a noi per rifare il mondo
Cara Rina, ancora una volta una/o di voi giovani che scompare.Una nostra compagna cui non doveva, non è giusto né accettabile che sia toccato , perché la morte dovrebbe esser riservata solo a noi che «siamo di leva». Per noi è razionale andarsene, pensa che guaio sarebbe se tutti quelli nati nel corso della storia fossero sopravvissuti! Già così è difficile mettersi d'accordo, ma se ci fossero ancora Spartaco, S.Francesco, Rosa e Marx, insomma tutti quanti, mettere in piedi Sinistra Ecologia Libertà sarebbe ancora più difficile. Anche solo fare un numero de il manifesto.(Senza pensare che se fossero ancora vivi i grandi sarebbero ancora vivi i cretini di tutte le epoche storiche). Insomma, tutto questo per dire che è giusto convivere con l'idea che si deve morire, ma è difficile, anzi impossibile accettarla quando a scomparire improvvisamente è Rina Gagliardi, che aveva vent'anni meno di noi del gruppo dei «vecchi» e per di più è restata, nel nostro immaginario, un'eterna ragazza. La ragazza della Normale di Pisa, che aveva avuto il coraggio di lasciare le Accademie e raggiungerci a via Tomacelli per impegnarsi nella grande avventura di rifare il mondo.
In questi ultimi anni ho frequentato molto Pisa perché , tardivamente, sono finita anche io in quell'Università. E non puoi sapere quante volte, a sedere nei bar di piazza Dante, con i tantissimi «manifestini» dei tempi più felici che abbiamo vissuto, abbiamo ricordato la «ragazza della Normale», poi diventata giornalista illustre e attraverso tanti travagli persino senatrice, un titolo che ti si confaceva così poco, perché tu sei sempre stata ironica e allegra e il Senato è luogo così austero.
Ma austera all'inizio lo eri anche tu, eccome! Voglio raccontare ai più giovani di quando - era il 1970 - mandasti da Pisa e a nome di tutto il collettivo una furibonda e perentoria richiesta agli organismi centrali di convocare un tribunale del popolo per giudicare dell'inammissibile comportamento di Luciana Castellina che violando l'etica rivoluzionaria aveva partecipato a una gara di sci di giornalisti! Negli anni successivi abbiamo riso molto insieme su quella tua reprimenda, ma faceva parte del nostro modo di essere di quei tempi in cui abbiamo praticato un impegno totale. È la prima cosa da salvaguardare nel futuro, magari con una impostazione un po' più gioiosa e libertaria della vita, tanto da poter includere, eventualmente, una gara di sci.Tu sei riuscita ad essere impegnata e allegra, a tirar fuori dalla vita le cose belle che può dare.Questo, Rina, in un momento pur così doloroso, ci consola: hai vissuto troppi pochi anni ma li hai vissuti bene. Ciao Rina, non posso essere lì a salutarti con tutti gli altri compagni perché, come capita ai vecchi, mi sono tutta rotta. (Non potrò più fare gare di sci!). Mi dispiace, perché sono certa che attorno a te avrei reincontrato tutta la nostra grande tribù manifestina e affiliati.

 

di Tommaso Di Francesco
L'angelo nuovo
L'orrenda ineguaglianza dei miopi
ti favoriva dentro un'altra luce
fuori dalle nebbie i lupi, la ragione
il fuoco era nascosto, la ginestra radici
stendeva tra tenerezza e assalto
dentro le notti rabbia sottile le parole.
Tutta la rivolta del nostro passato,
nel crepuscolo Corazzini e Rosa
misura del debole che non vuole morire
in torto ma che la morte ha raccolto.
C'è un quadro di Paul Klee, l'angelus
che è nuovo perché parte da lontano
fissa lo sguardo, gli occhi spalancati.
Vede al passato l'inesausta azione
al presente già resa macerie e la rovina,
a bocca spalancata annuncia stupore
dell'impotenza, dell'ultimo frantume.
Ma spalanca le ali come fosse l'unica
e prima volta, per destare gli sconfitti
i derelitti, gli ultimi e riconnettere
se stesso alla stagione trasformante.
L'angelo ride delle perdite e bacia,
con la saliva nasconde la passione,
l'amore nel giorno delle merci esposte.
L'angelo non può chiudere le ali.

  • di Gabriele Polo, Lucio Magri, Nichi Vendola
    CARA RINA
    L'energia di una stagione vissuta insieme
    Cara Rina, sei stata fra le/i primissime/i studenti d'eccellenza arrivati a il manifesto, la testimonianza di quanta energia possedeva e quante speranze aveva acceso la nostra impresa. La tua scomparsa mi addolora, ma consola ricordare quanto è stato bello l'avvio della nostra avventura.
    Lucio Magri
    Ci mancherà il tuo pensiero; mi mancherà la tua voce.
    Grazie Rina, grazie per quello che mi hai donato.
    Nichi Vendola
    L'aria sorniona della giornalista colta che sviscera le cose del mondo non ha mai avuto la meglio sulla stupefazione della ragazza che s'indigna e che quel mondo lo vuol cambiare. Ciao Rina, con un abbraccio.
    Gabriele Polo
Ci mancherà la tua voce critica, appassionata
Cara Rina,
non ce l'abbiamo fatta a farci la nostra solita chiacchierata sulla «fase politica» come c'eravamo promessi nell'ultima telefonata di qualche giorno fa. Neanche quel maledetto male è riuscito a toglierti la curiosità ed il gusto per la bella politica.
Ci manchi immensamente e sentiamo ora una grande tristezza. Ci mancheranno sempre la tua voce critica, le tue riflessioni impegnate e raffinate, la tua partigianeria, la tua passione. Sei stata unica. E ti abbiamo tanto voluto bene. Sentiamo un dolore profondo perché ci manca la tua grande umanità che straripava in tanta vitale eccentricità.
Siamo tristi. Tanto tristi.
Sei andata via così in fretta che non ci hai dato il tempo di trasmetterti le cose belle che avevamo in animo di darti. Come sempre riesci a «spiazzarci». Sei andata via come in una nota malinconica di una bella canzone della tua Mina.
A Dado un abbraccio fortissimo.
Franco Giordano
e Griselda Clerici

 

 

Addio Rina

di Rossana Rossanda

su Liberazione del 29/06/2010

 

E’ morta domenica mattina in una clinica romana Rina Gagliardi devastata da un cancro così rapidamente diffuso che forse neppure è riuscita a rendersene conto. Aveva 63 anni ma ancora il piglio e il volto sorridente della studentessa approdata al manifesto appena uscita dalla Normale di Pisa, piccoletta, sapiente e un po’ sbiadita che si annidava fra sfolgoranti Ritanne, Sergi e Mauri. Sessantottina come i suoi coetanei ma costruita attorno a una cultura critica, che non la inclinava a troppo facili riscoperte della persona, dell’io, del piacere, della provocazione. Ne veniva persino un freno alla prepotente curiosità, penso alla sua chiusura al femminismo. Rina era vaccinata contro lo stalinismo da un amore sconfinato per Rosa Luxemburg e guardava al movimento operaio e comunista senza illusioni ma senza indulgere a troppe divagazioni. Questo suo modo di essere, credo, la portò subito al manifesto perché noi rappresentammo dopo il 1969 la critica piu radicale e meno fantasticante a un “socialismo reale” che stava per sprofondare. Quelli di noi, d’una generazione precedente, che hanno visto arrivare verso di sé una leva di giovani come lei sono responsabili di non averli aiutati, e forse capiti, abbastanza, di non aver accettato di scontrarsi con la loro diversità come se fosse un ritardo, e di averli lasciati smarrirsi nelle peripezie di una sinistra che vent’anni dopo sarebbe stata senza riferimenti. Certo non riuscimmo a darne noi, che avevamo tenuto orgogliosamente negli anni Settanta e Ottanta, avevamo preveduto la crisi mortale dell’Urss, e nell’89 pensammo che si sarebbero liberate una riflessone e un pratica separate finalmente da un sistema soffocante. Non devono aver vissuto allo stesso modo la caduta del muro di Berlino i più giovani, che dell’est non avevano conosciuto la storia e le sofferenze e la resistenza ai nazisti durate la guerra. Di sicuro credevano nell’ondata assieme radicale e libertaria che pareva trascinare tutto l’occidente. Quando questa cadde, si trovarono senza presente e senza una spiegazione seria del passato. Rina fu più irritata che turbata dal riflusso che investiva anche noi. Rosa finiva ammazzata a colpi di calci di fucile durante una sconfitta che vide ma in una guerra del cui esito non dubitava. Rina dubitò presto del narcisismo di un’eterna ricerca, temette la debolezza dei singoli, il permanente rinvio della costruzione di un gruppo e scoprì volentieri che nella cultura degli spartachisti stava anche l’inflessibilità di Rosa nell’organizzazione. Aveva anche, come tutti, bisogno di una appartenenza, che significa poi la capacità di stare con altri, forse autolimitarsi. La cercò, questa appartenenza, prima nel manifesto, che diresse con Paissan e Gigi Sullo, e quando nei primissimi Novanta qualcuno di noi lanciò un grido di pericolo fece subito blocco col collettivo: ma come? Ma che c’è? Tutto va bene. Poco dopo lasciava il manifesto ed entrava in Rifondazione. Scopriva le poche ma non aggirabili virtù di un partito per chi spera non solo di commentare fatti, ma di agire su di essi. Da allora lavorò nel partito ma, nata in un giornale, soprattutto in Liberazione con Curzi e con Sansonetti, divenendo quel che sarebbe rimasta sempre, osservatrice politica acuta e polemista fedele a un’autorità riconosciuta, che, da toscanaccia qual era, non risparmiava frecciate alle dissidenze. Non senza pescare nella cultura anche in tv, mezzo che per la cultura non è fatto, dove la sua testolina ben pettinata e sorridente cercava di imporre ai dibattiti argomenti e riferimenti sconosciuti ai più. Dovette vivere come un fallimento la conta e la rottura di Chianciano - silenziosa in fondo alla sala, atterrata dalla fine di un progetto che non le era stato del tutto ovvio accettare. Non si è comunisti da soli. Rina è stata anche felice. Aveva una sua vena vitale e popolare di golosità, sedotta come Brecht da un buon vino e da una buona idea, sapeva tutto di musica e di football. La ricordo nelle riunioni più noiose inventare su fogli quadrettati le formazioni calcistiche, alla Lippi o Bearzot o Sacchi o come altro si chiamasse allora il coach della nazionale. Conosceva Bach e Mina, aveva una bella voce e le piacevano le feste. Scrisse per anni su Liberazipne con gusto e forse una soddisfazione che al manifesto le era mancata. Ma soprattutto, dopo un non felice legame con l’infelicissimo Giovannino Forti, incontrava Bruno Morandi, Dado, e furono una vera coppia, in politica e in un comune gusto per la vita. Non tutti ne sono capaci. A Dado,ora solo, vanno i pensieri affettuosi di chi le ha voluto bene.

 

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Ciao Rina, compagna mai banale

di Aldo Garzia

su Aprile online del 28/06/2010

Uccisa da un cancro è morta Rina Gagliardi. Intellettuale militante, giornalista e figura storica della sinistra italiana. Dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il Manifesto", dove ha lavorato per 25 anni (dirigendolo per una fase insieme a Mauro Paissan), prima di essere eletta senatrice del Prc ed essere co-direttrice di Liberazione insieme a Sandro Curzi e, negli ultimi tempi, collaboratrice de Gli Altri. Penna intelligente e donna dal grande valore umano, aveva tre grandissimi amori: la politica, la musica e suo marito, Dado Morandi. Le compagne e i compagni, gli amici, la ricordano domani, lunedì 28 giugno alla chiesa Valdese di Roma, Piazza Cavour, alle ore 16.30

Ora che Rina Gagliardi non c'è più, di lei mi vengono in mente immagini disordinate.
Ricordo quel meticoloso stilare formazioni della Fiorentina di vari campionati nel bel mezzo di riunioni politiche lunghe e noiose. Lei era tifosa "viola" fino al parossismo e si vantava dei due unici scudetti vinti (1956, 1969). Il secondo doveva amarlo in modo particolare perché legato indissolubilmente agli anni degli studi universitari a Pisa, dove aveva fatto la sua prima esperienza politica in pieno ‘68 da studentessa della mitica Scuola Normale (da qui il sodalizio critico con Fabio Mussi e Massimo D'Alema che la Normale hanno frequentato negli stessi anni).
Mi viene in mente anche una immagine di Rina che quasi trema dall'emozione mentre ascolta assorta un disco di Mina e poi un altro di Maria Callas, amate da lei con devozione: non ho mai visto una collezione più completa della sua di dischi dell'una e dell'altra. Bastava accennare a Ornella Vanoni come alternativa a Mina per suscitare la sua ilarità che si univa a una filippica sulle doti vocali di Anna Mazzini, in arte Mina.
Mi vengono in mente anche immagini di Rina dedita ai gossip, di sinistra s'intende. Quando sbocciava un nuovo amore o ne terminava un altro e finanche quando si trattava di un banale tradimento, lei era la prima a saperlo e a sorriderci. Ricordo con piacere pure le chiacchierate "colte" su letteratura, filosofia e cinema. Lei era donna dalla raffinata cultura e dalle letture onnivore. Frequentarla non era mai banale.

La prima volta che l'ho conosciuta è stato nel lontano 1971, praticamente quarant'anni fa, agli inizi del "manifesto" quotidiano. Lei e Ritanna Armeni abitavano in una casa-foresteria in via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo e da via Tomacelli, dove aveva sede il giornale. Una sera, dopo la chiusura del quotidiano, siamo andati in quella casa per continuare a chiacchierare di politica. Era l'inizio di una relazione che sarebbe continuata, tra alti e bassi, fino a ieri.
Poi c'è la Rina "pubblica". La notista politica stimata pure dagli avversari, la militante del Manifesto e del Pdup prima (ha diretto a metà degli anni Settanta una rivista che si chiamava "Transizione") e poi di Rifondazione quando segretario fu eletto Fausto Bertinotti. Non dimentico la lacerazione che il suo abbandono del "manifesto", dove era stata direttrice per una fase insieme a Mauro Paissan, provocò in molti di quelli che rimanevano e nel gruppo dirigente storico di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Valentino Parlato. Non ci fu niente da fare. Lei aveva deciso e non c'erano motivazioni sufficienti, né politiche né sentimentali, per farle cambiare idea.

Qualche tempo dopo l'abbandono del giornale, mi arrivò l'invito a partecipare a una cena a casa sua, a Trastevere, con ospiti d'onore Armando Cossutta e la moglie. Secondo Rina, la serata doveva servire a dimostrare che Cossutta non era quell'ottuso filosovietico che avevamo dipinto per anni e che lui e Bertinotti potevano convivere benissimo nello stesso partito. Quindi, era l'ammonimento per i pochi invitati a cena, bisognava che anche noi ci decidessimo a dare una mano alla costruzione di Rifondazione. "Gagliardova", come a un certo punto avevamo iniziato a chiamarla, era pure questo.
Rina aveva una passione politica così acuta che quando era convinta di una posizione finiva per diventare cocciutamente settaria. Per una lunga fase non si poteva criticare al suo cospetto un articolo di Rossana Rossanda, lo stesso è accaduto in seguito per tutte le scelte di Fausto Bertinotti che lei difendeva a spada tratta. Era così stridente quell'atteggiamento con l'ammirazione che nutriva per l'eterodossa Rosa Luxemburg e la consuetudine a ragionamenti non schematici da renderla ugualmente simpatica nella versione priva di dubbi e incertezze.

Come tutti noi, Rina ha conosciuto in questi quarant'anni più sconfitte che vittorie. Ha sofferto per l'ultima scissione di Rifondazione, ha fatto bene la senatrice del Prc per due anni dal 2006 al 2008, si è rimessa a scrivere per "Gli altri" e "il Riformista" dopo aver lasciato "Liberazione" che aveva codiretto con Sandro Curzi. Aveva scelto di militare con Sinistra ecologia e libertà. Ha vissuto intensamente la sua stagione con straordinaria generosità.
Tra le ultime cose scritte da lei, ci sono un bel saggio su "Alternative per il socialismo" dove racconta il ‘68 a Pisa (quasi un taccuino sugli anni giovanili) e un beffardo articolo su "il Riformista" dove annotava - per dimostrare la confusione che domina a sinistra - che bisognava dotarsi di almeno 300 euro al mese se si volevano acquistare tutti i giorni i quotidiani della sinistra.

Negli ultimi anni, nei quali l'amatissimo marito Dado Morandi, ha iniziato ad avere difficoltà nel camminare, Rina aveva il vezzo di servirsi di un autista che l'accompagnava alle riunioni e poi la veniva a riprendere. Era lo stesso autista che accompagnava i due coniugi nei loro spostamenti cittadini. L'ultima volta che ci siamo visti, non molte settimane fa, ho approfittato di un passaggio. Nel salutarci ci eravamo ripromessi di vederci presto per litigare sulla politica ma anche per spettegolare un po'.
Sapere della sua malattia è stato un dolore. Salutarla per l'ultima volta in un angolo di una clinica, con gli occhi già chiusi, è stato un atto di congedo dovuto a una amica e a una compagna.

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Scompare Rina Gagliardi, giornalista e parlamentare di Rifondazione

di Ella Baffoni

su l'Unità - edizione internet del 28/06/2010

 

Pisana e filosofa, innamorata di Althusser. In quel vascello anarchico che era il manifesto, quinto piano di via Tomacelli, lei c’era sempre. Magari seduta per terra, accaldata nell’afa d’estate, le finestre aperte per un refolo. O intabarrata d’inverno, un occhio alle agenzie, l’altro al telefono. E la testa, sempre, a cercare un’altra strada possibile, la politica vera che cambia le cose. Con una maledetta sigaretta accanto.

Dura a volte, sì. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, e non si fanno sconti, tanto meno in assemblea. Ma tenera, anche: gli affetti, i gatti compagni di vita che amavano passeggiare sui tetti di Roma. La passione per la lirica, la Callas e le belle canzoni. E il suo compagno Dado che la portava in montagna; per lei, donna di mare, un’altro mondo.

Una compagna solida, dalle profonde passioni e le curiosità inesauste, che ha codiretto il «suo» giornale insieme a Mauro Paissan. Poi ha lasciato il manifesto per Liberazione, l’impegno in Rifondazione e poi in Senato. Chissà cosa avrà pensato dei riti e del tempi morti dalla politica ufficiale, lei sempre dall’altro lato dell’impegno. A giudicare dal ricordo dei suoi colleghi di scranno, da Bertinotti e Luxuria, Fava e Mussi, ma anche Vita, Schifani, Orlando, Finocchiaro, Chiti, ha lasciato una bella traccia, vitale.

Dice Veltroni: «L'appassionava il destino della sinistra, coglieva il senso di snodi importanti come l'impatto del femminismo, analizzava acutamente i mutamenti sociali. Tante volte ci è capitato di essere su posizioni lontane ma su tutto faceva agio la sua sincerità e la sua passione. Non amava le cose facili, Rina, o i sentimenti semplici. Non a caso il titolo del libro che ci ha lasciato suona così: “Devi augurarti che la strada sia lunga”. Ci mancherà». Sì, ci manca già.

 

L'anticapitalismo necessario (di Rina Gagliardi)
Intanto, non mi convince il tema - lo riassumo così - della "insufficienza" dell'anticapitalismo. Ricordando, en passant, che Carlo Marx, non usa mai questo "ismo", mi sembra però che valga la pena - oggi, non ieri o non nel secolo scorso - di porsi la seguente domanda: è possibile, è pensabile, è "costruibile" una società migliore di quella attuale, una società nella quale, come diceva un grande poeta, "l'uomo sia un aiuto per l'uomo", senza superare lo sfruttamento e l'alienazione del lavoro (e quindi di tutti i rapporti sociali, culturali, tra le persone)? La mia risposta è che, senza questo superamento, o a prescindere da esso, non si dà alcuna vera trasformazione - e, nella fase attuale, neppure alcuna sostanziale correzione (di tipo riformistico, se vogliamo chiamarlo così). Ma non parlo delle acciaierie Krupp, della chimica tedesca, e nemmeno della Ford. Parlo del mondo contemporaneo: quello della globalizzazione produttiva, delle multinazionali, del potere finanziario e bancario, della straordinaria crescita delle diseguaglianze, fino alla rinascita della schiavitù e all'esplosione delle grandi migrazioni.

Parlo del mondo della precarizzazione "strutturale" del lavoro, della tendenziale cancellazione di ogni diritto sociale, della paura, della nuova guerra tra poveri. Non è precisamente contro questo stato delle cose che, tra la fine del ventesimo secolo e l'inizio del ventunesimo, è nato un grande movimento mondiale, fatto soprattutto di giovani, che cercava, per quanto forse in modo confuso e disorganico, un'alternativa, un cambiamento radicale? Sempre en passant, trovo assai curioso che tu derubrichi dal tuo ragionare questo evento, quasi non fosse esistito, e resti "inchiodato" all'Ottobre del '17 e alla storia del Novecento (cioè dei Partiti comunisti e socialisti). E' vero, lo sappiamo bene, che il movimento no global è stato una meteora - come per altro capita ai movimenti, per di più quasi infinitamente variegati come quello di cui parliamo. Tuttavia, l'anticapitalismo ha riacquistato senso politico e piena attualità a partire da quella rivolta. Essa ha reso evidente sia l'esistenza di un nuovo, enorme proletariato mondiale (molto più esteso che non nel XXsimo secolo, un'occhiata alle cifre, talvolta, aiuta) sia il carattere onnivoro, del modo di produzione capitalistico del presente. Se, storicamente, lo sfruttamento e l'alienazione erano "riservati" agli operai - ai lavoratori delle fabbriche, soprattutto manifatturiere - oggi questo sfruttamento tende a sottomettere alle sue "leggi" pressoché l'intera società. Il modo capitalistico di produzione - schematizzo un'analisi fatta mille volte - ha violentato sistematicamente, la natura, l'ambiente, l'aria, l'acqua - il clima. Ha invaso il tempo così detto libero. Ha cancellato la distinzione, protrattasi per secoli, tra sacro e profano. Ha sussunto interamente scienza e tecnologia, fino a cancellare quasi del tutto la libertà della ricerca scientifica. Ha asservito il pensiero, fino alla dittatura soft del "pensiero unico". Ha mercificato tutto - e "mercificare" vuol dire, precisamente, che non si dà prodotto dell'attività umana che non abbia forma di merce e che possa sfuggire alle "leggi" del valore di scambio. Dunque? Dunque, non capisco che cosa vuoi dire quando accusi la sinistra di essere stata troppo anticapitalista: a me pare che lo sia stata - e lo sia tutt'ora - troppo poco. Anzi, per nulla, almeno a partire dalla celebre svolta della Bolognina, nella quale la rinuncia alla identità - al nome - comunista valse, per molti, come rinuncia, appunto, ad una prospettiva anticapitalista.

Ma tu insisti: ci sono molte più contraddizioni - primarie - nella società che non possono esaurirsi nello schema, appunto, anticapitalistico. Ora, se il bersaglio di questa polemica è la "centralità operaia", è, insomma, l'idea che "liberando se stessa, la classe operaia libera tutta l'umanità", una qualche ragione ce l'hai. Ma ti domando: dove vedi diffuso tutto questo operaismo, anzi tutto questo "cipputismo"? Di classe operaia non si parla più, nessuno se ne occupa, nemmeno la classe operaia stessa, se non per le tragedie quotidiane dei morti sul lavoro, se non quando qualche gruppo operaio minaccia qualche gesto estremo perché non ha altro modo per bucare il muro dei media. Insomma, gli operai sono tornati ad essere gli "ultimi", non solo per la disattenzione, anzi per l'oscuramento mediatico da cui sono avvolti, ma per i salari e la condizione di lavoro e di vita a cui oggi sono per lo più costretti. Io credo che questo depauperamento sociale e politico c'entri qualcosa (almeno "parecchio", come ebbe a dire Giovanni Giolitti) con il degrado di questa società, compreso quello della democrazia e della libertà. Anche qui: dove vedi una sinistra che si occupa "troppo" di lavoro o di operai? Anche il nuovo segretario del Pd, che pure segna una svolta importante nell'immagine e forse nella natura del partito, assume le ragioni dell'impresa (del capitalismo) come di "pari entità" rispetto a quelle del lavoro. Ma torniamo al merito.

Mi pare che tu dica, se ho capito bene, che le culture critiche e i movimenti che le esprimono - femminismo, ambientalismo, libertà di orientamento sessuale sono le più importanti ma non le sole - stanno molto strette nello schema anticapitalistico. Per una parte, questa posizione appare difficilmente contestabile: per esempio, la contraddizione di genere precede, di gran lunga, la nascita del capitalismo e delle società industriali) e non si "risolve" certo attraverso il mutamento del modo di produzione. Non solo: l'emancipazione femminile, pur tra mille contraddizioni e aporie, è andata assai più avanti nei paesi a capitalismo sviluppato che non nei così detti paesi socialisti. Per un altro verso, però, per fare un altro esempio, a me appare difficile, illusoria e anche un po' imbrogliona una battaglia ambientalista che non metta in discussione il primato dell'economia (degli interessi economici) sulla politica e dunque il potere dei poteri, appunto, forti. Che cosa voglio dire? Intanto che quell'espressione, culture critiche, mischia culture, soggettività, soggetti, istanze molto diverse le une dalle altre - lo "statuto" del femminismo è diverso, la libertà delle donne nasce da una contraddizione che non si acquieta forse mai ed è destinata ad attraversare società, regimi, passato e futuro, capitalismo e comunismo (se mai la storia ne riproporrà l'occasione). Ma voglio dire anche, se parliamo di libertà come grande obiettivo storico (il comunismo come "regno della differenza"), se teniamo ferma la barra della trasformazione, oggi non c'è parzialità che possa aspirare, da sola, ad essere vincente. Fuori dal progetto generale di un'altra società, tutte le contraddizioni oggi esistenti - anche quella del lavoro - possono essere riassorbite dal potere e dai poteri. Non solo non si risolvono, ma si aggravano, quantomeno per i più. Non solo non producono rivoluzioni, ma nemmeno riforme - e poiché la storia non funziona con lo schema d'un progresso lineare, determinano anche, in questa fase, drammatiche regressioni. Te ne cito qualcuna (di cui per altro questo giornale spesso meritoriamente si occupa). Le donne stuprate, assassinate, ferite dai loro partner o familiari. L'omofobia drammaticamente dilagante. Il razzismo. La tortura praticata quotidianamente nelle carceri. La giustizia (di classe! di classe!) di cui parlava Giuliano Pisapia in due belle interviste, una su Gli Altri e una su Il Riformista. Tu sei così sicuro che a tutto questo sia estranea l'inesistenza di una sinistra degna di questo nome? Tu pensi davvero che non c'entri nulla l'idea di società che il capitalismo attuale porta con sé e afferma, nella macroeconomia come nella vita quotidiana? Io non penso, naturalmente, che il capitalismo sia demoniaco. Penso, piuttosto, che sia un "elefante amorale", dal titolo di un bel saggio di qualche anno fa, indifferente ad ogni altro obiettivo che non sia la crescita economica, il profitto - «tutto ciò che è solido sarà distrutto"», ebbe a scrivere Marx nientemeno che nel Manifesto del 1848. Perciò, è oggi (specie dopo l'89) tendenzialmente totalitario, indifferente alla libertà, come tu scrivi giustamente, e alla democrazia. Perciò, secondo, mai come in questa fase storica, la battaglia per il lavoro e per la libertà sono inseparabili. Non possiamo più permetterci il lusso, se così posso dire, di combattere su un solo fronte, giacché i fronti si sono moltiplicati - pensa alla paura diffusa a piene mani, pensa allo sconvolgimento dei sentimenti, agli spaesamenti che la globalizzazione ha prodotto e produce. In questo, la riflessione di Rossana può apparire, in parte è, legata a schemi classici, e troppo poco applicata al tempo presente. Non per questo, però, come in sostanza tu fai, essa dev'essere rovesciata nel suo contrario - nel leggere i due articoli, lo confesso, mi siete sembrati ambedue impigliarvi, in termini simmetrici e opposti, nell'antico dibattito su struttura e sovrastruttura, e mi è sembrato di tornare giovane.

Quanto alla sinistra del futuro, se mai ce ne sarà una, essa non potrà più nascere sulla base di una "contraddizione principale", che stabilisce, per tutte le altre, uno statuto in qualche modo di complementarità. E', giust'appunto, la sfida che non siamo ancora riusciti a vincere (e che per un po' di anni, una dozzina, abbiamo tentato anche in Rifondazione comunista): costruire un grande movimento del molteplice, piuttosto che plurale, in cui non c'è più la sintesi (astratta e asfittica) del Partito novecentesco, ma non si procede neppure per somme, per "et et", per spezzoni incomunicanti, per solitudini individuali. Una sinistra siffatta, lo so, non c'è quasi mai stata. Perché, contrariamente a quello che tu scrivi, non è vero che si è occupata tanto o troppo di anticapitalismo (anzi, ne ha mimato spesso il peggio), ma perché ha ridotto la sua missione, e ragion d'essere, alla conquista del potere politico - per via rivoluzionaria, tipo presa del Palazzo d'inverno, o per via democratica, tipo vincere le elezioni e andare al Governo. A tutt'oggi, non è forse vero che l'ossessione principale, anzi unica e totalizzante di quel che resta della sinistra sono le elezioni? Scusatemi questo accenno alla nostra triste attualità. Ma penso che sia stato (o sia?) questo vizio iperpolitico (di antica matrice leninista) a mettere in soffitta la trasformazione. E a farci guadagnare una sconfitta da cui forse non riusciremo a risalire.

http://altronline.it/node/

 

 

Nonviolenza fra principio e politica

LA RIVOLUZIONE SECONDO ROSA
Rina Gagliardi  

Perché questa discussione sulla nonviolenza? Da varie parti, anche all'interno di Rifondazione comunista, è stata messa in dubbio, prima di ogni altra cosa, l'urgenza, e perfino l'utilità, di riavviare un dibattito certamente nient'affatto inedito nella storia del movimento operaio e della sinistra. E si è messo in dubbio che questa fosse, comunque, una priorità. In realtà (a parte la marxiana considerazione che una questione `esplode' solo se e in quanto è matura), non si è trattato certo di un `lusso', o di una ridondanza dialettica un po' sprecata. Questa ricerca è nata nel fuoco degli eventi drammatici di questo inizio millennio, che appare nel suo insieme una delle fasi più violente e devastanti della storia recente. Ed è stata sollecitata dal movimento detto `no global', da quando, a cominciare dalle giornate di Genova del 2001, questo nuovo soggetto di massa - così atipico rispetto a tutte le tradizioni - si è concretamente trovato di fronte alla violenza del potere, della repressione, delle campagne denigratorie dei media.
Si torna a confrontarsi, dunque, su violenza\nonviolenza perché, di nuovo e per fortuna, ci si interroga sul senso del perdere e del vincere, sul come si costruisce l'altro mondo possibile, sui mezzi e i fini della lotta. E perché, in un mondo e in un'ottica ormai globali, sono tornati d'attualità gli interrogativi (posti in particolare da Pietro Ingrao) sulla efficacia della resistenza da opporre alle invasioni neocoloniali, alle occupazioni militari che si fanno permanenti, insomma alla guerra che dispiega la sua logica di oppressione in tante aree del mondo. Una discussione, alla fin fine, di natura tutta politica. Essa, certo, quasi fatalmente, tende a mescolarsi - e talora a sovrapporsi - con una dimensione filosofica, etica, generale. E a riconnettersi, in varie forme, al tema dell'`uscita dal '900', che, anch'esso, aleggia di continuo in questa - come in altre ricerche.
Questa premessa per dire, in sostanza, che queste diverse dimensioni vanno tenute ben distinte - pena una confusione e, sì, una ridondanza dialettica che non aiuta a fare alcun passo in avanti, neppure nella comprensione delle reciproche posizioni. Un conto, per esempio, è il pacifismo, che concerne il rifiuto della guerra e una domanda di pace, a sua volta non univoca, un conto è la nonviolenza, che attiene alle forme del conflitto politico e, oggi, alla ridefinizione della politica stessa. Un conto, ancora, è la nonviolenza come assoluto - sciolto, nel senso letterale del termine, da ogni logica di contestualizzazione - dal quale far discendere, quasi palingeneticamente, la sola possibilità di salvezza che resta al nostro mondo, un altro conto è l'assunzione della necessità politica di una scelta nonviolenta.
In questo senso, non esiste un `partito dei nonviolenti' come entità soggettiva omogenea o compatta. Si è nonviolenti laici o religiosi, marxisti o liberal-democratici, apocalittici o `integrati'. Del resto, il dibattito dei mesi scorsi (svoltosi sulle colonne di «Liberazione» e del «manifesto») è stato molto politico. Di più. Il tema vero - quello essenziale - della ricerca avviata (che nel seminario nazionale di Venezia di fine febbraio ha registrato un momento molto significativo) è proprio il rapporto tra la nonviolenza e la trasformazione rivoluzionaria: ovvero il superamento del modo di produzione capitalistico, ovvero una `rivoluzione nonviolenta'. Un ossimoro? Una contraddizione in termini? Una `bestemmia' teorica prima che pratica? Finora, così è apparso e in grandissima parte così è stato. Ma di questo, non di altro, si tratta. Di un percorso nel quale la scommessa neoidentitaria è esplicita per chi non archivia il comunismo tra i residui del passato e intende al contrario contribuire a declinarne la nuova attualità.
Nel suo saggio pubblicato sull'ultimo numero della «rivista del manifesto» 1, Rossana Rossanda polemizza - mi pare - con la nonviolenza tout court, ne nega, anzi, la possibile o potenziale natura politica, e pone, a sua volta, molti stimolanti interrogativi. Con i quali vorrei confrontarmi.
1. La non violenza e i conti con la storia In una ricostruzione storica sotto molti aspetti condivisibile, Rossana nega la fondatezza di ogni bilancio critico che rilegga l'esperienza del movimento operaio - segnatamente l'esperienza novecentesca - alla luce del suo preteso carattere violento, o militare. Una polemica che coinvolge sia l'Ottobre sia, in specifico, la vicenda del comunismo italiano - tanto più originale in quanto segnata dalla lezione gramsciana prima, e togliattiana poi. E dunque?
Non ho mai condiviso le letture del '900, anche quando muovono da interrogativi reali, che riducono il secolo passato a un cumulo di macerie e di rovine. Né credo che abbia senso `bocciare' un secolo - francamente non so se breve o lungo - che è stato per eccellenza duale: colmo cioè di straordinari progressi quanto di incredibili regressioni, capace di albergare, nelle sue viscere, le guerre più spaventose - e il `Male assoluto' della Shoah - così come i percorsi più significativi di liberazione di massa.
Questa persuasione, tuttavia, non può far velo sul drammatico dato storico della sconfitta - e insieme del fallimento - che il movimento comunista del '900 ha dovuto registrare: in Russia e in Cina (con esiti diversi), nel destino di molti partiti comunisti, nella stessa rivoluzione anticoloniale. Non mi permetto, ovviamente, di impartire `lezioni', a questo proposito, a coloro - come Rossana - che hanno genialmente anticipato un'analisi sulla irriformabilità del cosiddetto `socialismo reale' (e quindi anche una previsione sui suoi esiti), pagando per questo rigore politico e intellettuale un prezzo alto. Do per scontato, insomma, un punto di vista largamente comune. Dove sta, allora, il dissenso di oggi? Forse, nell'individuazione del `punto' - storico ma anche teorico - nel quale comincia a collocarsi la sconfitta. O forse, piuttosto, nell'assunzione che Rossana fa della relativa `inscindibilità' di storia reale e teoria: un approccio, mi pare, che contiene un rischio organicistico. Se ci si spinge oltre un certo grado di critica teorica, pur a partire dal presente, si cade inevitabilmente nella condanna in toto di un'esperienza storica: questo mi pare sostenga Rossana. E si finisce per ritenere `inevitabile' - fatalmente scritto nelle sue radici o nelle sue premesse di fondo - ciò che era invece evitabile, come gli esiti della Russia sovietica.
Ma in che cosa, allora, abbiamo sbagliato? E che cosa, soprattutto, dobbiamo tentare - quantomeno - di non ripetere? Queste domande restano, dal mio punto di vista, un passaggio ineludibile della rifondazione comunista e dell'identità rivoluzionaria. Non si tratta di riscrivere la storia (la nostra storia), per scoprire, magari, che tutti gli esiti disastrosi stavano scritti nelle premesse o, peggio, nelle intenzioni, per concludere, insomma, che lo stalinismo è un'organica conseguenza del leninismo, e che il leninismo, a sua volta, è una tabe solo esasperata di tutta la politica moderna: questo sì è pentitismo, revisionismo, `negazionismo'. Si tratta, invece, di guardare al futuro facendo tesoro di tutte le lezioni possibili che il '900 ci consegna e discernendo - in una paziente ricerca collettiva - ciò che è vivo da ciò che è morto.
Si doveva fare la Rivoluzione d'Ottobre? Si doveva, cioè, approfittare di un'occasione straordinaria di `scalata al cielo' pur in una forzatura grande della soggettività? Io rispondo di sì, senza esitazioni: quella scelta ha segnato uno spartiacque nel secolo che resta inseparabile dal fondamento dell'identità comunista e rivoluzionaria. Ma non posso non sapere, oggi come allora, che questa scelta non è in realtà separabile dal contesto della guerra mondiale e da quella rivoluzione europea - tedesca -, che fu invece sconfitta. Non posso non sapere, dunque, che il `socialismo in un solo paese' è una parola d'ordine non solo infondata, ma foriera di disastri politici, produttivi, ideologici. E che, soprattutto, la `presa del potere', ovvero una concezione della rottura rivoluzionaria che la identifica - se non la esaurisce - nella conquista del potere politico centrale, è da rimettere radicalmente in discussione. Qui c'entra, e come, l'assunzione di una scelta nonviolenta: la conquista del potere o del governo o comunque di un `ponte di comando' centrale, luogo privilegiato della capacità decisionale, implica una concentrazione violenta e separata della soggettività rivoluzionaria e induce, quasi fatalmente, ad una `militarizzazione' della rivoluzione stessa. In questo, la lezione di Lenin va sottoposta a una radicale relativizzazione, pur se Lenin è stato quasi certamente il più grande leader rivoluzionario della storia. In questo, al contrario, la lezione di Rosa Luxemburg oggi ci parla con un'attualità straordinaria: perché pone al centro della sua riflessione un'idea di partito (e una concezione dell'avanguardia) non separate dal «movimento di massa», Massenbewegung, reale. Perché la sua ricerca si concentra su un'idea di «rivoluzionamento», Umwaelzung, di tutte le relazioni sociali ed economiche della società futura da costruire (l'«al di là non capitalistico», interamente da progettare, non certo contenuto in nuce nella società borghese: da cui i pericoli continui di «opportunismo» e «settarismo» che la lotta rivoluzionaria si troverà a dover affrontare e superare), dunque di trasformazione radicale dell'esistente. Perché, non in quanto donna per natura vocata alla mitezza, non in quanto `creatura sensibile' (per di più ricca di privacy), ma in quanto lucida analista del legame strutturale tra capitalismo moderno e militarismo - e della lotta contro la guerra, dunque, come centralità della stessa identità politica del proletariato mondiale - vive, sì, la questione della violenza rivoluzionaria tra non pochi tormenti. Anche Antonio Gramsci, certo, ci propone un pensiero originale, proprio relativamente alla necessità della rivoluzione di essere prima di tutto trasformazione sociale e anche contropotere diffuso.
Naturalmente, nessuno propone la sostituzione di `nuove' icone con quelle più tradizionali: è l'insieme del nostro rapporto con la storia che va assunto dopo il fallimento delle maggiori esperienze statuali di `socialismo'. In questo senso, siamo figli di molti padri e di molte madri: siamo gli eredi di una sconfitta, di una `catastrofe', alla quale dobbiamo volgerci, credo, esattamente come l'Angelo di Klee, di cui ci parla Walter Benjamin 2. Anche nella sconfitta - nelle sconfitte - c'erano molti germi di futuro. Purché sappiamo riconoscerli. E che cosa trarre, oggi, da Rosa Luxemburg e da Gramsci? La rivoluzione non come processo graduale, lineare o indolore, ma come sequenza di rotture forti, all'interno cioè di un processo di trasformazione che si svolge, insieme, `dal basso' e `dall'alto'; che assume, come dato invalicabile, l'autonomia dei movimenti autorganizzati e l'autogestione, anzi, l'autogoverno, insomma un progetto di democrazia radicale, come obiettivo irrinunciabile; che usa il governo, le istituzioni e le leggi (la `grande scala') come strumento sempre essenziale e mai però unico, e assume fino in fondo, senza mai esorcizzarlo, il `pericolo burocratico'. Una rivoluzione di questa natura è per forza nonviolenta: nei suoi mezzi come nei suoi fini, ovvero nel suo fine dichiarato, il comunismo. Nel suo tratto di fondo, che è poi il comunismo come compiuto processo di liberazione umana.
Gran parte di questo patrimonio può o deve considerarsi largamente acquisito, nella storia del comunismo italiano? A me non pare che sia così né che così sia davvero stato, negli ultimi cinquant'anni. Nel Pci la scelta pacifista - a livello di massa - restò ambigua, e la risoluta opzione democratica coincise con una visione sostanzialmente legalitaria della lotta politica (la nonviolenza, al contrario, è sempre organizzazione alta del conflitto, violazione del legalitarismo, disubbidienza civile). In ogni caso, la ricerca non può non riavviarsi: anche alla luce di quella crisi della politica che caratterizza il nostro tempo.
2. La politica da ridefinire e rifondare Un ultimo punto di discussione, piuttosto schematico: nel suo saggio, Rossana tende a non considerare `politica' tutto ciò - dal movimento no global alle culture critiche - che non attiene in termini consapevoli alla messa in causa del potere politico. «Vedo una distanza infinita tra questa trasformazione molecolare e i poteri che governano il mondo», scrive. Non si può non convenire, con questa affermazione, che è quasi una constatazione di fatto. La questione del `come' i movimenti alternativi, al di là del loro grado di coscienza, riescono a diventare un ingombro rilevante delle decisioni e delle scelte dei poteri resta, certo, tra quelle non risolte e non sufficientemente elaborate dal movimento stesso. Eppure, proprio in questo periodo, il movimento pacifista ha determinato, in un paese non secondario come la Spagna, un cambio - inatteso e imprevisto - di governo: non è un esempio concreto di contropotere che si fa potenza politica e influenza in termini così visibili il corso istituzionale?
Eppure, ancora, l'altro corno del problema è tutto nelle mani della politica stessa: se essa non è in grado di ridefinirsi, anzi di rifondarsi, se non assume quella `trasformazione molecolare' - nonviolenta - come asse portante di sé, rispetto ai propri attori (partiti, istituzioni, governi) e rispetto alle proprie modalità di selezione, se non è capace di accorciare con decisione la distanza tra la propria dimensione occasionale (tattica) e i propri fini ultimi, se non avvia un processo vero di smilitarizzazione, essa politica - io credo - è condannata a una crisi radicale. Su questo tema smisurato, si misura una forza - piccola e anzi irrisoria - come Rifondazione comunista. Ma anche a questo serve la ricerca sulla nonviolenza. E credo che così andrebbe valutata e giudicata.


note:
1  Rossana Rossanda, Nonviolenza: tra principi e politica. Processo alla violenza, «la rivista del manifesto», n. 48, marzo 2004, pp. 57-62.
2  Il riferimento è alla IX delle Tesi di filosofia della storia, di Walter Benjamin, pubblicate per la prima volta nel 1942, ora in Gesammelte Schriften, Surhkamp, Frankfurt aM 1972, e in italiano in Sul concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Einaudi, Torino 1997. Benjamin scrive: «C'è un quadro di Klee che si chiama Angelus novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'Angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso, è questa bufera» (Ndrm).

Lettere

LA RIFONDAZIONE DI RIFONDAZIONE
Rina Gagliardi  

Ho trovato molto interessante il dibattito che si è sviluppato sulle colonne di questa rivista a proposito del congresso di Rifondazione comunista. Anche negli interventi meno favorevoli o simpatizzanti, sono comunque presenti argomenti e tematiche che arricchiscono la ricerca ben oltre l’appuntamento di Rimini. Certo, vorrei dire che alcuni toni mi sono parsi al tempo stesso ingenerosi e ‘organicisti’. Ingenerosi perché un documento politico, quali le Tesi congressuali sono e si propongono di essere, non può, a mio modesto parere, essere sottoposto ad un esame un po’ accademico, o spulciato nelle sue interne coerenze, come fosse un testo scientifico. Organicisti perché talora la critica sembra ispirarsi a uno schema generale ed esaustivo, capace di dar conto allo stesso tempo dello ‘stato del mondo’, dell’avanzamento della teoria, dei compiti della politica. Penso, per esempio, ad alcuni passaggi dell’articolo di Riccardo Bellofiore, pur nel suo insieme molto stimolante: quelle che a lui appaiono «interne contraddizioni» alle Tesi non potrebbero essere più utilmente ricondotte alle contraddizioni dei processi reali, al loro attuale divenire, alle capacità della ricerca e del dibattito di riconoscerle? Penso, ancora, all’articolo di Luigi Cavallaro che deduce – da una riga su Marx forse non felicemente formulata – una precisa caratterizzazione ideologica del documento, quasi come se l’autore dei Grundrisse non fosse Karl Marx ma Toni Negri. In ogni modo, fuori da ogni polemica. vorrei usare questa ospitale sede per ribadire quali sono, secondo me, gli snodi qualificanti della nostra ipotesi politica.

Una premessa di metodo (e di sostanza)

Al centro delle Tesi c’è una svolta politica, che ricolloca il Prc a sinistra e rilancia, su basi non volontaristiche, l’attualità della lotta politica e sociale per il superamento del capitalismo. Il senso dell’investimento prioritario nella costruzione del movimento detto ‘no global’ sta, precisamente, in questa possibilità\necessità: a sua volta essa è fondata non sull’antica certezza della vittoria finale, ma sulla persuasione che, dal punto di vista strategico, si sono definitivamente consumati gli spazi tradizionali di ‘riformismo’ e che, dunque, la radicalità è la sola alternativa possibile al trionfo del capitalismo, nella sua era neoliberista e globalizzata. Tutto questo può apparire una ridondanza, ma non lo è: troppo spesso il confronto in corso (anche su questa rivista) sulla prospettiva delle sinistre resta legato ai problemi dello sbocco politico a breve e della ricostruzione di alleanze ‘vincenti’. Tutto questo, soprattutto, ‘precede’ (non ‘segue’) l’analisi della situazione attuale: senza dilungarmi in esercitazioni epistemologiche fuor di luogo, e senza ovviamente sostenere che l’analisi dei processi reali è una mera ancella della proposta politica, affermo tuttavia che qui c’è una significativa innovazione anche metodologica. Un primato pieno (e sovraordinatore) dell’opzione politica, che tendenzialmente ne scardina la separatezza, le pretese di autonomizzazione, i paradigmi (di origine militare) che la frammentano nelle sfere incomunicanti della tattica e della strategia, nonché delle ‘tappe temporali’. Dico di più: senza questo tipo di rifondazione, la attuale ‘scienza della politica’ è destinata alla subalternità. A porsi come variante ‘sovrastrutturale’ – per usare un cattivo aggettivo – del sistema. E, soprattutto, a non riuscire a contrastare i drammatici processi di barbarie che vanno avanzando. È quasi ovvio che questa persuasione muova da alcune considerazioni generali.

Globalizzazione e «imperialismo»

Il dibattito sulla globalizzazione, sulla sua natura e sul suo grado di novità effettiva, sulle sue conseguenze attuali e\o potenziali, contiene, proprio da questo punto di vista, più vizi che pregi. Personalmente, trovo in molte delle letture più autorevoli – anche tra di loro molto distanti – significativi pezzi di verità. Ma qual è il punto politico di fondo? Anche qui: è la caduta della illusione ‘gradualistica’ e ‘riformistica’ planetaria, che affida alle contraddizioni geopolitiche una funzione strategica primaria ai fini della battaglia della sinistra. Quando si parla di tendenziale ordine ‘unipolare’, è a questo processo che si allude: non cioè alla scomparsa dei conflitti tra gli Stati – i quali, anzi, tendono a svilupparsi più rigogliosamente e selvaggiamente di prima – e nemmeno alla persistenza di consistenti interessi economici nazionali (regionali, macroregionali e così via) in contrasto tra di loro, ma alla caduta di ogni antagonismo ‘di campo’, al venir meno, in questo senso, delle contraddizioni ‘antimperialiste’, così come le ha definite l’esperienza novecentesca. Questa mutazione deriva prima di tutto dalla forza dell’espansione capitalistica su scala mondiale, dalla nascita del mercato unico planetario, dalla crescente interdipendenza e internazionalizzazione dei processi economici: il neoliberismo, insomma, la forma concretamente oggi assunta dal modo di produzione capitalistico, consente ad esso uno sfondamento delle barriere nazionali, delle logiche territoriali, delle sfere della vita sociale, che è senza precedenti qualitativi. Non ci sono, in questo senso, zone franche, a parte qualche piccola enclave di resistenza, in America Latina. La Cina, paese che si va sviluppando a ritmi intensissimi, ha aperto una parte consistente del suo territorio allo sviluppo capitalistico più selvaggio del mondo; e il suo modello di sviluppo, comunque lo si voglia giudicare, segue alcuni paradigmi peculiari dell’ideologia e della pratica neoliberiste (il Pil come misura del livello di civiltà, la produzione di ricchezza a scapito della disuguaglianza, l’occupazione e il lavoro come variabili dipendenti dello sviluppo). Si può ritenere, come molti ritengono, che comunque Pechino è destinato a entrare in conflitto frontale con Washington: ma, a parte il fatto che oggi questo conflitto appare piuttosto latente, e che anzi allo stato la Cina ha fornito il suo pieno appoggio alla ‘guerra contro il terrorismo’ di Bush (cfr. vertice di Shanghai), di quale natura sarebbe questo eventuale e futuribile contrasto? Con quale sforzo di fantasia esso potrebbe definirsi uno scontro tra una logica imperialistica e una logica ‘antimperialistica’?
Un altro solo esempio, di natura diversa, troppo spesso sottovalutato: la scienza. Si sta producendo una delle più colossali rivoluzioni scientifiche della storia umana: per la prima volta, il controllo totale dei meccanismi che presiedono alla vita, alla sua riproduzione, alla sua manipolazione sono a portata, appunto, umana. Le conseguenze sono, per tutti noi, uomini e donne del XX secolo, letteralmente inimmaginabili. Ma tutto questo sta accadendo all’insegna di una ‘totale follia’: la sua sussunzione alla logica capitalistica e di profitto, la sua soggezione ai meccanismi di privatizzazione. Che cosa avremmo detto se le scoperte di Einstein, Fermi e Oppenheimer fossero state gestite secondo finalità puramente mercantili, e se la bomba atomica fosse diventata una ‘normale’ merce prodotta e venduta dalle multinazionali? Ecco, la portata delle cognizioni a cui è pervenuta (e perverrà) la genetica è almeno pari a quella della bomba H: ma dove sono i poteri statuali capaci di proporne un uso sociale, adeguati controlli e limiti razionali? In questo senso, illimitata è invece la globalizzazione capitalistica, la sua capacità di mercificare – nel senso marxiano del termine – dimensioni e attività rimaste a lungo esterne al rapporto di produzione capitalistica. Pensiamo, anche, alla potenza (e alle potenzialità) di uno strumento come la Rete, che travolge per definizione ogni ostacolo e ogni vincolo, da un angolo all’altro del pianeta.
Si può dunque discutere a lungo se e fino a che punto le multinazionali stiano effettivamente governando il mondo: a condizione di definire, con maggior precisione di quanto solitamente non accada, che cosa davvero significa ‘governo del mondo’. Chi determina il mercato del lavoro su scala planetaria, inseguendo la forzalavoro al suo prezzo più basso, imponendo tassi di occupazione, inoccupazione e disoccupazione, influenzando in radice gli equilibri sociali di territori anche vastissimi; chi impone, nei luoghi più disparati, la progressiva cancellazione dei sistemi di Welfare e sicurezza sociale; chi controlla e brevetta le fonti del progresso scientifico e tecnologico; questo soggetto che noi chiamiamo ‘rivoluzione capitalistica restauratrice’ non è oggi parte preponderante e diretta del governo del mondo?

La guerra e lo Stato-nazione

E lo Stato? Certo, lo Stato nazionale continua ad essere e ad agire: ma come non vedere un declino irreversibile delle sue funzioni e dei suoi poteri, così come essi si sono manifestati nella seconda metà del ‘900? Anche in questa discussione, che rischia di essere viziata da pregiudizi nominalistici e dall’affezione ad antichi schemi consolatori, sarebbe bene concentrarsi su alcune evidenze che a me paiono indiscutibili. Che sono almeno cinque:
a) nei processi di progressiva ‘omogeneizzazione’ dei paesi occidentali alle ricette neoliberiste, si è ridotta drasticamente l’entità (oltre che la qualità) dell’intervento pubblico nei processi economici, nei servizi sociali, nelle politiche del lavoro e dell’occupazione. Si tratta, in gran parte, di scelte politiche, ma anche di margini d’intervento ‘oggettivamente’ ridotti, a partire dalla inusitata libertà di movimento dei capitali. Certo, in questi ultimi tempi, di fronte ai clamorosi fallimenti e alle drammatiche aporie delle ricette neoliberiste, si vanno riaffacciando ipotesi di tipo ‘neokeysiano’: ma in un quadro che resta dominato dalle dottrine della deregulation e del trionfo del libero mercato; b) il ruolo delle nuove ‘istituzioni globali’, dal Fmi alla Banca mondiale, al Wto, è comunque significativo, come è stato clamorosamente dimostrato dal caso della crisi Argentina. Né è lecito ridurre questi organismi a una meccanica emanazione del governo di Washington, o degli esclusivi interessi nordamericani: in questo senso, non vi è contraddizione tra ‘ordine unipolare’ e ‘dominio oligarchico’; c) allo stesso tempo, l’iniziativa prevalente degli apparati stauali dei maggiori Paesi (e non solo) torna ad essere la guerra. Una guerra che si può definire come si vuole, ‘imperiale’ o ‘imperialista’, ma che costituisce nel suo farsi concreto nuove forme di dominio. Una guerra, in breve, che non è l’esito dei contrasti tra le grandi potenze e che anzi, coinvolge mutevoli alleanze, tutte a guida statunitense, contro potenze regionali (Iraq, Jugoslavia, Afghanistan), tutte caratterizzate dallo statuto di ex-alleati dell’Occidente. Una guerra che, dunque, tende a sostituire la politica, in quanto tale, e diventare permanente. Come tale si dichiara ‘enduring Freedom’; d) quasi in ogni Paese occidentale, è passato in questi anni, un ‘decentramento’ che delega, in basso, poteri importanti e peculiari dello Stato centrale. Si pensi all’Italia e al ruolo acquisito dalle Regioni e dai loro ‘governatori’: non è così impensabile che, nel giro di alcuni anni, essi controllino quasi in toto le concrete politiche della sanità, della scuola, dei trasporti e della polizia. Ma anche le metropoli – e le città – hanno conquistato maggiore autonomia. E all’nterno delle metropoli, in una catena quasi senza fine, sono sorte le municipalità. Un processo che – è bene ricordarlo – è stato voluto ed avviato non dalle destre, ma dalle sinistre di governo. E che, in una certa misura, coinvolge perfino Paesi, come la Francia, dove persiste una forte cultura di centralismo statalista: la candidatura ‘atipica’ di Chevènement non trae forse la sua forza proprio da una piattaforma (trasversale) di rilancio forte dello Stato centrale?
e) in parallelo, le competenze degli Stati nazionali sono ulteriormente indebolite dalla nascita di Unioni sovranazionali, con caratteristiche di tipo federativo o confederativo. Ne è un esempio sostanzioso l’Unione europea, con la lotta in corso per la definizione dei suoi futuri equilibri. Negli stessi Stati Uniti d’America si accentua sotto le ultime presidenze, comprese quelle clintoniane, l’ulteriore riduzione dell’intervento federale e pubblico, compresa una sfera cruciale come quella della tassazione. Certo, se c’è un’analisi sulla quale l’intera sinistra, a mio parere, è del tutto carente, è proprio quella relativa agli Usa inteso sia come struttura politica sia come dinamica sociale.

Che cosa consegue da queste schematiche annotazioni? Che, ad ogni buon conto, le proposte politiche del Prc sono mosse dalla persuasione – nient’affatto ideologica – che la trasformazione rivoluzionaria, intesa come trasformazione sociale e ricostruzione di adeguati rapporti di forza nella società, torna di piena attualità. È la sola risposta ragionevole, forse, ai rischi incombenti di barbarie

Politica e comunicazione

IL CIRCOLO VIZIOSO
Rina Gagliardi  

In principio era stato detto che, quella della primavera 2001, sarebbe stata comunque la «più brutta campagna elettorale del dopoguerra». Una previsione sconfortante, ma largamente al di sotto della realtà: in questi mesi, in queste settimane, abbiamo assistito a uno spettacolo di vera e propria degenerazione della politica — e dei suoi meccanismi di comunicazione. Un fenomeno non comparabile, più di tanto, con le esperienze del passato: chi ha memoria dei mercati elettorali democristiani, tante volte folkloristicamente descritti alle soglie di importanti consultazioni nazionali o amministrative, avverte una differenza, anzi una netta soluzione di continuità, rispetto al presente. Perfino il Caf — che pure incarnava la fase patologica (l'agonia) di un regime che aveva perduto ogni élan riformista — oggi può essere relativamente rimpianto: per quanto fosse un pactum sceleris, era sempre un'operazione `pianificata', e imperniata su un paio di rilevanti personalità politiche.
Le promesse dell'Ulivo Dove si colloca il salto di qualità? Nella crisi della politica, malattia `conclamata' della democrazia da almeno un decennio (dalla data simbolica del 1989), è intervenuto un fattore ulteriore: il fallimento del meccanismo elettorale maggioritario, débacle strategica, e anche `tecnica'. Una sorta di cocktail esplosivo, che trascina con sé il sistema politico nel suo insieme, ormai visibilmente privo di ogni egemonia e di ogni credibilità. A chi si interroga sul perché nel 1996, ai tempi della costituzione dell'Ulivo di Romano Prodi e del Polo berlusconiano, non si produssero (o non vennero in superficie) fenomeni e comportamenti analoghi, si può rispondere che, cinque anni fa, l'Ulivo si presentava sulla scena come una novità non puramente nominalistica: era davvero un tentativo di superare la fine dei partiti di massa `inventando' un soggetto politico che in Italia non c'era mai stato, una sorta di formazione interclassista e inter-ideologica, modellata sull'America democratica (o sull'immagine che si ha in Italia del Partito democratico degli Usa). Fu Prodi, insomma, a incaricarsi nel '96 di dare realizzazione pratica alla svolta della Bolognina (e anche, contestualmente, all'esaurimento della forma-Dc): infatti, innovò nella metodologia (l'autocandidatura della sua stessa leadership, i pullman, i comitati) e nella `filosofia' della sua politica (il recupero della retorica della società civile), là dove i contenuti e il programma erano concentrati su una sola idea forte, il celebre `aggancio all'Europa'. In un senso preciso, dunque, l'Ulivo, e il bipolarismo, svolsero anche e soprattutto una funzione di stabilizzazione del sistema, con un'opinione pubblica frastornata dalla crisi politica e morale della `Prima Repubblica', desiderosa di esperienze diverse e, tutto sommato, incline a considerare il maggioritario una terapia credibile. Per queste ragioni, lo scontro tra i due poli poté svolgersi in un clima relativamente positivo, senza gravi manifestazioni patologiche nell'una e nell'altra parte. Con una coalizione di centro-sinistra che riuscì ad aggregare tutte le forze in qualche modo vitali, ivi compreso il patto di desistenza a sinistra; e con una destra, al contrario, assai più divisa (Lega e Msi rautiano rimasero fuori dal Polo).
Il dopo-Prodi Per l'Ulivo vittorioso si trattava dunque di delineare sul campo la fisionomia effettiva di un `progressismo' (vi corrispondeva un analogo popolo progressista, nel quale l'antico popolo di sinistra si andava sciogliendo) che per tutta la sua fase nascente e ascendente era rimasto largamente generico. Il fatto è che tutto questo non ha retto alla prova cruciale della sua trasformazione in progetto riformatore, sia pure, magari, `temperato', nella proposta sociale e politica come nell' `architettura' politico-istituzionale (che, con la nascita della Commissione bicamerale, virò subito il timone verso la `Grosse Koalition'). Dopo la rottura del '98 con Rifondazione comunista, la coalizione ulivista si è sbrindellata: via via che scioglieva le sue ambiguità (spesso in politica feconde, ma mai prorogabili in eterno), perdeva sostanza ma anche `forma', nel senso politologico del termine. Un esito, del resto, che sarebbe erroneo circoscrivere alla cornice nazionale: l'Ulivo, inteso come `Terza Via', declinava a livello mondiale, negli Usa di Clinton e della Gran Bretagna di Blair.
In Italia, non per caso la dizione di `centro-sinistra' è diventata via via prevalente nella coalizione che ha poi visto i governi D'Alema e Amato: tentativi quasi interamente concentrati sulla dimensione tattica, oltre che sul recupero di porzioni rilevanti del ceto politico tradizionale. È in questi percorsi che è maturata l'ulteriore crisi di credibilità della `classe di governo': non ci riferiamo qui solo alla sua concreta conduzione e alle sue scelte di politica economica, sociale, internazionale, ma al rapporto, appunto, che si è determinato tra legittimità e legittimazione. Da questo punto di vista, gli ultimi tre anni hanno logorato profondamente l'equilibrio di questo rapporto: un sistema bipolare e un `involucro' sostanzialmente maggioritario non possono essere abitati da personale, metodiche e culture tipiche di un'altra fase, nutriti come quella del primato della politique politicienne, ma privati degli elementi forti (partiti, alto tasso di partecipazione alla vita politica, sindacati forti e autonomi) che altresì caratterizzavano quella stessa fase. Ne è conseguenza inevitabile, tra le altre, una diffusa prassi di neotrasformismo: che nel corso di quest'ultima legislatura siano stati circa duecento i parlamentari che hanno mutato `casacca', è un fatto di cui molto si è parlato, ma sul quale pochissimo si è indagato.
Da dove nasce una tale disinvoltura di massa, un tale smarrimento degli obblighi più elementari di coerenza? Dallo straordinario `valore aggiunto' di cui può disporre ogni singolo parlamentare (ogni subgruppo, ogni pur piccola frazione organizzata) in un sistema bipolare, uninominale e maggioritario: per esser chiari e schematici, esso significa concreto accrescimento della forza di ricatto a disposizione di chiunque, in quanto esercitata fuori e prima della vera e propria competizione elettorale. In quanto dispiegata all'interno di un sistema che somma, forse perfino con maligna inconsapevolezza, i lati deboli e oscuri sia della `prima' che della `seconda repubblica'. E quando si arriva alla definizione della corsa elettorale, si scopre la scomparsa di ogni criterio chiaro, evidente, condiviso di legittimazione e di selezione della `classe dirigente'.
Non solo siamo alla deflagrazione della politica come progetto sociale o proposta programmatica, ma anche e soprattutto come `circolo virtuoso' di aggregazione collettiva e impresa democratica. Siamo alla sua forzosa sostituzione con una logica di ceto `professionistico', in possesso di un mestiere, anzi, di una téchne (retorica, giuridica, amministrativa, e così via) che è strettamente legata con la collocazione sociale, le risorse economiche e il sistema contestuale di relazioni: una nuova, pur debole, oligarchia.
Saltati i partiti di massa, e l'idea di rappresentanza democratica ad essi connessa, vanificata la breve e ambigua stagione del consenso `diretto' nel territorio e nei corpi della società civile, questa nuova classe oligarchica non può che trarre da se stessa la fonte della propria legittimazione: ed ecco il ruolo che ritorna della famiglia, della discendenza parentale, dell'appartenenza castale. Tutti i fatti che possiamo agevolmente catalogare sotto la dizione di `politica-spettacolo', nella quale è insito il principio di una infinita conflittualità interindividuale, hanno qui la loro origine.
Il ruolo dei media Ai processi degenerativi sommariamente descritti, ha fortemente contribuito il sistema dell'informazione e della comunicazione: i due termini non sono, nient'affatto, sinonimi, anche se si tende a farli coincidere. In realtà, è stato anche il progressivo assorbimento della dimensione informativa (che per natura è comunque il risultato dell'elaborazione critica di dati grezzi) in quella comunicativa, a mettere in moto alcuni cruciali circoli viziosi della politica, e della formazione del consenso, di cui dicevamo sopra. Basti pensare a uno dei `paradossi' più noti ed evidenti di questa fase dell'Italia: lo strettissimo legame tra popolarità dei leader politici e numero delle presenze televisive collezionate; ma anche, viceversa, la fortissima connessione tra popolarità televisiva (i più importanti anchormen) e potenziale successo politico. Un talk show televisivo, addirittura, ha assunto un ruolo `inusitato' come centro di comunicazione delle più rilevanti decisioni dei vertici politici: una specie di `salotto pubblico', che ha sostituito de facto lo spazio pubblico, in una commistione impudica, almeno dal nostro punto di vista, di spettacolo tradizionale e cattiva informazione; con la progressiva, anzi galoppante riduzione della `opinione pubblica' a una massa indifferenziata, da misurare solo sul suo livello di ricettività (detta altrimenti audience).
Oppure, ancora, basta riflettere sulla funzione assunta dai famosi sondaggi di opinione, che misurano i livelli di consenso elettorali (e non solo) con ossessività quotidiana: in tendenza, essi distruggono l'idea stessa della politica come prassi di trasformazione e intervento soggettivo, ma già oggi la spingono ad un incessante corsa all'omologazione conformista – per di più `scientificamente' e `oggettivamente' fondata. Tv e sondaggi, insomma, cominciano ad acquisire quel ruolo di legittimazione del consenso che è andato nel frattempo smarrito: non si limitano più, come forse accadeva qualche anno fa, a riempire un vuoto che si era creato, ma svolgono una funzione corposa, attiva, `pienamente politica'. L'attuale crisi e degenerazione del sistema politico ha proprio qui uno dei suoi esiti possibili, neoautoritario e a-democratico: la saldatura tra l'élite autolegittimata e la comunicazione omologata (dove i media tradizionali, come i grandi giornali d'opinione, mimano con proprie modalità il medium televisivo e dove le straordinarie potenzialità democratiche di Internet sembrano frenate). Se ha senso una parola impegnativa come `fascismo', si potrebbe dire che il fascismo del XXI secolo – in un paese ad alto sviluppo capitalistico come il nostro – sarà questo golpe soft, questa concentrazione `monopolistica' della politica e della comunicazione: il suo obiettivo, e il suo principale effetto, sono in atto da tempo, quel processo di passivizzazione di massa, di crescente estraneità alla vita politica e istituzionale del paese, di sradicamento di ogni memoria collettiva organizzata, che ha la sua punta visibile nell'astensionismo elettorale.
Una società spaccata D'altra parte, anche analizzate sotto l'ottica della capacità di `inclusione' e di `esclusione', la politica oligarchica corrente e la comunicazione omologata appaiono tra di loro in rilevante parallelismo. Non esistono soltanto due élites in continua e patologica osmosi tra di loro, due `ceti' paralleli, variamente al servizio di se stessi e delle classi dominanti: esistono ormai due diversi tipi di `popolazione', più o meno in analoga corrispondenza. La spaccatura `orizzontale' della società è anche tra chi è `incluso', soggettivamente ed oggettivamente, nella parte che accede all'informazione, al sapere, in senso lato, a un sistema `relazionale' ricco, e chi è tagliato fuori, nel senso del non accesso alla conoscenza e ai paradigmi minimi di autonomia critica. Una divisione che non coincide, necessariamente, con quella `verticale' di classe e di opportunità di reddito, e che non riproduce meccanicamente la differenza tra potenti e deboli. Una frattura della coesione sociale che, piuttosto, è analoga a quella che tende a stabilizzarsi tra coloro che partecipano, quantomeno agli appuntamenti elettorali, e coloro che `escono', più o meno definitivamente, dal sistema democratico e dalla politica.
Da un lato, dunque, stiamo veleggiando verso una società dominata da una nuova ontologia politico-mediatica (esisto, cioè appaio in tv — perché dico battute veloci — esisto perché sono in sintonia con i sondaggi — esisto perché piaccio — esisto perché so comunicare, cioè persuadere e imbonire). Dall'altro lato, questa modalità ontologica tende ad essere unica, totalitaria e totalizzante: produce veri e propri stermini etnici di tutte le minoranze e di tutto il pensiero non conformista; impone i suoi paradigmi come leggi naturali; lavora per l'infinita riproduzione di se stessa. Quel che chiamiamo malattia della democrazia ha qui i suoi sintomi più acuti e drammatici.

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