|
LA SCOMPARSA
E' morta Rina Gagliardi
giornalista e parlamentare
Era stata direttrice del Manifesto e senatrice di RC dal 2006. Da tempo
collaborava con il settimanale Gli Altri. Il ricordo del presidente del
Senato, Schifani, di Walter Veltroni e Vladimir Luxuria. I funerali domani
alle 16.30 nella chiesa valdese di piazza Cavour
ROMA - Rina Gagliardi è morta stamattina alle sette
nella clinica Villa Margherita di Roma. Da una paio di mesi era malata di
cancro. La sua è stata una vita passata nelle redazioni dei giornali
della Sinistra: dal Manifesto, a Liberazione e, dalla sua nascita, a
Gli Altri. Ad annunciare la scomparsa della giornalista e parlamentare è
stato Piero Sansonetti, che è stato suo direttore, sia a Liberazione e a
Gli Altri.
Era nata a Pisa - dove si era laureata alla Normale - il 15 novembre del
1947. Si trasferì fin da molto giovane a Roma, dove maturò l'impegno per
il giornalismo e per la politica. Già direttrice de Il Manifesto, nel
2006 venne eletta nelle liste del PRC al Senato, nella circoscizione del
Lazio. divenne poi membro della Commissione per la biblioteca e per
l'archivio storico e della 7ª Commissione permanente (Istruzione
pubblica, beni culturali) di Palazzo Madama. Dal 2009, interrotti i
rapporti con Liberazione, collaborava con alcune testate giornalistiche
tra cui Gli Altri, il settimanale diretto da Piero Sansonetti. Dopo le
Elezioni politiche del 2008 non venne rieletta in Parlamento. "Aveva
tre soli grandissimi amori", ha detto nel ricordarla Sansonetti,
"la politica, la musica e suo marito, Dado.
"Appresa la notizia della scomparsa della senatrice Rina Gagliardi,
il Presidente del Senato, Renato Schifani - si legge in una nota di
Palazzo Madama - esprime, anche a nome dei colleghi senatori i sentimenti
del più sincero e profondo
cordoglio.
Autorevole componente dell'Assemblea nella XV legislatura - precisa il
Presidente Schifani - con lei ci lascia una delle voci più autorevoli
della Sinistra italiana".
"La notizia della morte di Rina Galiardi - ha detto Walter Veltroni -
per tutti noi che l'avevamo conosciuta, arriva quasi incredibile, come un
fulmine a ciel sereno. Rina è stata per decenni una voce importante per
la politica: dalle colonne del Manifesto come dagli altri giornali che
aveva animato, nei suoi interventi pubblici, anche dai banchi parlamentari
dove è stata nella scorsa legislatura le sue parole arrivavano e
coglievano nel segno. Voce critica, voce talvolta ruvida, ma era il suo
tratto. L'appassionava il destino della sinistra - ha detto ancora l'ex
segretario del Pd - coglieva il senso di snodi importanti come
l'impatto che il femminismo aveva sulla politica e sulla vita quotidiana e
analizzava acutamente i mutamenti sociali. Ci mancherà".
Profondo dolore per la scomparsa di Rina Gagliardi è stato espresso anche
dalla ex parlamentare di Rifondazione, Vladimir Luxuria che con la
giornalista scomparsa ha seduto in Parlamento nelle fila del Prc:
"Una mente lucida, di cui sentiremo la mancanza", ha detto
Vladimir Luxuria
repubblica
-----------------------------------
redazione manifesto
E' morta Rina Gagliardi
Uccisa da una implacabile malattia è morta ieri Rina Gagliardi.
Già senatrice del Prc, co-direttrice di "Liberazione"
insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de
"Gli Altri", la testata di Piero Sansonetti. Noi la
ricordiamo soprattutto per i venticinque anni e più che ha trascorso
nella redazione del "manifesto" di via Tomacelli, per un
periodo anche in veste di direttrice (all'epoca, insieme a Mauro
Paissan). Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata
alla Normale; si era trasferita a Roma proprio per dar vita alla
sua passione per la politica e il giornalismo e fin dal 1971 aveva
fatto parte del gruppo di giovani brillanti ed entusiasti che
insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri
fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il manifesto".
Redattrice della sezione politica, era una protagonista imprescindibile
in tutte le riunioni e le assemblee del nostro collettivo, fino
al giorno in cui scelse di allontanarsene, polemicamente, per
inseguire quello che sosteneva essere un impegno politico più
diretto, nel partito e nel giornale di Rifondazione
comunista.
Di Rina vogliamo anche ricordare le passioni che andavano al
di là e al di sopra della politica: il suo compagno Dado Morandi in
primo luogo e poi la lirica, le canzoni di Mina, gli elenchi
interminabili, maniacali (tutti i deputati col cognome di sei lettere,
o tutti i calciatori della Fiorentina che cominciano per G, e cose del
genere), che scriveva su fogli e foglietti per concentrarsi durante
le riunioni. E le sigarette, ahimè, che probabilmente l'hanno alla
fine uccisa.
E' morta Rina Gagliardi
di La redazione di
Liberazione
su Liberazione del
28/06/2010
Rina Gagliardi si è spenta
questa mattina alle 7 nella clinica Villa Margherita di Roma. Già
senatrice di Rifondazione, co-direttrice di "Liberazione"
insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de
"Gli Altri", la testata guidata da Piero Sansonetti. Noi la
ricordiamo soprattutto per tutti gli anni vissuti nella nostra
redazione. Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata
alla Normale; si era trasferita a Roma e da allora si era dedicata a
tempo pieno alla politica, la sua vera prima passione, insieme al
giornalismo e fin dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani che
insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti
dalle file del Pci fondarono "il manifesto". Grande
editorialista, era una vera protagonista di tutte le battaglie
politiche che il nostro quotidiano implacabilmente sollevava, fino al
giorno in cui divenne senatrice di Rifondazione e se ne allontanò per
un impegno più diretto nel partito di Rifondazione. Di Rina
ricordiamo la sua grandissima passione politica, e la sua grande arte
giornalistica. Ma anche i suoi guizzi, il suo spirito arguto ed
intelligentissimo, il suo amore smoderato per Mina e la lirica. Ed
anche per il calcio. Insomma di lei non si può che ricordare il suo
genio. Al suo compagno Dado Morandi che amava appassionatamente va
tutto il nostro cordoglio. Oggi si è spenta una delle più grandi
penne del giornalismo italiano.
Maurizio Matteuzzi
Una parte di noi
Rina Gagliardi è morta domenica.
Un brutto cancro che a soli 63 anni, in pochi mesi, le ha divorato
i polmoni e la vita. Se ne è andata «senza paura e senza dolore»,
come ha ricordato Ritanna Armeni, la sua amica di una vita. Il
manifesto è stato una parte preponderante, assoluta della sua
storia, fino alla rottura, nel '98. E anche la rottura non poteva
che essere altrettanti assoluta. Lei proseguì la sua strada per
altri cammini, con Liberazione e Rifondazione. Fino in fondo perché
non era un tipo da mezze misure o da mezze passioni. Ma, al
contrario di tanti che dal '71 sono passati per il manifesto e poi
una volta divenuti «maturi» sono «cresciuti», sempre a
sinistra. Però Rina era Rina e quei quasi 30 anni passati nella
redazione di via Tomacelli osiamo credere che le fossero rimasti
attaccati sulla pelle e nell'anima per sempre.
Rina era stata fra i primi a trasferirsi a Roma. Il manifesto,
allora, come era stato il Pci negli anni del dopoguerra, era una
realtà totalizzante. Molti giovani, pochi legami famigliari,
molti venuti da fuori, pochi soldi, vita in comune non solo per
necessità economica ma per scelta. Per il piacere di stare
insieme a cena dal mitico «Cesaretto» di via della Croce, o di
vivere insieme.
Rina allora abitava in una grande casa dalle parti di piazza
Verdi, insieme a Mauro Paissan, che veniva da Trento, a Ritanna
Armeni, che veniva da Brindisi, e a Lidia Menapace, che veniva da
Bolzano. Poi, anni dopo, trovò un appartamento a buon mercato,
malridotto ma chic, in via Frattina, che per un certo periodo
divise con Stefano Benni, quando Stefano passava per Roma, e poi
una volta trovato il grande amore della sua vita, con Dado Morandi,
con cui poi si trasferì in un appartamento bohemien di Trastevere.
Diversamente da quella che allora passava per una caratteristica
invidiata del manifesto - essere popolato da donne bellissime e
intelligentissime -, Rina non era bella. Ma faceva poca differenza
perché la sua intelligenza, la cultura, la passione, lo spirito,
l'arguzia toscana, la brillantezza pesavano infinitamente di più.
Prima si sposò con Giovanni Forti, anche lui allora un giovane
del manifesto, poi più tardi incontrò Dado.
Compagna, mamma, sorella, amica: Rina era, di volta in volta,
tutto questo. Generosa, come tutti la ricordano, ma anche dura. A
metà degli anni '80, una vita fa, sembrava che per i «padri
fondatori» - Rossanda, Pintor, Castellina, Parlato - fosse venuto
il tempo di passare la mano alla generazione di mezzo. I nuovi
direttori non potevano essere che Rina e Mauro Paissan. Ma durò
poco perché la vita del manifesto è sempre stata incasinata.
Neanche un paio d'anni e i due direttori-giovani dovettero far di
nuovo posto alla vecchia guardia. Rina, da buona «militante
comunista», non fece una piega.
Ora anche lei se n'è andata. Come troppi dei vecchi e dei giovani
di allora: Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Franco Carlini,
Carla Casalini, Stefano Chiarini, Edoardo Giammarughi, Mario
Morganti...
Ieri una piccola folla di compagni, famigliari e amici ha dato
l'addio a Rina in una sala dei valdesi in piazza Cavour. Ritanna
Armeni ha letto il necrologio, rispettando la promessa che s'erano
fatte «da giovani», che quando una delle due fosse morta,
l'altra avrebbe fatto l'orazione funebre. Poi l'hanno ricordata il
nipote Guido Gagliardi, Valentino Parlato, Fausto Bertinotti,
Maria Luisa Boccia e Marta, la figlia di Ritanna, che ha voluto
salutare «zia Rina». Dopo, la bara è uscita fra le note della
Traviata
di
Norma Rangeri
VIA TOMACELLI
Ragazze negli anni della rivoluzione
Tornando dalle assemblee del movimento femminista andavo da Rina per
farle leggere le mie cronache. E lei, con il viso vicinissimo al
foglio (era molto miope), scorreva il dattiloscritto e scioglieva in
forma più scorrevole i concetti del resoconto. Paziente e curiosa di
capire le discussioni delle donne romane, anche se la sua attenzione
era concentrata sulla politica nazionale di cui scriveva sul manifesto
con la competenza di chi intratteneva lunghe conversazioni con i
leader della prima repubblica (Craxi, De Mita... ).
Arrivata a via Tomacelli qualche anno prima di me, Rina era, insieme a
Rossana Rossanda, Luciana Castellina e Lidia Menapace, un punto di
riferimento per chi iniziava a muovere i primi passi nella redazione
del quotidiano comunista. Anni meravigliosi, l'immersione nella vita
dei movimenti si fondeva con il lavoro giornalistico senza soluzione
di continuità, anni in cui capitava di fermarsi davanti al tavolone
del mitico centralino a discutere dello strutturalismo althusseriano
(una sua passione).
Oltre all'amore per Rosa Luxemburg, le piacevano il calcio, la musica
lirica (mi canticchiava l'aria della Norma), il buon cibo, i gatti e
le chiacchiere come nulla le importava di mode, abiti e civettierie
femminili. Quella sigaretta tra le dita e i capelli un po' arruffati
(fosse stata un uomo avrebbe indossato calzini scompagnati), quella
lontananza dalle forme, me la rendevano simpatica, come un alter-ego,
una persona autentica che badava al sodo, al contenuto delle cose.
Poco importava poi trovarsi o no d'accordo con le sue posizioni
politiche, perché Rina era Rina, una ragazza colta e convinta delle
proprie idee, fino ad adombrarsi, certe volte, come nella fragilità
di una bambina, se non riusciva a convincerti e a portarti dalla sua
parte. Eventualità frequente nell'effervescenza di un gruppo
politico-giornalistico, approdo di esperienze diverse, storie
personali eterogenee, ciascuno convinto che la propria rivoluzione
fosse quella giusta, come testimoniavano le interminabili riunioni di
redazione.
Sicuramente è per aver vissuto insieme quei momenti generosi che poi,
anche il successivo distacco, con la scelta di militare in
Rifondazione comunista e di lasciare il manifesto per Liberazione, non
hanno scalfito l'affetto per lei. Altre compagne e compagni
dell'avventura manifestina se ne sono andati in altri giornali: la
nostra è la storia di una diaspora permanente. Ma nel caso di Rina,
nemmeno per un momento si poteva pensare che dietro quella scelta ci
fossero ragioni meno che nobili, meno che squisitamente e solo
politiche. Nessuna carriera (anche se il seggio al senato potrebbe
sembrarlo) l'avrebbe lusingata o tentata di più del bisogno di
restare fedele alle sue convinzioni. Ma adesso non è più in un altro
giornale o in una nuova esperienza militante. Se n'è andata
definitivamente, e così improvvisamente lasciandoci nel rammarico di
non averla potuta salutare un'ultima volta.
Cara
Rina
Una bruttissima notizia, sono davvero triste,
dispiaciuto e addolorato. Ho conosciuto personalmente Rina Gagliardi
quando venne a Pescara in occasione della Festa di Liberazione- 16
settembre 2007- insieme a Lidia Menapace per presentare il libro di
Lidia Lettere dal Palazzo da me curato che raccoglie i suoi interventi
in una mailing list ed in Senato durante la penultima legislatura.
Rina Gagliardi mi dette l'impressione di una parlamentare molto colta
lucida, ma anche affabile, all'altezza della sua fama storica.
Luciano Martocchia
Vogliamo ricordare la compagna ed amica
Rina Gagliardi il cui impegno politico ed intellettuale si è rivolto
anche verso il nostro territorio con il suo acuto sguardo, che
illuminava e sapeva pungere. Alla famiglia e agli amici va tutto il
nostro affetto.
Sinistra Ecologia Libertà di Siena
Alcuni di noi erano suoi amici e compagni
d'università, qualcuno era normalista come lei, altri fondarono
insieme a lei il gruppo del manifesto a Pisa.Ci trovammo a fare il
'68. La vogliamo ricordare così con i suoi occhialoni e il libro
sottobraccio alle assemblee e alle interminabili riunioni a sognare e
a praticare un movimento che avrebbe dovuto abbattere lo stato di cose
esistenti e non ci riuscì, pronta a difendere le ragioni di Rosa
Luxemburg in un'epoca in cui tutti credevamo e speravamo, ciascuno dal
suo punto di vista, che qualcosa dovesse cambiare. Ancora noi tutti,
con Rina, continuiamo a pensare che qualcosa dovrebbe e potrebbe
cambiare
Lina Bolzoni, Franca Civile, Paolo Cristofolini, Giuliano
Campioni, Gian Mario Cazzaniga, Isa Ciani, Luciana De Bernart, Maria
Dedò, Riccardo Dello Sbarba, Sandra Di Majo, Fedora Durante, Aldo
Fratojanni, Alfonso Gaglio, Maria Antonella Galanti, Maurizio Ghelardi,
Alfonso Maurizio Iacono, Salvatore Lai, Mimita Lamberti, Antonella
Lorenzoni, Daniele Napolitani, Marco Santagata, Mirella Scardozzi,
Gonario Sedda, Giovanni Taglialavoro, Anna Valenti e i molti altri che
non siamo riusciti a trovare.
Per noi ragazzi del manifesto di Alfonsine
dei primi anni Settanta era «quella di Rosa Luxembourg» per via
della sua tesi e dei suoi articoli e lo restò per un po', fino a che
non divenne semplicemente Rina. L'ho poi incontrata alla redazione di
Arancia blu, la rivista di Tiezzi, anche lui scomparso quasi lo stesso
giorno, dove ebbe un ruolo importante nell'avventura difficile di
quelle pagine sospese tra l'impegno ambientalista e il loisir. Mi
spiace che, come molte cose passate dentro la vicenda di Rifondazione,
anche i nostri rapporti lì avessero perso la gentilezza. Mi dispiace
perché non potrò più rimediare. Addio Rina, per me e per noi eri
sempre quella bravissima e amatissima compagna conosciuta ai tempi
delle tesi del manifesto.
Guido Pasi
Ho scritto il mio primo articolo
su un quotidiano agli inizi del 1977. Ho cominciato dalla fine. Un
corsivo in prima pagina del manifesto. Avevo 21 anni, il pezzo parlava
di sport. Oggi non lo scriverei. Non per il contenuto, perché era
noioso. Eppure, fu proposto e sostenuto da Giovannino Forti e Rina
Gagliardi, soprattutto da Rina. E un pezzo proposto da Rina era un
pezzo che passava. Rina mi fu vicinissima in quei primi, difficili,
giorni di collaborazione. Volle quel corsivo per una sfida. Dare uno
spazio a un ragazzo che veniva dal movimento. Le sfide di Rina, le sue
dolcezze. Prima del suo valore.
Dario Laruffa
di
Fausto Bertinotti
Una intellettuale dell'impegno
Rina non c'è più e già ci manca, e già ci chiediamo come faremo
senza la sua risata. Si parlava con lei di cose importanti, ma sempre
con un interrogativo: siamo sicuri? È una parte di noi che ci viene
strappata via, una piccola storia di grandi ambizioni, di una
generazione che ha lottato e ha perso ma senza arrendersi e senza
smettere di tenere insieme pratica di vita e cultura generale. Rina
tuttavia non era un animale totus politicus; amava il sublime, lo
trovava nella musica di Maria Callas e di Mina, e capitava che un
grande direttore d'orchestra la chiamasse per dirle che quel suo
articolo avrebbe voluto leggere nelle riviste specialistiche di
musica. Ma Rina sapeva stare anche rasoterra, con la sua passione per
il calcio e la capacità di snocciolare le formazioni della Fiorentina
dell'ultimo mezzo secolo con la stessa precisione ossessiva con cui
memorizzava le formazioni di governo.
Per dirla con Sartre, la vita di Rina è stata quella di
un'intellettuale dell'impegno. Di una comunista eretica, che ha potuto
permettersi di interpretare con libertà quello che a un certo punto
abbiamo chiamato «revisionismo di sinistra». Di una donna singolare
nella sua unicità, di una intellettuale raffinata e mai cinica,
animata da un candore, perfino da un'innocenza, che non era disarmo ma
coltivazione della grande storia e delle piccole cose del mondo - non
per caso, parlando di Rosa Luxemburg finiva col ricordarsi sempre
della lettera dal carcere in cui Rosa parlava dello sguardo della
cinciallegra attraverso cui guardare alle cose della vita, come alla
natura degli esseri viventi, come alla politica.
Rina aveva uno sguardo largo sul mondo, sulla politica, sui movimenti,
in primis sul movimento operaio. Era soprattutto testa e cuore, poco
corpo, e forse qui c'era la sua resistenza al femminismo, che pure
intendeva come costruzione di rapporti con le altre donne.
È cresciuta nella famiglia del manifesto, nutrita alla scuola di
Pintor, Rossanda, Castellina, Parlato, Natoli, Magri. Il suo
straordinario dono della scrittura le consentiva di tenere insieme
informazione, storia e interpretazione. Credo che sia stata
insuperabile nell'arte di quello che una volta si schiamava «pastone
politico». il manifesto è stata tanta parte della sua storia, luogo
di formazione culturale e di vita affettiva; lì aveva maturato l'idea
del giornalismo come forma originaria della politica, idea che
mantenne anche dopo l'esperienza del manifesto, in Liberazione con
Sandro Curzi prima e ne L'Altro-Gli Altri con Piero Sansonetti.
Prima c'era stata la Normale di Pisa, e le sue amicizie
incancellabili, malgrado le divaricazioni politiche, con Massimo D'Alema
e Fabio Mussi: teneva presenti tutte le stagioni della sua vita, con
una fedeltà che non conservava il rancore.
Venne in Rifondazione con tutto il bagaglio della sua generosità in
un momento in cui, dopo la rottura col governo Prodi, eravamo
circondati da una solitudine granitica, e ci stette da militante
disciplinata, lei che pure veniva da un'esperienza comunista
libertaria. Insieme siamo andati a Genova, insieme abbiamo costruito
la stagione della non violenza. Guardava alle istituzioni con il
massimo di distanza critica, eppure ha fatto la senatrice con lo
stesso orgoglio e lo stesso impegno con cui un operaio professionale
svolge la sua mansione.
Ci abbiamo provato, insieme. Fraternamente, perché fratellanza è una
parola desueta che a Rina si addiceva, e che faremmo bene a ricordare
non solo quando una sorella come lei ci lascia. Come le si addiceva la
parola «compagna»: una bella parola, la più bella forse. Vorrei che
in una ragazza di 14 o 15 anni o una studentessa della Normale di Pisa
entrasse una stilla della sua passione politica. Vorrei anche che noi,
nel salutarla, prendessimo l'impegno di saperci dire «ti voglio bene»
ogni giorno, nella nostra pratica quotidiana.
Ciao Rina, ti sia lieve la terra e più lieve te la renda il drappo
rosso che ti avvolge.
di
Mauro Paissan
Vent'anni insieme a Via Tomacelli, e l'ultimo
sorriso
Voglio ricordare Rina con l'immagine che mi ha regalato venerdì sera,
poche ore prima del suo addio: il viso sereno e sorridente, pur nella
sofferenza, alcune parole personali che terrò per me, sguardi di
intensa riconoscenza rivolti a Ritanna e a Sergio (un'amicizia d'oro,
di quarant'anni), al suo Dado e al nipote. Avrei voluto offrirle una
sigaretta (tanto, ormai...).
Se ne è andata in fretta, senza pesare su alcuno e senza lasciarci il
tempo di capire. In queste ore sono troppo turbato per raccontare in
modo adeguato l'amicizia che ci ha legati, lunga tutta la nostra vita
matura, il lavoro comune di vent'anni al manifesto, la comunanza
politica, ma anche le gran litigate (avevamo idee diverse su molti
temi e anche su questa benedetta sinistra), l'avventura di una
co-direzione del giornale, l'impegno politico diretto scelto da
entrambi come evoluzione e completamento di quel lavoro giornalistico.
Eravamo approdati giovani coetanei a via Tomacelli (lei poco prima di
me) nel '73, provenendo dalla «periferia» come molti altri del primo
gruppo redazionale. Una pluralità di provenienze che rappresentò una
ricchezza della redazione.
Eravamo per certi aspetti un po' «legnosi» culturalmente e
politicamente. Ma lavorare in un giornale come il manifesto con gli
allora giovani «vecchi» (abbiamo sempre chiamato così la
generazione che ci precedeva, i fondatori del quotidiano) ci ha
offerto un percorso di maturazione professionale e culturale
straordinario.
Con Rina ci siamo sempre tenuti d'occhio, con affetto ma anche con la
consapevolezza che gli itinerari sarebbero stati diversi. A un certo
punto, scegliemmo in modo autonomo di giocare direttamente nel campo
della politica-politica. Lei, come sempre, ortodossa nella sua
eterodossia di fondo, la più lucida, la più acuta. Io, forse meno
solido e più aperto a culture diverse, come quella ecologista. La
differenza tra di noi emerse molte volte in occasione delle scelte che
di volta in volta il giornale era chiamato a compiere. Sta qui il
motivo, forse, dell'impossibilità di dirigere insieme un quotidiano
per un periodo che andasse oltre una fase di emergenza.
Peccato che Rina abbia potuto fare una sola legislatura (per di più
tronca) al Senato. Sono convinto che se avesse avuto modo di compiere
un'esperienza più lunga, e magari in un contesto politico più
positivo (per il suo partito e per il centrosinistra), avrebbe dato un
contributo prezioso in particolare sui temi della scuola e della
cultura.
Rina aveva ancora molto da dare e da darci. Oggi come non mai si sente
la carenza di persone con le sue sensibilità, con la sua
preparazione, con le sue curiosità, con la sua volontà di impegno,
con la sua passione.
A me, agli amici, mancherà poi l'affetto di Rina, quello che l'ha
portata, poco prima di morire, a chiedermi notizie su mio figlio che
ha visto nascere e che ora lavora lontano.
Nella tristezza e nella disperazione di queste ore, mi è tornata in
mente una frase che Philip Roth mette in bocca a un suo personaggio in
Everyman: «È impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose
come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono». Il che non
ci esime dall'agire perché le speranze di cui Rina era portatrice
influenzino il corso della storia.
- di Ida Dominijanni
Le amicizie l'acutezza l'ironia
Sfogliando i ricordi, chissà perché il primo a presentarsi
è questo. 1994, campagna elettorale che nell'incredulità
dei più porterà al governo Silvio Berlusconi, vincente su
un fronte di centrosinistra che aveva scelto di chiamarsi
dei «Progressisti». In pieno «nuovismo» trionfante per
le magnifiche sorti della Seconda Repubblica italiana e del
dopo-'89 mondiale, quel nome ci parve un ritorno d'Ottocento
che condannava la sinistra a un futuro perdente: gli
dedicammo un intero numero di un inserto dell'epoca, il
cerchioquadrato, spudoratamente intitolato «Perché non
possiamo dirci progressisti», con la spregiudicatezza che
un manifesto ancora appassionato a grandi battaglie di
cultura politica sapeva mettere in campo anche contro il
senso comune della sinistra. Rina scrisse un magnifico pezzo
sull'idea di progresso e le sue smentite storiche, sull'illusorietà
di una divisione del campo politico fra progressisti e
conservatori mentre si profilava la rivoluzione
conservatrice della destra, sullo sradicamento dalla
migliore cultura novecentesca che quel nome comportava per
la sinistra: era la Rina migliore, quando nella notista
politica respirava l'intellettuale, e discutere con lei
lasciava la traccia feconda del dubbio e dello scambio. Poi
c'era anche la Rina del partito preso, quella che per
ragioni di parte s'impuntava anche contro se stessa, e con
cui discutere era più duro ma mai inutile né violento,
perché Rina aveva - dote dimenticata di questi tempi, e che
di questi tempi riusciva a mantenere perfino in tv - un
grande rispetto dell'interlocutore, non andava mai sopra le
righe e da buona toscana si faceva soccorrere dall'ironia
quando la pesantezza o la seriosità diventavano troppo.
Anche come notista era così, lucida e dura e militante ma
ironica e non distruttiva verso l'avversario, e in questo,
oltre che nella sua acutissima capacità di lettura del
gioco politico, è stata davvero una maestra.
Aveva un grande senso della fedeltà e conservava nel tempo
amicizie inossidabili dal dissenso politico, come quelle con
Massimo D'Alema e Fabio Mussi degli anni felici della
Normale, o quella filiale con Pietro Ingrao. Litigava, ma
non serbava rancori e prima o poi si dimenticava perché
avesse litigato. Così capitava di perderla per poi
ritrovarla e accorgersi di non averla persa. Si innamorò di
Dado, non giovanissima, come un'adolescente, e credo che la
freschezza dell'adolescenza sia rimasta la cifra del loro
rapporto. Le piacevano le donne forti ed era capace con loro
di amicizie fortissime, come con Ritanna Armeni che le è
stata accanto fino all'ultimo respiro. Donne erano del resto
le sue star: Rosa Luxemburg, Maria Callas, Mina. Sul
settantesimo compleanno di Mina aveva scritto pochi mesi fa
un pezzo da antologia per gli Altri. Avremmo voluto
festeggiare con lei anche il suo, con una di quelle cene
strepitose che adorava preparare.
di Luciana Castellina
Insieme a noi per rifare il mondo
Cara Rina, ancora una volta una/o di voi giovani che scompare.Una
nostra compagna cui non doveva, non è giusto né accettabile che
sia toccato , perché la morte dovrebbe esser riservata solo a noi
che «siamo di leva». Per noi è razionale andarsene, pensa che
guaio sarebbe se tutti quelli nati nel corso della storia fossero
sopravvissuti! Già così è difficile mettersi d'accordo, ma se
ci fossero ancora Spartaco, S.Francesco, Rosa e Marx, insomma
tutti quanti, mettere in piedi Sinistra Ecologia Libertà sarebbe
ancora più difficile. Anche solo fare un numero de il
manifesto.(Senza pensare che se fossero ancora vivi i grandi
sarebbero ancora vivi i cretini di tutte le epoche storiche).
Insomma, tutto questo per dire che è giusto convivere con l'idea
che si deve morire, ma è difficile, anzi impossibile accettarla
quando a scomparire improvvisamente è Rina Gagliardi, che aveva
vent'anni meno di noi del gruppo dei «vecchi» e per di più è
restata, nel nostro immaginario, un'eterna ragazza. La ragazza
della Normale di Pisa, che aveva avuto il coraggio di lasciare le
Accademie e raggiungerci a via Tomacelli per impegnarsi nella
grande avventura di rifare il mondo.
In questi ultimi anni ho frequentato molto Pisa perché ,
tardivamente, sono finita anche io in quell'Università. E non
puoi sapere quante volte, a sedere nei bar di piazza Dante, con i
tantissimi «manifestini» dei tempi più felici che abbiamo
vissuto, abbiamo ricordato la «ragazza della Normale», poi
diventata giornalista illustre e attraverso tanti travagli persino
senatrice, un titolo che ti si confaceva così poco, perché tu
sei sempre stata ironica e allegra e il Senato è luogo così
austero.
Ma austera all'inizio lo eri anche tu, eccome! Voglio raccontare
ai più giovani di quando - era il 1970 - mandasti da Pisa e a
nome di tutto il collettivo una furibonda e perentoria richiesta
agli organismi centrali di convocare un tribunale del popolo per
giudicare dell'inammissibile comportamento di Luciana Castellina
che violando l'etica rivoluzionaria aveva partecipato a una gara
di sci di giornalisti! Negli anni successivi abbiamo riso molto
insieme su quella tua reprimenda, ma faceva parte del nostro modo
di essere di quei tempi in cui abbiamo praticato un impegno
totale. È la prima cosa da salvaguardare nel futuro, magari con
una impostazione un po' più gioiosa e libertaria della vita,
tanto da poter includere, eventualmente, una gara di sci.Tu sei
riuscita ad essere impegnata e allegra, a tirar fuori dalla vita
le cose belle che può dare.Questo, Rina, in un momento pur così
doloroso, ci consola: hai vissuto troppi pochi anni ma li hai
vissuti bene. Ciao Rina, non posso essere lì a salutarti con
tutti gli altri compagni perché, come capita ai vecchi, mi sono
tutta rotta. (Non potrò più fare gare di sci!). Mi dispiace,
perché sono certa che attorno a te avrei reincontrato tutta la
nostra grande tribù manifestina e affiliati.
di Tommaso Di Francesco
L'angelo nuovo
L'orrenda ineguaglianza dei miopi
ti favoriva dentro un'altra luce
fuori dalle nebbie i lupi, la ragione
il fuoco era nascosto, la ginestra radici
stendeva tra tenerezza e assalto
dentro le notti rabbia sottile le parole.
Tutta la rivolta del nostro passato,
nel crepuscolo Corazzini e Rosa
misura del debole che non vuole morire
in torto ma che la morte ha raccolto.
C'è un quadro di Paul Klee, l'angelus
che è nuovo perché parte da lontano
fissa lo sguardo, gli occhi spalancati.
Vede al passato l'inesausta azione
al presente già resa macerie e la rovina,
a bocca spalancata annuncia stupore
dell'impotenza, dell'ultimo frantume.
Ma spalanca le ali come fosse l'unica
e prima volta, per destare gli sconfitti
i derelitti, gli ultimi e riconnettere
se stesso alla stagione trasformante.
L'angelo ride delle perdite e bacia,
con la saliva nasconde la passione,
l'amore nel giorno delle merci esposte.
L'angelo non può chiudere le ali.
- di Gabriele Polo, Lucio Magri,
Nichi Vendola
CARA RINA
L'energia di una stagione vissuta
insieme
Cara Rina, sei stata fra le/i primissime/i studenti
d'eccellenza arrivati a il manifesto, la testimonianza di
quanta energia possedeva e quante speranze aveva acceso la
nostra impresa. La tua scomparsa mi addolora, ma consola
ricordare quanto è stato bello l'avvio della nostra
avventura.
Lucio Magri
Ci mancherà il tuo pensiero; mi mancherà la tua voce.
Grazie Rina, grazie per quello che mi hai donato.
Nichi Vendola
L'aria sorniona della giornalista colta che sviscera le cose
del mondo non ha mai avuto la meglio sulla stupefazione
della ragazza che s'indigna e che quel mondo lo vuol
cambiare. Ciao Rina, con un abbraccio.
Gabriele Polo
Ci mancherà la tua voce critica,
appassionata
Cara Rina,
non ce l'abbiamo fatta a farci la nostra solita chiacchierata
sulla «fase politica» come c'eravamo promessi nell'ultima
telefonata di qualche giorno fa. Neanche quel maledetto male
è riuscito a toglierti la curiosità ed il gusto per la bella
politica.
Ci manchi immensamente e sentiamo ora una grande tristezza. Ci
mancheranno sempre la tua voce critica, le tue riflessioni
impegnate e raffinate, la tua partigianeria, la tua passione.
Sei stata unica. E ti abbiamo tanto voluto bene. Sentiamo un
dolore profondo perché ci manca la tua grande umanità che
straripava in tanta vitale eccentricità.
Siamo tristi. Tanto tristi.
Sei andata via così in fretta che non ci hai dato il tempo di
trasmetterti le cose belle che avevamo in animo di darti. Come
sempre riesci a «spiazzarci». Sei andata via come in una
nota malinconica di una bella canzone della tua Mina.
A Dado un abbraccio fortissimo.
Franco Giordano
e Griselda Clerici
Addio Rina
di Rossana Rossanda
su Liberazione del
29/06/2010
E’ morta domenica mattina
in una clinica romana Rina Gagliardi devastata da un cancro così
rapidamente diffuso che forse neppure è riuscita a rendersene conto.
Aveva 63 anni ma ancora il piglio e il volto sorridente della
studentessa approdata al manifesto appena uscita dalla Normale di
Pisa, piccoletta, sapiente e un po’ sbiadita che si annidava fra
sfolgoranti Ritanne, Sergi e Mauri. Sessantottina come i suoi coetanei
ma costruita attorno a una cultura critica, che non la inclinava a
troppo facili riscoperte della persona, dell’io, del piacere, della
provocazione. Ne veniva persino un freno alla prepotente curiosità,
penso alla sua chiusura al femminismo. Rina era vaccinata contro lo
stalinismo da un amore sconfinato per Rosa Luxemburg e guardava al
movimento operaio e comunista senza illusioni ma senza indulgere a
troppe divagazioni. Questo suo modo di essere, credo, la portò subito
al manifesto perché noi rappresentammo dopo il 1969 la critica piu
radicale e meno fantasticante a un “socialismo reale” che stava
per sprofondare. Quelli di noi, d’una generazione precedente, che
hanno visto arrivare verso di sé una leva di giovani come lei sono
responsabili di non averli aiutati, e forse capiti, abbastanza, di non
aver accettato di scontrarsi con la loro diversità come se fosse un
ritardo, e di averli lasciati smarrirsi nelle peripezie di una
sinistra che vent’anni dopo sarebbe stata senza riferimenti. Certo
non riuscimmo a darne noi, che avevamo tenuto orgogliosamente negli
anni Settanta e Ottanta, avevamo preveduto la crisi mortale dell’Urss,
e nell’89 pensammo che si sarebbero liberate una riflessone e un
pratica separate finalmente da un sistema soffocante. Non devono aver
vissuto allo stesso modo la caduta del muro di Berlino i più giovani,
che dell’est non avevano conosciuto la storia e le sofferenze e la
resistenza ai nazisti durate la guerra. Di sicuro credevano
nell’ondata assieme radicale e libertaria che pareva trascinare
tutto l’occidente. Quando questa cadde, si trovarono senza presente
e senza una spiegazione seria del passato. Rina fu più irritata che
turbata dal riflusso che investiva anche noi. Rosa finiva ammazzata a
colpi di calci di fucile durante una sconfitta che vide ma in una
guerra del cui esito non dubitava. Rina dubitò presto del narcisismo
di un’eterna ricerca, temette la debolezza dei singoli, il
permanente rinvio della costruzione di un gruppo e scoprì volentieri
che nella cultura degli spartachisti stava anche l’inflessibilità
di Rosa nell’organizzazione. Aveva anche, come tutti, bisogno di una
appartenenza, che significa poi la capacità di stare con altri, forse
autolimitarsi. La cercò, questa appartenenza, prima nel manifesto,
che diresse con Paissan e Gigi Sullo, e quando nei primissimi Novanta
qualcuno di noi lanciò un grido di pericolo fece subito blocco col
collettivo: ma come? Ma che c’è? Tutto va bene. Poco dopo lasciava
il manifesto ed entrava in Rifondazione. Scopriva le poche ma non
aggirabili virtù di un partito per chi spera non solo di commentare
fatti, ma di agire su di essi. Da allora lavorò nel partito ma, nata
in un giornale, soprattutto in Liberazione con Curzi e con Sansonetti,
divenendo quel che sarebbe rimasta sempre, osservatrice politica acuta
e polemista fedele a un’autorità riconosciuta, che, da toscanaccia
qual era, non risparmiava frecciate alle dissidenze. Non senza pescare
nella cultura anche in tv, mezzo che per la cultura non è fatto, dove
la sua testolina ben pettinata e sorridente cercava di imporre ai
dibattiti argomenti e riferimenti sconosciuti ai più. Dovette vivere
come un fallimento la conta e la rottura di Chianciano - silenziosa in
fondo alla sala, atterrata dalla fine di un progetto che non le era
stato del tutto ovvio accettare. Non si è comunisti da soli. Rina è
stata anche felice. Aveva una sua vena vitale e popolare di golosità,
sedotta come Brecht da un buon vino e da una buona idea, sapeva tutto
di musica e di football. La ricordo nelle riunioni più noiose
inventare su fogli quadrettati le formazioni calcistiche, alla Lippi o
Bearzot o Sacchi o come altro si chiamasse allora il coach della
nazionale. Conosceva Bach e Mina, aveva una bella voce e le piacevano
le feste. Scrisse per anni su Liberazipne con gusto e forse una
soddisfazione che al manifesto le era mancata. Ma soprattutto, dopo un
non felice legame con l’infelicissimo Giovannino Forti, incontrava
Bruno Morandi, Dado, e furono una vera coppia, in politica e in un
comune gusto per la vita. Non tutti ne sono capaci. A Dado,ora solo,
vanno i pensieri affettuosi di chi le ha voluto bene.
-----------------------------
Ciao Rina, compagna mai
banale
di Aldo Garzia
su Aprile online del
28/06/2010
Uccisa da un cancro è
morta Rina Gagliardi. Intellettuale militante, giornalista e figura
storica della sinistra italiana. Dal 1971 aveva fatto parte del gruppo
di giovani che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri
fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il Manifesto", dove
ha lavorato per 25 anni (dirigendolo per una fase insieme a Mauro
Paissan), prima di essere eletta senatrice del Prc ed essere
co-direttrice di Liberazione insieme a Sandro Curzi e, negli ultimi
tempi, collaboratrice de Gli Altri. Penna intelligente e donna dal
grande valore umano, aveva tre grandissimi amori: la politica, la
musica e suo marito, Dado Morandi. Le compagne e i compagni, gli
amici, la ricordano domani, lunedì 28 giugno alla chiesa Valdese di
Roma, Piazza Cavour, alle ore 16.30
Ora che Rina Gagliardi non c'è
più, di lei mi vengono in mente immagini disordinate.
Ricordo quel meticoloso stilare formazioni della Fiorentina di vari
campionati nel bel mezzo di riunioni politiche lunghe e noiose. Lei
era tifosa "viola" fino al parossismo e si vantava dei due
unici scudetti vinti (1956, 1969). Il secondo doveva amarlo in modo
particolare perché legato indissolubilmente agli anni degli studi
universitari a Pisa, dove aveva fatto la sua prima esperienza politica
in pieno ‘68 da studentessa della mitica Scuola Normale (da qui il
sodalizio critico con Fabio Mussi e Massimo D'Alema che la Normale
hanno frequentato negli stessi anni).
Mi viene in mente anche una immagine di Rina che quasi trema
dall'emozione mentre ascolta assorta un disco di Mina e poi un altro
di Maria Callas, amate da lei con devozione: non ho mai visto una
collezione più completa della sua di dischi dell'una e dell'altra.
Bastava accennare a Ornella Vanoni come alternativa a Mina per
suscitare la sua ilarità che si univa a una filippica sulle doti
vocali di Anna Mazzini, in arte Mina.
Mi vengono in mente anche immagini di Rina dedita ai gossip, di
sinistra s'intende. Quando sbocciava un nuovo amore o ne terminava un
altro e finanche quando si trattava di un banale tradimento, lei era
la prima a saperlo e a sorriderci. Ricordo con piacere pure le
chiacchierate "colte" su letteratura, filosofia e cinema.
Lei era donna dalla raffinata cultura e dalle letture onnivore.
Frequentarla non era mai banale.
La prima volta che l'ho conosciuta è stato nel lontano 1971,
praticamente quarant'anni fa, agli inizi del "manifesto"
quotidiano. Lei e Ritanna Armeni abitavano in una casa-foresteria in
via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo e da via Tomacelli,
dove aveva sede il giornale. Una sera, dopo la chiusura del
quotidiano, siamo andati in quella casa per continuare a chiacchierare
di politica. Era l'inizio di una relazione che sarebbe continuata, tra
alti e bassi, fino a ieri.
Poi c'è la Rina "pubblica". La notista politica stimata
pure dagli avversari, la militante del Manifesto e del Pdup prima (ha
diretto a metà degli anni Settanta una rivista che si chiamava
"Transizione") e poi di Rifondazione quando segretario fu
eletto Fausto Bertinotti. Non dimentico la lacerazione che il suo
abbandono del "manifesto", dove era stata direttrice per una
fase insieme a Mauro Paissan, provocò in molti di quelli che
rimanevano e nel gruppo dirigente storico di Rossana Rossanda, Luigi
Pintor e Valentino Parlato. Non ci fu niente da fare. Lei aveva deciso
e non c'erano motivazioni sufficienti, né politiche né sentimentali,
per farle cambiare idea.
Qualche tempo dopo l'abbandono del giornale, mi arrivò l'invito a
partecipare a una cena a casa sua, a Trastevere, con ospiti d'onore
Armando Cossutta e la moglie. Secondo Rina, la serata doveva servire a
dimostrare che Cossutta non era quell'ottuso filosovietico che avevamo
dipinto per anni e che lui e Bertinotti potevano convivere benissimo
nello stesso partito. Quindi, era l'ammonimento per i pochi invitati a
cena, bisognava che anche noi ci decidessimo a dare una mano alla
costruzione di Rifondazione. "Gagliardova", come a un certo
punto avevamo iniziato a chiamarla, era pure questo.
Rina aveva una passione politica così acuta che quando era convinta
di una posizione finiva per diventare cocciutamente settaria. Per una
lunga fase non si poteva criticare al suo cospetto un articolo di
Rossana Rossanda, lo stesso è accaduto in seguito per tutte le scelte
di Fausto Bertinotti che lei difendeva a spada tratta. Era così
stridente quell'atteggiamento con l'ammirazione che nutriva per
l'eterodossa Rosa Luxemburg e la consuetudine a ragionamenti non
schematici da renderla ugualmente simpatica nella versione priva di
dubbi e incertezze.
Come tutti noi, Rina ha conosciuto in questi quarant'anni più
sconfitte che vittorie. Ha sofferto per l'ultima scissione di
Rifondazione, ha fatto bene la senatrice del Prc per due anni dal 2006
al 2008, si è rimessa a scrivere per "Gli altri" e "il
Riformista" dopo aver lasciato "Liberazione" che aveva
codiretto con Sandro Curzi. Aveva scelto di militare con Sinistra
ecologia e libertà. Ha vissuto intensamente la sua stagione con
straordinaria generosità.
Tra le ultime cose scritte da lei, ci sono un bel saggio su
"Alternative per il socialismo" dove racconta il ‘68 a
Pisa (quasi un taccuino sugli anni giovanili) e un beffardo articolo
su "il Riformista" dove annotava - per dimostrare la
confusione che domina a sinistra - che bisognava dotarsi di almeno 300
euro al mese se si volevano acquistare tutti i giorni i quotidiani
della sinistra.
Negli ultimi anni, nei quali l'amatissimo marito Dado Morandi, ha
iniziato ad avere difficoltà nel camminare, Rina aveva il vezzo di
servirsi di un autista che l'accompagnava alle riunioni e poi la
veniva a riprendere. Era lo stesso autista che accompagnava i due
coniugi nei loro spostamenti cittadini. L'ultima volta che ci siamo
visti, non molte settimane fa, ho approfittato di un passaggio. Nel
salutarci ci eravamo ripromessi di vederci presto per litigare sulla
politica ma anche per spettegolare un po'.
Sapere della sua malattia è stato un dolore. Salutarla per l'ultima
volta in un angolo di una clinica, con gli occhi già chiusi, è stato
un atto di congedo dovuto a una amica e a una compagna.
---------------------
Scompare Rina Gagliardi,
giornalista e parlamentare di Rifondazione
di Ella Baffoni
su l'Unità - edizione
internet del 28/06/2010
Pisana e filosofa, innamorata
di Althusser. In quel vascello anarchico che era il manifesto, quinto
piano di via Tomacelli, lei c’era sempre. Magari seduta per terra,
accaldata nell’afa d’estate, le finestre aperte per un refolo. O
intabarrata d’inverno, un occhio alle agenzie, l’altro al
telefono. E la testa, sempre, a cercare un’altra strada possibile,
la politica vera che cambia le cose. Con una maledetta sigaretta
accanto.
Dura a volte, sì. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, e
non si fanno sconti, tanto meno in assemblea. Ma tenera, anche: gli
affetti, i gatti compagni di vita che amavano passeggiare sui tetti di
Roma. La passione per la lirica, la Callas e le belle canzoni. E il
suo compagno Dado che la portava in montagna; per lei, donna di mare,
un’altro mondo.
Una compagna solida, dalle profonde passioni e le curiosità
inesauste, che ha codiretto il «suo» giornale insieme a Mauro
Paissan. Poi ha lasciato il manifesto per Liberazione, l’impegno in
Rifondazione e poi in Senato. Chissà cosa avrà pensato dei riti e
del tempi morti dalla politica ufficiale, lei sempre dall’altro lato
dell’impegno. A giudicare dal ricordo dei suoi colleghi di scranno,
da Bertinotti e Luxuria, Fava e Mussi, ma anche Vita, Schifani,
Orlando, Finocchiaro, Chiti, ha lasciato una bella traccia, vitale.
Dice Veltroni: «L'appassionava il destino della sinistra, coglieva il
senso di snodi importanti come l'impatto del femminismo, analizzava
acutamente i mutamenti sociali. Tante volte ci è capitato di essere
su posizioni lontane ma su tutto faceva agio la sua sincerità e la
sua passione. Non amava le cose facili, Rina, o i sentimenti semplici.
Non a caso il titolo del libro che ci ha lasciato suona così: “Devi
augurarti che la strada sia lunga”. Ci mancherà». Sì, ci manca
già.
Intanto, non mi convince il tema - lo riassumo così - della
"insufficienza" dell'anticapitalismo. Ricordando, en
passant, che Carlo Marx, non usa mai questo "ismo", mi
sembra però che valga la pena - oggi, non ieri o non nel secolo
scorso - di porsi la seguente domanda: è possibile, è pensabile,
è "costruibile" una società migliore di quella
attuale, una società nella quale, come diceva un grande poeta,
"l'uomo sia un aiuto per l'uomo", senza superare lo
sfruttamento e l'alienazione del lavoro (e quindi di tutti i
rapporti sociali, culturali, tra le persone)? La mia risposta è
che, senza questo superamento, o a prescindere da esso, non si dà
alcuna vera trasformazione - e, nella fase attuale, neppure alcuna
sostanziale correzione (di tipo riformistico, se vogliamo
chiamarlo così). Ma non parlo delle acciaierie Krupp, della
chimica tedesca, e nemmeno della Ford. Parlo del mondo
contemporaneo: quello della globalizzazione produttiva, delle
multinazionali, del potere finanziario e bancario, della
straordinaria crescita delle diseguaglianze, fino alla rinascita
della schiavitù e all'esplosione delle grandi migrazioni.
Parlo del mondo della precarizzazione "strutturale" del
lavoro, della tendenziale cancellazione di ogni diritto sociale,
della paura, della nuova guerra tra poveri. Non è precisamente
contro questo stato delle cose che, tra la fine del ventesimo
secolo e l'inizio del ventunesimo, è nato un grande movimento
mondiale, fatto soprattutto di giovani, che cercava, per quanto
forse in modo confuso e disorganico, un'alternativa, un
cambiamento radicale? Sempre en passant, trovo assai curioso che
tu derubrichi dal tuo ragionare questo evento, quasi non fosse
esistito, e resti "inchiodato" all'Ottobre del '17 e
alla storia del Novecento (cioè dei Partiti comunisti e
socialisti). E' vero, lo sappiamo bene, che il movimento no global
è stato una meteora - come per altro capita ai movimenti, per di
più quasi infinitamente variegati come quello di cui parliamo.
Tuttavia, l'anticapitalismo ha riacquistato senso politico e piena
attualità a partire da quella rivolta. Essa ha reso evidente sia
l'esistenza di un nuovo, enorme proletariato mondiale (molto più
esteso che non nel XXsimo secolo, un'occhiata alle cifre,
talvolta, aiuta) sia il carattere onnivoro, del modo di produzione
capitalistico del presente. Se, storicamente, lo sfruttamento e
l'alienazione erano "riservati" agli operai - ai
lavoratori delle fabbriche, soprattutto manifatturiere - oggi
questo sfruttamento tende a sottomettere alle sue
"leggi" pressoché l'intera società. Il modo
capitalistico di produzione - schematizzo un'analisi fatta mille
volte - ha violentato sistematicamente, la natura, l'ambiente,
l'aria, l'acqua - il clima. Ha invaso il tempo così detto libero.
Ha cancellato la distinzione, protrattasi per secoli, tra sacro e
profano. Ha sussunto interamente scienza e tecnologia, fino a
cancellare quasi del tutto la libertà della ricerca scientifica.
Ha asservito il pensiero, fino alla dittatura soft del
"pensiero unico". Ha mercificato tutto - e
"mercificare" vuol dire, precisamente, che non si dà
prodotto dell'attività umana che non abbia forma di merce e che
possa sfuggire alle "leggi" del valore di scambio.
Dunque? Dunque, non capisco che cosa vuoi dire quando accusi la
sinistra di essere stata troppo anticapitalista: a me pare che lo
sia stata - e lo sia tutt'ora - troppo poco. Anzi, per nulla,
almeno a partire dalla celebre svolta della Bolognina, nella quale
la rinuncia alla identità - al nome - comunista valse, per molti,
come rinuncia, appunto, ad una prospettiva anticapitalista.
Ma tu insisti: ci sono molte più contraddizioni - primarie -
nella società che non possono esaurirsi nello schema, appunto,
anticapitalistico. Ora, se il bersaglio di questa polemica è la
"centralità operaia", è, insomma, l'idea che
"liberando se stessa, la classe operaia libera tutta l'umanità",
una qualche ragione ce l'hai. Ma ti domando: dove vedi diffuso
tutto questo operaismo, anzi tutto questo "cipputismo"?
Di classe operaia non si parla più, nessuno se ne occupa, nemmeno
la classe operaia stessa, se non per le tragedie quotidiane dei
morti sul lavoro, se non quando qualche gruppo operaio minaccia
qualche gesto estremo perché non ha altro modo per bucare il muro
dei media. Insomma, gli operai sono tornati ad essere gli
"ultimi", non solo per la disattenzione, anzi per
l'oscuramento mediatico da cui sono avvolti, ma per i salari e la
condizione di lavoro e di vita a cui oggi sono per lo più
costretti. Io credo che questo depauperamento sociale e politico
c'entri qualcosa (almeno "parecchio", come ebbe a dire
Giovanni Giolitti) con il degrado di questa società, compreso
quello della democrazia e della libertà. Anche qui: dove vedi una
sinistra che si occupa "troppo" di lavoro o di operai?
Anche il nuovo segretario del Pd, che pure segna una svolta
importante nell'immagine e forse nella natura del partito, assume
le ragioni dell'impresa (del capitalismo) come di "pari entità"
rispetto a quelle del lavoro. Ma torniamo al merito.
Mi pare che tu dica, se ho capito bene, che le culture critiche e
i movimenti che le esprimono - femminismo, ambientalismo, libertà
di orientamento sessuale sono le più importanti ma non le sole -
stanno molto strette nello schema anticapitalistico. Per una
parte, questa posizione appare difficilmente contestabile: per
esempio, la contraddizione di genere precede, di gran lunga, la
nascita del capitalismo e delle società industriali) e non si
"risolve" certo attraverso il mutamento del modo di
produzione. Non solo: l'emancipazione femminile, pur tra mille
contraddizioni e aporie, è andata assai più avanti nei paesi a
capitalismo sviluppato che non nei così detti paesi socialisti.
Per un altro verso, però, per fare un altro esempio, a me appare
difficile, illusoria e anche un po' imbrogliona una battaglia
ambientalista che non metta in discussione il primato
dell'economia (degli interessi economici) sulla politica e dunque
il potere dei poteri, appunto, forti. Che cosa voglio dire?
Intanto che quell'espressione, culture critiche, mischia culture,
soggettività, soggetti, istanze molto diverse le une dalle altre
- lo "statuto" del femminismo è diverso, la libertà
delle donne nasce da una contraddizione che non si acquieta forse
mai ed è destinata ad attraversare società, regimi, passato e
futuro, capitalismo e comunismo (se mai la storia ne riproporrà
l'occasione). Ma voglio dire anche, se parliamo di libertà come
grande obiettivo storico (il comunismo come "regno della
differenza"), se teniamo ferma la barra della trasformazione,
oggi non c'è parzialità che possa aspirare, da sola, ad essere
vincente. Fuori dal progetto generale di un'altra società, tutte
le contraddizioni oggi esistenti - anche quella del lavoro -
possono essere riassorbite dal potere e dai poteri. Non solo non
si risolvono, ma si aggravano, quantomeno per i più. Non solo non
producono rivoluzioni, ma nemmeno riforme - e poiché la storia
non funziona con lo schema d'un progresso lineare, determinano
anche, in questa fase, drammatiche regressioni. Te ne cito
qualcuna (di cui per altro questo giornale spesso meritoriamente
si occupa). Le donne stuprate, assassinate, ferite dai loro
partner o familiari. L'omofobia drammaticamente dilagante. Il
razzismo. La tortura praticata quotidianamente nelle carceri. La
giustizia (di classe! di classe!) di cui parlava Giuliano Pisapia
in due belle interviste, una su Gli Altri e una su Il Riformista.
Tu sei così sicuro che a tutto questo sia estranea l'inesistenza
di una sinistra degna di questo nome? Tu pensi davvero che non
c'entri nulla l'idea di società che il capitalismo attuale porta
con sé e afferma, nella macroeconomia come nella vita quotidiana?
Io non penso, naturalmente, che il capitalismo sia demoniaco.
Penso, piuttosto, che sia un "elefante amorale", dal
titolo di un bel saggio di qualche anno fa, indifferente ad ogni
altro obiettivo che non sia la crescita economica, il profitto -
«tutto ciò che è solido sarà distrutto"», ebbe a
scrivere Marx nientemeno che nel Manifesto del 1848. Perciò, è
oggi (specie dopo l'89) tendenzialmente totalitario, indifferente
alla libertà, come tu scrivi giustamente, e alla democrazia.
Perciò, secondo, mai come in questa fase storica, la battaglia
per il lavoro e per la libertà sono inseparabili. Non possiamo più
permetterci il lusso, se così posso dire, di combattere su un
solo fronte, giacché i fronti si sono moltiplicati - pensa alla
paura diffusa a piene mani, pensa allo sconvolgimento dei
sentimenti, agli spaesamenti che la globalizzazione ha prodotto e
produce. In questo, la riflessione di Rossana può apparire, in
parte è, legata a schemi classici, e troppo poco applicata al
tempo presente. Non per questo, però, come in sostanza tu fai,
essa dev'essere rovesciata nel suo contrario - nel leggere i due
articoli, lo confesso, mi siete sembrati ambedue impigliarvi, in
termini simmetrici e opposti, nell'antico dibattito su struttura e
sovrastruttura, e mi è sembrato di tornare giovane.
Quanto alla sinistra del futuro, se mai ce ne sarà una, essa non
potrà più nascere sulla base di una "contraddizione
principale", che stabilisce, per tutte le altre, uno statuto
in qualche modo di complementarità. E', giust'appunto, la sfida
che non siamo ancora riusciti a vincere (e che per un po' di anni,
una dozzina, abbiamo tentato anche in Rifondazione comunista):
costruire un grande movimento del molteplice, piuttosto che
plurale, in cui non c'è più la sintesi (astratta e asfittica)
del Partito novecentesco, ma non si procede neppure per somme, per
"et et", per spezzoni incomunicanti, per solitudini
individuali. Una sinistra siffatta, lo so, non c'è quasi mai
stata. Perché, contrariamente a quello che tu scrivi, non è vero
che si è occupata tanto o troppo di anticapitalismo (anzi, ne ha
mimato spesso il peggio), ma perché ha ridotto la sua missione, e
ragion d'essere, alla conquista del potere politico - per via
rivoluzionaria, tipo presa del Palazzo d'inverno, o per via
democratica, tipo vincere le elezioni e andare al Governo. A
tutt'oggi, non è forse vero che l'ossessione principale, anzi
unica e totalizzante di quel che resta della sinistra sono le
elezioni? Scusatemi questo accenno alla nostra triste attualità.
Ma penso che sia stato (o sia?) questo vizio iperpolitico (di
antica matrice leninista) a mettere in soffitta la trasformazione.
E a farci guadagnare una sconfitta da cui forse non riusciremo a
risalire.
http://altronline.it/node/
Nonviolenza fra principio e politica
LA RIVOLUZIONE SECONDO ROSA
Rina Gagliardi
Perché
questa discussione sulla nonviolenza? Da varie parti, anche all'interno di
Rifondazione comunista, è stata messa in dubbio, prima di ogni altra
cosa, l'urgenza, e perfino l'utilità, di riavviare un dibattito
certamente nient'affatto inedito nella storia del movimento operaio e
della sinistra. E si è messo in dubbio che questa fosse, comunque, una
priorità. In realtà (a parte la marxiana considerazione che una
questione `esplode' solo se e in quanto è matura), non si è trattato
certo di un `lusso', o di una ridondanza dialettica un po' sprecata.
Questa ricerca è nata nel fuoco degli eventi drammatici di questo inizio
millennio, che appare nel suo insieme una delle fasi più violente e
devastanti della storia recente. Ed è stata sollecitata dal movimento
detto `no global', da quando, a cominciare dalle giornate di Genova del
2001, questo nuovo soggetto di massa - così atipico rispetto a tutte le
tradizioni - si è concretamente trovato di fronte alla violenza del
potere, della repressione, delle campagne denigratorie dei media.
Si torna a confrontarsi, dunque, su violenza\nonviolenza perché, di nuovo
e per fortuna, ci si interroga sul senso del perdere e del vincere, sul
come si costruisce l'altro mondo possibile, sui mezzi e i fini della
lotta. E perché, in un mondo e in un'ottica ormai globali, sono tornati
d'attualità gli interrogativi (posti in particolare da Pietro Ingrao)
sulla efficacia della resistenza da opporre alle invasioni neocoloniali,
alle occupazioni militari che si fanno permanenti, insomma alla guerra che
dispiega la sua logica di oppressione in tante aree del mondo. Una
discussione, alla fin fine, di natura tutta politica. Essa, certo, quasi
fatalmente, tende a mescolarsi - e talora a sovrapporsi - con una
dimensione filosofica, etica, generale. E a riconnettersi, in varie forme,
al tema dell'`uscita dal '900', che, anch'esso, aleggia di continuo in
questa - come in altre ricerche.
Questa premessa per dire, in sostanza, che queste diverse dimensioni vanno
tenute ben distinte - pena una confusione e, sì, una ridondanza
dialettica che non aiuta a fare alcun passo in avanti, neppure nella
comprensione delle reciproche posizioni. Un conto, per esempio, è il
pacifismo, che concerne il rifiuto della guerra e una domanda di pace, a
sua volta non univoca, un conto è la nonviolenza, che attiene alle forme
del conflitto politico e, oggi, alla ridefinizione della politica stessa.
Un conto, ancora, è la nonviolenza come assoluto - sciolto, nel senso
letterale del termine, da ogni logica di contestualizzazione - dal quale
far discendere, quasi palingeneticamente, la sola possibilità di salvezza
che resta al nostro mondo, un altro conto è l'assunzione della necessità
politica di una scelta nonviolenta.
In questo senso, non esiste un `partito dei nonviolenti' come entità
soggettiva omogenea o compatta. Si è nonviolenti laici o religiosi,
marxisti o liberal-democratici, apocalittici o `integrati'. Del resto, il
dibattito dei mesi scorsi (svoltosi sulle colonne di «Liberazione» e del
«manifesto») è stato molto politico. Di più. Il tema vero - quello
essenziale - della ricerca avviata (che nel seminario nazionale di Venezia
di fine febbraio ha registrato un momento molto significativo) è proprio
il rapporto tra la nonviolenza e la trasformazione rivoluzionaria: ovvero
il superamento del modo di produzione capitalistico, ovvero una
`rivoluzione nonviolenta'. Un ossimoro? Una contraddizione in termini? Una
`bestemmia' teorica prima che pratica? Finora, così è apparso e in
grandissima parte così è stato. Ma di questo, non di altro, si tratta.
Di un percorso nel quale la scommessa neoidentitaria è esplicita per chi
non archivia il comunismo tra i residui del passato e intende al contrario
contribuire a declinarne la nuova attualità.
Nel suo saggio pubblicato sull'ultimo numero della «rivista del manifesto»
1, Rossana Rossanda polemizza - mi pare - con la nonviolenza tout court,
ne nega, anzi, la possibile o potenziale natura politica, e pone, a sua
volta, molti stimolanti interrogativi. Con i quali vorrei confrontarmi.
1. La non violenza e i conti con la storia In una ricostruzione storica
sotto molti aspetti condivisibile, Rossana nega la fondatezza di ogni
bilancio critico che rilegga l'esperienza del movimento operaio -
segnatamente l'esperienza novecentesca - alla luce del suo preteso
carattere violento, o militare. Una polemica che coinvolge sia l'Ottobre
sia, in specifico, la vicenda del comunismo italiano - tanto più
originale in quanto segnata dalla lezione gramsciana prima, e togliattiana
poi. E dunque?
Non ho mai condiviso le letture del '900, anche quando muovono da
interrogativi reali, che riducono il secolo passato a un cumulo di macerie
e di rovine. Né credo che abbia senso `bocciare' un secolo - francamente
non so se breve o lungo - che è stato per eccellenza duale: colmo cioè
di straordinari progressi quanto di incredibili regressioni, capace di
albergare, nelle sue viscere, le guerre più spaventose - e il `Male
assoluto' della Shoah - così come i percorsi più significativi di
liberazione di massa.
Questa persuasione, tuttavia, non può far velo sul drammatico dato
storico della sconfitta - e insieme del fallimento - che il movimento
comunista del '900 ha dovuto registrare: in Russia e in Cina (con esiti
diversi), nel destino di molti partiti comunisti, nella stessa rivoluzione
anticoloniale. Non mi permetto, ovviamente, di impartire `lezioni', a
questo proposito, a coloro - come Rossana - che hanno genialmente
anticipato un'analisi sulla irriformabilità del cosiddetto `socialismo
reale' (e quindi anche una previsione sui suoi esiti), pagando per questo
rigore politico e intellettuale un prezzo alto. Do per scontato, insomma,
un punto di vista largamente comune. Dove sta, allora, il dissenso di
oggi? Forse, nell'individuazione del `punto' - storico ma anche teorico -
nel quale comincia a collocarsi la sconfitta. O forse, piuttosto,
nell'assunzione che Rossana fa della relativa `inscindibilità' di storia
reale e teoria: un approccio, mi pare, che contiene un rischio
organicistico. Se ci si spinge oltre un certo grado di critica teorica,
pur a partire dal presente, si cade inevitabilmente nella condanna in toto
di un'esperienza storica: questo mi pare sostenga Rossana. E si finisce
per ritenere `inevitabile' - fatalmente scritto nelle sue radici o nelle
sue premesse di fondo - ciò che era invece evitabile, come gli esiti
della Russia sovietica.
Ma in che cosa, allora, abbiamo sbagliato? E che cosa, soprattutto,
dobbiamo tentare - quantomeno - di non ripetere? Queste domande restano,
dal mio punto di vista, un passaggio ineludibile della rifondazione
comunista e dell'identità rivoluzionaria. Non si tratta di riscrivere la
storia (la nostra storia), per scoprire, magari, che tutti gli esiti
disastrosi stavano scritti nelle premesse o, peggio, nelle intenzioni, per
concludere, insomma, che lo stalinismo è un'organica conseguenza del
leninismo, e che il leninismo, a sua volta, è una tabe solo esasperata di
tutta la politica moderna: questo sì è pentitismo, revisionismo,
`negazionismo'. Si tratta, invece, di guardare al futuro facendo tesoro di
tutte le lezioni possibili che il '900 ci consegna e discernendo - in una
paziente ricerca collettiva - ciò che è vivo da ciò che è morto.
Si doveva fare la Rivoluzione d'Ottobre? Si doveva, cioè, approfittare di
un'occasione straordinaria di `scalata al cielo' pur in una forzatura
grande della soggettività? Io rispondo di sì, senza esitazioni: quella
scelta ha segnato uno spartiacque nel secolo che resta inseparabile dal
fondamento dell'identità comunista e rivoluzionaria. Ma non posso non
sapere, oggi come allora, che questa scelta non è in realtà separabile
dal contesto della guerra mondiale e da quella rivoluzione europea -
tedesca -, che fu invece sconfitta. Non posso non sapere, dunque, che il
`socialismo in un solo paese' è una parola d'ordine non solo infondata,
ma foriera di disastri politici, produttivi, ideologici. E che,
soprattutto, la `presa del potere', ovvero una concezione della rottura
rivoluzionaria che la identifica - se non la esaurisce - nella conquista
del potere politico centrale, è da rimettere radicalmente in discussione.
Qui c'entra, e come, l'assunzione di una scelta nonviolenta: la conquista
del potere o del governo o comunque di un `ponte di comando' centrale,
luogo privilegiato della capacità decisionale, implica una concentrazione
violenta e separata della soggettività rivoluzionaria e induce, quasi
fatalmente, ad una `militarizzazione' della rivoluzione stessa. In questo,
la lezione di Lenin va sottoposta a una radicale relativizzazione, pur se
Lenin è stato quasi certamente il più grande leader rivoluzionario della
storia. In questo, al contrario, la lezione di Rosa Luxemburg oggi ci
parla con un'attualità straordinaria: perché pone al centro della sua
riflessione un'idea di partito (e una concezione dell'avanguardia) non
separate dal «movimento di massa», Massenbewegung, reale. Perché la sua
ricerca si concentra su un'idea di «rivoluzionamento», Umwaelzung, di
tutte le relazioni sociali ed economiche della società futura da
costruire (l'«al di là non capitalistico», interamente da progettare,
non certo contenuto in nuce nella società borghese: da cui i pericoli
continui di «opportunismo» e «settarismo» che la lotta rivoluzionaria
si troverà a dover affrontare e superare), dunque di trasformazione
radicale dell'esistente. Perché, non in quanto donna per natura vocata
alla mitezza, non in quanto `creatura sensibile' (per di più ricca di
privacy), ma in quanto lucida analista del legame strutturale tra
capitalismo moderno e militarismo - e della lotta contro la guerra,
dunque, come centralità della stessa identità politica del proletariato
mondiale - vive, sì, la questione della violenza rivoluzionaria tra non
pochi tormenti. Anche Antonio Gramsci, certo, ci propone un pensiero
originale, proprio relativamente alla necessità della rivoluzione di
essere prima di tutto trasformazione sociale e anche contropotere diffuso.
Naturalmente, nessuno propone la sostituzione di `nuove' icone con quelle
più tradizionali: è l'insieme del nostro rapporto con la storia che va
assunto dopo il fallimento delle maggiori esperienze statuali di
`socialismo'. In questo senso, siamo figli di molti padri e di molte
madri: siamo gli eredi di una sconfitta, di una `catastrofe', alla quale
dobbiamo volgerci, credo, esattamente come l'Angelo di Klee, di cui ci
parla Walter Benjamin 2. Anche nella sconfitta - nelle sconfitte - c'erano
molti germi di futuro. Purché sappiamo riconoscerli. E che cosa trarre,
oggi, da Rosa Luxemburg e da Gramsci? La rivoluzione non come processo
graduale, lineare o indolore, ma come sequenza di rotture forti,
all'interno cioè di un processo di trasformazione che si svolge, insieme,
`dal basso' e `dall'alto'; che assume, come dato invalicabile, l'autonomia
dei movimenti autorganizzati e l'autogestione, anzi, l'autogoverno,
insomma un progetto di democrazia radicale, come obiettivo irrinunciabile;
che usa il governo, le istituzioni e le leggi (la `grande scala') come
strumento sempre essenziale e mai però unico, e assume fino in fondo,
senza mai esorcizzarlo, il `pericolo burocratico'. Una rivoluzione di
questa natura è per forza nonviolenta: nei suoi mezzi come nei suoi fini,
ovvero nel suo fine dichiarato, il comunismo. Nel suo tratto di fondo, che
è poi il comunismo come compiuto processo di liberazione umana.
Gran parte di questo patrimonio può o deve considerarsi largamente
acquisito, nella storia del comunismo italiano? A me non pare che sia così
né che così sia davvero stato, negli ultimi cinquant'anni. Nel Pci la
scelta pacifista - a livello di massa - restò ambigua, e la risoluta
opzione democratica coincise con una visione sostanzialmente legalitaria
della lotta politica (la nonviolenza, al contrario, è sempre
organizzazione alta del conflitto, violazione del legalitarismo,
disubbidienza civile). In ogni caso, la ricerca non può non riavviarsi:
anche alla luce di quella crisi della politica che caratterizza il nostro
tempo.
2. La politica da ridefinire e rifondare Un ultimo punto di discussione,
piuttosto schematico: nel suo saggio, Rossana tende a non considerare
`politica' tutto ciò - dal movimento no global alle culture critiche -
che non attiene in termini consapevoli alla messa in causa del potere
politico. «Vedo una distanza infinita tra questa trasformazione
molecolare e i poteri che governano il mondo», scrive. Non si può non
convenire, con questa affermazione, che è quasi una constatazione di
fatto. La questione del `come' i movimenti alternativi, al di là del loro
grado di coscienza, riescono a diventare un ingombro rilevante delle
decisioni e delle scelte dei poteri resta, certo, tra quelle non risolte e
non sufficientemente elaborate dal movimento stesso. Eppure, proprio in
questo periodo, il movimento pacifista ha determinato, in un paese non
secondario come la Spagna, un cambio - inatteso e imprevisto - di governo:
non è un esempio concreto di contropotere che si fa potenza politica e
influenza in termini così visibili il corso istituzionale?
Eppure, ancora, l'altro corno del problema è tutto nelle mani della
politica stessa: se essa non è in grado di ridefinirsi, anzi di
rifondarsi, se non assume quella `trasformazione molecolare' - nonviolenta
- come asse portante di sé, rispetto ai propri attori (partiti,
istituzioni, governi) e rispetto alle proprie modalità di selezione, se
non è capace di accorciare con decisione la distanza tra la propria
dimensione occasionale (tattica) e i propri fini ultimi, se non avvia un
processo vero di smilitarizzazione, essa politica - io credo - è
condannata a una crisi radicale. Su questo tema smisurato, si misura una
forza - piccola e anzi irrisoria - come Rifondazione comunista. Ma anche a
questo serve la ricerca sulla nonviolenza. E credo che così andrebbe
valutata e giudicata.
note:
1 Rossana Rossanda, Nonviolenza: tra principi e politica.
Processo alla violenza, «la rivista del manifesto», n. 48, marzo 2004,
pp. 57-62.
2 Il riferimento è alla IX delle Tesi di filosofia della
storia, di Walter Benjamin, pubblicate per la prima volta nel 1942, ora in
Gesammelte Schriften, Surhkamp, Frankfurt aM 1972, e in italiano in Sul
concetto di storia, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti,
Einaudi, Torino 1997. Benjamin scrive: «C'è un quadro di Klee che si
chiama Angelus novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto
di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono
spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L'angelo della
storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove
davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un'unica
catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa
ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e
riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera che si è
impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l'Angelo non può più
chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui
egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie
davanti a lui. Ciò che chiamiamo progresso, è questa bufera» (Ndrm).
Lettere
LA RIFONDAZIONE DI RIFONDAZIONE
Rina Gagliardi
Ho
trovato molto interessante il dibattito che si è sviluppato sulle colonne
di questa rivista a proposito del congresso di Rifondazione comunista.
Anche negli interventi meno favorevoli o simpatizzanti, sono comunque
presenti argomenti e tematiche che arricchiscono la ricerca ben oltre
l’appuntamento di Rimini. Certo, vorrei dire che alcuni toni mi sono
parsi al tempo stesso ingenerosi e ‘organicisti’. Ingenerosi perché
un documento politico, quali le Tesi congressuali sono e si propongono di
essere, non può, a mio modesto parere, essere sottoposto ad un esame un
po’ accademico, o spulciato nelle sue interne coerenze, come fosse un
testo scientifico. Organicisti perché talora la critica sembra ispirarsi
a uno schema generale ed esaustivo, capace di dar conto allo stesso tempo
dello ‘stato del mondo’, dell’avanzamento della teoria, dei compiti
della politica. Penso, per esempio, ad alcuni passaggi dell’articolo di
Riccardo Bellofiore, pur nel suo insieme molto stimolante: quelle che a
lui appaiono «interne contraddizioni» alle Tesi non potrebbero essere più
utilmente ricondotte alle contraddizioni dei processi reali, al loro
attuale divenire, alle capacità della ricerca e del dibattito di
riconoscerle? Penso, ancora, all’articolo di Luigi Cavallaro che deduce
– da una riga su Marx forse non felicemente formulata – una precisa
caratterizzazione ideologica del documento, quasi come se l’autore dei
Grundrisse non fosse Karl Marx ma Toni Negri. In ogni modo, fuori da ogni
polemica. vorrei usare questa ospitale sede per ribadire quali sono,
secondo me, gli snodi qualificanti della nostra ipotesi politica.
Una premessa di metodo (e di sostanza)
Al centro delle Tesi c’è una svolta politica, che ricolloca il Prc a
sinistra e rilancia, su basi non volontaristiche, l’attualità della
lotta politica e sociale per il superamento del capitalismo. Il senso
dell’investimento prioritario nella costruzione del movimento detto
‘no global’ sta, precisamente, in questa possibilità\necessità: a
sua volta essa è fondata non sull’antica certezza della vittoria
finale, ma sulla persuasione che, dal punto di vista strategico, si sono
definitivamente consumati gli spazi tradizionali di ‘riformismo’ e
che, dunque, la radicalità è la sola alternativa possibile al trionfo
del capitalismo, nella sua era neoliberista e globalizzata. Tutto questo
può apparire una ridondanza, ma non lo è: troppo spesso il confronto in
corso (anche su questa rivista) sulla prospettiva delle sinistre resta
legato ai problemi dello sbocco politico a breve e della ricostruzione di
alleanze ‘vincenti’. Tutto questo, soprattutto, ‘precede’ (non ‘segue’)
l’analisi della situazione attuale: senza dilungarmi in esercitazioni
epistemologiche fuor di luogo, e senza ovviamente sostenere che
l’analisi dei processi reali è una mera ancella della proposta
politica, affermo tuttavia che qui c’è una significativa innovazione
anche metodologica. Un primato pieno (e sovraordinatore) dell’opzione
politica, che tendenzialmente ne scardina la separatezza, le pretese di
autonomizzazione, i paradigmi (di origine militare) che la frammentano
nelle sfere incomunicanti della tattica e della strategia, nonché delle
‘tappe temporali’. Dico di più: senza questo tipo di rifondazione, la
attuale ‘scienza della politica’ è destinata alla subalternità. A
porsi come variante ‘sovrastrutturale’ – per usare un cattivo
aggettivo – del sistema. E, soprattutto, a non riuscire a contrastare i
drammatici processi di barbarie che vanno avanzando. È quasi ovvio che
questa persuasione muova da alcune considerazioni generali.
Globalizzazione e «imperialismo»
Il dibattito sulla globalizzazione, sulla sua natura e sul suo grado di
novità effettiva, sulle sue conseguenze attuali e\o potenziali, contiene,
proprio da questo punto di vista, più vizi che pregi. Personalmente,
trovo in molte delle letture più autorevoli – anche tra di loro molto
distanti – significativi pezzi di verità. Ma qual è il punto politico
di fondo? Anche qui: è la caduta della illusione ‘gradualistica’ e
‘riformistica’ planetaria, che affida alle contraddizioni geopolitiche
una funzione strategica primaria ai fini della battaglia della sinistra.
Quando si parla di tendenziale ordine ‘unipolare’, è a questo
processo che si allude: non cioè alla scomparsa dei conflitti tra gli
Stati – i quali, anzi, tendono a svilupparsi più rigogliosamente e
selvaggiamente di prima – e nemmeno alla persistenza di consistenti
interessi economici nazionali (regionali, macroregionali e così via) in
contrasto tra di loro, ma alla caduta di ogni antagonismo ‘di campo’,
al venir meno, in questo senso, delle contraddizioni ‘antimperialiste’,
così come le ha definite l’esperienza novecentesca. Questa mutazione
deriva prima di tutto dalla forza dell’espansione capitalistica su scala
mondiale, dalla nascita del mercato unico planetario, dalla crescente
interdipendenza e internazionalizzazione dei processi economici: il
neoliberismo, insomma, la forma concretamente oggi assunta dal modo di
produzione capitalistico, consente ad esso uno sfondamento delle barriere
nazionali, delle logiche territoriali, delle sfere della vita sociale, che
è senza precedenti qualitativi. Non ci sono, in questo senso, zone
franche, a parte qualche piccola enclave di resistenza, in America Latina.
La Cina, paese che si va sviluppando a ritmi intensissimi, ha aperto una
parte consistente del suo territorio allo sviluppo capitalistico più
selvaggio del mondo; e il suo modello di sviluppo, comunque lo si voglia
giudicare, segue alcuni paradigmi peculiari dell’ideologia e della
pratica neoliberiste (il Pil come misura del livello di civiltà, la
produzione di ricchezza a scapito della disuguaglianza, l’occupazione e
il lavoro come variabili dipendenti dello sviluppo). Si può ritenere,
come molti ritengono, che comunque Pechino è destinato a entrare in
conflitto frontale con Washington: ma, a parte il fatto che oggi questo
conflitto appare piuttosto latente, e che anzi allo stato la Cina ha
fornito il suo pieno appoggio alla ‘guerra contro il terrorismo’ di
Bush (cfr. vertice di Shanghai), di quale natura sarebbe questo eventuale
e futuribile contrasto? Con quale sforzo di fantasia esso potrebbe
definirsi uno scontro tra una logica imperialistica e una logica ‘antimperialistica’?
Un altro solo esempio, di natura diversa, troppo spesso sottovalutato: la
scienza. Si sta producendo una delle più colossali rivoluzioni
scientifiche della storia umana: per la prima volta, il controllo totale
dei meccanismi che presiedono alla vita, alla sua riproduzione, alla sua
manipolazione sono a portata, appunto, umana. Le conseguenze sono, per
tutti noi, uomini e donne del XX secolo, letteralmente inimmaginabili. Ma
tutto questo sta accadendo all’insegna di una ‘totale follia’: la
sua sussunzione alla logica capitalistica e di profitto, la sua soggezione
ai meccanismi di privatizzazione. Che cosa avremmo detto se le scoperte di
Einstein, Fermi e Oppenheimer fossero state gestite secondo finalità
puramente mercantili, e se la bomba atomica fosse diventata una
‘normale’ merce prodotta e venduta dalle multinazionali? Ecco, la
portata delle cognizioni a cui è pervenuta (e perverrà) la genetica è
almeno pari a quella della bomba H: ma dove sono i poteri statuali capaci
di proporne un uso sociale, adeguati controlli e limiti razionali? In
questo senso, illimitata è invece la globalizzazione capitalistica, la
sua capacità di mercificare – nel senso marxiano del termine –
dimensioni e attività rimaste a lungo esterne al rapporto di produzione
capitalistica. Pensiamo, anche, alla potenza (e alle potenzialità) di uno
strumento come la Rete, che travolge per definizione ogni ostacolo e ogni
vincolo, da un angolo all’altro del pianeta.
Si può dunque discutere a lungo se e fino a che punto le multinazionali
stiano effettivamente governando il mondo: a condizione di definire, con
maggior precisione di quanto solitamente non accada, che cosa davvero
significa ‘governo del mondo’. Chi determina il mercato del lavoro su
scala planetaria, inseguendo la forzalavoro al suo prezzo più basso,
imponendo tassi di occupazione, inoccupazione e disoccupazione,
influenzando in radice gli equilibri sociali di territori anche
vastissimi; chi impone, nei luoghi più disparati, la progressiva
cancellazione dei sistemi di Welfare e sicurezza sociale; chi controlla e
brevetta le fonti del progresso scientifico e tecnologico; questo soggetto
che noi chiamiamo ‘rivoluzione capitalistica restauratrice’ non è
oggi parte preponderante e diretta del governo del mondo?
La guerra e lo Stato-nazione
E lo Stato? Certo, lo Stato nazionale continua ad essere e ad agire: ma
come non vedere un declino irreversibile delle sue funzioni e dei suoi
poteri, così come essi si sono manifestati nella seconda metà del
‘900? Anche in questa discussione, che rischia di essere viziata da
pregiudizi nominalistici e dall’affezione ad antichi schemi consolatori,
sarebbe bene concentrarsi su alcune evidenze che a me paiono
indiscutibili. Che sono almeno cinque:
a) nei processi di progressiva ‘omogeneizzazione’ dei paesi
occidentali alle ricette neoliberiste, si è ridotta drasticamente
l’entità (oltre che la qualità) dell’intervento pubblico nei
processi economici, nei servizi sociali, nelle politiche del lavoro e
dell’occupazione. Si tratta, in gran parte, di scelte politiche, ma
anche di margini d’intervento ‘oggettivamente’ ridotti, a partire
dalla inusitata libertà di movimento dei capitali. Certo, in questi
ultimi tempi, di fronte ai clamorosi fallimenti e alle drammatiche aporie
delle ricette neoliberiste, si vanno riaffacciando ipotesi di tipo ‘neokeysiano’:
ma in un quadro che resta dominato dalle dottrine della deregulation e del
trionfo del libero mercato; b) il ruolo delle nuove ‘istituzioni
globali’, dal Fmi alla Banca mondiale, al Wto, è comunque
significativo, come è stato clamorosamente dimostrato dal caso della
crisi Argentina. Né è lecito ridurre questi organismi a una meccanica
emanazione del governo di Washington, o degli esclusivi interessi
nordamericani: in questo senso, non vi è contraddizione tra ‘ordine
unipolare’ e ‘dominio oligarchico’; c) allo stesso tempo,
l’iniziativa prevalente degli apparati stauali dei maggiori Paesi (e non
solo) torna ad essere la guerra. Una guerra che si può definire come si
vuole, ‘imperiale’ o ‘imperialista’, ma che costituisce nel suo
farsi concreto nuove forme di dominio. Una guerra, in breve, che non è
l’esito dei contrasti tra le grandi potenze e che anzi, coinvolge
mutevoli alleanze, tutte a guida statunitense, contro potenze regionali
(Iraq, Jugoslavia, Afghanistan), tutte caratterizzate dallo statuto di
ex-alleati dell’Occidente. Una guerra che, dunque, tende a sostituire la
politica, in quanto tale, e diventare permanente. Come tale si dichiara
‘enduring Freedom’; d) quasi in ogni Paese occidentale, è passato in
questi anni, un ‘decentramento’ che delega, in basso, poteri
importanti e peculiari dello Stato centrale. Si pensi all’Italia e al
ruolo acquisito dalle Regioni e dai loro ‘governatori’: non è così
impensabile che, nel giro di alcuni anni, essi controllino quasi in toto
le concrete politiche della sanità, della scuola, dei trasporti e della
polizia. Ma anche le metropoli – e le città – hanno conquistato
maggiore autonomia. E all’nterno delle metropoli, in una catena quasi
senza fine, sono sorte le municipalità. Un processo che – è bene
ricordarlo – è stato voluto ed avviato non dalle destre, ma dalle
sinistre di governo. E che, in una certa misura, coinvolge perfino Paesi,
come la Francia, dove persiste una forte cultura di centralismo
statalista: la candidatura ‘atipica’ di Chevènement non trae forse la
sua forza proprio da una piattaforma (trasversale) di rilancio forte dello
Stato centrale?
e) in parallelo, le competenze degli Stati nazionali sono ulteriormente
indebolite dalla nascita di Unioni sovranazionali, con caratteristiche di
tipo federativo o confederativo. Ne è un esempio sostanzioso l’Unione
europea, con la lotta in corso per la definizione dei suoi futuri
equilibri. Negli stessi Stati Uniti d’America si accentua sotto le
ultime presidenze, comprese quelle clintoniane, l’ulteriore riduzione
dell’intervento federale e pubblico, compresa una sfera cruciale come
quella della tassazione. Certo, se c’è un’analisi sulla quale
l’intera sinistra, a mio parere, è del tutto carente, è proprio quella
relativa agli Usa inteso sia come struttura politica sia come dinamica
sociale.
Che cosa consegue da queste schematiche annotazioni? Che, ad ogni buon
conto, le proposte politiche del Prc sono mosse dalla persuasione –
nient’affatto ideologica – che la trasformazione rivoluzionaria,
intesa come trasformazione sociale e ricostruzione di adeguati rapporti di
forza nella società, torna di piena attualità. È la sola risposta
ragionevole, forse, ai rischi incombenti di barbarie
Politica e comunicazione
IL CIRCOLO VIZIOSO
Rina Gagliardi
In
principio era stato detto che, quella della primavera 2001, sarebbe stata
comunque la «più brutta campagna elettorale del dopoguerra». Una
previsione sconfortante, ma largamente al di sotto della realtà: in
questi mesi, in queste settimane, abbiamo assistito a uno spettacolo di
vera e propria degenerazione della politica — e dei suoi meccanismi di
comunicazione. Un fenomeno non comparabile, più di tanto, con le
esperienze del passato: chi ha memoria dei mercati elettorali
democristiani, tante volte folkloristicamente descritti alle soglie di
importanti consultazioni nazionali o amministrative, avverte una
differenza, anzi una netta soluzione di continuità, rispetto al presente.
Perfino il Caf — che pure incarnava la fase patologica (l'agonia) di un
regime che aveva perduto ogni élan riformista — oggi può essere
relativamente rimpianto: per quanto fosse un pactum sceleris, era sempre
un'operazione `pianificata', e imperniata su un paio di rilevanti
personalità politiche.
Le promesse dell'Ulivo Dove si colloca il salto di qualità? Nella crisi
della politica, malattia `conclamata' della democrazia da almeno un
decennio (dalla data simbolica del 1989), è intervenuto un fattore
ulteriore: il fallimento del meccanismo elettorale maggioritario, débacle
strategica, e anche `tecnica'. Una sorta di cocktail esplosivo, che
trascina con sé il sistema politico nel suo insieme, ormai visibilmente
privo di ogni egemonia e di ogni credibilità. A chi si interroga sul
perché nel 1996, ai tempi della costituzione dell'Ulivo di Romano Prodi e
del Polo berlusconiano, non si produssero (o non vennero in superficie)
fenomeni e comportamenti analoghi, si può rispondere che, cinque anni fa,
l'Ulivo si presentava sulla scena come una novità non puramente
nominalistica: era davvero un tentativo di superare la fine dei partiti di
massa `inventando' un soggetto politico che in Italia non c'era mai stato,
una sorta di formazione interclassista e inter-ideologica, modellata
sull'America democratica (o sull'immagine che si ha in Italia del Partito
democratico degli Usa). Fu Prodi, insomma, a incaricarsi nel '96 di dare
realizzazione pratica alla svolta della Bolognina (e anche,
contestualmente, all'esaurimento della forma-Dc): infatti, innovò nella
metodologia (l'autocandidatura della sua stessa leadership, i pullman, i
comitati) e nella `filosofia' della sua politica (il recupero della
retorica della società civile), là dove i contenuti e il programma erano
concentrati su una sola idea forte, il celebre `aggancio all'Europa'. In
un senso preciso, dunque, l'Ulivo, e il bipolarismo, svolsero anche e
soprattutto una funzione di stabilizzazione del sistema, con un'opinione
pubblica frastornata dalla crisi politica e morale della `Prima
Repubblica', desiderosa di esperienze diverse e, tutto sommato, incline a
considerare il maggioritario una terapia credibile. Per queste ragioni, lo
scontro tra i due poli poté svolgersi in un clima relativamente positivo,
senza gravi manifestazioni patologiche nell'una e nell'altra parte. Con
una coalizione di centro-sinistra che riuscì ad aggregare tutte le forze
in qualche modo vitali, ivi compreso il patto di desistenza a sinistra; e
con una destra, al contrario, assai più divisa (Lega e Msi rautiano
rimasero fuori dal Polo).
Il dopo-Prodi Per l'Ulivo vittorioso si trattava dunque di delineare sul
campo la fisionomia effettiva di un `progressismo' (vi corrispondeva un
analogo popolo progressista, nel quale l'antico popolo di sinistra si
andava sciogliendo) che per tutta la sua fase nascente e ascendente era
rimasto largamente generico. Il fatto è che tutto questo non ha retto
alla prova cruciale della sua trasformazione in progetto riformatore, sia
pure, magari, `temperato', nella proposta sociale e politica come nell'
`architettura' politico-istituzionale (che, con la nascita della
Commissione bicamerale, virò subito il timone verso la `Grosse Koalition').
Dopo la rottura del '98 con Rifondazione comunista, la coalizione ulivista
si è sbrindellata: via via che scioglieva le sue ambiguità (spesso in
politica feconde, ma mai prorogabili in eterno), perdeva sostanza ma anche
`forma', nel senso politologico del termine. Un esito, del resto, che
sarebbe erroneo circoscrivere alla cornice nazionale: l'Ulivo, inteso come
`Terza Via', declinava a livello mondiale, negli Usa di Clinton e della
Gran Bretagna di Blair.
In Italia, non per caso la dizione di `centro-sinistra' è diventata via
via prevalente nella coalizione che ha poi visto i governi D'Alema e
Amato: tentativi quasi interamente concentrati sulla dimensione tattica,
oltre che sul recupero di porzioni rilevanti del ceto politico
tradizionale. È in questi percorsi che è maturata l'ulteriore crisi di
credibilità della `classe di governo': non ci riferiamo qui solo alla sua
concreta conduzione e alle sue scelte di politica economica, sociale,
internazionale, ma al rapporto, appunto, che si è determinato tra
legittimità e legittimazione. Da questo punto di vista, gli ultimi tre
anni hanno logorato profondamente l'equilibrio di questo rapporto: un
sistema bipolare e un `involucro' sostanzialmente maggioritario non
possono essere abitati da personale, metodiche e culture tipiche di
un'altra fase, nutriti come quella del primato della politique
politicienne, ma privati degli elementi forti (partiti, alto tasso di
partecipazione alla vita politica, sindacati forti e autonomi) che altresì
caratterizzavano quella stessa fase. Ne è conseguenza inevitabile, tra le
altre, una diffusa prassi di neotrasformismo: che nel corso di
quest'ultima legislatura siano stati circa duecento i parlamentari che
hanno mutato `casacca', è un fatto di cui molto si è parlato, ma sul
quale pochissimo si è indagato.
Da dove nasce una tale disinvoltura di massa, un tale smarrimento degli
obblighi più elementari di coerenza? Dallo straordinario `valore
aggiunto' di cui può disporre ogni singolo parlamentare (ogni subgruppo,
ogni pur piccola frazione organizzata) in un sistema bipolare, uninominale
e maggioritario: per esser chiari e schematici, esso significa concreto
accrescimento della forza di ricatto a disposizione di chiunque, in quanto
esercitata fuori e prima della vera e propria competizione elettorale. In
quanto dispiegata all'interno di un sistema che somma, forse perfino con
maligna inconsapevolezza, i lati deboli e oscuri sia della `prima' che
della `seconda repubblica'. E quando si arriva alla definizione della
corsa elettorale, si scopre la scomparsa di ogni criterio chiaro,
evidente, condiviso di legittimazione e di selezione della `classe
dirigente'.
Non solo siamo alla deflagrazione della politica come progetto sociale o
proposta programmatica, ma anche e soprattutto come `circolo virtuoso' di
aggregazione collettiva e impresa democratica. Siamo alla sua forzosa
sostituzione con una logica di ceto `professionistico', in possesso di un
mestiere, anzi, di una téchne (retorica, giuridica, amministrativa, e così
via) che è strettamente legata con la collocazione sociale, le risorse
economiche e il sistema contestuale di relazioni: una nuova, pur debole,
oligarchia.
Saltati i partiti di massa, e l'idea di rappresentanza democratica ad essi
connessa, vanificata la breve e ambigua stagione del consenso `diretto'
nel territorio e nei corpi della società civile, questa nuova classe
oligarchica non può che trarre da se stessa la fonte della propria
legittimazione: ed ecco il ruolo che ritorna della famiglia, della
discendenza parentale, dell'appartenenza castale. Tutti i fatti che
possiamo agevolmente catalogare sotto la dizione di `politica-spettacolo',
nella quale è insito il principio di una infinita conflittualità
interindividuale, hanno qui la loro origine.
Il ruolo dei media Ai processi degenerativi sommariamente descritti, ha
fortemente contribuito il sistema dell'informazione e della comunicazione:
i due termini non sono, nient'affatto, sinonimi, anche se si tende a farli
coincidere. In realtà, è stato anche il progressivo assorbimento della
dimensione informativa (che per natura è comunque il risultato
dell'elaborazione critica di dati grezzi) in quella comunicativa, a
mettere in moto alcuni cruciali circoli viziosi della politica, e della
formazione del consenso, di cui dicevamo sopra. Basti pensare a uno dei
`paradossi' più noti ed evidenti di questa fase dell'Italia: lo
strettissimo legame tra popolarità dei leader politici e numero delle
presenze televisive collezionate; ma anche, viceversa, la fortissima
connessione tra popolarità televisiva (i più importanti anchormen) e
potenziale successo politico. Un talk show televisivo, addirittura, ha
assunto un ruolo `inusitato' come centro di comunicazione delle più
rilevanti decisioni dei vertici politici: una specie di `salotto pubblico',
che ha sostituito de facto lo spazio pubblico, in una commistione
impudica, almeno dal nostro punto di vista, di spettacolo tradizionale e
cattiva informazione; con la progressiva, anzi galoppante riduzione della
`opinione pubblica' a una massa indifferenziata, da misurare solo sul suo
livello di ricettività (detta altrimenti audience).
Oppure, ancora, basta riflettere sulla funzione assunta dai famosi
sondaggi di opinione, che misurano i livelli di consenso elettorali (e non
solo) con ossessività quotidiana: in tendenza, essi distruggono l'idea
stessa della politica come prassi di trasformazione e intervento
soggettivo, ma già oggi la spingono ad un incessante corsa
all'omologazione conformista – per di più `scientificamente' e
`oggettivamente' fondata. Tv e sondaggi, insomma, cominciano ad acquisire
quel ruolo di legittimazione del consenso che è andato nel frattempo
smarrito: non si limitano più, come forse accadeva qualche anno fa, a
riempire un vuoto che si era creato, ma svolgono una funzione corposa,
attiva, `pienamente politica'. L'attuale crisi e degenerazione del sistema
politico ha proprio qui uno dei suoi esiti possibili, neoautoritario e
a-democratico: la saldatura tra l'élite autolegittimata e la
comunicazione omologata (dove i media tradizionali, come i grandi giornali
d'opinione, mimano con proprie modalità il medium televisivo e dove le
straordinarie potenzialità democratiche di Internet sembrano frenate). Se
ha senso una parola impegnativa come `fascismo', si potrebbe dire che il
fascismo del XXI secolo – in un paese ad alto sviluppo capitalistico
come il nostro – sarà questo golpe soft, questa concentrazione
`monopolistica' della politica e della comunicazione: il suo obiettivo, e
il suo principale effetto, sono in atto da tempo, quel processo di
passivizzazione di massa, di crescente estraneità alla vita politica e
istituzionale del paese, di sradicamento di ogni memoria collettiva
organizzata, che ha la sua punta visibile nell'astensionismo elettorale.
Una società spaccata D'altra parte, anche analizzate sotto l'ottica della
capacità di `inclusione' e di `esclusione', la politica oligarchica
corrente e la comunicazione omologata appaiono tra di loro in rilevante
parallelismo. Non esistono soltanto due élites in continua e patologica
osmosi tra di loro, due `ceti' paralleli, variamente al servizio di se
stessi e delle classi dominanti: esistono ormai due diversi tipi di
`popolazione', più o meno in analoga corrispondenza. La spaccatura
`orizzontale' della società è anche tra chi è `incluso',
soggettivamente ed oggettivamente, nella parte che accede
all'informazione, al sapere, in senso lato, a un sistema `relazionale'
ricco, e chi è tagliato fuori, nel senso del non accesso alla conoscenza
e ai paradigmi minimi di autonomia critica. Una divisione che non
coincide, necessariamente, con quella `verticale' di classe e di
opportunità di reddito, e che non riproduce meccanicamente la differenza
tra potenti e deboli. Una frattura della coesione sociale che, piuttosto,
è analoga a quella che tende a stabilizzarsi tra coloro che partecipano,
quantomeno agli appuntamenti elettorali, e coloro che `escono', più o
meno definitivamente, dal sistema democratico e dalla politica.
Da un lato, dunque, stiamo veleggiando verso una società dominata da una
nuova ontologia politico-mediatica (esisto, cioè appaio in tv — perché
dico battute veloci — esisto perché sono in sintonia con i sondaggi —
esisto perché piaccio — esisto perché so comunicare, cioè persuadere
e imbonire). Dall'altro lato, questa modalità ontologica tende ad essere
unica, totalitaria e totalizzante: produce veri e propri stermini etnici
di tutte le minoranze e di tutto il pensiero non conformista; impone i
suoi paradigmi come leggi naturali; lavora per l'infinita riproduzione di
se stessa. Quel che chiamiamo malattia della democrazia ha qui i suoi
sintomi più acuti e drammatici.
Articoli trovati: 13
Ricerca
avanzata >>
MEMORIA STORICA
Bertinotti:
«Sbaglia chi ricorda Bruno solo come l'uomo della concertazione»
Rina Gagliardi
(Liberazione
del 25/08/2007)
Il Presidente della Camera parla del suo
maestro, amico, compagno di lotte. Il ricordo dell'intellettuale, le tensioni
e i disaccordi ma sopratutto l'ammirazione per uno dei padri della sinistra
sindacale. E che soffrì tanto per quella firma del 1992
POLITICA INTERNA
Giordano
alla Sinistra: «Diamo vita entro luglio ad un coordinamento nazionale»
Rina Gagliardi
(Liberazione
del 24/06/2007)
Il segretario del Prc avanza una proposta
alle forze politiche e alle forze sociali interessate al processo unitario: «promoviamo
quest'estate una campagna politica di massa sui contenuti che qualificano oggi
l'iniziativa e l'identità possibile della sinistra»
ECONOMIA E SOCIETA'
Montez.
attacca il Prc e si candida a governare un paese-azienda
Rina Gagliardi
(Liberazione
del 25/05/2007)
Il presidente di Confidustria inizia la sua
relazione lancia in resta contro Bertinotti che che aveva criticato il
capitalismo italiano. Chiede il ritito della politica e il potere al mercato.
Il presidente della Camera risponde: «Meglio la democrazia che un
surrogato...»
POLITICA INTERNA
Eliminare
il Prc via referendum
Rina Gagliardi
(Liberazione
del 19/11/2006)
Perché alcuni intellettuali si scervellano
per semplificare la democrazia?
Sognano di essere loro a rimodellare dall’alto la realtà
|
|