Rina Gagliardi – Liberazione 9/02/01

Bipolarismo politico e capitalismo unipolare
I PADRONI DEL GIOCO

Che cosa vogliono i padroni? Semplicemente, vogliono tutto: è sempre stato vero, ma oggi, nell’era del neoliberismo e della "rivoluzione" capitalistica, questa verità sta acquistando, giorno dopo, una forza relativamente inedita. La Fiat, come spesso è accaduto, è il luogo della prova generale: con uno scontro totale sulla flessibilità, la precarietà e il governo illimitato della forza lavoro. Da Corso Marconi, il modello si generalizza in un lampo: guardate il drastico net con il quale Federmeccanica boccia le richieste sindacali, giudicando "inaccettabile" la proposta di un aumento salariale di 135 mila lire (lorde) mensili. Scorrete il "piano per il Paese" preparato da Confindustria. Pensate alla rottura della trattativa alla Zanussi, per la prima volta da quasi dieci anni a questa parte, su 246 "esuberi". E anche in una piccola miniera delle valli valdesi si cacciano via i contrattisti, per sostituirli con lavoratori (polacchi) meno "costosi" e ancora più ricattabili. In buona sostanza: il padronato va sferrando la sua sfida "totale". Totale perchè investe i fondamenti stessi della civiltà del lavoro: cioè i diritti e le garanzie essenziali, il salario, il tempo, la certezza di un contratto. Totale perchè si presenta con forti caratteri di autonomia politica, e autonomia dalla politica: se è vero, come purtroppo è vero, che la filosofia - talora la sostanza - delle posizioni padronali si trova ben rappresentata nei due Poli, e nei due opposti schieramenti che si contendono il governo del paese Se è vero che sui valori del primato del mercato e della flessibilità, cade ogni corposità del bipolarimo. Fazio e Bush Questa vera e propria "insaziabilità" padronale si esprime, naturalmente, in mille forme. Spesso, l’arroganza si mescola con la lamentela e, qualche volta, perfino con il vittimismo. Ha un suo punto di riferimento permanente nel culto del modello americano: l’economia Usa, la scuola usa, le guerre "umanitarie" degli Usa. Il mito è così assoluto che diventa, molto frequentemente, "più realista del re". Un esempio spicciolo? Proprio ieri, parlando agli studenti dell’università di Tor Vergata, Antonio Fazio, si è speso in una lunga lamentazione sui "ritardi" dell’economia italiana ed europea e in una intensa esaltazione dei risultati di quella americana. "Mai e poi mai" ha detto con enfasi il Governatore di Bankitalia "noi europei potremmo pensare di prendere il posto" del paese che produce da solo un quarto di tutta la ricchezza mondiale. Peccato che, proprio nelle stesse ore, anzi negli stessi minuti, il neopresidente Bush rilasciasse una preoccupata dichiarazione sulla fine del "miracolo" Usa, e sul motore economico del paese seriamente ingrippato. Sono tanto subalterni, che diventano miopi, e privi del senso dell’opportunità. Non per questo meno prepotenti: come si evince dall’ultima minaccia di D’Amato. Il capo di Confindustria avverte che è pronto a firmare accordi separati sui contratti a termine, "contro i veti Cgil". Poi, lamenta l’andamento dei conti pubblici, ripropone la concertazione "a senso unico", cioè interamente imperniata sulle compatibilità e gli interessi degli imprenditori, e preconizza una "manovra bis" pre-elettorale. Un "piano per il Paese" Tutti questi temi confluiscono, appunto, in uno spesso documento di 154 pagine: sarà pronto il 16 marzo, in piena campagna elettorale. Si intitola "Rapporto competività", e prospetta un vero e proprio Piano per il paese, come recita il titolo del Sole 24 ore che, ieri, ne ha anticipato i passaggi salienti. In verità, non ci sono proposte particolarmente innovative, rispetto alla liturgia correntei: la novità, se mai, è il marcato e tranquillo organicismo della proposta. Fisco, mercato del lavoro, Stato sociale, pensioni, scuola, infrastrutture, poteri locali, mercato finanziario: non c’è struttura, o comparto, della vita produttiva, sociale e istituzionale che sfugga al progetto padronale di "modernizzazione del Paese e del sistema-Italia". Dal punto di vista dell’immediatezza politica, l’idea più "corposa" è quella di una sostanziosa detassazione per le imprese: fino a meno 14 punti rispetto alla media attuale. Una "sforbiciata alle tasse", insomma, come sintetizza elegantemente il quotidiano confindustriale, giacchè il sistema attuale di tassazione "disincentiva l’attività produttiva, contribuisce a rendere poco attraente la localizzazione in Italia di investimenti produttivi dall’estero, incoraggia l’evasione fiscale e contributiva, nonchè lo svolgimento sommerso di attività economiche". Dal punto di vista strategico, poi, il "filo rosso" (si fa per dire) è uno solo: Flessibilità. Si tratta di "rimuovere i vincoli del mercato del lavoro, lasciando spazio alla contrattazione.. soprattutto individuale"; di eliminare la "anomalia" italiana sulla libertà di licenziamento; di privatizzare l’intero sistema della formazione, rafforzando "i legami tra università e imprese"; di liberalizzare tutti i servizi, da quelli municipali alle Poste, dall’energia. Si tratta, ancora, di praticare "norme più snelle" per le nuove imprese, sul terreno fiscale, del diritto societario e commerciale, e così via. Infine, dal punto di vista politico-istituzionale, quel che serve è un deciso "snellimento dei processi decisionali: del resto, in un contesto, anzi in un progetto di società come quello delineato, a che cosa serve la forma della democrazia? A che cosa serve la parvenza della politica? Sullo sfondo di questi progetti, stanno i profitti-record raggiunti in questi anni dalle imprese italiane. Secondo gli ultimi rapporti ufficiali, alla fine degli anni ’90 il trend degi utili realizzati dalle maggiori aziende - quelle che totalizzano il 40 per cento del fatturato - marcia verso la triplicazione.