E’difficile aspettarsi un risultato dal piano del
governo per i rifiuti della Campania. Perché in quel piano non c’è
niente di nuovo. I punti «qualificanti» sono: 1) Raccolta
differenziata. E’ una prescrizione già contenuta in una legge dello
stato del 1997, che i commissari non hanno mai attuato.
Il piano non indica le misure per cui questa volta dovrebbe riuscire,
ma solo scadenze per il suo avvio. 2) Conferimento ad altre regioni «volonterose
» delle centomila e più tonnellate di rifiuti che ingombrano le
strade campane. Anche questo è già stato chiesto e fatto in altri
periodi. E’ ovvio che in mancanza di garanzie che la storia non
abbia a ripetersi le difficoltà frapposte dalle altre regioni
crescono. 3) Utilizzo immediato di quattro discariche – o cinque, se
verrà inclusa Pianura – già indicate dal precedente commissario
Bertolaso e tre delle quali sono già state oggetto di mobilitazioni
popolari contro la loro apertura; perché sature o in siti inadatti.
Non risulta che Regione, Province o commissari abbiano mai effettuato
una mappatura del territorio campano per individuare siti compatibili
con questa funzione. Si è sempre cercato di utilizzare i siti già
compromessi (gravando su popolazioni la cui salute è stata distrutta
da queste servitù), nonostante che indicazioni su siti adatti dal
punto di vista geologico e idrologico siano state a suo tempo fornite
a Bertolaso da alcuni geologi che queste indagini le avevano svolte
per proprio conto. 4) Apertura «nel medio termine» di tre
inceneritori: sono quello di Acerra, in costruzione da quattro anni e
in programma da dieci, che non sarà pronto prima del 2009 e quello di
Santa Maria la Fossa, a soli quindici chilometri dal primo
(anch’esso in programma da dieci anni). Anche qui vale il principio
di insediare gli impianti più inquinanti nei territori più
compromessi; con l’aggravante che in questo caso la decisione sui
siti è stata delegata all’impresa aggiudicataria della costruzione
e della gestione degli impianti.
Il terzo inceneritore verrà localizzato a Salerno, città il cui
sindaco si è da tempo dichiarato disponibile a ospitarlo, anche se il
sito non è stato ancora indicato e la mobilitazione popolare contro
questa decisione sta già montando. Ma l’apertura dei due nuovi
inceneritori, posto che si facciano, non potrà avvenire prima di
tre-quattro anni. E nel frattempo?
Ridurre, riciclare, recuperare, smaltire.
Nulla dice il piano del governo circa i cinque milioni di «ecoballe»
accumulate ai piedi dei sette impianti di tritovagliatura (i
cosiddetti Cdr) e infarcite di rifiuti tossici infilati più o meno
clandestinamente dalla camorra. Tutti i Cdr sono attualmente fermi;
per guasti tecnici, o per decreto della magistratura, o per mancanza
di spazio dove stoccare la «produzione». Si tratta di un’altra
ecobomba di dimensioni planetarie, che se venisse smaltita nel
megainceneritore di Acerra, se entrerà in funzione, lo terrebbe
occupato per non meno di 5-7 anni, mentre in attesa dei nuovi
inceneritori si accumulerà un numero quasi uguale di altre ecoballe.
Che cosa bisogna fare, allora? Bisogna attuare in modo drastico le
priorità dell’Ue, della normativa nazionale e di quella regionale.
Primo: ridurre; secondo: riciclare; terzo: recuperare solo quello che
non è possibile riciclare; quarto: smaltire solo quello che non è in
alcun modo recuperabile. E in emergenza queste regole vanno attuate
con misure straordinarie.
Ridurre: ogni giorno la Campania produce 6-7000 tonnellate di nuovi
rifiuti urbani. Anche se altre regioni italiane accetteranno di
assorbire quelli ammonticchiati per le
strade, tra quindici giorni saremo punto a capo. Tra un mese e mezzo
sarà stata riempita completamente la discarica di Serre – l’unica
oggi aperta in Campania – e per aprirne altre il commissario si
sentirà autorizzato a usare gli stessi sistemi adottati a Genova.
Il 40% in peso di quei rifiuti è composto da imballaggi; un altro 10%
da altri prodotti usa e getta. Si tratta in massima parte di vetro,
plastica, carta e cartone, che in volume
occupano in discarica oltre il 60 e nei cassonetti fino al 90% dello
spazio disponibile. Il resto è composto quasi esclusivamente da
materiale organico (avanzi di cucina), inerti e rifiuti ingombranti
(mobili e elettrodomestici depositati accanto ai cumuli di rifiuti
perché non ci sono centri e servizi di raccolta ad hoc). Bisogna
fermare questo flusso. Se si allaga la casa, prima di asciugare il
pavimento e strizzare gli strofinacci occorre chiudere i rubinetti. E
la Campania è «allagata» dai rifiuti.
Ma come fare? Va proibita la vendita dei prodotti usa e getta fino al
lontano ritorno a una lontana «normalità». Per lo meno di quelli più
ingombranti: i pannolini possono
essere sostituiti con prodotti lavabili di concezione moderna: sono più
economici e igienici per chi li usa e molto meno costosi per chi li
deve smaltire. Un comune li può addirittura regalare a chi ne ha
bisogno – come si comincia fare a Reggio Emilia e in altre città
– con la sicurezza di risparmiare sullo smaltimento.
Lo stesso vale per le stoviglie usa e getta. I comuni devono proibirle
emettere a disposizione - a pagamento - di chi le usa abitualmente,
cioèmense e fast food, servizi mobili di lavaggio: si possono
organizzare in pochi giorni, in attesa che le utenze si dotino delle
necessarie strutture. Vanno bloccati all’uscita dalla catena
distributiva tutte le bibite in vuoti a perdere, acqua minerale
compresa, se non nei territori dove l’acqua del rubinetto non è
potabile. E’meglio questo «sacrificio» o continuare a vivere tra
cumuli di rifiuti? Vanno eliminati gli imballaggi superflui, in attesa
che i distributori si dotino di servizi logistici in grado di
garantire l’utilizzo esclusivo di vuoti a rendere e di dispenser per
la vendita di prodotti sfusi, come ormai fanno molte catene
distributive nel nord e nel centro Europa, ma anche alcune catene
italiane.
Ma che cosa si può fare nell’immediato? Si devono spacchettare alle
casse dei supermercati e ai banchi dei negozi i prodotti acquistati,
in modo che gli imballaggi superflui vengano immediatamente
convogliati verso gli impianti di riciclaggio. A Natale, con la
campagna «Disimballiamoci» Legambiente aiuta i consumatori
volenterosi a sbarazzarsi degli imballaggi superflui presidiando con i
suoi volontari le uscite dei supermercati. In Campania la stessa cosa
va resa obbligatoria, impegnando in questa funzione alcune migliaia
dei lavoratori finora addetti a una inesistente raccolta
differenziata. E spiegando alla popolazione che questo è l’unico
modo per liberarsi dai cumuli di rifiuti sotto casa e dalla necessità
di aprire ogni giorno nuove discariche. Naturalmente per farlo ci
vuole personale formato (rapidamente), consultato e aggiornato
(quotidianamente) per avere il polso delle risposte della popolazione.
Uscire dalla monnezza non è utopia. E’ una
proposta folle? Può sembrare.Ma è più folle questa proposta o il
comportamento di governatori, amministratori e commissari che per 14
anni hanno lasciato incancrenire la situazione fino a questo punto?
D’altronde è una proposta che va nella direzione in cui simuove un
numero crescente di amministrazioni nei contesti più «civili»
dell’Europa e degli Stati Uniti: dalla Silicon Valley al
Canada, dall’Austria all’Olanda, dalla Germania alla Nuova
Zelanda. Napoli e la Campania potrebbero approfittare dell’emergenza
per superare in un colpo solo il gap tra la posizioneinfima che
occupano oggi e i primi posti a livello mondiale. Esattamente come12
anni fa Milano, sommersa dai rifiuti, aveva saputo superare
l’emergenza mettendo a punto in pochi mesi un modello poi ripreso da
molte città europee.
Anche la raccolta differenziata (per la quale la legge prescrive
l’obiettivo del 65% entro cinque anni), se da un lato si
avvantaggerebbe molto di poter operare su flussi di rifiuti già
liberati dalla maggior parte degli imballaggi superflui e dei prodotti
usa e getta, richiede comunque una mobilitazione straordinaria che i
comuni che hanno già raggiunto questo obiettivo ben conoscono. La
raccolta deve essere fatta porta a porta; il personale che la fa deve
essere formato e investito di una responsabilità che richiede una
elevata professionalità: quella di imparare a conoscere il territorio
attraverso i rifiuti prodotti; di dialogare con la popolazione; di
individuare i problemi e proporre soluzioni. L’addetto alla raccolta
differenziata porta a porta non è più un facchino ma un lavoratore
front-line.
Serve un grande lavoro con la persone, ma i risultati poi arrivano:
non c’è un solo abitante dei comuni che fanno bene la raccolta
differenziata che vorrebbe tornare indietro. Naturalmente ci vogliono
impianti per trattare le frazioni raccolte. Nell’immediato si potrà
ricorrere ad altre regioni, che riceveranno i materiali riciclabili
della Campania più volentieri dei suoi rifiuti
indifferenziati.Mabisognerà individuare in fretta i siti e costruire
gli impianti - soprattutto quelli di compostaggio - nella regione.
Possono essere accolti meglio di una discarica o di un inceneritore.
In fin dei conti si tratta di fare un patto con la popolazione: meno
impianti inquinanti di smaltimento finale in cambio di più impegno
nel ridurre e riciclare i rifiuti. Infine, molta parte
del territorio campano dispone di condizioni adeguate per promuovere
il compostaggio domestico, magari distribuendo gratuitamente
compostatori, istruzioni per l’uso e assistenza tecnica continua a
chi vuole provarci e riducendo così in misura consistente il
conferimento di rifiuto organico.
Se l’obiettivo del 65% verrà raggiunto, quando saranno pronti (se
saranno pronti) i due nuovi inceneritori, i rifiuti campani da
smaltire si saranno ridotti a un terzo di quelli
attuali; e se sarà attivata una politica drastica di riduzione, come
quella proposta qui, a molto meno di un quarto. Il «combustibile
derivato dai rifiuti» prodotto da un impianto
a norma èmeno della metà del materiale immesso: cioè la metà della
capacità dell’inceneritore di Acerra. E a quel punto, a che cosa
serviranno gli altri due inceneritori? Si rischierà, in Campania come
in tutta Italia, di ritrovarsi nella situazione della Germania, che,
dopo aver avviato una vera raccolta differenziata si ritrova con un
eccesso di capacità di smaltimento, cioè di inceneritori e di
discariche. E’ per questo infatti che la Germania accoglie così
volentieri i rifiuti campani: per tenere in funzione impianti che
altrimenti non potrebbero ammortizzare. Se invece non si ritiene
perseguibile l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, perché
è stata fatta una legge che prescrive quest’obiettivo, confermando
un’analoga norma del governo Berlusconi,
che fissava l’obiettivo al 60% al 2011? Resta il problema delle
bombe ecologiche di cui il piano del governo non si occupa: i milioni
di tonnellate di rifiuti tossici nascosti in discariche, clandestine e
non, e i milioni di ecoballe che a norma di legge non potranno essere
affidate a nessun inceneritore. Qui è improcrastinabile un piano di
bonifica di ampio respiro e di portata nazionale, soprattutto per la
quantità di risorse sia finanziarie che tecniche e umane da
mobilitare. Costerà sicuramente molto di più dei due miliardi di
euro che il commissario ha sperperato nel corso di quindici anni e
dovrà essere messo a carico delle finanze dell’intero paese. Perché
là, nelle fosse, nelle cave, nei pascoli e nelle discariche di tanta
parte della Campania – e verosimilmente della Calabria e della
Puglia – sono seppelliti i rifiuti di cui si è liberato a basso
costo per decenni tutto il sistema industriale del paese. Ed è giusto
che a pagare sia tutto il paese.
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Come ti riutilizzo il cibo in scadenza. Salvandolo dal
bidone
Buone pratiche/1 L'esperienza di Last minute market ha permesso
di risparmiare quest'anno 283 tonnellate di rifiuti alimentari.
Ora si passa al «no food». Ma l'informazione è ancora scarsa e
i progetti solo 13
Cinzia Gubbini
Se tutti i punti vendita italiani si mettessero in rete -
supermercati, ipermercati e cash and carry - e decidessero di
donare gli alimenti destinati al macero, in Italia si eviterebbero
283 mila tonnellate di rifiuti, con un risparmio di 882 milioni di
euro. «Non è incredibile? E perdipiù si tratta di una nostra
stima risalente al 2005 quando ancora non lavoravamo con le mense
scolastiche, industriali e delle caserme. Decisamente sottostimato».
Il professore Andrea Segrè è il preside della facoltà di
Agraria dell'università di Bologna. Ma di certo la sua più
grande soddisfazione - cosa piuttosto rara in Italia - non è il
titolo accademico quanto il fatto di essere l'ispiratore del
progetto «Last minute market», che dal 2003 ha generato una
cooperativa (Carpe Cibum) costituita da quattro suoi ex studenti,
che a sua volta ha dato vita a 13 progetti di recupero in tutta
Italia. Il principio è semplice: ogni giorno i punti vendita si
liberano di tonnellate di cibo. E non perché sia avariato. Ma
perché il cliente pretende che il prodotto sia sempre perfetto,
lucido e senza ammaccature. Che dire, poi, dei prodotti a cui
mancano pochi giorni per superare la data di scadenza? Condannati
al cassonetto. Gli studenti della facoltà di Agraria lo hanno
scoperto nel '98, durante un seminario organizzato da Segrè che
aveva invitato un suo ex allievo impiegato in un ipermercato. Per
riuscire a mettere in piedi il primo progetto che permettesse a un
negozio di donare il cibo in via di eliminazione alle associazioni
che si occupano degli indigenti (ma quelli di Last minute li
chiamano 'consumatori senza potere di acquisto'), ci sono voluti
cinque anni: «Il primo muro sono state le Asl. I manuali di
autocontrollo degli supermercati erano piuttosto rigidi - spiega
ancora Segrè - e sembrava a tutti impossibile che un prodotto
uscito dalla catena e per questo classificato come rifiuto potesse
cambiare veste e essere riutilizzato. Ovviamente si poteva fare
benissimo: ci abbiamo messo diverse tesi di laurea, molta ricerca,
la dimostrazione che bastava integrare quei manuali perché
l'impossibile diventasse possibile senza rischi. Oggi le Asl sono
le nostre migliori alleate». Ma c'è stato bisogno anche di
cambiare alcune leggi, come spiega una delle socie della coop
Carpe Cibum, Sabina Morganti. E' stata proprio lei ad andare negli
Stati uniti a studiare la cosiddetta «legge del buon samaritano»,
trasformata in Italia nella 155 del 2003, grazie alla lobby di
vari soggetti tra cui il Banco Alimentare: «Non è proprio come
negli Usa, ma funziona - spiega Morganti - in precedenza il
supermercato era responsabile fino alla fine del prodotto donato,
anche della sua conservazione. Invece ora anche il consumatore
finale è responsabile di come conserva il prodotto che andrà a
consumare. Questo ha creato un clima di maggiore fiducia». Che ha
portato Last minute a recuperare nel 2007 ben 283 tonnellate di
cibo. Ma non si sono fermati solo al cibo. Ora il progetto
riguarda anche i farmaci (che spesso vengono gettati soltanto per
una confezione ammaccata, e comunque molti mesi prima della
scadenza), nonché i prodotti agricoli. Con l'ultima Finanziaria,
poi, si è aperto il campo del «no food» che finora non ha
goduto della possibilità del recupero Iva, come invece il cibo.
«Ma è solo una sperimentazione - spiega Segrè - ci sono alcune
criticità, ad esempio il fatto che questi prodotti non avendo
scadenza potrebbero essere rivenduti». Comunque, si può. Ma
allora perché non lo fanno tutti? «Incredibile ma vero: poca
informazione sul progetto - dice il professore - Certo, farlo
funzionare non è una passeggiata. Ma posso assicurare che basta
la buona volontà».
CAMBIARE DAL BASSO
Guido Viale
Per chi guarda alla crisi in corso dal punto di
vista di un mondo diverso alcune questioni già ampiamente dibattute
in altre sedi possono essere date per scontate. Innanzitutto, se c'è
o ci sarà una "ripresa" dalla crisi - il che è ancora da
vedere - non sarà granché; dei tre principali indicatori con cui si
misura l'andamento economico (Pil, profitti e occupazione), la ripresa
potrà riguardare il Pil di alcuni paesi, i profitti di una parte, e
una parte soltanto, delle imprese; ma sicuramente non riguarderà
l'occupazione e i redditi da lavoro. Meno che mai possiamo pensare di
andare incontro a una nuova fase di espansione economica, come quella
dei cosiddetti "Trenta gloriosi" (1945-1975); per lo meno
nella parte del mondo che ci riguarda. Investimenti e profitti sono
ormai irreversibilmente disgiunti da occupazione e migliori condizioni
di lavoro.
Il pianeta Terra è sull'orlo di un baratro dovuto all'eccessivo
consumo di ambiente, sia dal lato del prelievo delle risorse che da
quello dell'emissione di scarti, residui e rifiuti. Crisi economica e
crisi ambientale sono indissolubilmente legate. Per questo, per
garantire reddito e condizioni di vita e di lavoro dignitose a tutti
è necessario un profondo cambiamento sia dei nostri modelli di
consumo che dell'apparato produttivo che li sostiene. Consumi e
struttura produttiva sono indissolubilmente legati: fonti energetiche
rinnovabili, efficienza energetica, risparmio e riciclo di suolo e di
risorse, mobilità sostenibile e agricoltura biologica, multiculturale,
multifunzionale e a km0 sono i capisaldi del cambiamento necessario.
Questo cambiamento impone una radicale inversione di paradigma nei
processi economici, per sostituire alle economie di scala fondate su
grandi impianti e grandi reti di controllo economico e finanziario
(come il ciclo degli idrocarburi, dalla culla alla tomba) i principi
del decentramento, della diffusione, della differenziazione
territoriale, dell'integrazione attraverso un rapporto diretto, anche
personale, tra produzione di beni o erogazione di servizi e consumo.
L'esigenza di rilocalizzare e "territorializzare" produzioni
e consumi riguarda ovviamente le risorse e i beni fisici (gli atomi) e
non l'informazione e i saperi (i bit); ma questo corrisponde
perfettamente al criterio guida di pensare globalmente e agire
localmente.
Le attuali classi dirigenti, sia politiche (di maggioranza e di
opposizione) che manageriali o imprenditoriali non sono attrezzate né
sostanzialmente interessate a un cambiamento del genere.
La crisi potrebbe sviluppare processi sia di compattazione autoritaria
che di disgregazione del tessuto connettivo dell'economia e della
società. In entrambi i casi, pericolosi per tutti. C'è pertanto
bisogno di una diversa forza trainante, non solo per essere
realizzare, ma anche solo per concepire e progettare nelle loro
articolazioni qualsiasi trasformazione sostanziale.
Una forza del genere oggi non c'è, ma nel tessuto sociale di un
pianeta globalizzato si sono andate sviluppando nel corso degli ultimi
due decenni pratiche, esperienze, saperi e consapevolezze nuove, anche
se prive di una "voce" commisurata alla loro consistenza o
di collegamenti adeguati; sia per mancanza di risorse e di accesso ai
media, sia, soprattutto, per le loro caratteristiche ancora in gran
parte locali o settoriali. Ma per una riconversione di vasta portata
non bastano la difesa, la rivendicazione e il conflitto; servono anche
progettualità, valorizzazione dei saperi e delle competenze
mobilitabili, aggregazione non solo dell'associazionismo, ma anche di
imprenditorialità e di presenze istituzionali. Una aggregazione del
genere delinea un perimetro variabile, ma essenziale, di una
democrazia partecipativa - compatibile e per molto tempo destinata a
convivere con le rappresentanze istituzionali tradizionali - le cui
forme non potranno necessariamente essere simili dappertutto.
Ho evitato finora di nominare termini come decrescita, democrazia a
Km0, conversione ecologica, socialismo, lotta di classe, partito e
simili: parole che possono dividere. Cercando di porre l'accento su
quello che unisce o può unire uno schieramento di idee, di pratiche e
di organizzazioni più ampio possibile. Qui di seguito, invece, prendo
posizione su questioni che possono non trovare più tutti d'accordo.
Innanzitutto ritengo che lo Stato e gli Stati siano la controparte e
non gli agenti di una trasformazione come quella delineata, che non può
essere governata o gestita, ma nemmeno progettata, dall'alto e in
forma centralizzata. Tanto meno possono svolgere un ruolo del genere
la finanza internazionale o gli organismi che la rappresentano a
livello planetario o quelli in cui si articola il loro potere.
In secondo luogo, ritengo sacrosanta e irrinunciabile la difesa
dell'occupazione e del reddito sui luoghi di lavoro, ma se si svolge
senza mettere in discussione logica e tipologia dei beni e dei servizi
prodotti, al di fuori di una prospettiva di riconversione della
struttura produttiva e dei modelli di consumo vigenti, è una lotta
perdente. Per esempio non porta a nulla chiedere che la Fiat produca
più auto, che ne produca di più in Italia, che produca modelli a più
alto valore aggiunto, cioè di lusso, che produca "auto
ecologiche" (peraltro un ossimoro). Per questo ritengo fulcro
della riconversione il passaggio dall'accesso individuale ai beni e ai
servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso. Non si tratta
di "collettivizzare" i consumi, ma di associarsi per
migliorarne l'efficacia e ridurne i costi. Gli esempi a portata di
mano sono i Gas (gruppi di acquisto solidale) che nel corso degli
ultimi due anni si sono diffusi in modo esponenziale; quelli più
promettenti sono l'associazionismo per gestire il risparmio
energetico, installare impianti di energia rinnovabile o promuovere la
mobilità flessibile. È un modello che può investire tutti i servizi
pubblici locali: trasporti, energia, rifiuti, acque, manutenzione del
territorio, welfare municipale. E poi cultura, spettacolo, istruzione,
formazione professionale e permanente; ma anche riuso di beni dismessi
o da dismettere, attraverso la promozione di una cultura e di una
pratica della manutenzione.
Certamente c'è bisogno di un quadro programmatico generale, non solo
di livello nazionale, ma anche internazionale. Ma in mancanza di
soggetti e agenti in grado o disponibili a farsene carico - e comunque
impossibilitati a realizzarlo nelle sue articolazioni territoriali -
è a livello locale che si gioca la partita; oggi un disegno
programmatico generale può nascere solo dal concorso di iniziative a
carattere locale, ancorché concepite con un approccio e un pensiero
globali. Per questo la salvaguardia o la riconquista di un ruolo
fondamentale per i poteri locali - municipalità e i loro bracci
operativi - assume una valenza strategica generale: cosa che la
campagna contro la privatizzazione dell'acqua ha messo in evidenza.
Niente a che fare con il "federalismo" sbandierato dalla
Lega. Non c'è mai stato tanto accentramento e tanta espropriazione
dei poteri locali - dall'Ici alle decisioni sulla localizzazione degli
impianti nucleari; dal sequestro dei fondi Fas al taglio dei
trasferimenti e all'accentramento degli interventi straordinari nelle
mani della Protezione civile, cioè della Presidenza del consiglio,
cioè della "cricca" - come da quando la Lega è al governo.
Ma la minaccia e l'ostacolo maggiori per qualsiasi prospettiva di
cambiamento radicale dello stato di cose presente sono rappresentati
dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali, promossa e portata
avanti sotto le false sembianze della loro
"liberalizzazione". Non solo perché essa sostituisce il
profitto alla valenza e alle finalità sociali dei "beni
comuni". Ma soprattutto perché il divieto o la limitazione
dell'in house providing, lungi dal promuovere l'efficienza dei
servizi, innescano processi di aggregazione e finanziarizzazione delle
gestioni; e con esse un progressivo e violento allontanamento dei
poteri decisionali dal territorio di riferimento in attività che sono
essenzialmente "servizi di prossimità", la cui efficacia
dipende dal grado di controllo e di condizionamento - ma anche di
partecipazione e di coinvolgimento - che l'utenza riesce a esercitare
su di essi. La vicenda dei rifiuti urbani della Campania, la cui
gestione era stata affidata nella sua interezza a una multinazionale
estranea al territorio, dopo essere stata sottratta, con l'istituto
del Commissario straordinario e con la militarizzazione del
territorio, al già debole controllo delle rappresentanze
istituzionali e della contestazione dal basso, è un caso da manuale.
Come lo è la vicenda del sequestro del servizio idrico privatizzato
in provincia di Latina.
Per questo la promozione di forme nuove di consumo condiviso - che
vuol dire controllo o condizionamento sulle condizioni in cui il bene
o il servizio vengono prodotti, distribuiti o erogati - è al tempo
stesso via e risultato di una democrazia partecipata che coinvolga la
cittadinanza attiva e la faccia crescere in numero e capacità di
autogoverno: protagonisti ne dovrebbero diventare, secondo le modalità
specifiche proprie di ciascun attore, i lavoratori e le loro
organizzazioni, il volontariato e l'associazionismo di base, le
amministrazioni locali o qualche loro segmento, le imprese sociali e
quelle, anche private, soprattutto se a base locale, disponibili al
cambiamento. La progettazione e la realizzazione di questo passaggio
richiede comunque un confronto aperto tra tutti gli interlocutori
potenziali; un confronto che nella maggior parte dei casi andrà
imposto con la lotta; ma che in altri potrà essere favorito dal
precipitare della crisi.
Le proposte maturate e già sperimentate in anni di riflessione e di
pratiche in seno ai movimenti sono vincenti. In un confronto aperto e
trasparente non possono che prevalere. Il che non significa che si
impongano anche le soluzioni proposte: tra il dire e il fare c'è di
mezzo il mare.