UNA CITTÀ n. 28 / Dicembre 1993
MARCO REVELLI
LA FINE DI MIRAFIORI
Partito, sindacato generale, stato sociale: i pilastri
della sinistra novecentesca crollati sotto i colpi della globalizzazione
dell’economia. La perdita di significato dell’unità nazionale. La fine del
modello fordista e dell’idea di una produzione che producesse la società. Il
monismo egemonico del toyotismo. Il ritorno al mutualismo delle origini come
terza via fra difesa del vecchio e apologia del nuovo. Intervista a Marco
Revelli.
Marco Revelli, storico, da sempre impegnato nel movimento
operaio torinese, lavora al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università
di Alessandria ed è redattore della rivista l’Indice.
Parliamo di sinistra e di movimento operaio. Come vedi la situazione?
Sono convinto che in questa fine secolo una serie di grandi pilastri culturali e
istituzionali su cui si era formata la sinistra novecentesca, stiano crollando e
con essi una serie di tabù o di luoghi comuni: il primato dello stato rispetto
a ogni altra forma di socialità; la dimensione generale dell’organizzazione
da preferirsi alle dimensioni particolari; l’assistenza pubblica anziché
forme di solidarismo che non passino attraverso la mediazione dello stato;
l’unità nazionale come valore all’interno del quale il movimento operaio può
costruire una politica molto più adeguata che su una base di tipo localista.
Questi punti fermi sono stati erosi da una serie di processi che stanno segnando
la fine del novecento e che costituiscono una sfida molto alta, che richiede
fantasia, che richiede la capacità di tenere molto fermi i principi, ma molto
flessibili le strategie e gli obiettivi. Occorre una capacità di inventare
forme nuove, diverse, di stare insieme, di far politica, per rompere
frontalmente con i tre elementi che costituiscono la tradizione consolidata
della sinistra del novecento, più o meno dagli anni venti in poi, in tutte le
sue varianti, dal leninismo al laburismo, all’S.P.D., all’eurocomunismo: il
sindacato generale, il partito di massa e lo stato sociale. Questa triade -la
crucialità della rappresentanza degli interessi da parte del sindacato
generale, il significato del partito come contenitore esclusivo dell’azione
politica e lo stato sociale come garante del solidarismo e dell’universalismo
dei principi- è scardinata da due elementi: uno è la fine del fordismo
taylorista, cioè la fine di un modello di organizzazione del lavoro e della
produzione basato sulla produzione di massa e sulla razionalizzazione del lavoro
di grande fabbrica; l’altro è il venir meno del modello keinesiano di
rapporto tra politica ed economia, un modello basato sulla coincidenza fra
spazio della politica e spazio dell’economia, fra stato nazionale e mercato
nazionale. E a provocare la fine di questi due modelli sono i processi di
globalizzazione dell’economia. Questo forse è l’elemento nuovo, radicale,
che sta segnando la svolta. E il processo di globalizzazione non è
semplicemente il commercio internazionale, non è l’economia capitalista che
spazia in tutto il mondo nello scambio delle merci. E’ che tutto il mondo oggi
è diventato disponibile alle attività produttive in termini istantanei, che
oggi è possibile comunicare in tempo reale con qualsiasi punto del pianeta e
non solo dal punto di vista delle telecomunicazioni, ma anche del trasferimento
delle merci. Spostare un semilavorato dall’Europa all’Australia richiede al
massimo diciotto ore. Questo significa che tutto il mondo può diventare un
segmento di un processo di produzione globale. Il tele-lavoro è l’esempio
classico.
Se pensiamo che le grandi softer-house americane, produttrici di programmi per
computer, impiegano nel loro ciclo lavorativo ingegneri indiani che, costando da
sette a dieci volte di meno, producono i loro pezzi di programma collegati via
modem con gli elaboratori centrali della casa madre negli Stati Uniti, via
satellite, in tempo reale, utilizzando, grazie ai fusi orari, gli impianti che
sono lasciati liberi dai lavoratori americani che a quell’ora stanno dormendo,
ci accorgiamo di aver di fronte un processo lavorativo in tempo reale ai due
estremi del mondo.
La transnazionalizzazione dell’economia e l’acquisizione di una formidabile
mobilità del capitale che può spostarsi in tempi straordinariamente rapidi in
ogni parte del mondo, fa sì che possa scegliersi quelle localizzazioni che gli
danno maggiori garanzie dal punto di vista delle condizioni delle forze lavoro,
delle infrastrutture, delle politiche dei servizi che gli stati possono mettere
a disposizione. Cipputi è rimasto inchiodato al suo territorio di fabbrica e
non può prescinderne, ma Agnelli ha acquisito una mobilità straordinaria.
Questo significa che le politiche economiche nazionali, che lo stato nazionale
che, attraverso la leva fiscale e l’erogazione del reddito ridisegnava i
rapporti tra le classi, è totalmente saltato, lo spazio dell’economia è
diventato il mondo mentre lo spazio della politica è rimasto quello del
territorio nazionale. E alla fine lo stato si riduce a praticare nei confronti
del capitale quello che il capitale pratica nei confronti del cliente, tenta di
interpretare i bisogni dei vari capitali e di offrire servizi e condizioni tali
da attirare gli investimenti. Ci saranno anche funzioni di coordinamento
dell’economia, normative, ma questa funzione la svolgono già i grandi
organismi sovranazionali, la banca mondiale, il fondo monetario internazionale,
la CEE, eccetera. Nel competere per le localizzazioni avranno addirittura
maggiori chance singole regioni che non i mastodontici stati nazionali fra
l’altro molto differenziati al loro interno. Microregioni o macroregioni che
potranno anche attraversare i confini degli stati, ridisegnare aree, Torino
potrebbe avere delle sinergie più forti con Lione che con Milano o con Venezia.
Questa è la dimensione.
E se questo da una parte ha messo in crisi il modello di stato keinesiano,
dall’altra parte ha fatto saltare il modello fordista-taylorista. Cioè un
modello che era fondato sull’idea del carattere relativamente illimitato della
domanda di beni di consumo durevole, di una domanda, estendibile a tutta
l’umanità, di tutti i prodotti dell’industria elettromeccanica, prodotti
nuovi, prodotti legati alla modernità avanzata. L’idea, cioè, del primato
del produttore sul consumatore, che chi decide i volumi produttivi e la qualità
del prodotto ha mano libera, è in grado di imporre queste scelte al mercato. Si
credeva, in fondo, che la produzione producesse la società, che il relativo
disordine incontrollabile della società potesse essere razionalizzato a partire
dalla produzione di fabbrica. Il modello gramsciano era questo: conquistando il
potere nella produzione costruivi la società nuova, diversa, razionale.
Ma nel momento in cui il mercato diventa globale e la produzione anche, nel
momento in cui ha conquistato l’intero globo, paradossalmente, ha misurato i
propri confini. Ha verificato che la domanda è un’entità finita, non
infinita. Il mercato non assorbe tutto il prodotto, il mercato non può
coincidere con tutta l’umanità. Ci sono dei vincoli, non solo di saturazione
del mercato, ma ecologici, dei vincoli determinati dall’eco-sistema, dei
limiti di sopportabilità che non possono essere rotti. Se solo il 7% della
popolazione mondiale possiede l’auto, il produttore fordista pensava
all’altro 93%. Ma questo 7% di consumatori di auto sta rendendo invivibile il
pianeta. Figuriamoci se a questo 7% si aggiungesse anche solo una parte del
restante 93%. Il genere di consumi che il ‘900 ha trasformato in way of life
per se stesso, e che immaginava generalizzabile, non è tale, è un way of life
per privilegiati che tale deve rimanere, altrimenti sarebbe una catastrofe.
Lazlo ha calcolato quante tonnellate di rifiuti produrrà nella propria vita un
bambino nato oggi negli Stati Uniti e quanti alberi si sarà costretti ad
abbattere per soddisfare i suoi bisogni e quanti milioni di litri di acqua
consumerà... Sono cifre spaventose che se dovessero essere estese al resto
dell’umanità farebbero immediatamente saltare tutte le soglie di pericolo su
tutti i campi. Quindi il mercato globale è anche un mercato che misura i propri
limiti strutturali.
Allora, in questo mercato, non più infinito ma finito, la competitività
globale impone ad ogni produttore di ridurre al minimo i propri costi, di
pensare a un mercato non più prodotto dal produttore ma che produce il
produttore o che, comunque, retroagisce sul produttore in una misura così forte
e impegnativa da mettere in discussione le logiche produttive, a cominciare da
quello che ha caratterizzato la produzione di massa che è l’economia di
scala. La produzione di massa finora aveva risolto tutti i propri problemi con
dei salti di scala, il problema dei costi, soprattutto dei costi fissi, era
stato risolto aumentando il numero di pezzi su cui ripartirli. Questa è stata
la logica della produzione di massa. La fine del 900 ci dice che è finita.
Se noi andiamo a vedere il modello Toyota, il modello della qualità totale, il
modello della fabbrica integrata -esce adesso da Einaudi “Lo spirito Toyota”
di Taiichi Ohno- cogliamo subito questo carattere che se, per molti aspetti,
radicalizza e completa il modello fordista-taylorista nella sua ossessione di
sincronismo produttivo, di gestione scientifica del tempo di lavoro, di
massimizzazione del rendimento del lavoro, su un punto è rivoluzionario: nel
rapporto tra produttore e mercato, tra produttore e cliente. In questa filosofia
il rapporto è esattamente rovesciato. La fabbrica non deve imporre la propria
razionalità alla società, deve essere un organismo, non più un meccanismo, in
presa diretta con la società e in grado continuamente di assorbirne il
disordine e di adattarsi a questo disordine, perché il disordine della società
non è riducibile. E deve farlo eliminando al proprio interno tutte “le sacche
di grasso”, tutti gli sprechi di spazio, di tempo, di risorse, soprattutto
sprechi di personale, che la produzione di massa caricava nell’economia di
scala. Ora la fabbrica deve diventare snella, addestrata al “just in time”,
a rispondere al momento giusto offrendo la quantità e la qualità richiesta in
quell’istante, non prima e non dopo, da quel determinato cliente, adattandosi
e allenandosi, ristrutturandosi per essere costantemente in grado di rispondere
ai salti, ai soprassalti, alle cadute o alle riprese di un mercato che non è
prevedibile, non è programmabile. Così l’idea della programmazione salta e
si passa all’idea dell’occasionalismo. Tutto questo ha conseguenze
straordinarie nella gestione della forza-lavoro. La forza-lavoro non può più
essere, come nel fordismo-taylorismo, quella alterità incorporata nella
fabbrica con cui il padrone deve fare i conti, che conosce, che deve
continuamente dominare e contrastare perché la soggettività operaia se si
esprime è antagonismo. Questa idea del fordismo diventa un lusso che il
toyotismo non può permettersi. Nella nuova fabbrica si deve costituire una
comunità organica di produttori, in cui non ci si può permettere né il
conflitto, né la meccanizzazione pura e semplice delle mansioni, ma in cui ai
lavoratori si chiede di identificarsi nei fini aziendali, di mobilitarsi per
raggiungerli, di spendere la propria soggettività. Meno soggettività esprimeva
il lavoratore di Taylor meglio era, nella fabbrica di Ohno invece la soggettività
è una risorsa. Nel modello taylorista l’informalità era un disturbo, il
lavoratore che inventava un espediente o un piccolo attrezzo per facilitarsi il
lavoro e farlo in meno tempo di quello previsto dal cronometrista, commetteva un
reato; nella fabbrica di Ohno è un dono che il lavoratore fa all’impresa,
perché la comunità di fabbrica deve essere una comunità totale di cui tutti
condividono le finalità.
Una fabbrica, quindi, per certi versi più democratica nei confronti del mercato
e dei consumatori, perché ne accetta come immodificabili le propensioni, ma
infinitamente più totalizzante nei confronti della forza-lavoro. La fabbrica
fordista-taylorista era una fabbrica dualistica, in cui l’atto produttivo era
il prodotto di uno scontro, la produzione del prodotto era l’effetto di un
rapporto di forza e su questo si è costruita l’intera rete delle relazioni
industriali.
Tutto il sindacalismo novecentesco è basato sull’idea di organizzare uno dei
due fattori antagonistici della produzione in vista di una mediazione. Conflitto
e mediazione erano i due aspetti del problema. Questi due aspetti vengono meno
nella fabbrica integrata toyotista, non è ammesso il dualismo, la comunità di
fabbrica è monistica, è univoca, è ammessa un’unica soggettività, la
rappresentanza del lavoro è realizzata nelle funzioni tecniche, il delegato di
squadra è anche il capo della squadra. Il ruolo lavorativo e la soggettività
sono la stessa cosa, non c’è un versante negoziale conflittuale mediatorio,
c’è esclusivamente una comunità di fabbrica articolata nelle sue diverse
funzioni le quali devono essere organicamente sincronizzate tra di loro. Questa
è l’idea, che si proietta all’esterno nella crisi di un’idea di uno stato
sociale che deve mediare tra due grandi classi, di una comunità nazionale che
deve competere con altre unità nazionali per attirare gli investimenti e così
via. La fine del ‘900 è la fine di tutti quegli istituti che erano legati
alla rappresentanza di interessi, al conflitto e alla mediazione.
Di fronte a tutto ciò cosa può essere un movimento operaio?
In questo senso io credo che ci siano tre strade possibili di fronte a
un’ipotetica sinistra. La prima è quella di difendere la vecchia struttura e
le vecchie relazioni industriali, l’idea del sindacato generale, ripeto,
l’idea dello stato assistenziale, l’idea della organizzazione politica di
tutti i lavoratori come monopolista della loro soggettività, l’idea di un
conflitto di fabbrica che ha come posta l’egemonia all’interno della
fabbrica stessa da parte dei lavoratori perché attraverso questa si egemonizza
la società.
Una seconda via è invece quella di aderire pienamente a questo modello
cercando, all’interno dei suoi caratteri inediti, la realizzazione di pezzi di
programma operaio, che ci sono. Non c’è dubbio che nel toyotismo e nell’onhismo
c’è l’idea della partecipazione, della soggettività valorizzata dal
capitale, che è un’idea che è stata dentro per buona parte al programma
delle sinistre, al programma operaio del superamento dell’alienazione
produttiva. Quindi si può leggere in questa uscita dal fordismo-taylorismo un
elemento di realizzazione di questo programma, comunque un terreno su cui
battersi per consolidarlo, per incentivarlo. Mi pare che le cose che Vittorio
Rieser scrive sulla fabbrica integrata rispondano un po’ a questo carattere.
Ovviamente questa idea presuppone che la nuova fase non faccia tabula rasa, in
modo catastrofico, della istituzioni della fase precedente, che possa
sopravvivere un sindacato che negozia e così via. Questa è una possibile
strada. O addirittura decidere che si è chiusa un’epoca, che il programma
operaio in parte è fallito, in parte è stato realizzato dal capitale.
Io credo che tra queste due vie -l’apologia del nuovo e la difesa del vecchio-
ci sia anche una terza via. Quella di una disincantata e realistica presa
d’atto delle novità e di ciò che è ormai indifendibile nel repertorio
politico-organizzativo del movimento operaio, ma, contemporaneamente, di una
ricerca delle forme nuove di realizzazione di quello che continuo a considerare
il nocciolo duro del programma operaio: i valori dell’autonomia della persona
che lavora, della autonomia culturale, sociale, esistenziale della comunità del
lavoro dalle devastazioni dello sviluppo capitalistico. Il movimento operaio si
è costituito nei suoi principi fondamentali dentro un processo di resistenza
alla mercificazione integrale delle condizioni di lavoro implicite nel processo
di industrializzazione. Non è stato un mero prodotto
dell’industrializzazione, ma anche di un processo di resistenza e di difesa di
prerogative pre-industriali. Penso alle comunità di lavoro inglesi descritte da
Thompson, alle lotte dei luddisti in quanto comunità etico-politiche,
etico-sociali, che difendevano in qualche modo relazioni non mercificate contro
l’introduzione del macchinismo. Credo, cioè, che il movimento operaio si sia
costituito nella difesa di un nucleo di umanesimo sociale dentro il processo di
burocratizzazione, razionalizzazione, meccanizzazione, mercificazione
capitalistico. Questo nucleo essenziale è stato difeso nell’800, nella fase
pre-fordista-taylorista con lotte di resistenza, compresa quella delle 8 ore,
lotte di resistenza di spazi, di autonomia. Mentre nel corso del ‘900 il
valore dell’autonomia sociale e esistenziale della forza-lavoro è arretrato
molto. Lo stesso stato sociale può essere considerato come l’effetto di un
patto in cui si scambia autonomia verso sicurezza, si rinuncia alla propria
autonomia di mestiere, produttiva, e si ottiene in cambio una garanzia di un
elevato livello di consumo. L’autonomia operaia ritorna fuori con grande forza
nel periodo crepuscolare del fordismo, negli anni ’60, nelle lotte
dell’operaio-massa contro la reificazione e contro l’alienazione, lotte per
certi versi fallite perché poi il salto tecnologico le ha spiazzate, ma che
avevano al centro questo valore.
Ora questo valore dell’autonomia può essere giocato con forza in questa terza
fase. Si tratta di inventare gli strumenti attraverso i quali si continua a
praticare quel programma originario del movimento operaio. Che a mio avviso
ruota fortemente intorno all’idea di una cultura della solidarietà. Di fronte
a comunità aziendali di produzione egemonizzate dalla domanda di impresa,
dall’idea della competizione di impresa, che tenderanno a assorbire al proprio
interno quello che le macerie dello stato sociale hanno lasciato scoperto
-avremo le imprese che gestiscono le pensioni, la sanità dei propri dipendenti
fedeli, gli asili nido, eccetera- credo che noi dobbiamo accettare questa sfida,
tentando di costruire microcomunità solidaristiche dominate dall’obiettivo
dell’autonomia e non dalla adesione all’egemonia aziendale. E farne una
scuola, una palestra di solidarietà e di autonomia. Un luogo in cui quello che
è stato dissipato nel corso del ‘900 -la capacità, cioè, della gente di far
da sé, di autogovernare pezzi della propria vita quotidiana- delegandolo alle
grandi macchine burocratiche e all’impersonalità dello stato, venga
restituito alla gente attraverso processi di libera associazione e di
autogestione e autogoverno, non della produzione, ma della riproduzione sociale.
Oggi è fondamentale recuperare il legame sociale nel territorio e non più solo
nella fabbrica dove rischia di essere travolto continuamente dai movimenti e
dalla mobilità del capitale.
In che modo?
Dobbiamo accogliere la sfida, costituire delle mutue autogestite con un numero
relativamente basso di soci in modo tale da garantire la continua trasparenza e
la partecipazione della gente. Rispondere, per esempio, al fatto che lo stato
non copre più, se non in minima parte, il terreno della sanità. Ma senza
rivendicare il ritorno a uno stato sociale che ci ha presi in ostaggio per poi
abbandonarci, che ha monopolizzato i redditi operai e poi non ha mantenuto le
proprie promesse, lasciando per di più milioni di persone indifese, senza più
gli strumenti soggettivi per difendersi, ma scegliendo di costruire organi di
autogoverno attorno a una cultura della solidarietà. Certo, i rischi sono
enormi. Anche questi organi possono degenerare in piccoli gruppi avari, in
gruppi di privilegiati che si contrappongono all’esterno come a un nemico. Ma
il modo poi con cui il gruppo di coloro che hanno costituito una mutua,
un’associazione di mutuo soccorso, o un fondo di solidarietà viene gestito
-se lo aprono all’extracomunitario oppure no, se lo aprono al recupero dei
tossicodipendenti del quartiere oppure no- non può essere un problema di
automatismo istituzionale, ma di cultura, che deve essere in qualche modo
rinnovata giorno per giorno a diretto confronto con i casi concreti. L’idea
del mediatore istituzionale impersonale, astratto, universale che ha il
monopolio della solidarietà, ti lascia poi un mare di leghisti, di gente
espropriata dell’idea stessa di solidarietà e che odia quel mediatore
istituzionale perché lo rapina. Questa è una strada sbarrata. Dobbiamo essere
in grado di inventare nuovi modelli, nuovi meccanismi di elaborazione, giorno
per giorno, di procedure adeguate, di decisione, di criteri di ripartizione
delle risorse.
Faccio un esempio concreto: noi a Torino abbiamo costituito l’Associazione dei
Lavoratori Torinesi che non ha l’obiettivo di essere essa stessa la società
di mutuo soccorso o la struttura solidaristica, ma di favorirne la formazione,
di mettere a disposizione conoscenze tecniche, competenze, consulenti ecc. per
chi volesse praticare l’autogoverno della propria vita, l’autogoverno
collettivo e solidaristico della propria vita quotidiana.
E’ ai primi passi, è complicatissimo tutto perché ci si muove su un terreno
inedito. Abbiamo deciso però di costituire un fondo di solidarietà e di
sostegno per licenziati per atti di rappresaglia. A quel punto, nella necessità
di scegliere i criteri con cui ripartire i fondi, di decidere chi ha diritto e
chi no, ci siamo trovati di fronte alla tipica tentazione che qualsiasi politica
solidaristica prima o poi incontra: quella di riprodurre il meccanismo statale,
per altro estremamente efficace, perché evita tutta una serie di problemi,
della formulazione di regole astratte, impersonali, formulate prima
dell’emergere di qualsiasi esempio concreto, bisogno concreto. Quindi
giuridicizzare rigorosamente a priori il funzionamento del fondo, stabilire chi
ne ha diritto in astratto, in modo tale che poi non ci si presti alle accuse di
favoritismo, precisare a priori le percentuali e le aliquote di distribuzione
del fondo, costruire una casistica molto precisa di condizioni che ne danno
diritto. A metà di questo percorso ci siamo resi conto che questo meccanismo,
fatto per realizzare un progetto solidaristico, avrebbe inevitabilmente generato
conflittualità invece di solidarietà. Perché all’interno di quelle regole
è chiaro che chi avesse goduto di un emolumento di fronte alla possibilità di
entrata di un secondo avente diritto si sarebbe appellato alle regole per
difendere l’entità del proprio emolumento. Ci siamo accorti che proprio un
meccanismo impersonale della ripartizione favorisce l’individualizzazione e la
competizione anziché la solidarietà. Allora abbiamo abbandonato la strada
della giuridicizzazione a priori, decidendo che l’assemblea dei soci valuta le
nuove domande di sussidio a partire dalle caratteristiche concrete del caso, se
ha altri redditi, quanti figli a carico ha e così via, e ridefinisce di tre
mesi in tre mesi le quote che ognuno versa e le quote che vengono distribuite a
chi ne ha bisogno. Esattamente come in casa, giorno per giorno, si ridefiniscono
le quote di ripartizione del reddito. Abbiamo applicato, non la logica dello
stato, della polis, ma la logica della domus, la logica della casa, che non è
la logica formalizzata e giuridicizzata della sfera pubblica e non è nemmeno la
logica individualistica dell’atomo, bensì quella della reciprocità, dello
scambio, del dono, quindi del legame sociale fortemente personalizzato che rompe
sia con l’impersonalità del mercato, sia con l’impersonalità dello stato.
Questo, da un punto di vista giuridico, significa dare vita ad un processo di
costruzione di precedenti molto più vicino a quello del diritto anglosassone
che a quello del codice napoleonico. Fare in modo, cioè, che siano le delibere
dell’assemblea, volta per volta, a creare il nuovo diritto, un diritto che si
produce nel farsi. Questa, secondo me, può essere una logica della solidarietà
che si contrapponga alla logica novecentesca della burocratizzazione statale o
del puro mercato.
La proposta di riduzione dell’orario?
Anche per l’orario di lavoro bisognerebbe far lavorare la fantasia. Ora si
riesce solo ad inventare 35 ore a parità di stipendio, che era la proposta, una
delle più giuste, di Lotta Continua nel ’75. Allora era l’unico modo per
stare dentro al processo di innovazione tecnologica continuando a far pesare
l’operaio. Proporlo però oggi, quando il salto tecnologico è avvenuto e
consumato, secondo me è un errore. Dirò una cosa che potrà scandalizzare:
l’aumento di produttività è stato tale per cui una riduzione di 5 ore
dell’orario non cambia il problema occupazionale. Nel 1978 un operaio Fiat in
un anno produceva 9,5 vetture, oggi ne produce 79. Allora ditemi quanta mano
d’opera ti fa risparmiare 5 ore di diminuzione che equivalgono a poco più del
10% dell’orario di lavoro? Niente, a fronte di una produttività aumentata del
1000%, per uomo a ore.
Diminuire l’orario di lavoro a parità di salario oggi significa solo
accelerare il processo di periferizzazione e di rilocalizzazione del capitale.
Perché uno deve produrre auto in Italia dove gli mettono questo vincolo, quando
può produrle in Estremo Oriente dove un lavoratore gli costa 30 dollari al
mese? Qui costa 30 dollari al giorno.
Bisognerebbe, semmai, avere il coraggio di dire: 20 ore settimanali, o 16 o 30
ore settimanali, orari flessibili con una relativa diminuzione anche del
salario, e con la possibilità del lavoratore di negoziare rapporti di lavoro
parziali non con un unico datore di lavoro. Io, lavoratore Fiat, posso fare
benissimo 20 ore settimanali alla Fiat per 700 o 800 mila lire, invece di farne
40 per 1.400.000, e poi costituire una cooperativa per la gestione del
territorio, lavoro altre 10 ore alla settimana, mi guadagno le mie 300, 400, 500
mila lire e faccio dei lavori di cura, ad esempio, agli anziani, ai bambini, di
cura del territorio, di pulizia dell’ambiente o un’infinità di lavori,
artigianali, creativi. Perché non immaginare strutture della giornata
lavorativa mobili, variabili, integrate, e continuare a considerare la giornata
lavorativa come quel contenitore unico assorbente monolitico che è stata
definita alla metà dell’800? La giornata lavorativa oggi può essere pensata
modulare, così come è modulare la vita della gente. Bisogna avere il coraggio
di lanciare idee di questo tipo.
La Lega la vedi come un sintomo di questa crisi epocale?
Sicuramente. La Lega in Italia è stata l’unica forza che, del tutto
inconsapevolmente penso, si è presentata come innovazione adeguata a questo
doppio sfondamento dello stato nazionale: verso l’alto, per la globalizzazione
del sistema economico, e verso il basso, nel trasferimento del luogo in cui si
produce identità dal territorio nazionale alla dimensione locale, al localismo.
La Lega nel suo liberismo assoluto -globalizzazione- e nel suo micronazionalismo
etnico, microcomunità locale -contro lo stato sociale, contro lo stato
nazionale- ha colto esattamente i segni del tempo.
Poi li ha trasformati in un brodetto mostruoso dal punto di vista del contenuto,
perché ha esasperato tutti gli egoismi, però se si trattava di fare un
programma adeguato di egoismo razionale, la Lega l’ha fatto. A noi sta il
compito di costruire un programma di solidarismo razionale altrettanto adeguato
ai tempi, contrapposto, ma che non neghi i presupposti. E i presupposti sono che
il territorio nazionale non è più lo spazio di riferimento, che lo stato
sociale così come si è costituito è indifendibile, che la solidarietà deve
scegliere strade nuove. Mi pare che in Italia pochissimi lavorino in questo
senso. In Francia sono tantissimi, dal Mouvement Antiulitariste dans les
Sciences Sociales, una serie di filoni di sindacalismo rivoluzionario che
comunque sono rimasti, pezzi di cooperativismo proudhoniano, la Francia ha una
tradizione molto forte di antistatalismo, che in Italia manca. In Italia abbiamo
la cultura del PCI che era “massa e stato” e “le masse dentro lo stato”
e basta. Togliatti. E Gramsci, certo, ma Gramsci è stato grande perché ha
capito perfettamente la portata strategica del fordismo e del taylorismo, quello
che ora sta chiudendo.
E la sinistra italiana è indifesa, non ha più neppure la memoria della sua
fase mutualistica. Che è stata una fase di una ricchezza straordinaria fino al
1904. Lo sciopero generale è un momento in cui questa ricchezza delle società,
delle leghe, dei mestieri, questa complessità è stata ridotta nella logica
della organizzazione centralizzata. Poi la prima guerra mondiale è stato un
momento devastante da questo punto di vista.
Ma andiamo a vedere quello che è stata l’esperienza del mutualismo, non dico
in Emilia Romagna, ma in Piemonte che potrebbe sembrare poco significativa.
Nella provincia di Novara c’erano 77 società di mutuo soccorso, alla fine
dell’800 c’erano 21 circoli operai, l’inaugurazione della Camera del
Lavoro è avvenuta con la sfilata degli stendardi delle leghe di resistenza e
delle società che raccoglievano decine di esperienze, solo in una valle del
novarese c’erano 4 giornali operai. Il modello partito-stato ha spianato tutta
questa ricchezza, ha trascinato le risorse al centro, ha