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(ASCA) - Torino, 24 apr - E' morto oggi Renato
Lattes 66 anni, una delle figure piu' rappresentative della Cgil e
del movimento sindacale torinese. Renato Lattes ha militato nel
sindacato fino al 1997. La sua attivita' e' iniziata a partire dal
1963 come dirigente della Fiom-Cgil. Nel 1973 entra nella Segreteria
della Camera del Lavoro di Torino, con l'incarico di seguire
l'industria, le crisi industriali e il Mercato del Lavoro, la Scuola
e le ''150 ore''. Nel 1977 entra nella Segreteria della CGIL
Regionale e nel 1981 nella Segreteria Nazionale della Fiom-Cgil. Nel
1992, dopo otto anni a Torino e dopo una breve collaborazione con il
Gruppo Abele per impostare la nuova rivista ''NarcoMafie'', ritorna
alla Cgil, a Roma, dove collabora con Sergio Cofferati, per
ridefinire una strategia di ''politiche industriali''. Dal 1995 al
1997, collabora con Bruno Trentin alla formazione dell' ''Ufficio
del Programma Fondamentale'' della Cgil, dove studia i sistemi di ''welfare''
in Italia e nel mondo. La Cgil Torino e Piemonte lo commemorano con
la camera ardente che sara' allestita presso la Cgil di Torino, in
via Pedrotti 5, lunedi' 27 aprile alle ore 9.30, mentre i funerali
si terranno alle ore 12.30 presso il Cimitero monumentale di Torino.
com-eg/sam/bra
Renato Lattes - Sinistra
sindacale pdf - 2006
Torinese, membro di una famiglia importante
dell’editoria italiana, militò ed ebbe incarichi di primo piano
nella Fiom, nella Camera del lavoro e nella confederazione
nazionale. Lavorò con Trentin e Cofferati. L’addio al sindacato
nel 1997
"E' mancato oggi Renato Lattes, un dirigente, un compagno,
una figura prestigiosa della Cgil e del movimento sindacale
torinese. Un uomo libero, prezioso per il suo pensiero e il suo
agire, instancabile nell’impegno per la libertà, per la dignità
e il sapere delle lavoratrici e dei lavoratori". Così la
Cgil di Torino e quella del Piemonte danno notizia della scomparsa
del dirigente sindacale.
Renato Lattes era nato a Torino nel 1943 in una
famiglia importante dell’editoria italiana. Giovane studente di
forti idealità socialiste è stato dirigente nazionale dell’Ugi
ed è entrato giovanissimo nell’apparato della Fiom-Cgil
torinese partecipando alla riscossa operaia degli anni sessanta,
alle lotte esplose nel biennio 1968-69 e ricoprendo importanti
incarichi di direzione nel sindacato dei lavoratori metalmeccanici
fino al congresso del 1973
Renato Lattes ha militato nel sindacato fino al 1997.
La sua attività è iniziata a partire dal 1963 come dirigente
della Fiom-Cgil. Nel 1973 entra nella Segreteria della Camera del
Lavoro di Torino, con l’incarico di seguire l’industria, le
crisi industriali e il Mercato del Lavoro, la Scuola e le “150
ore”. Nel 1977 entra nella Segreteria della CGIL Regionale e nel
1981 nella Segreteria Nazionale della Fiom-Cgil, come responsabile
dei settori: elettrodomestici, elettromeccanico (leggero e
pesante), elettronico, informatico, macchine utensili, telefonico.
Nel 1984 ritorna a Torino, prima nella Segreteria
Regionale della Fiom, poi nuovamente nella Segreteria Regionale
della Cgil, quindi come vicesegretario Generale della Camera del
Lavoro di Torino. Nel 1992, dopo una breve collaborazione con il
Gruppo Abele per impostare la nuova rivista “NarcoMafie”,
ritorna alla Cgil, a Roma, dove collabora con Sergio Cofferati,
per ridefinire una strategia di “politiche industriali”.
Dal 1995 al 1997, collabora con Bruno Trentin alla
formazione dell’ ”Ufficio del Programma Fondamentale” della
Cgil, dove studia i sistemi di “welfare” in Italia e nel
mondo. Dopo numerose collaborazioni con enti e istituti a marzo
2008 diventa il Presidente dell’Istituto Paralleli, fondato 3
anni prima dall'on. Rinaldo Bontempi.
La Cgil Torino e Piemonte lo commemoreranno con la camera ardente
che sarà allestita presso la Cgil di Torino, in via Pedrotti 5,
lunedì 27 aprile alle ore 9.30, mentre i funerali si terranno
alle ore 12.30 presso il Cimitero monumentale di Torino.
24/04/2009 13:28
La Fondazione Di Vittorio esprime il suo
cordoglio per la scomparsa di Renato Lattes.
Renato Lattes era nato a Torino nel 1943 in una famiglia importante
dell’editoria italiana. Giovane studente di forti idealità
socialiste è stato dirigente nazionale dell’Ugi ed è entrato
giovanissimo nell’apparato della Fiom-Cgil torinese partecipando
alla riscossa operaia degli anni sessanta, alle lotte esplose nel
biennio 1968-69 e ricoprendo importanti incarichi di direzione nel
sindacato dei lavoratori metalmeccanici fino al congresso del 1973.
In quell’anno Renato è stato eletto nella segreteria della Camera
del Lavoro di Torino e successivamente nella segreteria regionale
del Piemonte. Nel 1981 venne chiamato a Roma nella segreteria
nazionale della Fiom-Cgil ed ha operato nell’ufficio sindacale in
anni caratterizzati da processi di ristrutturazioni industriali
pesantissime.
Nel 1984 è tornato nella direzione delle strutture confederali
piemontesi e torinesi e per un breve periodo è stato anche
segretario generale aggiunto della Camera del Lavoro di Torino.
Nel 1992 dopo una breve collaborazione con il gruppo Abele venne
nuovamente chiamato ad operare a Roma presso il centro confederale
dapprima all’ufficio industria e successivamente all’ufficio del
programma.
Con la nascita del governo dell’Ulivo, presieduto da Romano Prodi,
Renato Lattes ha lasciato la Cgil ed ha attivato una esperienza di
governo collaborando con il ministero dei lavori pubblici.
E’ poi tornato nella sua Torino dove ha proseguuito una fitta e
intensa collaborazione sia con gli enti locali che con esperienze
del volontariato così come con diverse strutture sindacali.
Nel 1964 aveva lasciato il Psi per militare nello Psiup e dopo lo
scioglimento di questo partito ha espresso la sua generosa militanza
nelle esperienze sindacali e politiche guidate da Vittorio Foa, da
Elio Giovannini, da Tonino Lettieri, dirigenti politici e sindacali
ai quali è stato sempre particolarmente legato da vincoli di
amicizia personale e di intense affinità culturali.
Non potremo dimenticare la sua passione, la sua intelligenza
politica e la sua dedizione alla emancipazione dei lavoratori e dei
settori più deboli della nostra società.
Guglielmo Ragozzino da www.ilmanifesto.it
26/04/2009
Renato Lattes se ne è andato all'alba di ieri. Era arrivato al
sindacato dall'organizzazione degli studenti di allora, l'Ugi, in
una stagione di incontri e di crescita comune. A partire dal
debutto torinese, è stato un sindacalista molto attivo, molto
quotato nel gruppo dirigente del sindacato, segretario della
Camera del lavoro di Torino, del regionale piemontese, della Fiom
nazionale. Solo i vertici estremi del sindacato sono rimasti
irraggiungibili per lui, sempre iscritto a una minoranza
sindacale, con compagni di viaggio come Vittorio Foa, Elio
Giovannini, Tonino Lettieri. Sempre pronto a rinunciare
deliberatamente al prestigio per mantenere la libertà di critica
e di scelte personali.
Non si poneva mai il dubbio, non esitava mai, se posto di fronte a
una scelta tra quello che appariva a tutti come l'interesse
legittimo di carriera e quello che lui riteneva giusto e vero. Ma
era soprattutto uno straordinario compagno nella sua capacità di
lavoro anche fuori dai vertici, come spesso gli è capitato di
trovarsi. E tutti, base e vertici lo apprezzavano senza riserve,
senza invidia, come non si può invidiare una forza della natura.
Aveva un modo talmente esemplare di impegnarsi a fondo, di
imparare subito e spiegare agli altri, con generosità,
semplicemente, tutto quello che sapeva fare, tutto quello che era
necessario, senza remore, senza sbavature, senza paura.
Uscito dal sindacato, Renato è andato al governo. In realtà
aveva un compito secondario. Lavorava nella segreteria di un
sottosegretario ai lavori pubblici, ma dal suo ruolo che altri
avrebbe considerato una piccola sinecura, riuscì a costruire una
straordinaria serie di iniziative, a dare voce a tante persone
giovani e trascurate, a lanciare nuove proposte di cambiamento,
tanto che neppure uno dei giorni ministeriali è andato perduto.
Forse i ricercatori che allora, raccolti nelle università, si
occupavano di problemi idrici ricordano Renato, arrivato tra loro
con la forza di un tifone. E così sempre; sempre una nuova
iniziativa, senza soste, senza malinconia, senza momenti di
tristezza. Ha lavorato contro le mafie e per sostenere gli
immigrati, senza prendere mai fiato, cercando sempre nuove
soluzioni, mosso solo da un ideale di eguaglianza per tutti, nella
libertà di ciascuno.
Negli ultimi tempi Renato aveva una grave malattia. Senza
iattanza, la sfidava ogni giorno, continuando il suo compito, non
smettendo per un attimo di proporre riunioni, accordi, soluzioni
per la sua fondazione Paralleli.org che lancia un ponte attraverso
il Mediterraneo fino ai paesi della sponda del Sud.
Renato aveva un figlio Stefano, una compagna Renza Ajmone che lo
ha curato con scienza e amore quasi al di là delle possibilità
umane e moltissimi amici che aveva legati a sé per la
impareggiabile trasparenza e la moralità che segnavano ogni suo
atto di sindacalista, di compagno, di uomo. Per molti anni,
durante il suo impegno diretto nel movimento operaio, ha
collaborato con il manifesto. In tempi non sospetti, quando ancora
viveva la Olivetti e produceva quadri e cultura sindacale, prima
ancora dei computer, avanzava dalle pagine del nostro giornale la
tesi della proletarizzazione dei ceti medi. E ci aiutava a pensare
a un nuovo modello di sviluppo e di relazioni tra le persone.
La camera ardente per Renato Lattes sarà allestita presso il
salone della Camera del lavoro di Torino, in via Pedrotti 5, lunedì
mattina a partire dalle 9,30. I funerali saranno alle 12,30 al
Cimitero monumentale di Torino
| La lezione sindacale di Renato
Lattes |
| Lattes appartenne a una
generazione di sindacalisti che seppe coniugare la
riflessione teorica con l'impegno pratico. Dai
"Quaderni rossi" al sindacato dei Consigli,
all'esperienza nella Fiom, fino ai nostri giorni considerò
l'unità come il fondamento ineludibile della democrazia e
dell'efficacia dell'azione sindacale. |
|
Antonio Lettieri
Negli
anni Sessanta a Torino si formò una nuova generazione di
sindacalisti. Non fu per caso. A Torino la lotta sindacale
aveva vissuto i momenti più aspri. La Fiat dominava lo
scenario torinese e nazionale. A metà degli anni Cinquanta
aveva inflitto alla Fiom una memorabile sconfitta. Ma questa
aveva anche segnato l’avvio della svolta strategica della
CGIL. Quando Renato Lattes, intorno ai suoi venti anni
cominciò a conoscere il sindacato, Torino era il crocevia
della crisi e insieme della ripresa delle lotte. Una ripresa
che imponeva una riflessione e un cambiamento
radicale del modo di vedere la classe operaia, il lavoro, il
sindacato.
A Torino si erano riversati centinaia di migliaia di
lavoratori provenienti dal Mezzogiorno. Arrivavano in una
città dalle campagne del sud, senza scuola, alla ricerca
di un lavoro nella grande fabbrica di cui non sapevano
nulla. Non capivano nemmeno la lingua dei loro compagni di
lavoro piemontesi. La Camera del Lavoro di Torino divenne
la frontiera più avanzata nell’elaborazione di una
nuova strategia di rappresentanza e di lotta. Alla sua
testa c’era un gruppo dirigente per molti versi
straordinario: Emilio Pugno, Sergio Garavini, Tino Pace,
Gianni Alasia. Attraverso di loro, Renato conobbe il
sindacato e ne rimase affascinato.
La
revisione della strategia sindacale s’intrecciò in quegli
anni con un dibattito radicale nella cultura politica della
sinistra. Nel 1961 comparvero i “Quaderni rossi”,
fondati da Raniero Panzieri, un socialista di sinistra che
provava a reinterpretare Marx, saltando le molteplici
contaminazioni e gli sviamenti dei diversi
filoni marxisti. Il primo numero della rivista fu
aperto da un saggio di Vittorio Foa. intitolato
“Lotte operaie nello sviluppo capitalistico”, che
illuminava il percorso intellettuale di una nuova analisi
delle lotte operaie e ruolo del sindacato.
Il
gruppo socialista in cui si riconosceva Renato – da Foa a
Basso -rifiutava di mandare Marx in soffitta, ma lo
rileggeva in una luce nuova. Non più la supremazia del
partito e la funzione ancillare del sindacato che era posta
a base del “centralismo democratico” dei partiti
comunisti. Ma un’analisi del capitalismo che partiva dal
processo di produzione e dalla condizione operaia. Possiamo
immaginare con quale curiosità intellettuale Renato lesse
il “Frammento sulle macchine”, tratto dai Grundrisse,
pubblicato nel 1964 sui “Quaderni Rossi”, nel quale Marx
analizzava la frantumazione del lavoro, la sua
banalizzazione, la perdita d’identità del lavoratore, di
fronte al “sistema delle macchine”, che segnava la nuova
era della rivoluzione industriale.
Vi
si potevano individuare le basi teoriche del lungo processo
che ai avviava a cambiare i fondamenti stessi
dell’organizzazione e dell’iniziativa sindacale centrata
sulle condizioni di lavoro. Il controllo sul processo
produttivo poteva essere recuperato solo con una
riappropriazione di gruppo. E l’identità individuale
poteva essere riacquistata solo come una nuova capacità di
intervento e di controllo collettivo. Per Renato, i delegati
di linea, di reparto e i Consigli di fabbrica che dominarono
il dibattito e l’iniziativa sindacale del successivo
decennio avevano radici solide e lontane. In questa scuola
che intrecciava l’esperienza pratica dell’organizzazione
delle lotte con la riflessione teorica sul processo di
produzione e la condizione operaia,
Renato imparò il mestiere di sindacalista, e vi si
appassionò.
Renato
fu un giovane militante socialista, di un socialismo
libertario e radicale, vicino prima ai “Quaderni rossi”,
poi a “Problemi del socialismo” di Lelio Basso. La
militanza nel PSI fu effimera perché nel giro di pochi
anni, con la scissione, Renato entrò nel PSIUP. Ma il suo
destino era già quello di un sindacalista. Aveva imparato
presto l’importanza della fabbrica come punto di
riferimento dell’analisi sociale e delle lotte sindacali.
Tutta
la discussione postuma sul ruolo del movimento studentesco
del 1968 e sul suo rapporto le lotte operaie dell’autunno
caldo non tiene conto dell’intreccio straordinario che
visse una generazione giovane in quegli anni di rivoluzione
culturale. Renato era a metà dei suoi anni 20, era stato un
dirigente del movimento studentesco, ed era chiara in lui la
percezione della rivolta studentesca. Ma, a differenza di
un’altra parte del movimento studentesco, aveva imparato a
conoscere la fabbrica, la durezza dei rapporti di classe, il
ruolo complesso della negoziazione. La difficoltà di
rappresentare i bisogni, le aspirazioni, i comportamenti di
quelle grandi masse di giovani, senza scuola, lontane dalle
università, che venivano dal profondo sud,
inghiottiti nelle grandi fabbriche del nord.
La
fabbrica non poteva essere ridotta a mito e bandiera di una
rivoluzione imminente quanto astratta. L’ex dirigente del
movimento studentesco, che era stato Renato, aveva imparato
a districarsi nei labirinti dell’organizzazione del
lavoro, conosceva le tecniche del cottimo, la manipolazione
delle mansioni e delle qualifiche, le molteplici forme della
nocività, che intorno alla Camera del lavoro di Torino era
diventata oggetto di un’analisi scientificamente nuova e
politicamente dirompente.
In
questa nuova prospettiva, l’unità sindacale appariva a
Renato una cosa naturale, quanto innaturale gli appariva la
divisione. Dopo l’autunno caldo, nel pieno fulgore del
sindacato dei Consigli e della nascita dell’FLM, Renato fu
tra coloro che si schierarono per l’unificazione dei
metalmeccanici come primo segmento dell’unità organica di
CGIL CISL e UIL. Era convinto che la democrazia dei Consigli
e l’autonomia sindacale non potessero vivere e svilupparsi
senza l’unità sindacale organica. Purtroppo, le
Confederazioni giudicarono non maturi i tempi
dell’unificazione articolata - come si diceva allora - e
per tappe successive. Quella stagione passò, e i tempi
dell’unità non sono più tornati.
Gli
anni 70 furono per Renato anche quelli dell’impegno
politico di partito. Sciolto il Psiup, mentre si acuiva la
rottura fra PCI e PSI, cominciò il tentativo di costituire
formazioni partitiche della “nuova sinistra”. Renato vi
si applicò con dedizione e disinteresse, Non ambì mai ad
alcuna carica di partito, scrupolosamente difendendo
L’incompatibilità fra responsabilità di sindacato e di
partito. Ma fu per Renato, e per tanti suoi compagni, una
stagione deludente. Più piccole erano le formazioni della
nuova sinistra, più difendevano i propri minuscoli spazi.
Fino a quando la ricerca spasmodica delle identità separate
lasciò il campo alla disintegrazione, di cui, attraverso
diversi e illusori passaggi, vediamo ancora oggi le
conseguenze.
Chiusa
l’esperienza dei micro-partiti della “nuova sinistra”,
culminata con la sconfitta della lista di “Nuova sinistra
unita” nelle elezioni politiche dell’estate del 1979,
Renato fu sempre di più impegnato nel sindacato.
Fu tra gli oppositori della linea dell’Eur che poi
si rivelò, nel breve giro di qualche mese, si rivelò un
fallimento. Nel 1981 fu eletto segretario nazionale della
FIOM.
Gli
anni Ottanta, iniziati con la dura sconfitta alla Fiat,
furono anche gli anni della rottura sindacale. Renato, dopo
la dissoluzione della vecchia sinistra sindacale, seguita
alle rotture interne generate dallo scontro trasversale
sulla svolta dell’Eur, era stato nel 1979 tra i fondatori
della Terza componente che raccolse per la prima volta nella
CGIL un gruppo di compagni senza tessera di partito.
Renato
si dedicò con pienezza d’impegno al lavoro sindacale, ma
non fu mai solo un sindacalista. Quando lasciò la Cgil,
dopo aver lavorato con Bruno Trentin all’Ufficio del
programma, fu consigliere per le questioni ambientali nel
ministero dei Lavori pubblici del governo di
centro-sinistra: un tema al quale non smise mai di
applicarsi. Aveva un inesausto bisogno di sperimentarsi su
terreni diversi e nuovi.
Fare
politica per Renato significava non la conquista di ruoli
gerarchici, ma l’apertura di spazi per la ricerca,
l’analisi, la comprensione di ciò che succedeva nel mondo
reale dei bisogni di donne e uomini in carne e ossa. Quando
si era fatta un’idea dei problemi, cercava una soluzione.
La sua era un’immaginazione concreta. E questo era spesso
motivo non solo di entusiasmo ma anche di delusione, quando
le cose non andavano per il verso giusto. Quando la
burocrazia dei partiti, dei sindacati, delle istituzioni
rimaneva ferma al modo tradizionale di vedere le cose, alle
certezze della routine.
Negli
anni più recenti Renato aveva trovato un nuovo terreno di
sperimentazione e lavoro in “Paralleli, istituto
euro-meditrrrano per il Nordovest” , di cui era divenuto
presidente. Vi ha lavorato fino all’ultimo giorno,
accrescendone il prestigio a livello internazionale.
Criticava il fatto che l’Unione europea, mentre lavorava
all’approfondimento della partnership con i paesi
dell’est, fino alla Georgia e all’Azerbaijan
sulle rive del Caspio, aveva una politica del tutto
inadeguata verso il “cortile di casa”, la riva sud e
orientale del Mediterraneo.
Aveva
un vasto programma di iniziative che lo avrebbero impegnato
a partire dal mese di maggio, una volta riprese le forze,
dopo un periodo di acutizzazione della malattia. Ma,
andandosene, all’alba del 24 di aprile, questa volta non
ha potuto mantenere gli impegni. Prima alla Camera del
Lavoro di Torino, poi al cimitero monumentale, molti
compagni della CGIL e della CISL e tanti suoi amici
l’hanno salutato con grande affetto e rimpianto.
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| (05/05/2009) |
| http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1120
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