|


vedi Ciclo
di iniziative 'Noi Nelle Alpi
Con un terzo del proprio stipendio
I vantaggi del vivere insieme non sono solo economici,
si riverberano anche nelle relazioni sociali molto più ricche e condivise
rispetto alla vita famigliare tradizionalmente chiusa
Marco Rostan
Da quando le previsioni sul probabile esaurimento delle
risorse del nostro pianeta e dunque anche sulla fine della vita umana
sono fondate sempre di più sulla razionalità e non su un inutile
catastrofismo, si moltiplicano indicazioni di comportamento decisive per
la vita quotidiana delle persone. È ben noto, ormai, tutto il discorso
sull’ambiente, sulle fonti energetiche alternative, sul risparmio. Si
costituiscono gruppi di acquisto solidale, e se nei programmi politici,
tutti continuano a parlare di crescita e di sviluppo, sono ormai sempre
di più gli economisti che avvertono come indispensabile una scelta tra
ciò che può crescere e ciò che invece deve assolutamente fermarsi o
diminuire.
Pensavo a queste cose quando, sfogliando le relazioni
annue del Centro «J. Lombardini» a Cinisello Balsamo, che andranno a
costituire un futuro sito Internet per raccogliere la memoria di questa
particolarissima impresa diaconale, mi sono imbattuto varie volte in
riflessioni che hanno a che fare con lo stile di vita, con i consumi,
con l’individualismo, e che si rileggono con interesse anche oggi, pur
con la distanza che intercorre dalle «comuni» nate alla fine degli
anni ’60*. Molte di queste comuni furono in realtà recepite in una
sola direzione: come rottura delle regole borghesi, come ricerca della
libertà in tutti i campi, sessualità compresa. Non mancarono, a volte,
i guru del gruppo e, purtroppo, le droghe. Quasi sempre le comuni furono
introverse: il mettersi insieme era rivolto alla soddisfazione dei
propri bisogni.
Punti di riferimento
La nostra comune di Cinisello fu tutt’altro, forse
fu addirittura troppo rigida, al punto che uno dei suoi fondatori soleva
parlare di leninismo e calvinismo come punti di riferimento. Qui mi
preme sottolineare la positività di una risposta concreta, che allora
fu messa in atto, anche da parte di membri delle nostre chiese, per
rispondere al consumismo della società del benessere, alla chiusura
egoistica nel nucleo familiare, al problema della casa. Per la verità a
Cinisello, nel 1969, non fu creata una comune, ma una scuola popolare, e
la comune ne fu in seguito il fondamentale supporto. Non intendo certo
riproporre oggi quel modello: ma, se è vero che le condizioni che
resero possibile la comune di Cinisello sono difficilmente ripetibili,
mi pare che almeno il drammatico problema dell’affitto, per chi vive
con mille euro al mese, renda di nuovo interessante il fatto di «fare
una comune».
I marziani a Cinisello
«Quando qualche gruppo di amici viene al Lombardini
per sapere di noi e ci mettiamo seduti nella grande stanza del IV piano
per raccontare loro che cosa facciamo, e perché, come e quando abbiamo
iniziato – scrivevo nella Relazione annua Lombardini del 1980 – ci
capita spesso di stupirci e al tempo stesso di rallegrarci. Quante sono
infatti le comuni nate intorno al ’68 che durano ancora oggi? In
quanti casi l’ottica puntata, prima, tutta verso la politica e poi
tutta verso se stessi ha dato luogo a spinte disgreganti o ha reso
impossibile una vita comunitaria? E in quanti altri casi, molte persone
che avevano decretato la crisi della famiglia sono tornate, per vari
motivi, a preoccuparsi soprattutto di “metter su casa” e a vivere
una vita di coppia o di famiglia piuttosto chiusa e tradizionale? Siamo
dunque, noi del Lombardini, una sorta di marziani – come a volte ci
definiscono gli allievi della scuola al primo impatto – insomma della
gente che vive fuori del mondo? (…) Crediamo francamente di no. E
pensiamo che, anche se nel caso del Lombardini, sono venute a
determinarsi, nel tempo, una serie di circostanze positive per la tenuta
della comune – come il fatto di abitare in appartamenti e locali
vicini o comunicanti, come il fatto che quasi tutti i membri hanno un
lavoro – la proposta di vivere in comune è oggi attuale, valida e può
essere rivolta ad altri. Infatti questo modo di vivere permette di dare
continuità e spessore al nostro impegno nella società, vissuto come
coerenza di uomini e donne e come tentativo di testimonianza a Gesù
Cristo. La decisione di vivere in comune aiuta a prolungare questo
impegno negli anni, a far sì che esso non venga meno perché ci si
sposa o perché bisogna pensare al lavoro o alla famiglia.
Paradossalmente la comune aumenta la libertà personale di ciascuno e
consente di fare tante cose – non solo le riunioni – che non sono
possibili quando si è assillati dalla vita familiare. Si pensi soltanto
al vantaggio di fare a turno la spesa, le pulizie, di cucinare una volta
sola a settimana! E ci si abitua anche a non essere assillati dai soldi:
secondo il sistema adottato al Lombardini (ogni membro contribuisce alla
spese con una percentuale fissa sul suo reddito, i figli sono a carico
collettivo, chi è disoccupato non paga), in pratica si riescono a
coprire tutte le spese di vitto e alloggio con un terzo del proprio
stipendio» (è come se oggi ci si organizzasse in modo che chi guadagna
mille euro al mese possa sostenere sé, il o la coniuge e un eventuale
figlio con 350 euro al mese, affitto compreso, ndr).
La relazione del 1980 illustra poi l’efficacia della
vita in comune per le attività che si intendono svolgere, a partire
dalla scuola: la comune non deve essere un fine in sé, non è il luogo
in cui la gente viene per risolvere i propri problemi, essa vive
soprattutto per le cose che fa e per le persone che incontra. Essa
riesce a evitare il burocratismo e la delega che caratterizza molte
organizzazioni ufficiali, ma anche lo spontaneismo generoso ma spesso
discontinuo e disorganizzato che nasce «dal basso».
Un luogo per discutere
«Gli allievi passati per la scuola, i contatti
duraturi stabiliti con molti di loro, i dibattiti, le numerose ospitalità
e tutte le varie iniziative sono state stimolate dal contributo
materiale e di idee di molti amici e collaboratori, ma se dietro tutto
questo non ci fossero anche la comune, le discussioni a pranzo, le
litigate e i chiarimenti, il darsi da fare di tutti (…) molte attività
non sarebbero durate. La comune è anche il luogo in cui pensare,
discutere, incoraggiarsi l’un l’altro, sopportare le crisi e
provvedere al necessario ricambio. Da soli tutto questo è difficile: e
allora vi è qui una precisa indicazione per degli uomini e delle donne
che non accettano di considerare irraggiungibile una società capace di
organizzarsi senza lo sfruttamento e il profitto, per dei credenti che
vogliono vivere una fede personale ma non individuale. Infine la vita
comunitaria resta una proposta valida perché mantiene aperti al
confronto, alla contraddizione, alla diversità. Un confronto che spesso
avviene più nelle cose semplici e negli atteggiamenti che nelle parole,
ma che proprio per questo è ancora più reale: fra borghesi e operai,
tecnici e insegnanti, uomini e donne, ventenni e quarantenni, credenti e
atei… E con gli altri, con le realtà e i problemi della vita di oggi
che, normalmente, nelle case arrivano con il telegiornale e che invece,
in una comune come questa, spesso si presentano di persona».
(*) Con la mia famiglia ho passato vent’anni di vita
in due comuni, la prima di 3 coppie, la seconda di una ventina di
persone.
L’arcipelago del volontariato
In aumento a livello nazionale le associazioni sono
molte anche nelle Valli valdesi. Il settore con la partecipazione maggiore
è quello dell’assistenza. Diverse ovviamente le interazioni con i
servizi presenti sul territorio e con le attività istituzionali degli
enti locali.
Davide Rosso
«Tanti modi per aiutarsi e aiutare»; «un’esperienza
umana e formativa»; «mettersi al servizio degli altri»; «diamo
spazio alla solidarietà»; «Un ruolo strategico nella costruzione
della cittadinanza». Sono solo alcuni degli «slogan» che accompagnano
il volontariato sociale in Italia e ovviamente anche alle Valli. La
realtà «partecipativa» – oggi spesso si usa questa formula –
presenta numeri e consistenza di offerte di servizi importanti e in
crescita. Queste frasi ci parlano anche di una realtà, quella del
volontariato, che può essere letta sotto diversi punti di vista: quello
della solidarietà ma anche dell’esperienza che aiuta a crescere come
persona o meglio come cittadino che partecipa alla realizzazione di una
società migliore.
Ma proviamo invece a scendere un po’ più nel
concreto e, citando i dati Istat, vediamo che cosa è capitato dal 1995
al 2003 alle associazioni di volontariato: in Italia sono aumentate del
152, 0%, passando da 8343 a 21. 021 unità, di cui 8530 erano nuove unità.
Sempre l’Istat poi ci informa che le associazioni in Italia hanno «un
forte radicamento nelle regioni settentrionali, anche se negli anni
aumentano in misura relativamente più accentuata quelle presenti nel
Mezzogiorno; vi è la prevalenza relativa di piccole dimensioni
organizzative, sia in termini di volontari attivi che di risorse
economiche disponibili; e la maggiore presenza, tra i volontari di
persone in età compresa tra i 30 e i 54 anni, diplomate e occupate; la
concentrazione relativa di unità nei settori della sanità e
dell’assistenza sociale».
E alle Valli qual è la situazione? Abbiamo
provato a sentire alcune associazioni di volontariato del Pinerolese e
sostanzialmente quasi generalmente si conferma il trend nazionale. Vi
sono molte associazioni radicate sul territorio, non sono di ampia
dimensione e sono attive in modo particolare nell’assistenza. Per
avere solo un idea dell’«offerta» e della consistenza dei volontari
pinerolesi basta andare per esempio nel sito del comune di Pinerolo alla
sezione «Politiche sociali», dove sono elencate le associazioni
presenti in città e dove si scopre «che sono una cinquantina e che si
occupano si assistenza sociale, mutuo aiuto, cultura». Discorso simile
si può fare per la val Pellice «dove – dicono al Cvvp – le
associazioni di volontariato impegnate a contrastare ogni forma di
disagio dal 1999, si sono collegate fra loro in un coordinamento
operativo al fine di mettere in comune alcuni strumenti per svolgere
meglio le proprie finalità in un vincolo di mutuo aiuto e
collaborazione dandosi, con l’aiuto del comune di Torre Pellice, una
sede in via Alfieri 2». In val Chisone la realtà è un po’ più «piccola»
ma comunque importante, basta ricordare un dato per tutti: il servizio
della Comunità montana «Vengo a prenderti», che garantisce oltre 2100
interventi all’anno, impegna 70 volontari di Auser e Avass che fanno i
trasporti con le quattro macchine a loro disposizione e gestiscono il
centralino per le chiamate.
Molte associazioni e diversi modi di offrire
volontariato: nel Pinerolese ci sono i gruppi come la «Mai soli» per
esempio che offre il proprio volontariato in ospedale e garantisce un
servizio «legato all’accoglienza dei malati oncologici e delle loro
famiglie a cui si danno le informazioni necessarie aiutandole a
orientarsi all’interno di questo mondo per loro nuovo – come ci
spiegano alcuni volontari». C’è poi l’intervento sull’assistenza
domiciliare che consiste nell’andare a casa del malato che lo richiede
per permettere ai famigliari «un momento libero». Anche qui
l’esempio potrebbe essere la «Mai soli» ma anche l’Avass. Tutte
poi hanno momenti di raccolte fondi «per finanziare progetti mirati di
aiuto o partecipazione».
Ma chi sono i volontari alle Valli? «Dipende
dalle associazioni ovviamente – ci dicono alla Diapsi Val Pellice,
Difesa ammalati psichici –. Nel nostro caso sono generalmente
famigliari o comunque persone vicine al mondo di chi occorre sostenere.
Questo per noi è in qualche modo un problema perché fatichiamo a
creare un ricambio e abbiamo la necessità di allargare la nostra base
di volontari; per questo ci stiamo muovendo e stiamo lavorando per
coinvolgere nuove persone». I volontari si trovano più facilmente per
attività per così dire «più semplici», come appunto il trasporto
degli anziani o il sostegno nella compilazione di moduli: «Sono impegni
– ci dice il dott. Vigna, dei Servizi della Comunità montana Valli
Chisone e Germanasca – che però danno soddisfazione e portano
beneficio a chi riceve l’intervento con un “ritorno” importante
per la società».
Le associazioni di volontariato che operano nel
sociale, poi, generalmente hanno un buon rapporto con le strutture
sanitarie e sociali pubbliche: esempi possono essere l’Avass e l’Auser
con la Comunità in val Chisone o la Mai Soli con l’Asl. Qualcuno però
vive una situazione particolare come la Diapsi della val Pellice, che
offre per necessità, non avendo convenzioni, il proprio servizio «completamente
in proprio» benché alcune delle persone che si avvalgono dei
laboratori e delle attività della Diapsi della val Pellice siano
indirizzate ai progetti dai Servizi di salute mentale pubblici stessi.
quarta
settimana
eco del chisone
20.2.08
Usseaux, energia dall'acquedotto: minoranza in
contrattacco
Pourrieres: «Fuori la centralina dal paese»
Successo degli abitanti al confronto con il
sindaco e i progettisti
|
|
USSEAUX - Partita giocata all'attacco e vittoria limpida come
l’acqua di Pourrieres. È il risultato portato a casa domenica
pomeriggio dalla popolazione della borgata di Usseaux, che grazie ad
un'azione corale di pressing ha respinto la centralina idroelettrica
lontano dall'area abitata.
Fuor di metafora, non è stato un comitato del "no a tutti i
costi", quello guidato dalla minoranza consigliare. A discutere
con l’Amministrazione, un gruppo di abitanti contrari alla
collocazione dell’impianto vicino alle case.
La centralina, pensata per produrre energia elettrica grazie al
dislivello dell'acquedotto comunale, sorgerà quindi più a monte,
sopra la vasca di approvvigionamento.
La sala del Consiglio raramente era stata così gremita, e non
per partecipare alla presentazione del bilancio 2008 indetta dal
sindaco Adriano Sgarbanti. In prima fila, con i proprietari delle
case più vicine alla futura centralina, il gruppo di Mirella
Maifreda, Remo Jannin e Tomaso Orlandi.
Proprio su richiesta della capogruppo la questione centralina è
balzata al primo punto. Una lunga discussione su collocazione,
decibel, quantità e potabilità dell'acqua, dopo l’introduzione
del sindaco sui perché di un bando che è già alla "fase
due", quella che porterà nelle prossime settimane a un
progetto preciso e al nome dell'impresa.
«Se l'intervento è proprio necessario - ha sostenuto il
gruppo di Maifreda - deve essere realizzato a monte della vasca
di raccolta».
A rispondere alle domande, insieme al sindaco e al tecnico
comunale Massimo Alisio, c'era l'ingegnere pinerolese Guido Gilli,
consulente dell’Amministrazione: «Sono stato io a scegliere di
costruire la centrale vicino al forno e al palo dell'Enel, per
maggior comodità di costruzione e perché secondo i miei dati
doveva esserci molta più acqua di quella necessaria alla borgata.
Valeva la pena sfruttare venti metri di salto in più, e ripompare
indietro nella vasca di raccolta la poca acqua che serve».
La scelta si è basata sui consumi degli Anni '60, quando c'erano
300 abitanti stabili e 150 animali. Il calcolo però non è piaciuto
ai borghigiani: «D'estate con tutti i villeggianti l'acqua ha già
problemi di pressione e i consumi domestici sono molto aumentati in
mezzo secolo».
Risultato: la promessa di tentare l'acquisizione di un terreno
lontano dalle case e vicino alla vasca, dove poi sarà accumulata
tutta l’acqua turbinata. Una nuova riunione pubblica
(probabilmente il 9 marzo) servirà da aggiornamento.
Il bando prevede che il Comune incassi dal privato un minimo di
10.000 euro oltre al 10 per cento dei ricavi annui della vendita
dell'energia all'Enel. In tutto si stimano 25mila euro all'anno, su
un ricavo ipotetico di 100.000 cui il concessionario dovrà
sottrarre tasse e spese. Costruire la centrale costerà più o meno
450.000 euro. Spostando la turbina, il salto sarà ridotto di 20
metri. Vale a dire cinque o seimila euro in meno di guadagno annuo.
«Una soluzione accettabile» anche per il sindaco
Sgarbanti, che con la centralina tenta di garantire un’entrata
alle casse comunali. Quanto al rumore, il progetto consentiva al
massimo 40 decibel, «come in una stanza con le finestre chiuse
in zona tranquilla», aveva tentato di rassicurare Gilli. E la
struttura sarebbe stata in gran parte interrata.
Luca Prot
|
Superiore rispetto alle medie regionali la
presenza degli "over 65"
Anziani nel Pinerolese: è record
Ma dobbiamo iniziare a considerare la terza età
una risorsa anziché un problema
|
| Il Pinerolese è tra i territori del Piemonte
che invecchia di più. Rispetto alla media regionale, e ancor più
al bacino della provincia di Torino, i distretti dell'ex-Asl 10
presentano una percentuale di anziani decisamente elevata,
soprattutto nelle Valli Pellice e Chisone e Germanasca. Se la
provincia di Torino, infatti, registra una media di ultra 65enni
pari al 22,7 per cento, nel distretto di Torre Pellice la stessa
percentuale sale al 26,2 per cento, e nei territori della Comunità
montana Valli Chisone e Germanasca tocca il 26,5 per cento. Più
giovane rispetto al resto piemontese solamente l'area che raggruppa
i Comuni della Val Noce, e poi Airasca, Piscina e Scalenghe:
l'insieme di questi territori si attesta attorno al 19,8 per cento.
Ma anche per quanto riguarda gli "over 75" vantiamo dati
da record: in Val Pellice la percentuale è del 13,3 per cento;
nelle Valli Chisone e Germanasca è leggermente al di sotto, con il
12,6 per cento, mentre nell'area pedemontana (Prarostino, S.
Secondo, S. Pietro, Pinerolo) si ferma all'11,7 per cento. La media
regionale è del 10,7 per cento, quella della provincia di Torino
del 9,9. Continuo e regolare il trend di invecchiamento. Vent'anni
fa, a Torre Pellice la percentuale di ultra 65enni era del 18 per
cento, sempre più alta rispetto al resto della regione, ma
decisamente inferiore rispetto ai dati di oggi. Se smettessimo di
considerare la terza età come un problema, e riuscissimo invece a
considerarla per quello che sempre più spesso è nella realtà -
una risorsa -, ci accorgeremo di essere un territorio ricco.
Sofia D'Agostino
Una dettagliata indagine della Conmunità
montana Valli Chisone e Germanasca sui suoi "over
75"
Universo anziani: gente soddisfatta,
un po' sola e tanto indaffarata
Tante le sorprese dalla lettura dei dati -
Il popolo che ha ricostruito l'Italia ha una pensione media di
900 euro
|
|
Volevano "leggere" gli anziani, per capire chi sono e
di cosa hanno bisogno. Per prevenire il disagio che - dopo i 75
anni – quando arriva non si frena più. E così i Servizi
sociali della Comunità montana Valli Chisone e Germanasca,
guidati dall'assessore Clara Bounous e dal direttore Vigna nel
2003 hanno messo in piedi il progetto "Universo
anziani", con la volontà di migliorare la qualità della
vita di questi valligiani, per combattere solitudine e malattia.
Tre infatti le parole chiave: ricerca, prevenzione, interventi.
Come target la popolazione delle Valli Chisone e Germanasca,
con più di 75 anni di età: 2.366 persone. Un campione che poi
però si è ristretto, vuoi per i decessi (52), vuoi per i
trasferimenti (39). Altri 147 non sono stati intervistati perché
già residenti in strutture di cura. Così si è scesi a 2.128. «Più
della metà, però, non ha accettato l’intervista», spiega
Gianni Capitani, operatore dei Servizi sociali che ha svolto il
lavoro con Ilaria Brasola. Il 24 per cento ha detto no per scelta:
«Molti ci hanno spiegato che non avevano tempo, perché erano
troppo occupati tra l’orto e i nipotini». Poi ancora si
toglie il 26 per cento di chi assistenza ce l’ha già e ben
organizzata, il 16 per cento di chi sta bene e pensa di non aver
bisogno dei Servizi sociali, il 15 degli indecisi, il 9 dei
diffidenti e l’11 dei malati.
Un dato significativo: con il 33 per cento degli anziani gli
operatori non sono riusciti a stabilire contatti. Questo perché
sono in tanti ad avere la residenza sul territorio, ma a vivere
altrove, magari vicino ai figli. Alcuni anche al mare, ché fa più
caldo.
E così si arriva al campione vero e proprio, 904 persone
intervistate: «Erano contenti di raccontarsi – spiega
Capitani -. Apprezzavano che noi fossimo lì per loro». E
così tra qualche lacrima e i ricordi che riaffiorano è stato
possibile, per i Servizi sociali, entrare in contatto diretto con
l’utenza.
«Un lavoro di ricerca-azione: noi raccoglievamo le
interviste e intanto davamo informazioni sui servizi attivi. Sui
casi più urgenti abbiamo anche fatto richiesta diretta dei
servizi necessari».
La ricerca ha messo in luce un dato positivo, in contro
tendenza rispetto al pensiero comune: gli anziani in valle stanno
bene. Leggendo i tanti grafici e gli schemi, i numeri delineano
una popolazione attiva, autonoma, giovane insomma. Dal punto di
vista dei Servizi sociali, però, sono i numeri
"piccoli" a interessare: «Non è trascurabile dire
che il 3,8 per cento (circa 38 persone, ndr) della
popolazione in valle è trascurata e che la stessa percentuale ha
anche bisogno di assistenza sanitaria. In più si deve considerare
che bisogni sociali e sanitari non coincidono quasi mai».
Ma.Bo.
vedi testi
Universo anziani- eco del
chisone pdf
Ricerca
anziani over 75 - Comunità Montana -pdf
|
Mobilità per 8 dipendenti
La Dema di Buriasco in crisi: 20% dei
lavoratori in mobilità
|
La Dema Spa, nota azienda del Pinerolese
con sede a Buriasco, specializzata nella realizzazione di
impianti di movimentazione per l'industria, ha comunicato ai
sindacati la decisione di mettere in mobilità 8 dipendenti
dei 43 attualmente occupati.
La notizia ha destato molta preoccupazione tra i dipendenti
dell'azienda non solo per la perdita del posto di lavoro dei
propri colleghi (sette impiegati e un operaio), ma anche per
il fatto che il pagamento dello stipendio di gennaio è in
ritardo e l'azienda ha già comunicato che sarebbe stato
liquidato solo al 50 per cento.
Ai sindacati la proprietà della Dema ha inoltre spiegato
che si tratta di una crisi strutturale, non temporanea e
quindi di non essere intenzionata a chiedere la cassa
integrazione speciale; in questo modo s'intende che il
personale licenziato difficilmente potrà essere riassunto.
L'azienda parla di necessità di una configurazione aziendale
pù snella e di ridurre i costi. La preoccupazione che invece
serpeggia tra i dipendenti è che scelte ritenute sbagliate,
effettuate negli ultimi anni, stiano compromettendo il futuro
dell'azienda e di chi ci lavora e auspicano una revisione
delle strategie.
A.M.
Le risposte non date: perché
quella scelta?
Buriasco, tutta la verità
|
| Ha ragione il presidente della
Provincia di Torino, Saitta, quando dice che fare
politica significa prendere decisioni che possono anche
risultare impopolari. Giustissimo. Ma ogni decisione va
almeno spiegata.
È quello che, invece, non è accaduto per la
scelta dell'Ato-R in merito alla discarica che si vuole
localizzare a Buriasco. A questo punto - e non è la
prima volta che lo chiediamo, senza tuttavia avere avuto
alcuna risposta - occorre che l'Ato-R dica tutta la
verità.
Ad esempio comprendere i motivi per cui, nella
scelta finale del sito, sono stati cambiati i parametri
che erano stati condivisi dai sindaci del Pinerolese. Ma
soprattutto perché.
A quanto ci risulta i criteri finali, come scrive
anche Buriasco nel suo ricorso, non sono stati in alcun
modo neppure comunicati alle Amministrazioni comunali
interessate alla discarica. Ci dica l'Ato la verità. Se
poi la ragione sta dalla sua parte, non avendo proprio
nascosto mai nulla, scelga pure Buriasco, o Frossasco,
Castagnole, Volvera, S. Secondo, Porte, Garzigliana o
Bricherasio.
p.g.t.
Un'interessante escursione
nelle vallate pinaschesi
I sette ponti di
Grandubbione
Nelle acque cristalline, negli
Anni '50 qui nuotavano le lontre
|
|
PINASCA - Il percorso dei Sette ponti è
un'interessante escursione nel vallone di Gran
Dubbione lungo il rio Gleisassa, caratterizzata
per l'appunto dalla presenza di sette ponti,
attualmente tutti in legno ma che fino ad alcuni
anni fa, prima delle piene che determinarono il
loro abbattimento, evidenziavano ancora la loro
"antica" struttura originaria in pietra.
In realtà il torrente in questione e il suo
sostanzioso tributario, il rio dei Traversi,
presentano anche altri ponti; rimanendo ad esempio
lungo quest'ultimo rio troviamo ponte Vincent, ora
in legno e sostitutivo di uno in pietra andato
distrutto probabilmente nel 1929 (fonte Balzo
Luciano), un ponte in pietra nel villaggio dei
Traversi e, sempre in pietra, un altro denominato
Planchetta a circa un quarto d'ora a piedi più a
valle.
Ancor più giù, verso il fondovalle e dopo
l'incontro dei due rii, solcano infine il limpido
corso d'acqua, ora detto rio di Gran Dubbione, il
ponte del Podio, molto suggestivo nella sua arcata
unica tutta in pietra e naturalmente il medioevale
ponte di Annibale, quasi al centro di Dubbione,
nel Comune di Pinasca. Quelli qui contemplati sono
però accomunati dal fatto di essere posti in una
successione a brevi intervalli di distanza, con
una richiesta complessiva per la loro visita, tra
andata e ritorno, di nemmeno due ore.
Almeno questo è quanto chiede il percorso,
fattibile in tutte le stagioni, che inizia in
località Rocceria (Gran Dubbione), all'altezza
dell'area parcheggio dell'esercizio pubblico
ubicato all'entrata del villaggio. Un'occasione,
questa, per apprezzare tonfani profondi e
trasparenti che ospitarono tra l'altro, fino
all'inizio degli Anni '50, ancora qualche
esemplare di lontra, e per scoprire attraverso i
nomi dei vari ponti aspetti della quotidianità
del passato del vallone.
Dalla successione pontile apprendiamo così che
il ponte dei Mulinas è un'indicazione dei terreni
posti a lato, quello detto Gleisasse è in
relazione al rio omonimo, quello della Lusera
perché dalle vicine pareti rocciose venivano
prelevate le "lose" per la copertura dei
tetti delle case. Per il ponte del Visch
l'allusione sarebbe l'altura rocciosa che lo
sovrasta ed i terreni vicini, mentre sulla
denominazione rio Chiabreirol assegnata ad un
ponticello su un affluente sulla destra orografica
il riferimento, stando a quanto raccolto in loco,
sembrerebbe essere un nome di famiglia. In
successione troviamo quindi il ponte di Roca Rusa
dall'omonimo roccione a lato, il conosciuto ponte
delle Piane - a volte però non conteggiato nei
sette e che immette sul sentiero che risale Comba
Traversi - ed infine ponte Costabella, in
collegamento con la frazione omonima. All'incirca
nei pressi del terzo ponte, seguendo le
indicazioni specifiche e con un po' di esperienza
escursionistica e possibilmente con una guida,
vista la salita da superare, sebbene in questo
facilitata dal tracciato recentemente allestito
con tanto di corda fissa di accompagnamento da
parte del Comune e della sezione del Cai di
Pinasca, si può raggiungere la "locale"
Gleiza di Barbet, un anfratto spartano che grazie
alla sua ubicazione nascosta e protetta si sarebbe
prestato ad essere uno dei luoghi di incontro e di
preghiera della comunità valdese locale durante
gli anni bui delle persecuzioni.
Gambe e voglia permettendo, ci possono essere
inoltre alcune interessanti varianti o aggiunte a
questo percorso di base. Così si può risalire il
vallone dei Traversi fino al villaggio omonimo o
raggiungere la borgata Serremoretto proseguendo
dalla Gleiza o, mettendo però in conto un paio
d'ore, scendere giù a valle fino a Dubbione.
Tra i primi che hanno sperimentato con impegno
e soddisfazione il percorso per la Gleiza un
discreto gruppo di iscritti dell'Unitre di
Pinerolo.
Diego Priolo
|
eco
delle valli 22.02.08





|
|
|
terza
settimana
eco del chisone 13.2.08
Fallite le trattative per vendere lo
stabilimento all'Avio
Teksid di Beinasco in crisi: 200 dipendenti
senza lavoro?
Dopo l'annuncio, presidio dei lavoratori davanti
ai cancelli
|
BORGARETTO - Lunedì mattina i dipendenti
delle Teksid getti speciali di Borgaretto sono precipitati
improvvisamente nel panico alla notizia della messa in liquidazione
dello stabilimento.
Un classico fulmine a ciel sereno o meglio una mazzata terribile per
tutti gli occupati che da qualche anno vivono nell'incertezza del
futuro e affidavano ai negoziati per la vendita dello stabilimento
alla Avio le speranze di salvare il posto di lavoro. Le trattative
con il maggior committente dello stabilimento, fino a venerdì,
sembravano a buon punto tali da consentire la stesura definitiva, ma
durante il fine settimana è arrivata invece la rinuncia dell'Avio.
Così ai vertici dell'azienda lunedì hanno convocato le
rappresentanze sindacali per comunicare il mancato accordo e la
decisione di mettere in liquidazione l'attività.
La protesta dei lavoratori non si è fatta attendere. Presidio
permanente davanti alla fabbrica e blocco del traffico di via Rondò
Bernardo, con conseguente modifica del tracciato della linea 41,
disagi, presenza delle Forze dell'ordine e spostamento di
cassonetti. Il blocco della strada è durato circa un paio d'ore.
Ad oggi l'incertezza per il futuro è massima. «Ancora una volta
ci eravamo quasi illusi, come ad agosto quando la Teksid di
Borgaretto era tornata nella sfera della Fiat con l'acquisto da
parte di Power Train - afferma Bruno Papallo, Rsu dello
stabilimento -. Questa mattina è stata subito decisa la
mobilitazione permanente dei lavoratori».
Un centinaio gli operai fuori dai cancelli con alcuni rappresentanti
sindacali: «L'ambiente fino a venerdì era positivo -
afferma Dario Basso, segretario provinciale della Uilm - mentre
ora la comunicazione della messa in luquidazione ha scatenato
l'immediata protesta nei 210 lavoratori che hanno già organizzato
un presidio permanente».
Quali prospettive ora per i molti posti di lavoro a rischio?
A mezze parole vengono fuori ipotesi tutte da verificare nei mesi
che verranno: dopo un periodo di cassa integrazione straordinaria
che non sarebbe superiore ad un anno, la soluzione potrebbe essere
la messa in mobilità, con la perdita dei posti di lavoro.
Inizieranno ora trattative su più tavoli con l'interessamento degli
enti locali superiori e dell'Amministrazione comunale; la speranza
è quella che, come per altre realtà beinaschesi, si possa trovare,
tramite il dialogo e la mediazione, la via d'uscita che tuteli il
futuro di più di 200 famiglie.
Silvano Ferraris
Gli interventi previsti dall'Acea Spa
costeranno due milioni di euro
Per affrontare l'emergenza rifiuti le
bollette aumenteranno del 15 per cento
|
| Brutte notizie per gli utenti del
Consorzio Acea. Le bollette per la raccolta rifiuti sono
destinate ad aumentare in media del 15 per cento. È quanto si
evince dalle decisioni prese dall'azienda Acea in fase di
determinazione del bilancio di previsione 2008, approvato la
scorsa settimana dai soci della Spa, ovvero gli amministratori
dei Comuni del Pinerolese. «Su invito del Consorzio e degli
amministratori comunali - afferma il presidente dell'Acea
Spa, Roberto Prinzio - abbiamo messo a bilancio il preventivo
di spesa per far fronte all'emergenza rifiuti: complessivamente
si tratta di due milioni di euro, che spalmati sulle utenze
determinano un aumento del 15 per cento delle bollette».
Come illustrato la scorsa settimana nella cronaca
dell'assemblea del Consorzio Acea, a cui aveva partecipato il
presidente della Provincia Antonio Saitta, l'Azienda con questo
denaro dovrà predisporre un primo intervento sulla discarica
del Torrione, ridefinire il sistema di raccolta differenziata
con l'introduzione di un parziale "porta a porta",
conferire all'esterno parte dei rifiuti. Per quanto riguarda il
rimodellamento vero e proprio della discarica del Torrione,
occorrerà un altro milione e mezzo di euro che però l'Acea Spa
si accollerà sotto forma di investimento. «È necessario
però - afferma il presidente Prinzio - che l'assemblea
del Consorzio formalizzi al più presto queste scelte e dia
l'incarico ufficiale all'azienda di portare avanti gli
interventi programmati».
L'Azienda ha voluto fare presente, attraverso il bilancio
pluriennale, quali conseguenze sulle tariffe avrebbe la mancata
realizzazione dei suddetti interventi e di una nuova discarica,
gli aumenti in bolletta, in pochi anni, porterebbero al
raddoppiare le tariffe.
Per quanto riguarda la vicenda della nuova discarica, da
registrare solamente l'invio da parte del presidente dell'Ato,
Paolo Foietta, di una lettera al presidente del Consorzio
Giuseppino Berti, in cui s'invita l'assemblea consortile a fare
propria l'indicazione del Comune di Buriasco sui tre possibili
nuovi siti in territorio di Cumiana. L'unico modo, secondo
Foietta, affinché l'Ato possa prenderli in considerazione.
Alberto Maranetto
Più 0,40 euro di media al litro,
primo scatto a gennaio
Aumenta il latte alla stalla
Accordo tra le parti con mediazione
della Regione
|
|
«Se c'è parapiglia nessuno di noi si siederà al
tavolo delle trattative» avevano minacciato i
rappresentanti dei caseifici ai vertici della Coldiretti,
invitati dall'assessore regionale all'Agricoltura Mino
Taricco per trattare sul prezzo del latte alla stalla. E così
giovedì 7 alle 9, quando sindacati agricoli e industriali
hanno varcato i cancelli della sede dell'assessorato, non
c'era traccia di dissenzienti. Mezz'ora dopo, come
d'incanto, un bel po' di trattori e qualche centinaio di
produttori s'erano ammassati in strada.
Così verso le 14 gli industriali accettavano per gli
ultimi tre mesi dell'attuale stagione di concedere quei tre
sospirati centesimi in più al litro, passando dai 37,10
centesimi di dicembre ai 40,33 da gennaio in poi, modulando
gli aumenti gradualmente, purché la media degli ultimi tre
mesi della stagione raggiunga quanto concordato. «Abbiamo
accettato la gradualità – riferisce il presidente
provinciale della Coldiretti Chiabrando –, per cui a
gennaio i centesimi saranno solo 39, ma a marzo 42, perché
quest'ultimo vogliamo che sia base di partenza per la
trattativa che si aprirà dal 1º aprile per la stagione
2008–09. È quanto si paga in Lombardia e non vedo perché
non possa essere accettato anche dai nostri caseifici».
Altro punto fermo della prossima trattativa è
l'indicizzazione del prezzo, ovvero l'aumento automatico
della remunerazione del latte alla stalla qualora si
verifichino nel corso dell'anno documentati aumenti sulla
filiera di produzione.
Altra prerogativa che si mantiene da parte dei mungitori
è quella di potere dare disdetta del conferimento del latte
ad un determinato caseificio due mesi prima della scadenza
del contratto e riservarsi la possibilità di decidere fino
all'ultimo giorno.
r. a.
A Pinerolo e Piossasco, i Gruppi
di acquisto collettivo
Uniti, per risparmiare sulla
spesa
|
|
"Collettivo è meglio!", è l'iniziativa di
acquisto collettivo di prodotti alimentari di qualità
proposto dalla Provincia, in collaborazione con il
Movimento consumatori. A Pinerolo e Piossasco lo si sta
sperimentando. Sostanzialmente, con questo progetto i
promotori intendono offrire possibilità di risparmio ai
cittadini pur aumentando la qualità della merce. Un
obiettivo apparentemente arduo, in realtà possibile e
praticabile attraverso il Gruppo d'acquisto collettivo (Gac)
e la "filiera corta", cioè un rapporto
commerciale diretto tra produttore e consumatore.
A Pinerolo l'iniziativa è stata raccolta con
entusiasmo dall'assessorato comunale alle Politiche
sociali «come azione di sostegno al reddito nelle
famiglie più vulnerabili», spiega l'assessore
Giorgio Canal. L'operazione, oltre al valore economico,
porta con sé importanti significati culturali: «La
novità è riuscire a far spendere meno anche se il
prodotto è buono, biologico, garantito rispetto ai
prezzi di mercato». E poi, ancora, «educare ad
un consumo critico, proponendo frutta e verdura di
stagione - spiega Paola Biglione, facilitatrice,
responsabile dello sportello di via Bignone 40 a
Pinerolo, dove ci si rivolge per prendere parte al
Gruppo di acquisto collettivo e fare le ordinazioni -:
prodotti locali e garantiti, che diano sostegno alle
Piccole e medie imprese». Periodicamente il
Movimento consumatori si occupa di far eseguire analisi
chimiche sui prodotti, al fine di controllare che i
prodotti siano davvero biologici.
Allo sportello di Pinerolo le ordinazioni si ricevono
il lunedì dalle 15 alle 17 e il mercoledì dalle 13
alle 15 e dalle 18 alle 20; la consegna, invece, è
fissata una volta a settimana, sempre il mercoledì.
Prendere parte al "Gac" è semplice: ci si
rivolge allo sportello, quindi ci si iscrive al
Movimento consumatori (la tessera costa 1 euro) e si
versa una caparra (10 euro) che verrà restituita a
ottobre 2008, quando si concluderà la fase
sperimentale. Intanto, si sta pensando come rendere
ancora più incisiva e alla portata di tutti
l'iniziativa: «Stiamo pensando - conclude Paola
Biglione - di aggiungere anche un paniere con alcuni
prodotti di qualità ma non necessariamente biologici, e
quindi con prezzi ancora più bassi coinvolgendo aziende
del Pinerolese».
Per info sul Gruppo di acquisto collettivo di
Pinerolo: tel. 347 75.67921 (in orario sportello) o www.movimentoconsumatori.to.it.
S. D'A |
eco
delle valli 15.2.08
|
Nuove ombre sulla Manifattura
All’azienda tessile lombarda, con sede anche
in val Chisone, ritorna l’incertezza. La proprietà ha
annunciato il passaggio in «affitto» alla Newcocot dei propri
impianti. I sindacati chiedono un incontro a breve con i
responsabili della procedura di concordato preventivo richiesto
dalla Manifattura di Legnano.
Davide Rosso
«La NewCocot Spa acquista la Manifattura di
Legnano Spa mediante trasferimento di ramo d’azienda». A
comunicarlo è stata la proprietà della Manifattura, che il 1°
febbraio scorso ha ufficializzato così la situazione ai
sindacati e alle rappresentanze interne dei lavoratori. Mercoledì
5 febbraio, poi, a Milano è stata presentata anche la
richiesta, sempre per la Manifattura di Legnano, di concordato
preventivo al Tribunale fallimentare. L’11 febbraio ancora un
incontro, sempre a Milano, di coordinamento delle rappresentanze
sindacali del Gruppo di Legnano per fare il punto sulla
situazione e capire come muoversi per «il futuro degli
stabilimenti e dei dipendenti della Manifattura».
Da Perosa Argentina, sede di uno degli
stabilimenti, il maggiore della Manifattura di Legnano, si segue
con preoccupazione l’evolversi della crisi del gruppo tessile
lombardo, crisi che si era resa manifesta un paio di anni fa e
che sembrava essersi, per così dire, incamminata su una piega
ben diversa nel luglio scorso con l’accordo siglato dalla
proprietà e dai sindacati sul Piano industriale. L’accordo
prevedeva la salvaguardia dello stabilimento perosino ma la
chiusura di sei stabilimenti del Gruppo di Legnano e la mobilità
per circa la metà dei 1200 dipendenti. L’accordo di luglio
parlava anche di una riduzione di dipendenti nello stabilimento
di Perosa scendendo da 247 unità a 220.
Dopo i fatti di inizio febbraio lo scenario
pare cambiare profondamente per gli attuali 630 dipendenti,
profilandosi un probabile passaggio alla NewCocot Spa, società
che ha già rilevato tra l’altro nel 2006 il gruppo tessile
Olcese e che è costituita da tre imprenditori, uno dei quali
indiano, e ha sede a Cologno Monzese. A complicare ulteriormente
la situazione il fatto che in realtà la NewCocot non
acquisterebbe la Manifattura, ma si parlerebbe di un «affitto»
per due anni, mentre la Manifattura ha presentato domanda di
concordato preventivo al Tribunale fallimentare di Milano con
relativa, se viene ammessa dai Tribunale, cessione dei beni.
«La comunicazione del 1° febbraio è stata
fatta ai sindacati e alle Rsu di tutti gli stabilimenti –
dicono all’Associazione lavoratori pinerolesi, sindacato che
alle ultime elezioni a gennaio alla Manifattura di Perosa per i
rappresentanti interni ha ottenuto un forte consenso –. Da una
prima lettura di quanto sta accadendo emergono le eccedenze in
molti stabilimenti, in particolare a Legnano. Nei prossimi
giorni ci sarà l’incontro nel quale si dovrà recuperare il
dato occupazionale, è certo però che occorrerà essere uniti
per salvaguardare i posti di lavoro».
Dall’incontro dell’11 a Milano giungono
notizie di forti riduzioni negli stabilimenti del gruppo di
Legnano (si parla di una riduzione di una ventina di posti a
Perosa, di una quarantina a Cividate, mentre a Legnano
rimarrebbero 20 lavoratori). «La questione – dice Enrico Tron,
della Cisl – è che manca un Piano industriale e poi occorre
capire quali sono i piani della NewCocot. In sostanza che cosa
la spinge ad assorbire la Manifattura? Occorrerà discutere come
si vuole procedere alla riorganizzazione e via dicendo. Sono
tutte questioni a cui occorrerà dare una risposta nei prossimi
giorni».
Al momento il coordinamento dei sindacati,
visto che l’ipotesi di «cessione di ramo d’azienda non
risponde alla garanzia occupazionale rispetto alla quale la
società Manifattura si era impegnata e che può vanificare le
intese sindacali e individuali già raggiunte», si è dato tra
le proprie priorità quella di incontrare il giudice per
instaurare con lui un dialogo fin da subito. «Siamo da un lato
a un epilogo – dice ancora Tron – e dall’altro a una fase
complicata della vicenda. In termini di tempi comunque
spingeremo perché questi siano relativamente brevi. Occorre che
la procedura sia presto avviata».
Insomma, per la Manifattura siamo in una fase
«aggrovigliata» con i sindacati e i dipendenti pronti a far
quadrato e a far sentire la loro forza in termini di
salvaguardia dell’azienda.
|

|

seconda
settimana
eco del chisone
6.2.08
IL 12% DELLA RIO TINTO (MINIERA LUZENAC)
IN MANO AI CINESI
|
Rio Tinto sempre nella bufera. Il gigante
minerario anglo-australiano proprietario della Luzenac, società
concessionaria delle miniere di talco della Val Germanasca, è da
tempo al centro di una complessa guerra per il controllo del mercato
delle materie prime per la siderurgia. L'ultimo colpo di scena è
l'annuncio nei giorni scorsi dell'acquisto del 12 per cento del
gruppo da parte dei cinesi della Chinalco in alleanza con
l'americana Alcoa. Questo accade proprio allo scadere dell'offerta
di acquisto "non amichevole" da parte dell'altro colosso
minerario Bhp Billinton.
In questa guerra tra titani il peso delle miniere di talco della
Val Germanasca è uguale a zero. Tant'è che la Rio Tinto, proprio
per affrontare al meglio la competizione nei settori più redditizi
del ferro e dell'alluminio, ha deciso di sbarazzarsi di tutti gli
altri asset, primo fra tutti l'estrazione del talco appunto
e, notizia recente, anche del boro. Questo ancor più oggi che dopo
l'assalto cinese si parla di uno smembramento di Rio Tinto. In che
mani finirà la Luzenac? Se lo chiedono anche i francesi che nelle
settimane scorse, nelle miniere dell'Ariege, hanno scioperato per
cinque giorni. Ciò nonostante per ora nessuna nuova.
A.M.
Fenestrelle, la Provincia punta a
recuperare la Ridotta
FENESTRELLE: LA PROVINCIA PENSA AD UN
ASCENSORE CHE PORTI AL FORTE
Per Pracatinat nell'immediato solo una
strada più agevole
|
FENESTRELLE - Correzione di rotta, a
Fenestrelle, per l'impianto di risalita che dovrà collegare
fondovalle, Forte S. Carlo e Pra Catinat. «Nell'immediato
- spiega l'assessore ai Trasporti della Provincia di Torino
Franco Campia - abbiamo intenzione di acquistare la Ridotta
Carlo Alberto lungo la 23, di metterla in sicurezza e di far
partire da lì un'ascensore inclinato con passerella sulla
strada, per raggiungere la parte restaurata del Forte».
Per Pracatinat, invece - che proprio in questi giorni sta
mettendo a punto il Piano di sviluppo e il passaggio da
Consorzio a società di capitale - si progetta l'adeguamento
della strada di accesso: «Dovrà consentire il passaggio
di pullman da 55 posti. Stiamo studiando gli interventi sui
punti critici e sull'imbocco, che potrebbe essere spostato a
monte della frazione di Depot».
L'idea di progettare un impianto più lungo, che raggiunga
i centri di soggiorno con facilità anche d'inverno, non è
stata accantonata: quel progetto è stato inserito nel
concorso di idee indetto in occasione del Convegno mondiale di
architettura, quest'anno in programma a Torino. Gli architetti
di tutto il mondo erano già stati chiamati a consumare le
loro matite sulla rifunzionalizzazione del Forte. L'impianto
si aggiungerà al tema del concorso.
Ad annunciare l'accordo di programma da sei milioni di euro
con la Regione era stato circa un anno fa il presidente della
Provincia Antonio Saitta. Il compito di definire il tipo di
tecnologia e il tracciato dal monumento simbolo della
Provincia con gli ex-sanatori era stato assegnato la scorsa
estate all'Agenzia Torino 2006. «C'erano diverse soluzioni
possibili - spiega Campia, che segue i progetti sul Forte
insieme all'assessore Giorgio Giani -: per cui alla fine
abbiamo pensato di lasciare aperto lo spettro delle
possibilità per il concorso».
Il sindaco di Fenestrelle Michele Chiappero esprime «soddisfazione
per l'impegno che gli enti superiori dimostrano per il paese».
Per l'acquisizione della Ridotta la trattativa è tuttora
in corso. Più di un progetto per il suo recupero è
naufragato negli anni scorsi. Proprietà dell'artista torinese
Gianni Zattarin, ha ottenuto in passato finanziamenti
importanti, che però non hanno avuto seguito. «Oggi è
sempre più pericolante - commenta Oscar Raviol,
vice-sindaco e vice-presidente dell'associazione Progetto S.
Carlo, che gestisce il forte - comunque e andrebbe messa in
sicurezza. Dopo Mondiali e Olimpiadi, questa è davvero
l'ultima occasione per risolvere la questione, tra l'altro con
una riqualificazione che riprenda il passaggio sopra la strada
che c'era in origine. Speriamo che il proprietario la valuti
bene e che si trovi un accordo sul valore dell'immobile».
Ma è soprattutto l'associazione a vedere di buon occhio il
progetto della Provincia: «È importante recuperare la
Ridotta, che è l'ultima parte della fortificazione, e rendere
più accessibile il Forte nel periodo estivo». Il
recupero consentirebbe di usare il nuovo parcheggio accanto
alla 23, magari ampliabile con l'occasione, e di sfruttare
anche a piedi una stradina già esistente.
Il presidente di Pracatinat Celeste Martina: «Per noi
è vitale un'accessibilità diversa. A decidere di che genere
sono le istituzioni. Se l'intervento sulla strada consentirà
ai pullman da 55 posti di arrivare, non potremo che essere
soddisfatti, visto che lavoriamo sui grandi gruppi».
Luca Prot
La Kami di Airasca decisa a
resistere in Tribunale
Le accuse all'operaio erano
false ma l'azienda non lo reintegra
|
| "Dura lex, sed lex".
L'antico adagio poteva valere nei tribunali dell'impero
romano, non certo al giorno d'oggi. Lasciando stare i
politici, ormai in tutti i campi se si dispone di denaro e
buoni avvocati si può sempre tentare di avere ragione
comunque.
L'ennesimo esempio ci viene dal mondo del lavoro. Un
dipendente viene ingiustamente accusato di
insubordinazione, il giudice riconosce la falsità della
accuse e lo reintegra, ma l'azienda tiene duro e lo lascia
fuori dei cancelli in attesa dell'esito del ricorso.
Protagonista di questa vicenda è Claudio Bonino, 49 anni,
di cui 30 passati a lavorare nello stesso stabilimento di
Airasca, prima sotto le insegne della Skf, poi con il
passaggio di proprietà sotto quelle della Kami Spa,
azienda del gruppo Cmsp di Frossasco titolare anche delle
società Koel Srl di None, Coster Srl di Frossasco e con
affiliate estere. Fino a quando venne licenziato il 28
aprile 2006 per insubordinazione.
Da due anni senza stipendio, oggi Bonino è un uomo
profondamente provato da quanto gli è accaduto. «Ho
fatto attività sindacale -dice -, ma dopo
trent'anni di lavoro non pensavo che mi sarebbe toccato
subire un simile trattamento: prima mi hanno cambiato
l'incarico, quindi ridotto le mansioni, infine quella
falsa accusa».
Lui in tribunale ha dimostrato che l'insubordinazione
non c'era stata e il giudice del lavoro, Giuseppe Salerno,
ne ha disposto la riassunzione condannando l'azienda al
pagamento dello stipendio dal giorno del suo
licenziamento.
Bonino avrebbe voluto rientrare al lavoro e così la
scorsa settimana si è presentato in via Pinerolo 46 ad
Airasca, davanti ai cancelli della Kami, ma gli hanno
risposto che non poteva entrare. Non è servito nemmeno
l'intervento dei Carabinieri. L'azienda sarebbe decisa a
ricorrere in appello. «Non capisco cosa giovi loro
incaponirsi in questo modo - dice -. Comunque
anch'io tengo duro e a mia volta attendo l'esito di due
querele che ho presentato contro chi mi ha ingiustamente
accusato». Intanto resta senza stipendio. In questi
anni avrebbe potuto cercare un nuovo lavoro. «Io
voglio tornare alla Kami - afferma Bonino -, e poi
nella mia situazione e alla mia età lavoro non se ne
trova, se non fossi proprietario della casa in cui vivo
non so come me la sarei cavata».
A.M.
Val Pellice, se il treno
funziona male, gli autobus non vanno meglio
I pendolari: «Serve un
Piano dei trasporti»
Cornelli: «C'è troppa
rassegnazione. E gli enti locali tacciono»
|
| VAL PELLICE - Quarantuno
passaggi a livello tra Torre Pellice e Pinerolo. A
questo disagio si aggiungono, con sempre maggiore
regolarità, il malfunzionamento dei treni più vecchi
e i difetti di quelli nuovi di zecca.
Non è un quadro incoraggiante, quello del
trasporto ferroviario della Val Pellice: «Ma la
situazione è la stessa in tutta Italia -
puntualizza Claudio Cornelli, del Comitato pendolari
Val Pellice -: la classe politica non ha mai
investito in questo tipo di servizio». Ma se la
ferrovia ha la febbre, avverte Cornelli, «il
trasporto su gomma non se la passa meglio: la
viabilità su strada è congestionata e i tempi di
percorrenza sono quasi raddoppiati in pochi anni».
Il Comitato Pendolari è attivo in valle ormai da
diversi anni: «Stiamo continuando la nostra
battaglia - spiega Cornelli - ma il rapporto
con le istituzioni non è buono». Perché? «Con
la Regione non c’è dialogo - risponde -. Al
momento almeno una decina di nostre lettere giacciono
sulla scrivania dell’assessore ai Trasporti». E
le istituzioni locali? «Da quando è ritornato il
treno è calato il silenzio». Come se - con il
ripristino del servizio – tutti i problemi si
fossero estinti.
Qualcosa, per fortuna, si sta muovendo: «La
settimana scorsa abbiamo partecipato ad un incontro a
Torino organizzato da Legambiente con i diversi
Comitati pendolari della regione - conferma
Cornelli -. Puntiamo a costituire un Coordinamento
regionale. L’8 febbraio saremo invece a Milano per
organizzarci in Coordinamento nazionale».
Qual è il vostro obiettivo? «Far sì che gli
investimenti servano a creare reti e infrastrutture
fruibili dalla gente». Sarà possibile
raggiungerlo? «Le prospettive non sono
incoraggianti - ammette -: per andare a Torino
in automobile dalla Val Pellice si impiega circa
un’ora. In treno, invece, un’ora e quaranta
minuti. È naturale che la gente scelga l’auto».
In Val Pellice, aggiunge ancora Cornelli, si
verificano spesso degli "sprechi": «Ci
sono molti parallelismi, con treni e pullman alla
stessa ora: un’assurdità che porta la Regione a
spendere il doppio per mezzi che poi si rivelano
semi-vuoti». Non solo: «Spesso si utilizzano
autobus da 50 posti quando i passeggeri, in
determinate fasce orarie, sono sotto una trentina.
Perché non impiegare mezzi più piccoli, che
congestionerebbero meno il traffico?».
Secondo Cornelli, «la valle ha bisogno di un
Piano dei trasporti che parta dall’analisi
dei bisogni di chi deve viaggiare». Coordinato da
chi? «Dalla Comunità montana - risponde -,
che conoscerebbe meglio i bisogni e potrebbe proporre
un servizio efficace, non stilato a tavolino come
accade oggi». La soluzione è urgente, perché «alla
rabbia dei pendolari di qualche anno fa si è
sostituita la rassegnazione. Il rischio è che questi
“rassegnati” cambino modo di muoversi. Risultato?
Treni sempre più vuoti che un domani potrebbero
giustificare la chiusura di tratti di linee
considerate “rami secchi”».
Stefania Ferrero

|

|

|
|
eco delle valli
valdesi-riforma 8.2.08





prima settimana
l'eco del
chisone esce nella seconda settimana
eco delle valli
valdesi-riforma 2.2.08






|