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Quei Giochi lontanissimi |
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Oggi
Vancouver 2010, ieri Torino 2006 TITOLO:
Quei Giochi lontanissimi di
Daniele Arghittu, Aldo Peinetti e Luca Prot SOMMARIO:
Quattro
anni fa la passione, oggi la difficile eredità. Pier Paolo Maza, cioè
“Mister post-olimpico”, afferma: «Il
territorio ha avuto benefici straordinari».
La gestione degli impianti sportivi, però, è onerosissima. E non tutti
funzionano a dovere: «La
colpa è di tutti. Dobbiamo metterci insieme e fare finalmente sistema». «Passion
lives here». Il motto di Torino 2006 era azzeccato. Quattro anni fa
l’abbiamo vissuta tutti, quella passione a cinque cerchi. Sembra ieri,
è passato un quadriennio. Oggi quelle emozioni - e quelle opportunità -
toccano a Vancouver, una città canadese dall’altro capo del globo. Le
vere olimpiadi, si diceva, sarebbero cominciate il giorno dopo la
cerimonia di chiusura, il 20 marzo 2006. Quella data ha fornito il nome
alla Fondazione post-olimpica. Approfittando del nuovo appuntamento con la
fiaccola, è tempo di bilanci. E non si può negare che lo striscione «Passion
lives here», oggi, sia un po’ impolverato. Un
treno passato «I
Giochi di Torino 2006 hanno portato vantaggi straordinari al nostro
territorio».
Se gli si dovesse appiccicare un’etichetta all’americana, Pier Paolo
Maza potrebbe essere chiamato “Mister post-olimpico”. Amministratore
unico, fino a poche settimane fa, della Parcolimpico, oggi - dopo le
dimissioni di Tiziana Nasi - è stato indicato dalla Regione come
possibile presidente della Fondazione 20 marzo 2006. Non
è tipo da negare i problemi, Maza. Nel luglio scorso, intervistato da
“L’Eco del Chisone”, affermò a chiare lettere: «Se
ci fossero assegnate oggi, le Olimpiadi non potremmo più ospitarle».
Un treno che è irrimediabilmente passato. Però ha lasciato il suo carico
benefico. «Vi
ricordate come significava raggiungere il Pinerolese da Torino, sei o
sette anni fa? L’autostrada è merito dei Giochi».
Innegabile. «E
poi il Piemonte ha goduto di una visibilità senza pari».
Giusto. Però
quel gigantesco albero delle opportunità è stato davvero scosso? Non
abbiamo lasciato marcire qualche frutto? O seccare qualche ramo? È
polemica recentissima quella sull’inattività forzosa del trampolino di
Pragelato. Sull’anello di fondo della località della Val Chisone, che
quattro anni fa vide assegnare più medaglie della stessa Torino, non
viene organizzata alcuna gara. Il comprensorio sciistico della Via Lattea
ha addirittura rinunciato al nome “Montagne olimpiche”. Lo stadio del
ghiaccio di Torre Pellice non ha mai inaugurato il suo terzo anello,
quello del ristorante e della foresteria: e il futuro dell’intera
struttura è sub
judice,
perché da aprile in poi non si sa chi la potrà gestire. «Che
ci sia qualche difficoltà in un impianto o due è fisiologico
- taglia corto Maza -. Non
nego che si sia conclusa una fase molto complicata, per il post-olimpico.
Ma, pur tra le difficoltà, in questi quattro anni i siti hanno continuato
a svolgere attività. Oggi si è aperta una nuova fase, grazie a
un’operazione mai compiuta prima da nessuna città olimpica: il
passaggio delle strutture a un partner
privato di prestigio internazionale, che per 30 anni - non tre mesi - ne
farà uno degli assi portanti della sua strategia economica». Tradotto:
la Live Nation, primo gruppo al mondo nell’intrattenimento, ha vinto la
gara per la gestione dei siti principali, dal PalaIsozaki (che oggi si
chiama Palasport olimpico) alle strutture montane. Scopo: organizzare
degli eventi di grande rilevanza. Non solo sportivi (anzi). «Vedrete,
Pragelato tornerà a funzionare. Se resterò ad occuparmi della Fondazione
post-olimpica, sarà mia premura coinvolgere i nostri amici americani nel
suo rilancio. Ma occorrerà un minimo di sinergia a livello di territorio.
Non possiamo pensare che una multinazionale privata sia un’arancia da
spremere o che abbia mentalità assistenziale, quella cui siamo abituati». Si
spieghi meglio, Maza. «Perché
l’Alto Adige continua ad avere gare internazionali e il Piemonte fatica
di più? Perché laggiù fanno sistema. Se c’è da organizzare un
evento, tutti fanno la loro parte. Dal piccolo albergatore al giornale di
riferimento. Ciascuno mette quanto può. Solo dopo vanno a battere cassa
all’ente pubblico. Qui, invece, si bussa all’ente pubblico e stop». Davvero
crede che qui siamo drogati di assistenzialismo? «Dico
solo che altrove sanno mettersi insieme. E sanno investire su loro stessi». Tutta
colpa del territorio, dunque. «No.
Ci sono anche altri grandi assenti. Vuole un esempio? L’autostrada. Chi
la gestisce ha notevoli introiti, dopo il completamento ottenuto grazie
alle Olimpiadi. Ebbene: hanno sempre risposto di “no” alle nostre
richieste di contributo per promuovere un evento». E
poi? «E
poi il grande assente è il mondo dello sport. Mi riferisco al Coni e alle
Federazioni nazionali. Quante volte ho cercato di convincerli che
l’eredità olimpica riguardava anche loro? Che gli impianti piemontesi
sono un’eccellenza per tutta l’Italia? Nessuna risposta». Cosa
vuole, sono romani. «Ecco,
bravo. Se la pista di bob fosse a Fregene arriverebbero più contributi.
Lo stesso se fosse in Alto Adige, dove gli sportivi della capitale si
spostano d’inverno. Eppure basterebbe poco». Giusto,
quantifichiamo pure. «Con
200-300mila euro all’anno si potrebbe garantire l’attività invernale
sul trampolino di Pragelato. Non è una cifra enorme, per i vertici dello
sport nazionale. Sa quanto spende il Coni per tenere aperto l’Oval, a
Torino, dove si allenano Fabris e altri quattro o cinque atleti
d’interesse azzurro? Esattamente 300mila euro. Per quattro mesi». Più
complesso far quadrare i conti per la pista da bob. «Prima
di tutto, io non volevo costruirla. La presidente Bresso ed io lo dicemmo
chiaro, a suo tempo, al Ministro Frattini. Un impianto sportivo che costa
107 milioni di euro e ne richiede due all’anno di gestione è un
assurdo, una follia del genere umano. Avrebbe senso se fosse utilizzato da
100mila persone. Invece sa quante discese sono state compiute, nel 2009?
1.200. Ed è un record». Però
adesso c’è. «E
richiede un contributo annuo di circa 1,5 milioni di euro. L’unica
possibilità è che la Federazione internazionale si metta una mano sulla
coscienza e sul portafogli. Se non distribuisce ai gestori delle piste una
parte dei diritti televisivi, questa disciplina è destinata a sparire. Ma
rischiano di chiudere tutti gli impianti, mica solo il nostro». Non
c’è da essere ottimisti. «Invece
io credo che ci sia molto da salvare. Le Olimpiadi ci hanno insegnato
quanto sia imprescindibile fare sistema. Ricordate l’alleanza città-montagna?
Però tutti devono fare la loro parte. La Fondazione dovrà lavorare su
questo. Bisognerà favorire un clima di collaborazione. Solo così saremo
competitivi, contro avversari agguerritissimi. Pensate che in Italia i
comprensori valdostani o altoatesini vedano di buon occhio la nostra
irruzione? Niente affatto. E godono, se vedono che affossiamo la nostra
immagine facendo vedere gli impianti inattivi. E poi ci sono nuovi competitor
internazionali. Guardate che can can sta facendo Putin per sostenere la
russa Soci, dove ci saranno i Giochi del 2014». Anche
la vicina Francia è tosta: «Loro
sì che hanno risorse pubbliche! E le hanno i Comuni. Monginevro si rifà
gli impianti con fondi propri. Qui ci riempiamo la bocca di finto
federalismo, là questo termine è un’eresia: ma poi una municipalità
ha dieci volte i soldi di una italiana». A
Courchevel - come appurato da “L’Ecomese” alcuni anni fa - il
trampolino se lo pagano Comune e Dipartimento, come investimento
d’immagine. Veniamo
al polo del ghiaccio. Pinerolo fa da sé, Torre Pellice ha paura per il
suo futuro. «Non
vedo di cosa possano lamentarsi, visto che sin qui quel palazzetto è
stato finanziato con i soldi della Fondazione. Quella comunità non può
pensare che gli altri paghino il proprio divertissement».
Però
scusi, Maza. Quella patinoire
ha dei costi di gestione spaventosi! «Il
fatto è che ha dei difetti strutturali scandalosi. È un assurdo
progettuale ed esecutivo. I nomi dei responsabili sono scritti sul
cartellone fuori dall’impianto. Modulandolo alle reali esigenze del
territorio, sarebbe costato la metà in fase di costruzione. E oggi
assorbirebbe molte meno risorse per la sua gestione». Si
è sempre detto che ristorante e foresteria erano essenziali per far
quadrare i conti. «È
una balla. A Torre Pellice ha chiuso perfino Flipot. Di foresteria c’è
già la Crumière a tre chilometri di distanza. Se fosse stato
ridimensionato in partenza, togliendo queste sovrastrutture inutili, il
palazzetto di Torre oggi potrebbe essere gestito con appena 100mila euro
di deficit. E invece, di euro, ne servono il triplo». E
ora che succede? «Ciascuno
ha la sua parte di colpa. Tutti, nessuno escluso -
afferma Maza -.
Quindi bisogna farsene carico e guardare al futuro. Mettiamoci insieme per
far funzionare l’eredità olimpica. Consci che non è semplice. Ma anche
Vancouver ha i suoi problemi economici. Lo Stato e gli enti locali hanno
dovuto integrare il budget
con centinaia di milioni di dollari». BOX OCCHIELLO:
Unione città-montagna TITOLO:
Torino ha fatto da esempio Secondo
Pier Paolo Maza, Torino ha inaugurato una nuova era dei Giochi olimpici
invernali: «È
stata la prima grande città ad organizzarli, insieme al suo comprensorio
montano. E ha funzionato talmente bene che questo modello sarà riproposto
a Vancouver 2010 e Soci 2014. Sono convinto che le Olimpiadi del 2018
saranno assegnate a Monaco, in Germania, proprio perché la capitale
bavarese risponde a questo requisito».
OCCHIELLO:
Il volverese Fabio Carta, tre volte ai Giochi TITOLO:
«Buona Olimpiade a chi c’è » SOMMARIO:
Naïf sui pattini, argento a Salt Lake City e beniamino di casa a Torino. Il
Canada? Fabio Carta ha ottimi ricordi legati ad una strepitosa rassegna
iridata in quel di Montreal: era il 2002 ed il pattinatore volverese
(allora abitava a Rivalta) fu capace di cose incredibili, aggiudicandosi,
nell’anno dell’argento a squadre di Salt Lake City, la bellezza di un
argento nei 500 metri, un bronzo nei 3000 ed un altro con la staffetta.
Mica qualcosa di stupefacente per una carriera costellata di allori nella
vorticosa pista corta on ice. Poi il paese della foglia d’acero
significa per Carta rivali tostissimi come Ganon, Bedard. «A
Vancouver non ci sono mai stato, ma penso che saranno Giochi in grado di
destare simpatia ed interesse su scala mondiale. Ingredienti che servono
alla ricetta di una Olimpiade: Torino è stata brava nel creare un giusto
mix di organizzazione e calore, lo dico in generale, poiché non è facile
scindere la valutazione dall’esperienza personale». Beniamino
di casa quattro anni or sono, con la pressione del pubblico a fare da arma
doppio taglio, preferisce ampliare l’orizzonte alle sue tre
partecipazioni olimpiche: otto anni tra Nagano e il 2006 in cui si
racchiude buona parte della carriera di Fabio, guascone e spavaldo ma
sempre capace ad interpretare lo sport senza divismi. «Avversari come
Ohno o i coreani erano autentiche star nei rispettivi paesi. Da noi è
diverso, anche questo va accettato. Spero e penso di aver sempre tenuto a
bada l’invidia così come l’autoesaltazione che può invece portarti a
delusioni difficili da smaltire». È
sincero Carta, naïf dei pattini presentatosi alla prima Olimpiade con «tanta
forza e pochissimo controllo. Quei due quarti posti nascono così, sono il
dazio da pagare per arrivare all’argento a squadre di Salt lake City,
colto con più equilibrio. A Torino, personalmente c’era un ciclo
importante che idealmente si chiudeva, non vivo in preda ai se e ai ma».
Negli States prendeva parte alla rassegna a cinque cerchi, in pista lunga,
il fratello Davide. Fabris doveva ancora arrivare: «Enrico non può che
fare bene al movimento, obiettivamente non so quanto abbia favorito nuove
vocazioni ed è questo un versante su cui lavorare ancora». Carta si
dedica per ora al nuovo lavoro in Polizia, mentre papà Eliseo, sempre
attento a fare nuovi proseliti (usciti fuori dalla culla, i figli hanno
trovato i pattini ad aspettarli), prova a forgiare nuovi atleti in ambito
locale. Nel frattempo, arrivano i Giochi: «Non vedo l’ora di mettermi
davanti al video, osservando con “occhio clinico” le nuove leve ed i
mostri sacri con cui tante volte mi sono confrontato». Spirito olimpico
che prende una nuova direzione: «Tre Giochi diventano tutto d’un tratto
un fardello. Ringrazio la passione senza la quale il talento non sarebbe
bastato. E prendo il telecomando sereno con me stesso e interessato». |