Il quaderno del dolore operaio
Le parole del vescovo rimettono al centro
l'uomo, il rogo di Torino ci costringe a vedere quel che la
società di mercato ha rimosso: gli operai esistono, soffrono,
pagano con la loro vita il rovesciamento dei valori. Un percorso
a ritroso iniziato nell'80 che non ha cancellato la dignità di
chi lavora
Luigi Ciotti
Torino, la mia città d'adozione, una città da sempre
laboratorio per la politica, per il sociale, per la cultura.
Questo è un piccolo resoconto, in forma di diario, di un
periodo difficile per Torino, segnato dal dolore, dalla rabbia,
ma anche dall'amore, cominciato nella notte tra il 5 e il 6
dicembre, quando nell'acciaieria ThyssenKrupp è divampato un
incendio che ha investito molti operai con le sue fiamme e ne ha
uccisi sette.
L'uomo sul tetto. 11 dicembre, la manifestazione parte da piazza
Albarello, nel centro città. Appena ci muoviamo, lungo via
Cernaia, notiamo sulla sommità di un edificio un uomo che sta
aggiustando le tegole del tetto. Lavora in condizioni di
rischio, non ha il casco protettivo né sembra agganciato a
un'impalcatura. Facciamo notare il paradosso a un cineoperatore:
alcune migliaia di persone radunate per denunciare una tragedia
nata probabilmente dall'assenza di sicurezza, e, a pochi metri,
l'esempio lampante di quell'insicurezza. Invitiamo a riprendere,
a documentare, ma l'invito cade nel vuoto. Lo stesso vuoto in
cui, non metaforicamente, cadono tante, troppe persone. Tra il
2001 e il 2005 l'Italia ha avuto in media 1328 morti sul lavoro,
quasi 4 al giorno. Negli ultimi due anni la media è leggermente
calata - è giusto riconoscere l'impegno della politica, i
provvedimenti presi, i controlli - ma resta altissima, più del
doppio che in Francia, Germania, Gran Bretagna, paesi a cui ci
accomuna una lunga tradizione di battaglie civili e sindacali.
«La Torino operaia piange per voi», c'è scritto su uno
striscione del corteo. Poco tempo fa mi è capitato di leggere
un bel libro di Alberto Papuzzi, «Quando torni». E' la storia
di una coppia di operai nella Torino degli anni Settanta: la
fatica del tirare avanti, le spese domestiche oculatamente
gestite, l'impegno politico e sindacale che assorbe il poco
tempo libero ma dà almeno la speranza di un cambiamento. E poi,
fulcro di quel rapporto condizionato dal ritmo implacabile della
fabbrica, un'agenda dove la coppia si scambia messaggi,
rientrando o uscendo di casa, avvicendandosi nei turni di lavoro
perché almeno uno dei due resti ad accudire le figlie.
Struggente radiografia di una relazione che cerca, come e dove
può, di ricavarsi spazi di intimità e di umanità. Abbiamo
sentito tante volte in questi anni parlare di scomparsa della
fabbrica. La tragedia della notte del 5 dicembre ci ha sbattuto
in faccia la verità. La fabbrica non è scomparsa - con la
Germania, l'Italia resta il paese europeo a più forte
composizione operaia - ha solo perso peso e visibilità. Messa
ai margini, con il suo grigiore e la sua dura materialità, i
suoi ritmi massacranti e i suoi salari inadeguati, dalla società
del luccicante e del virtuale. «E' la tragedia di un mondo
senza rappresentanza e senza rappresentazione», scrive
giustamente Marco Revelli. Invitato a parlare del libro, ho
portato con me un oggetto donatomi anni fa da un operaio: una
scatola metallica con un quadrante, rivestita di pelle e dotata
di tracolla. E' lo strumento con cui i «cronometristi»
controllavano che gli operai addetti alla catena di montaggio
rispettassero i ritmi di produzione, strumento che le lotte
degli anni Settanta erano riuscite ad accantonare, ma che la
corsa ai profitti, il mercato assunto come parametro assoluto,
ha reimposto nei fatti, senza che ci sia bisogno di un addetto,
di una mano umana che schiacci il pulsante per avviare la
lancetta del cronometro.
«Il lavoro è per l'uomo, non l'uomo per il lavoro». E' il 13
dicembre, giorno dei funerali. Nel Duomo, davanti all'altare, le
bare di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno
Santino. Mi sento piccolo e balbettante di fronte a un dolore
così grande. Come in altri funerali, mi accade d'incrociare gli
sguardi dei famigliari e sentire addosso tutto il loro strazio,
la loro disperazione. Celebro insieme al mio vescovo, Severino
Poletto, ed altri preti della diocesi. Ad alcuni mi lega un
rapporto di affetto e amicizia. C'è don Carlo Carlevaris,
storica figura di prete operaio che tanto ha significato per la
nostra città. Ci sono volti più giovani, come quello di don
Toni Revelli, anche lui prete con un passato di fabbrica.
Espressioni di una Chiesa capace d'immergersi nella storia delle
persone, stare senza diaframmi dalla parte dei più deboli, dei
più fragili, dei dimenticati. «Il lavoro è per l'uomo, non
l'uomo per il lavoro» sottolinea il vescovo, ricordando la
dottrina sociale della Chiesa, il dovere di coniugare la carità
all'impegno per il cambiamento, al battersi per la giustizia di
questo mondo, saldando cielo e terra: «mai più morti come
queste, mai più lavoratori come questi che abbiamo portato qui
in bara o i tre che ancora stanno lottando per sopravvivere».
Il volto di quegli operai. Gad Lerner ha fatto una toccante
puntata dell'Infedele dalla sala del Comune di Torino, con il
sindaco Chiamparino, gli operai della Thyssen, gli amici delle
vittime, i sindacalisti. Sulla poltrona del sindaco era seduto
Antonio Boccuzzi, l'operaio sopravvissuto all'incendio. C'è una
parte d'Italia che sembra scoprire solo ora questi ragazzi, i
loro volti e sguardi profondi, la loro capacità di analisi e
proprietà linguistica. In una parola: la loro dignità, il loro
essere, con un'intensità rara, persone. Eppure è una
generazione invisibile, cresciuta nella fatica e
nell'isolamento. Costretta a trovare nella solidarietà di
gruppo il surrogato a una politica troppo spesso impegnata a
parlare il linguaggio dell'io e non quello del noi. Ragazzi
figli della grande trasformazione avvenuta tra gli anni Settanta
e Ottanta, quando l'avvento delle nuove tecnologie non rese più
necessario «spremere» gli operai perché l'automazione degli
impianti era ormai in grado di rimpiazzarli. Furono 600mila, nel
solo nord-ovest, quelli che tra l'80 e l'85 abbandonarono il
posto di lavoro, mentre si affermava una malintesa idea di «modernità»,
la riduzione della persona a variabile del fatturato, accessorio
della crescita economica. In un bell'articolo su Repubblica - «La
Superga degli operai italiani» - Lerner vede nelle morti della
TK il punto d'arrivo di un «tragitto d'umiliazione della Torino
operaia» cominciato nell'ottobre del 1980, con la «marcia dei
40mila». Fu un punto di svolta. Per tanti quella sconfitta
significò cassa integrazione, isolamento sociale, perdita
d'identità. 150 di loro si tolsero la vita.
Don Milani e Gerolamo. Ieri sera, 20 dicembre - dopo il funerale
di Rocco Marzo e la morte di Rosario Rodinò, sesto operaio
deceduto - ci siamo riuniti alla sede del Gruppo Abele per farci
gli auguri di Natale. La sede del Gruppo è in una ex fabbrica
dell'indotto Fiat. L'abbiamo rimessa a posto e ribattezzata «Fabbrica
delle e» perché diventi luogo per costruire incontri,
relazioni, progetti. Luogo delle «e» quindi del «noi», della
vita proiettata nella sua diversità e pluralità, nella sua
inesauribile ricchezza. La ristrutturazione dello stabile,
costata molta fatica e qualche azzardo economico, ha lasciato
ben visibili alcune parti dell'antica struttura: i carroponte, i
paranchi. L'antica anima operaia continua così ad accompagnarci
nei nostri cammini, spesso aspri e tortuosi. Se è vero che
speranza è avere fiducia anche nelle curve, la vita degli
operai è da sempre molto avara di rettilinei.
Ieri sera abbiamo ricordato don Lorenzo Milani, la sua vita
intensa e tormentata, il suo impegno per la libertà di
coscienza, la sua vicinanza ai contadini e agli operai. Moriva
40 anni fa, proprio quando il Gruppo Abele cominciava a muovere
i primi passi sulla strada, luogo di bisogni e domande sempre
nuove, banco di prova di un impegno a cavallo tra concretezza e
utopia. Gli operai della Thyssen sono entrati nel nostro Natale
accompagnati dalle note di una vecchia canzone di Lucio Dalla,
«L'operaio Gerolamo», storia di un ragazzo meridionale che
arriva nella Torino degli anni Sessanta e muore sul posto di
lavoro, odissea che ritroviamo oggi nelle biografie mutilate di
tanti amici che arrivano da terre ancora più lontane. Mentre
ascoltavamo le note della canzone, scorrevano sullo schermo le
immagini dei volti di Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rocco,
Rosario e, a seguire, i nomi di tutti i lavoratori morti nel
2007. Sono state quasi 1000 quelle che, con equivoca
espressione, vengono definite «morti bianche», quasi fossero
morti senza storia né colpevoli, e non invece conseguenze di un
sistema che antepone il profitto alla tutela della vita.
Dobbiamo avere il coraggio di denunciare la fatalità solo
apparente di quegli incidenti, il loro essere frutto di una
disattenzione di cui dobbiamo sentirci tutti corresponsabili.
L'importanza dei segni. 3 gennaio: sotto un cielo cupo, mentre
cade qualche fiocco di neve, accompagniamo l'ultima vittima,
Giuseppe De Masi, 26 anni. Anche questa volta sono tanti gli
operai presenti, con il loro dolore dignitoso, ma anche con la
loro rabbia e la richiesta di verità. E' necessario che la
magistratura accerti le responsabilità, faccia al più presto
luce sulle cause della tragedia. Ma bisogna costruire le
condizioni perché questo non accada più, impegnandoci tutti:
aziende, sindacati, istituzioni, singoli cittadini. Il
presidente Napolitano ce l'ha ricordato, lo scorso 1° maggio:
«Non limitiamoci alla denuncia. E' assurdo che si debba morire
sul lavoro. Morire inoltre per salari bassi, talvolta indecenti».
Sulla bara c'è la maglia di Alessandro Del Piero firmata da
tutti i giocatori della Juventus, di cui Giuseppe era tifoso.
Bei segni, come quello del sindaco Chiamparino, che ha deciso di
annullare la festa di Capodanno prevista in piazza Castello e
spegnere le luminarie natalizie. Come quello di Romano Prodi,
accorso qualche giorno fa con la moglie Flavia nella chiesa di
corso Giulio Cesare per partecipare al funerale di Rosario Rodinò,
aggiungendo all'ultimo momento questa tappa torinese prima di
partire alla volta di Kabul.
Le parole sono stanche. Percorrendo al ritorno la città ancora
semideserta per le vacanze, penso che il rischio maggiore, ora,
sia quello di dimenticare. Riabituarci ai silenzi che uccidono,
alle reazioni innescate dall'emergenza, parola che dovremmo
avere il coraggio di espellere dal vocabolario pubblico, troppo
spesso alibi a interventi sporadici, facili sdegni, parole
sospese al comodo limbo delle intenzioni. Non dobbiamo
dimenticare, per stare vicino alle famiglie degli operai morti e
a quelle di altri di cui poco o nulla si è parlato. Lo scorso
16 luglio, ad esempio, cinque persone sono saltate in aria
nell'esplosione dentro una fabbrica, il «Molino Cordero» nei
pressi di Cuneo. Ma era estate, e la morte Antonio Cavicchioli,
Massimiliano Manuello, Valerio Anchino, Marino Barale, Mario
Ricca, è passata quasi inosservata.
L'eredità di quella notte. Ieri, 14 gennaio, i giornali hanno
parlato di un documento sequestrato all'amministratore delegato
della Thyssen. In quel documento anonimo è scritto che le
accuse mosse contro l'azienda sono «false e pesanti», che gli
operai sono morti «perché si erano distratti ». Di Antonio,
il sopravvissuto, andato più volte in tv a denunciare le
condizioni d'insicurezza dello stabilimento, si dice che «va
fermato con azioni legali». Parole che lasciano sconcertati,
sgomenti. Tanto maggiore dovrà essere ora l'impegno per
conoscere la verità della tragedia. Il nostro compito - penso
in questi giorni di silenzio e di preghiera - non può limitarsi
alla sola denuncia. Dobbiamo alimentare la speranza, impegnarci
perché l'amore, la prossimità, la ricerca di verità vincano
su egoismi, ingiustizie, menzogne.
Ricorre quest'anno il sessantesimo anniversario della
Costituzione, di quel primo articolo che riconosce nel lavoro il
fondamento della nostra democrazia. Non possiamo morire per il
lavoro, per la mancata manutenzione di un impianto, per
l'assenza di verifiche, per l'aggiramento delle norme di
sicurezza. Ma non possiamo nemmeno vivere male con il lavoro,
essere costretti a lavori mal retribuiti e privi di garanzie,
impieghi senz'anima né futuro, decisi dalle logiche del
profitto. Prima ancora che diritto riconosciuto, il lavoro è
infatti un bisogno. Lavoriamo per crescere, per costruirci
un'identità, per sentirci parte viva del contesto sociale, per
essere liberi. Ridare dignità al lavoro è allora ridare dignità
alle persone. E' questo il compito che ci lascia la tragedia
della TK, questa la via indicata dalle troppe «morti bianche»
che troppo silenziosamente hanno accompagnato sino a oggi il
nostro cammino.
* fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera