| numero 0 novembre 1999 |
Riflessioni sul Terzo settore
CHI PROFITTA DEL NON
PROFIT
Alberto Burgio
L'episodio di malaffare politico-amministrativo
emerso nell'estate del 1998 a carico del Comune di Palermo e di
oltre 250 cooperative sociali costituisce un caso unico per
dimensioni e gravità ma aiuta a comprendere l'irresistibile
ascesa del Terzo settore nel nostro paese. A beneficio dei
distratti conviene rievocarne i tratti essenziali. Tra la
primavera del '93 e l'autunno del '97 l'amministrazione comunale
del capoluogo siciliano procede all'affidamento di servizi di
pubblica utilità a 269 cooperative e ai loro 6.400 soci
lavoratori. Non mancano strane coincidenze, ad esempio il fatto
che tra i dirigenti delle coop figurino consulenti del Comune o
esponenti politici dei partiti che sostengono la Giunta. Ad ogni
modo, nonostante ripetute denunce da parte di Rifondazione e dei
Verdi (unici partiti estranei a un sistema che coinvolge l'intero
arco politico, da An al Pds), tutto fila liscio (compreso il
rinnovo di alcune convenzioni in palese violazione delle
delibere) finché, nel marzo del '98, un socio estromesso dalla
propria cooperativa senza uno straccio di motivazione invia un
esposto alla magistratura e alla Guardia di finanza. Le indagini
mettono rapidamente a nudo una realtà a dir poco sconcertante,
fatta di stipendi corrisposti a persone da tempo decedute; di
portatori di handicap, ex-tossicodipendenti ed ex-detenuti
arruolati al solo scopo di raggiungere la quota prescritta di
"soci svantaggiati"; di un ben collaudato sistema di
caporalato, con tanto di lettere di dimissioni prefirmate e di
trattenute irregolari sulla busta paga.
Fin qui la cronaca. A questo punto sorge spontanea la questione:
in che misura questa vicenda, evidentemente patologica, può
servire per farsi un'idea della realtà normale del Terzo settore
e in particolare del funzionamento delle cooperative sociali che
in Italia ne costituiscono la componente più ampia? La risposta
non può che essere articolata. Per quanto attiene al profilo
penale dell'episodio palermitano, sarebbe indubbiamente sbagliato
generalizzare, anche se il ripetersi di vicende analoghe a Reggio
Emilia, Firenze, Agrigento e Siracusa non consente nemmeno di
parlare di eccezione. Se invece si guarda allo sfondo sociale e
alla funzione affidata alle cooperative, il caso di Palermo
appare estremamente istruttivo e in qualche modo paradigmatico.
Con le convenzioni, non a caso stipulate il più delle volte alla
vigilia di nuovi appuntamenti elettorali, a Palermo si è data
una risposta minima e indecente all'endemica fame di lavoro e di
soldi che affligge il Mezzogiorno. A chi sognava un impiego nella
pubblica amministrazione si è concesso qualche mese di lavoro
precario, iperflessibile e sottopagato, nel rispetto del più
classico schema clientelare. Da questo punto di vista la Sicilia
non è diversa dal resto del paese, e nessuno può farsi schermo
della madornalità dell'episodio palermitano per chiudere gli
occhi dinanzi a tale analogia. Anche se la stampa è riluttante a
darne notizia, nel corso dell'ultimo triennio, dopo lo sciopero
delle rappresentanze di base bolognesi nell'aprile del '96,
numerosi casi di supersfruttamento del lavoro sono emersi sullo
sfondo del sistema delle gare al ribasso, complice una normativa
che impedisce ai soci lavoratori qualsiasi tutela dei propri
diritti. Tant'è che proprio per dare visibilità ai conflitti
che, compatibilmente con tempi poco propizi, scuotono il settore
della cooperazione sociale, il Coordinamento dei lavoratori del
Terzo settore di Genova ha dato vita quest'anno a una rivista,
"Il terzo incomodo", che punta alla sindacalizzazione
dei lavoratori delle cooperative, categoria che invece, stando al
segretario del Forum permanente del Terzo settore Nuccio Iovene,
siccome "non ha datore di lavoro" e opera di norma
sulla base di "una forte identificazione con l'attività che
svolge", non dovrebbe conoscere alienazione.
E così veniamo al nòcciolo del problema. Al di là della
retorica della gratuità e del solidarismo, lo sviluppo della
cooperazione sociale in Italia procede in un contesto definito da
due fatti incontestabili: il vertiginoso aumento del fatturato
medio delle cooperative sociali (circostanza che rivela quanta
ragione abbia Giorgio Lunghini a porre l'accento sulla disinvolta
equiparazione tra distribuzione e produzione degli utili); e la
sussidiarietà al processo di liquidazione del welfare (basti
pensare che nel nostro paese le organizzazioni non profit sono
beneficiarie di oltre l'80% della spesa totale destinata a
servizi finali di tipo socio-assistenziale). Non meno rilevanti
appaiono a loro volta le conseguenze che discendono dallo
sviluppo delle cooperative sociali. Benché i fautori del Terzo
settore si impegnino in una implacabile opera di diffamazione del
servizio pubblico, la logica "costitutivamente
particolaristica e discrezionale" (Ranci) delle
organizzazioni non profit è responsabile di diseconomie e
sprechi ben più cospicui a danno del contribuente; sul piano
sociale e politico è poi evidente che la formazione di una nuova
tipologia di rapporti lavorativi rende ancora più drammatica
quella frammentazione del mercato del lavoro che oggi costituisce
il più grave impedimento alla costruzione di un movimento di
lotta contro la disoccupazione di massa.
A questo riguardo è opportuno sottolineare che è del tutto
priva di fondamento l'idea secondo cui una battaglia per
l'espansione degli organici di fatto nella pubblica
amministrazione sarebbe perduta in partenza: nel quinquennio
successivo al 1993 si sono persi, nel pubblico impiego, 180.000
posti di lavoro, mentre l'eventuale assunzione di 140.000 unità
(quante oggi risultano attive negli Isu - impieghi socialmente
utili) comporterebe per il bilancio pubblico un aggravio di 4.000
miliardi, pari alla metà degli attuali trasferimenti statali a
favore delle istituzioni sociali private. Infine, se tutto ciò
non bastasse, mescolando pratiche della solidarietà con logiche
mercantili, il sempre più marcato carattere imprenditoriale
dell'associazionismo impegnato nel settore dei servizi sociali
costituisce un grave fattore di inquinamento di quella importante
e potenzialmente critica espressione di soggettività che l'agire
volontario e disinteressato di per sé rappresenta.
Dinanzi a queste banali considerazioni è inevitabile chiedersi
che cosa induca componenti non trascurabili della stessa sinistra
"critica" a schierarsi tra i più entusiasti
sostenitori del Terzo settore. La domanda è sincera e non sono
mancati, in questi anni, tentativi di promuovere una discussione
in materia, senza che però si sia mai voluto prendere sul serio
la questione. Tale atteggiamento è motivo di meraviglia e
sintomo di miopia. È chiaro infatti che difficilmente si
riuscirà a superare le diffidenze che ancora circondano il Terzo
settore perseverando in un altezzoso rifiuto della critica (si
pensi alle reazioni piccate di alcuni dirigenti di organizzazioni
non profit alle timide osservazioni di Vittorio Agnoletto ed
Erika Lombardi sul n. 2 di "Carta" a proposito della
propensione concertativa del Forum del Terzo settore e dei rischi
connessi al sistema degli appalti al ribasso). Al contrario,
sottraendosi al confronto si finirà col dare ragione ai critici
più prevenuti, a quanti, per esempio, maliziosamente insinuano
che ciò che più sta a cuore alla dirigenza del Terzo settore
impegnata nel dialogo con il governo e gli enti locali sia
partecipare, insieme alla galassia dell'associazionismo
cattolico, al grande business del lavoro interinale, ai tavoli
della concertazione e alla spartizione dei fondi per le politiche
sociali e di sostegno alle famiglie previsti dalla finanziaria.
In una parola, contribuire allo sviluppo di quel "grande
mercato di servizi sociali" al quale il responsabile Stato
sociale di Rifondazione Paolo Ferrero assicura di guardare con
preoccupazione, evidentemente non avvedendosi - data la sua
ribadita benevolenza nei confronti del Terzo settore - che esso
costituisce la conseguenza inevitabile dell'affidamento di
servizi di welfare a imprese private.