Questione sanità
LA RESISTIBILE
ASCESA DEL PRIVATO
Marina Rossanda Fu Tina Anselmi a tenere a battesimo, nel
dicembre 1978, la legge 833 per il servizio sanitario
nazionale (Ssn), varata in extremis rispetto alla
scadenza del decreto 616 che passava la sanità agli enti
decentrati. Vi era affermata l'universalità del diritto
a fruire del servizio, l'importanza della prevenzione,
l'unificazione dei servizi su base territoriale, con
responsabilità dei comuni per la gestione e delle
regioni per la programmazione. Vent'anni dopo ne
risuscita lo spirito Rosi Bindi col decreto 229 /1999,
dopo varie vicissitudini che dovrei ripercorrere, come
osservatrice di sinistra e parte in causa della sanità,
prima tra gli operatori, poi tra i legislatori nazionali
e regionali del Lazio.
Una premessa: la legge definisce i rapporti tra
istituzioni e altri soggetti e i loro campi di
applicazione, non cambia automaticamente culture e
comportamenti, nelle istituzioni stesse e nella società.
Certo, può dare indirizzi e stabilire principi, ma non
ne garantisce di per sé l'applicazione. Non è del tutto
un'ovvietà; la legge del '78 ha suscitato aspettative,
esagerate dalla sinistra e poi deluse, che l'hanno
esposta al rischio di cancellazione dopo una massiccia
campagna di stampa e opinione, intesa un po' a difendere
interessi di parte un po' a preparare la strada al
sistema assicurativo. Un sistema sanitario
universalistico riconosce diritti sociali, come parte di
un welfare che sostiene direttamente ogni individuo,
mentre il sistema assicurativo discrimina, dà coperture
parziali e risponde all'interesse di una economia su base
finanziaria attraverso il rastrellamento dei fondi certi
delle polizze assicurative.
La salute è avvertita in primo luogo come un importante
bisogno personale; la rassegnazione più o meno religiosa
delle comunità povere non protette è sostituita dalla
rivendicazione della cura appena si instaura un sistema
di protezione sociale. L'attesa diventa sempre più
esigente; medico e farmacista sono autorità prima
temute, poi, con l'andar del tempo più discusse fino
all'intensificarsi della litigiosità, anche giudiziaria.
Verso i responsabili pubblici o di settore (mutue) gli
umori oscillano tra riconoscimento e critica. Nel caso
italiano, è solo dopo la riforma universalistica che
parte il martellamento dei media sulla
"malasanità", un po' strumentalmente, in
favore del sistema privato-assicurativo, e comunque
ignorando che episodi di cattiva pratica e disonestà di
medici e affini si sono sempre visti e in genere finivano
insabbiati per la forza della categoria. Pochi addetti si
sono rivolti una domanda legittima: perché diavolo
dovrebbe funzionare come un orologio un sistema complesso
appena rivoluzionato, male finanziato e affidato ad
amministrazioni ancora impreparate, che in genere fanno
acqua da tutte le parti?
L'obiettivo di trasformare la pubblica amministrazione si
è posto con la dovuta urgenza solo nella fase della
svolta politica che cancellava ogni esperienza di pratica
e verifica collettiva, imponendo la linea dell'autorità
e della responsabilità amministrativa, e l'obiettivo
improbabile di separare nettamente amministrazione e
politica. Dopo vent'anni il risultato non è felice ed è
rimasta pressoché invariata la differenza tra regioni
che si erano comunque dotate di strumenti amministrativi
più aggiornati e altre in preda a secolare confusione e
corruzione, salvo interventi di parziale risanamento
avvenuti proprio in grazia di mutamenti politici. Nella
stessa svolta, seppellendo il '68, si proclamava la
neutralità della scienza - quella medica inclusa. Così
la cultura che doveva animare il nuovo sistema sanitario
è stata inquinata da due falsi concetti: la neutralità
della tecnica manageriale e quella della scienza.
Scienza e cultura medica non partono neutrali, ma
connesse a una visione dell'essere umano tarata da
pregiudizi: religiosi, patriarcali, materialistici o
idealistici, utilitaristici. I corpi da curare (il ruolo
della psiche e dell'affettività emerge più recentemente
con la psicosomatica) hanno valori diversi a seconda
dello status. Corpo, psiche e mente sono entità diverse
e lo stesso corpo è un aggregato di organi, così ogni
medico si specializza, raramente preoccupandosi di
mantenere informazioni e rapporti di gruppo che gli
consentano di ragionare in termini di soggetto globale ed
interreagente col suo ambiente sociale. Gli interlocutori
dei medici - nella nostra civiltà - non hanno una
conoscenza delle proprie funzioni corporee e psichiche
sufficiente per giudicare; sono quindi inferiori e tenuti
a obbedire e sopportare, e al contempo facile preda di
manipolazioni mediatiche.
La critica non va generalizzata, in mezzo alla
maggioranza di operatori che su questa visione
costruiscono le loro difese e un potere che vogliono
indiscusso, emergono isole felici di cultura diversa. La
psichiatria di Basaglia ha tale forza da imporsi, benché
minoranza, superando anche i confini nazionali. La
concezione di prevenzione e sicurezza sul lavoro combatte
le sue battaglie con "Medicina democratica",
spesso, ma non sempre, isolata. Recentemente ha trovato
nel processo su Porto Marghera un magistrato come Felice
Casson che raccoglie la sfida, emulo dei tanti pretori
del lavoro nati professionalmente nel '68. I movimenti
delle donne per la propria autonomia saranno forza
portante della campagna contro la clandestinità
dell'aborto che vince una legge e poi un referendum e dà
ogni anno i suoi frutti nonostante il sabotaggio degli
ostetrici obiettori di coscienza e la tenacia dei gruppi
cattolici integralisti. L'epidemiologia lanciata da
Giulio Maccacaro, insieme alla dura critica della
medicina mutualistica e mercantile, cresce per opera di
vari gruppi che si diffondono, anche differenziandosi,
producendo una rete informativa sulla salute, ben
radicata in vari punti del territorio nazionale e
premessa per gli sviluppi ora attesi in materia di
qualità ed efficacia.
Va detto che la critica dei falsi bisogni e delle
pratiche mediche costose e inefficaci o dannose ha
percorso anche altre strade. Prima degli anni '60 i
pediatri hanno cominciato a togliere i bambini dagli
ospedali; gruppi di avanguardia si sono battuti contro
l'abbandono dei disabili. Molte istituzioni segreganti si
sono chiuse e gli ospedali hanno cominciato a introdurre
novità grazie ai contatti di vari tecnici con paesi più
avanzati. Una nuova generazione di medici ha sostenuto
con un forte movimento la legge Mariotti di riforma
ospedaliera alla fine degli anni '60, portando il modello
ospedaliero fuori della situazione caritativo delle Opere
Pie. Gli ospedali, messi sotto il controllo delle neonate
regioni, sono così cresciuti negli anni '70, anche
supplendo a un sistema mutualistico degenerato. La
riforma ospedaliera però non era finanziata e il suo
debito crescente contribuiva allo sbilancio pubblico. La
sinistra vedeva male la centralità ospedaliera, le mutue
apparivano ingovernabili, i ministeri finanziari
accusavano la sanità di essere rovinosa e così la
riforma sanitaria si impose, per motivi vari, oltre che
in omaggio ai principi del decentramento.
Purtroppo i comuni erano estraniati da anni dalla
gestione della sanità e la affidarono a comitati di
partiti e di tecnici, raramente riformatori. Salvo che in
alcune regioni del Centro e Nord-est più motivate, le
cose non andavano bene mentre i ministri finanziari
stringevano i cordoni della borsa e istituzioni centrali
consolidavano il controllo di vasti settori (ricerca,
sanità dei naviganti e dei cittadini all'estero, carceri
e altri) . Nella stessa epoca si completò la svendita
dell'industria farmaceutica nazionale e la crescita di
interessi sporchi sui farmaci (Poggiolini docet, ma anche
De Lorenzo). Il gioco al rinvio e al rimpallo delle
politiche per la sicurezza del lavoro fu subito da un
sindacato che pure non era ancora con le spalle al muro.
In mezzo a tutto ciò, i privati acquisivano sempre più
spazi per erogare servizi per conto e a carico del Ssn.
Le nuove Unità sanitarie locali si trovarono con
strumenti inadeguati a gestire il difficile compito di
coordinamento di filoni non comunicanti, sottoposte a
pressioni municipalistiche e di interessi privati,
impoverite dall'obbligo regionale di pagare ciecamente le
istituzioni scientifiche e universitarie e contratti che
miglioravano le retribuzioni di medici di base ed
ospedalieri o universitari, senza peraltro esigere da
loro, come era avvenuto ad esempio in Francia, un impegno
più esclusivo. Le Usl furono così accusate di
inefficienza e finirono sottratte ai comuni, accorpate in
unità territoriali più vaste e affidate a una gestione
di modello aziendale. Chi realizzò l'operazione fu il
noto Francesco De Lorenzo, col decreto 502/1993; vi si
introduceva il principio dell'azienda gestita da manager
della sanità, governata dalle regioni, secondo ipotetici
principi di mercato e di competitività fra pubblico e
privato, comunque secondo compatibilità di bilancio. Il
modello aziendale tendente al privato del decreto 502
venne mitigato da Maria Pia Garavaglia con il decreto
517/1994.
Allo sconvolgimento organizzativo e territoriale si
aggiunse l'introduzione dei "Drg", strumento
per sostituire il pagamento di ospedali e cliniche a
giornata di degenza con il pagamento delle singole
prestazioni secondo un valore medio calcolato per
raggruppamenti di diagnosi. I Drg, mutuati dai sistemi
sanitari assicurativi, si sono prestati a operazioni
discutibili quando non truffaldine, provocando in vari
casi una esplosione di costi. Tuttavia alcune regioni ben
attrezzate sul piano informativo ne hanno fatto un uso
positivo, per acquisire una miglior conoscenza
dell'attività svolta e incentivare comportamenti
corretti per la salute.
È interessante il fatto che la cultura privatistica di
quegli anni non abbia portato a termine l'operazione di
cancellare il Ssn universalistico. Di recente sono anzi
avvenuti fatti interessanti: l'estensione della copertura
sanitaria agli extracomunitari presenti; la decisione di
passare alle Usl la competenza sulla sanità nelle
carceri; l'obbligo per i medici di scegliere tra una
attività tutta intraospedaliera (ma con la possibilità
di fare all'interno una libera professione calmierata: la
"intramoenia") e una posizione penalizzata cui
è consentita la continuazione della libera professione
esterna; e infine la decisione della Corte costituzionale
di respingere il referendum radicale sulla facoltà di
uscire dal Ssn.
Al contempo la "riforma ter" della Bindi
riafferma l'universalità dei diritti, dando finalmente
una risposta chiara all'ambigua proposizione che il Ssn
sarebbe tenuto solo a dare i servizi essenziali,
proposizione che fece sospettare negli anni passati la
volontà di codificare di diritto una realtà non ancora
sconfitta, quella della medicina "a due
velocità": alta per i ricchi, bassa per i poveri.
Dice al contrario il decreto 229: i servizi essenziali da
assicurare sono quelli di dimostrata efficacia. Si era
appena fuori del turbine Di Bella, che forse ha aiutato
la decisione.
Il privato è autorizzato a operare, ma ora è vincolato
alla programmazione regionale; inoltre va accreditato
sulla base di indicatori di qualità, non solo
strutturali (spazi, igienicità e sicurezza dei locali,
attrezzature) ma anche "di processo" e di
esito: gli stessi criteri che si devono applicare al
settore pubblico. L'azienda ha la responsabilità di
fornire il miglior servizio possibile, con costi
adeguati, accreditando gli erogatori propri (pubblici) e
quelli privati e semiprivati (religiosi, istituti di
ricerca, università) in base alla loro qualità. Tutto
il Servizio, a livello nazionale e regionale, è
sollecitato a individuare gli indicatori di qualità e
"appropriatezza", obiettivo giusto, che non si
realizzerà però in tempi brevi.
Le regole sempre nuove imposte alle Usl non hanno certo
facilitato il loro assestamento, ma la discussione sui
modelli organizzativi prima e dopo la riforma e le sue
modifiche, hanno creato terreno fertile per ragionamenti
sui modelli di gestione, che si sono confrontati anche
con i movimenti nati nella società, prima ricordati, e
con la crescente critica al consumismo sanitario (di
farmaci, interventi, check-up...) L'istituto Mario Negri
di Milano, con Garattini, Tognoni e altri, ha condotto
una lunga battaglia sui farmaci, e oggi la Commissione
unificata sul farmaco (Cuf) svolge un lavoro di
risanamento nel settore. Il Cergas dell'Università
Bocconi di Milano e il Cresa di Torino, ma anche altri,
sono seri centri di studio e didattica sulla
organizzazione sanitaria, che pesano nelle istituzioni.
Nerina Dirindin, già presidente del Cresa, dirige al
ministero della sanità la programmazione sanitaria;
altri studiosi si collocano in amministrazioni regionali,
università, altri gangli della società, e vi portano
una cultura che respinge il puro efficientismo,
sostituendo ai principi di mercato obiettivi nuovi:
efficacia e appropriatezza.
Quindi, leggere le trasformazioni in corso come tutte
negative sarebbe sbagliato; vera è la perdita di un
progetto di medicina socializzata e collettiva, affidata
a istanze politiche di territorio e ben saldata con
esigenze del lavoro, dell'ambiente e con gli interventi
locali di assistenz; ma vera è anche la mancanza, nella
società attuale, di strumenti e soggetti capaci di
sostenere quel progetto, battendo le burocrazie rampanti
per i ruoli di dirigenza: vedi la perdita di peso delle
rappresentanze elettive, il fiato corto del sindacato di
massa, la persistenza di gruppi di potere
autoreferenziali (molte facoltà mediche, imprenditori
privati aggressivi, ecc.).
In questo contesto mi sembra giusto che la sinistra
riconosca il valore dei principi introdotti, sostenendo
il ruolo di servizio pubblico dell'azienda sanitaria, che
dal privato possa acquistare servizi di qualità, ma
dall'impresa mutui soltanto un modello operativo, come
quello del budget, dei centri di responsabilità e di
costo, che chiarisce e in parte redistribuisce risorse e
responsabilità. Gli obiettivi di verifica della
qualità, di efficacia e appropriatezza attraggono molti
operatori giovani e aperti per la loro concreta
attuabilità: di qui il successo dei gruppi per la
verifica della qualità (Vrq), di molti progetti
sperimentali che coinvolgono i medici di base, la
diffusione dei gruppi "Cochrane" . Questi si
occupano di validazione dell'efficacia dei metodi di
diagnosi e cura e prendono il nome dall'inglese Archibald
Cochrane, uno degli studiosi protagonisti degli anni
'60-'70.
Perseguendo questi obiettivi si può arrivare a un
risultato socialmente rilevante: un modello corretto di
diagnosi e cura richiede l'uso di una rete con punti di
accesso facili e diffusi in periferia, nella quale il
portatore di un bisogno, sia esso oggettivo o comunque
percepito, trovi una risposta diretta, o sia avviato in
tempi ragionevoli lungo un percorso noto fino al luogo
dove la risposta potrà essere data al meglio. Al
contempo l'uso del percorso più diretto ed efficace
riduce anche i costi della consueta moltiplicazione di
esami, interventi, farmaci. Le economie ottenute con
scelte appropriate non sono espressione di un
riconoscimento di priorità alla riduzione della spesa
pubblica: anzi, servono a combattere il parassitismo e a
lasciare margini di risorse per interventi (appropriati!)
di prevenzione o nuove tecnologie.
Molte nuove tecnologie diagnostiche e di intervento si
sono dimostrate utili per affinare le diagnosi, renderle
meno invasive e traumatiche (ecografia, Tac e Rmn versus
angiografie e altre pratiche radiologiche invasive),
semplificare interventi chirurgici riducendoli a
endoscopie, ecc. Poi c'è il campo della trapiantistica,
in parte affermato e indiscusso, ma con sviluppi esposti
a dubbi etici e scientifici - ad es. per l'uso di tessuti
fetali o per gli xenotrapianti da maiali geneticamente
modificati o altre specie non umane.
Qui si apre un altro discorso, che vale anche per
l'ingegneria genetica applicata all'uomo: metodi di
riproduzione artificiale, possibilità di impianto
terapeutico di geni in individui portatori di errori
genetici, e infine, ne accenno con vago terrore, ipotesi
eugenetiche di sradicamento di malattie mediante
interventi sulla linea genetica riproduttiva. Terrore,
perché il trattamento del singolo al di fuori della sua
linea riproduttiva comporta un rischio limitato
all'individuo, ma gli interventi sulla linea riproduttiva
fanno temere fenomeni a distanza mal prevedibili e forse
significativi per il futuro della specie. Ora, la specie
può essere anche criticabile, possono giustamente non
piacere molte cose che fa e ha fatto, ma resta la mia
specie e vorrei sicurezze molto maggiori prima che ci
mettano mano; ipotesi presentate nel loro aspetto più
attraente potrebbero avere risvolti assai oscuri. E qui
mi fermo perché la questione è troppo rilevante perché
sia liquidata in poche righe.
Una speranza è lecito esprimere: che le spinte alla
sperimentazione genetica umana, sostenute anche da
potenti interessi industriali mondiali, siano elaborate
da quel terreno di discussione critica cui si è prima
accennato come l'aspetto positivo di una lunga fase di
trasformazione della sanità. Critica che ha sempre avuto
un contenuto umanistico, da estendere - e non mancano
riferimenti e riflessioni - alla concezione di nascita,
invecchiamento, morte, malattia; e ancora alla
definizione di salute e benessere: come perfezione fisica
e psichica o, invece, come capacità di convivere
positivamente, grazie all'aiuto della propria comunità,
con disabilità o malattie; penso alla linea delle cure
palliative. Da esperienze in atto o da altre culture
possono venire suggerimenti anche sul modo di vivere un
corpo e una psiche più conosciuti e meno temuti, e sulla
necessità di prendere coscienza e liberarsi di vane
fantasie di immortalità o di prestanza immutata per
tutta la vita.
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