In Iowa il primo round. Oggi i nomi dei vincitori
È in bilico la situazione dei tre maggiori candidati democratici,
la senatrice dello stato di New York Hillary Rodham Clinton, il
senatore dell'Illinois Barak Obama, e l'ex senatore della North
Carolina John Edwards.
La mastina. La moglie dell'ex presidente Bill Clinton,
Hillary, ha dedicato allo Iowa assai meno energie dei suoi due
maggiori contendenti, Obama ed Edwards, convinta che la sua battaglia
per la nomination la vincerà in altri stati, visto che i sondaggi a
livello nazionale la danno ancora largamente in testa. Gli ultimi
sondaggi in Iowa la vedevano invece arrancare: forse per questo negli
ultimi giorni ha intensificato la sua campagna anche qui e
moltiplicato gli spot. Se arriva dietro Obama distaccata solo di poco,
per lei non sarebbe un dramma: si rifarebbe sicuramente altrove.
Per Hillary l'unica vera botta grave può venire solo dall'arrivare
terza e distaccata dagli altri due: in questo caso si ripeterebbe per
lei quel che avvenne a Howard Dean nel 2004 quando nei sondaggi era di
gran lunga favorito ma poi arrivò terzo dietro Kerry ed Edwards e
dovette ritirarsi. In Iowa lei ha fatto campagna attaccando
l'inesperienza di Obama (senatore da soli due anni) e la mancanza di
preparazione di Edwards in politica estera. Dalla sua ha l'elettorato
degli anziani e l'apparato di partito. Ma già i siti repubblicani
hanno lanciato attacchi velenosi sull'eccessiva presenza di Bill nella
sua campagna («volete rivedere Clinton alla Casa Bianca per la terza
volta?»), sulle sue rughe («volete vedere una presidentessa
invecchiare e disfarsi?»), con accenni persino ad amori lesbici. E
questi sono solo assaggini degli attacchi seri che verranno. Nel
frattempo continua ad accumulare finanziamenti per prepararsi al 5
febbraio, il super-martedì in cui si terranno primarie di 22 stati
tra cui i più popolosi (California, New York, Illinois). Nella
raccolta fondi ha già superato i 100 milioni di dollari e pensa di
vincere a man bassa nelle primarie che si terranno in New Hamphire l'8
gennaio.
Il buonista. Al contrario di Hillary, Obama ha
puntato moltissimo sullo Iowa. Ha mandato centinaia di attivisti
dall'Illinois per battere porta a porta, casa per casa tutto lo stato,
conscio come è che un risultato negativo lo priverebbe di qualsiasi
spinta per le prossime primarie. I suoi punti di forza sono da un lato
i giovani e gli universitari (una coalizione alla Ralph Nader) che lo
vedono come una boccata di aria fresca nello stantio mondo politico
statunitense, ma anche i cosiddetti «indipendenti» che apprezzano il
suo moderatismo, la sua volontà di cooperare con i repubblicani, di
abbattere gli steccati, il suo spirito «bipartisan».
Il suo successo dipende dalla misura in cui è riuscito davvero a
mobilitare il voto di queste due categorie. Negli ultimi tempi ha
intensificato gli attacchi contro gli altri due principali candidati
democratici, in particolare Hillary, per aver cambiato opinione sulla
guerra in Iraq, i suoi tentennamenti sull'Iran, per la riforma
sanitaria arzigogolata (ma quella proposta da Obama non è molto
migliore), ma soprattutto il fatto che una candidata democratica come
Hillary rischia di perdere contro un repubblicano.
Qui si dice che è il problema della electability, il termine più
alla moda di questi tempi. Contro di sé ha l'alto numero di anziani
in questo stato, l'apparato di partito e il freddo che ha costituito
un deterrente non da poco. A Obama serve solo o una sua chiara
vittoria, o una chiara sconfitta di Hillary. Ogni altro risultato non
gli serve a nulla e rinvia solo la partita alla South Carolina, dove
si voterà il 26 gennaio: in New Hampshire Obama gioca infatti fuori
casa, mentre la South Carolina cosituirà per lui un testo decisivo
sul suo appeal per l'elettorato nero che finora, nei sondaggi, lo ha
snobbato e gli ha preferito Hillary. Ha comunque ancora un sacco di
soldi da spendere visto che ha anche lui superato quota 100 milioni di
dollari.
Il dolcetto. Come, e più di Obama, Edward, ha
investito sullo Iowa. Visto che la sua raccolta di fondi, pur se
rispettabile (ben 44 milioni di dollari), è assai inferiore a quella
di Obama e Hillary, ha speso proporzionalmente assai di più in questo
stato. Una pesante sconfitta qui lo costringerebbe infatti a gettare
la spugna. In Iowa l'ex candidato alla vicepresidenza insieme a John
Kerry nel 2004 si gioca tutto. Allora, nelle primarie di questo stato,
Kerry arrivò primo (38%) ed Edwards secondo (32%). Oggi per lui
l'essenziale è non essere distaccato dai due favoriti. Un secondo
posto sarebbe già tanto. Come candidato, Edwards è il più di
sinistra tra i tre, è il più sensibile ai temi sociali (nel 2004
tentò di imporre come slogan «le due Americhe», l'America di chi ha
e l'America di chi non ha, ma Kerry diluì molto questo messaggio), è
quello che ha proposto la riforma più coraggiosa del sistema
sanitario, che si è pronunciato a favore di un ritiro accelerato
dall'Iraq, eppure è sempre restato indietro nei sondaggi, anche nella
sinistra democratica.
Il tumore della moglie gioca sia a suo favore (solidarietà nel
dolore), sia a sfavore (sfruttare la morte per fini elettorali). Le
sue posizioni di sinistra sono accolte con scetticismo di chi vede
l'avvocato milionario parlare dei poveri. Come contenuti, sarebbe il
miglior candidato democratico possibile, ma la corrente non passa tra
lui e gli elettori. Solo un successo in Iowa può smentire questo
trend.
Il mistero. Da tutti i punti di vista Bill Richardson
dovrebbe essere il preferito per la nomination. A differenza dei tre
favoriti, non è un senatore, ma è un governatore del New Mexico: e
si sa che dopo John Kennedy (1960) nessun senatore è mai riuscito a
entrare alla Casa Bianca. A differenza di Obama e Hillary, non è un
nordista, ma un uomo del sud. La madre messicana gli garantisce
l'appoggio di un gruppo importante come quello ispanico. Ha una grande
esperienza internazionale, visto che sotto Clinton è stato
ambasciatore Usa all'Onu. Anche la sua moderazione in economia non
guasta in questa temperie: gli americani sono stanchi della cecità
ideologica di Bush. Eppure, Richardson non riesce a sfondare. Qui in
Iowa giocava fuori casa e infatti i sondaggi lo davano sotto il 10%
(se un candidato in un singolo caucus non supera il 15%, i voti che
sono andati a lui devono essere riportati su altri candidati). Anche
lui aspetta la South Carolina, ancor più la Florida (29 gennaio) e
soprattutto il «martedì tsunami». Ma potrebbe abbandonare la corsa
prima.
I comprimari. Tre altri candidati si spartiscono le
briciole democratiche. Il simpatico, bassino deputato dell'Ohio,
Dennis Kucinich, la bandiera della sinistra del partito, sa di non
poter andare fortissimo in Iowa: ha già chiesto ai suoi elettori di
riportare i propri voti su Obama nei caucus in cui non dovesse
raggiungere il 15% (quattro anni fa chiese di riportare i suoi voti su
Edwards). Punta di più sul New Hampshire, stato in cui ripongono le
loro ultime speranze il senatore del Connecticut Christopher Dodd, e
il senatore del Delaware Joe Biden, distaccati di parecchio, ma che
vicino a casa propria (nel New England) sperano di rifarsi e di ridare
fiato a una campagna in affanno.
Tra i repubblicani la situazione è assai più ingarbugliata che tra i
democratici. Ogni colpo di scena è possibile, e le sorprese non
mancheranno. Allo stato attuale nessun candidato desta l'entusiasmo
degli orfani di George W. Bush.
Il baciapile. Folgorante l'ascesa nei sondaggi di
Mike Huckabee, 52 anni ed ex governatore dell'Arkansas. Pastore
battista, suonatore di chitarra nella sua band di rock and roll «Capital
Offense», è dotato di grande comunicativa (dev'esserci un effetto
Arkansas perché anche un altro suo governatore, Bill Clinton comunica
alla grande). Orgoglioso di essere dimagrito di 50 chili, è
integralista cristiano; fautore del creazionismo a scuola, vuole
vietare l'insegnamento della selezione naturale. È il cocco dei
conservatori cristiani e cavalca l'onda della xenofobia. Quando
Benazir Bhutto è stata assassinata in Pakistan, la conseguenza che ne
ha tratto in un comizio è che «bisogna limitare l'immigrazione». Un
suo successo in Iowa gli consentirebbe di dare del filo da torcere ai
contendenti favoriti e di vendere con profitto i suoi delegati alla
convention.
Il finanziere vescovo. Con la sua ditta di private
equity investment l'ex governatore del Massachusetts, ed ex vescovo
della chiesa mormone, Mitt Romney, 60 anni, ha accumulato un
patrimonio di 200 milioni di dollari. Ha puntato tutto sullo Iowa (e
sul New Hampshire) per colmare il distacco da Rudy Giuliani e tentare
di sormontare l'handicap costituito dalla sua fede mormone, che i
conservatori cristiani considerano pagana. Prima della folgorante
ascesa di Huckabee, in Iowa i sondaggi l'hanno dato in vantaggio. Una
pesante sconfitta getterebbe un'ombra fosca sulle sue prospettive
future, proprio per l'impegno profuso: è un anno che lui e i suoi
attivisti percorrono in lungo e in largo cittadine, paesi, casolari
isolati. Tra tutti, è il candidato che più ha da perdere.
L'ingombrante assente. Alla tavola repubblicana in
Iowa un posto è vacante, quello dell'ex sindaco di New York Rudy
Giuliani, 63 anni, che qui ha rinunciato a fare campagna per
concentrarsi sulla Florida (primarie il 29 gennaio) e soprattutto sul
super-martedì del 5 febbraio. La verità è che la sua campagna
traballa sempre più. Dall'11 settembre 2001 si atteggia a «sindaco
dell'America», tanto che il senatore del Delaware Joe Biden, ha detto
di lui: «Ogni sua frase di ogni suo comizio consiste di un nome, un
verbo e «11 settembre» e basta. Ma negli ultimi tempi la guerra al
terrore ha perso rilevanza per l'elettorato repubblicano, incalzata
dalla recessione economica e dalla crescente ostilità contro
l'immigrazione. Si è perciò spuntata l'arma migliore di Giuliani,
che per altro è assai sospetto ai conservatori cristiani che lo
considerano favorevole all'aborto, ai gay, al controllo delle armi:
tre bestemmie secondo loro. I suoi tre matrimoni e le fotografie che
lo ritraggono o partecipare a una festa vestito da donna non lo
aiutano. Per di più, di recente si è ammalato. La sua campagna è a
rischio.
La legge e l'ordine. Di fronte alla debolezza degli
altri candidati, i repubblicani avevano riposto grandi speranze in
Fred Thompson, 65 anni, ex senatore del Tennessee, ma soprattutto
attore: fino al maggio di quest'anno, cioè fino al momento di
candidarsi, nel serial Law and Order ha recitato la parte del
personaggio del procuratore distrettuale di New York, Arthur Branch.
Ma le speranze sono state disattese. Nonostante nei suoi comizi citi
il serial Law and Order a ogni piè sospinto, e consigli persino di
rivederne degli episodi, non riesce a fare una grande impressione. A
parere unanime di chi assiste ai suoi raduni, il suo aspetto più
notevole è l'altezza: un metro e 95. Se non riesce a sfondare in Iowa,
la strada diventa una salita, un Mortirolo politico.
L'eroe stanco. La perseveranza non manca certo a John
McCain, 71 anni, senatore dell'Arizona. Pilota di bombardieri della
marina durante la guerra in Vietnam, poi prigioniero ad Hanoi per
cinque anni e mezzo, è l'unico senatore ad opporsi con vigore alle «interrogazioni
estreme» praticate dalla Cia, perché lui le torture le ha subite
davvero e di persona. A lungo la sua campagna è stata relegata ai
margini dalla sua impopolare posizione sull'Iraq. Mentre diventava
sempre più alla moda, anche tra i politici repubblicani, proporre un
ritiro, un disimpegno, lui insisteva testardo che l'unica soluzione
era rafforzare il contingente d'occupazione. Ora che di soldati Usa in
Iraq ne muoiono meno che 6 mesi fa, sente che i fatti gli danno
ragione e la sua campagna ha ripreso lena. Ma l'Iowa non è un campo
amico e qualunque risultato non cambierebbe di molto le sue
prospettive.
La sorpresa. Il vero ospite inatteso delle primarie
repubblicane è Ron Paul, 72 anni, deputato del Texas. Questo dottore
specializzato in ostetricia e ginecologia era già stato candidato
presidenziale nel 1988 per il Partito Libertario. E certo che Ron Paul
spinge il suo libertarismo fino agli estremi limiti, nel bene e nel
male, con aspetti alla Henry David Thoreau. Isolazionista, vuole che
gli Usa escano dalle Nazioni unite e dalla Nato. È contrario alla
guerra in Iraq (ma non in Afghanistan). È per lo stato ultraminimo
teorizzato da Robert Nozick, in tutti i sensi. Vuole revocare il
Patriot Act (che consente renditions e torture). È contro «la guerra
alla droga» e contro la limitazione delle armi. Vuole revocare il
diritto di aborto. Vuole abolire l'imposta federale sui redditi. La
sua campagna ha incontrato un incredibile successo di base tra i
repubblicani delusi e confusi, tanto che negli ultimi tre mesi ha
raccolto solo on line 20 milioni di dollari. Lo Iowa non è il suo
terreno di caccia più facile, ma certo che un risultato non del tutto
negativo sarebbe per lui un segno incoraggiante.
L'incognita. È chiaro a tutti gli strateghi del Gop
(Grand Old Party) che il campo dei contendenti non è entusiasmante.
Non c'è nessuno in grado di ribaltare una situazione che i disastri
arrecati da Bush e Dick Cheney hanno reso favorevole per i democratici
(che però stanno dissipando questa fortuna imponendo una scelta tra
un nero e una donna, non proprio la scelta più facile). Perciò le
teste d'uovo del Gop sono alla disperata ricerca dei nomi più
disparati. E sempre più spesso affiora il nome di Michael Bloomberg,
65 anni, proprietario di un'agenzia stampa e di un canale tv
specializzati in finanza, il suo patrimonio è valutato a 11,5
miliardi di dollari.
Per tutta la vita è stato democratico, ma è sotto le bandiere
repubblicane che nel 2001 si è candidato a sindaco di New York,
carica a cui è stato rieletto nel 2005. Bloomberg è un perfetto
candidato centrista: liberal su aborto, gay, controllo delle armi, è
contro la pena di morte, ha preso iniziative in favore dell'ambiente,
è favorevole a un sistema sanitario universale e a misure di welfare
per ridurre le disuguaglianze, ma è un conservatore quanto a fisco e
vuole ridurre le tasse, vuole legge o ordine ed è per la guerra alla
droga. È perfetto per abbattere gli steccati tra i due partiti, ma al
loro interno non fa palpitare nessun cuore, di certo non tra i
conservatori cristiani. E ha lo svantaggio di essere newyorkese, razza
aborrita ovunque negli States fuori dalla Grande Mela.