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recensione di Franzina, E., L'Indice 1985, n. 1
La storia in discesa, come suggerisce il titolo, di una ditta e di una
famiglia tra le più rappresentative dell'industria tessile piemontese fra
otto e novecento - i Mazzonis cioè - prende avvio, in questo originale
libro di Fabio Levi, alla maniera del tenente Colombo.
Va da sé che la scelta d'iniziare una ricostruzione partendo dal finale
(ovvero anche collocandosi "in medias res") può vantare
presupposti teorici e retorici infinitamente più validi di quello
suggeritoci dal referente televisivo. Un grado di parentela minimo,
tuttavia, probabilmente sussiste anche senza voler scomodare da subito la
prospettiva un po' epocale entro cui l'autore si muove nel delineare le
vicende che lungo i decenni portano più che al declino, quasi alla rotta
di un'azienda centenaria così ben descritta dal racconto storico che
parte da vicino, ma anche così ben configurata dalla filosofia
imprenditoriale di tre generazioni di titolari. Del suo dissesto, dunque,
fra l'aprile del 1964 c il novembre del 1965, un prologo narrativo traccia
le cronache per immettere il lettore, quanto meno, nell'atmosfera
abbastanza congeniale ai nostri tempi, della crisi: crisi e difficoltà,
qui, d'un organismo economico una volta funzionante e produttivo e crisi
d'un mondo ideale e d'una tavola di valori della vecchia cultura
industriale subalpina che analogamente interpretati, in tempi diversi,
conducono in un primo momento al successo, ma più tardi anche al crollo o
al tracollo del piccolo impero dei Mazzonis estesosi via via dalla val
Pellice e dal Canavese sino a Torino.
In realtà, Levi non lesina spazio, nel suo lavoro, alle fasi dell'ascesa
e della prima affermazione familiar-aziendale inaugurate in sostanza nel
1852 dal matrimonio di Paolo Mazzonis, il fondatore (1817-1885), con la
figlia di un medico altolocato, la Teresa Bancalari, che
all'intraprendente consorte garantirà un'utile dote e una discreta
discendenza maschile. Benché non manchino i doverosi accenni alla
carriera imprenditoriale di Paolo, degna di un prontuario del "self-helpismo"
coevo alla Samuel Smiles e, benché proprio a lui si debba la precoce
formulazione d'una idea del buon padre, capace di saldare senza residui lo
sviluppo della struttura familiare al processo di costruzione e di
espansione della ditta di casa, protagonisti dell'opera diventano ben
presto i figli e i nipoti in cui questa discendenza si compendia. Alcuni
di essi (come Cesare, 1853-1942, Federico, 1865-1947, Paolo, 1883-1948 e
Luigi, 1895-1977) rimangono, in modi differenziati, ai margini o
addirittura, poi, escono dalla compagine aziendale, ma altri come il padre
di Luigi Ernesto (1856-1903) e, soprattutto come il padre di Paolo, Ettore
(1853-1932), costituiscono la seconda generazione - quella portante e
avvincente - di un industrioso casato che già Umberto I aveva provveduto
ad illustrare, nel 1880, attraverso la concessione del titolo baronale.
Paolo Mazzonis, venuto su dal nulla e destreggiatosi abilmente in un
settore redditizio, ma pieno anche d'incognite e di rischi come quello
cotoniero, era stato creato infatti, quell'anno, barone di Pralafera dal
nome di una località in cui aveva fatto sorgere alcuni dei suoi
stabilimenti. La zona era quella valdese di cui un po' alla volta, per
impulso specie di Ettore, i Mazzonis finirono per monopolizzare il mercato
del lavoro fra Torre Pellice e Luserna San Giovanni, realizzando in
fabbrica un potere che senza sforzi si prolungava poi sin dentro le
comunità locali. Le popolazioni d'estrazione rurale e di forte
ispirazione religiosa, anche nella componente cattolica, non avevano
costretto i Mazzonis a compiere interventi grandiosi o costosi
d'ingegneria sociale perché "a colmare le piccole falle di una
società ben strutturata" come quella della Val Pellice bastavano
pochi strumenti di controllo paternalistico e funzionale che escludevano
la scelta, ad esempio, dei "villaggi operai" attuata in tante
zone tessili della Padania e, a Torino, dai Leumann. E non è da escludere
che la forte coesione della società contadina cattolico-valdese
contribuisse a ispirare le vedute, su tutt'altra scala, dei padroni
all'atto di gestire equilibri aziendali e familiari compenetrati, ma
sempre più complessi. Senz'altro, ad ogni modo, si trattava d'un fatto
non casuale che preservò a lungo i Mazzonis dai rischi della moderna
conflittualità operaia garantendo "una tenace resistenza alla prima
predicazione del socialismo" fra lavoratori che tutti, fossero donne,
uomini o bambini, trovavano impiego presso le fabbriche tessili dei nuovi
signori locali nella figura del cui capo, di volta in volta Paolo, Ettore
o Giovanni, essi per primi riconoscevano, forse, un "buon
padre".
Il tragitto dal settecentesco Barone di Leutrum, il popolare "Barùn
Litrùn" dei canti piemontesi del Nigra sepolto nel 1755 "an val
d'Luzerna", al primo Barone di Pralafera venuto a morte nel 1885,
comportava aggiustamenti psicologici e culturali di tal genere che non
impediscono tuttavia di leggere l'evoluzione dell'idea del buon padre in
diversi ambiti o su tutt'altri sfondi. Lo si ricava dalla lettura delle
volontà testamentarie dei singoli componenti il clan aziendale e lo si
desume, in particolare, dall'analisi storica che Levi conduce a riguardo
dell'industria cotoniera dei Mazzonis la quale crebbe anche in rapporto (o
in sintonia) con l'evolvere di determinate situazioni politiche e
politico-economiche dell'Italia post-unitaria.
Paolo Mazzonis, ad esempio, rappresentava già da sé il prototipo
dell'imprenditore manifatturiero consacrato politicamente, negli anni
verdi della Sinistra al potere, dall'opzione industrialista e
protezionista con cui le nostre classi di governo cercarono di assicurarsi
un allargamento della propria base di consenso e, contemporaneamente, uno
sviluppo di tipo capitalistico nel paese.
Un sicuro inserimento negli ambienti finanziari e nella stessa area di
comando di uno dei suoi punti strategici, la Torino industriale di fine
secolo, con gli occhi sempre fissi su due entità che si coordinavano in
una, la famiglia, cioè, e il cotonificio, si accompagna via via
all'ascesa sociale dei Mazzonis sotto Paolo, Ettore ed Ernesto. Mentre
l'acquisto di un signorile palazzo, già appartenuto a Clemente Solaro
della Margherita, ne dava l'avallo sin dal 1870, tra questa decade e lo
scoppio della prima guerra mondiale, mentre appunto s'ingrandiva e
prosperava l'azienda, l'accrescimento dei beni di famiglia e la formazione
di un vasto patrimonio immobiliare contrappuntavano gli episodi della
complessa strategia matrimoniale tesa a consolidare le fortune di casa
(ossia anche dell'industria cotoniera) e a imparentare i Mazzonis con
altre famiglie sia borghesi che aristocratiche (una delle figlie di
Ettore, ad esempio, sposerà Ermanno Leumann).
L'insistenza di Levi, che qui rispecchiamo, su molti particolari di
carattere quasi genealogico, riassunti a grandi linee in una tavola
esplicativa preposta al testo assieme, del resto, a un utile prospetto
delle vicende societarie seguite alla morte del fondatore, non dipende da
una stravagante reviviscenza d'interessi araldici per una classica
dinastia di borghesi operosi innalzati al rango gentilizio da meriti
industriali.
Collocandosi a mezza strada fra una storia demografica o prosopografica
oggi abbastanza in auge ed un'analisi storico-sociologica della famiglia
rilanciata da Marzio Barbagli, quell'insistenza implica invece la duplice,
salutare curiosità dell'autore di conoscere, e di far conoscere, da un
lato la filosofia che presiedette alla crescita e tuttavia anche al
declino di una intrapresa economica di rilievo e dall'altro l'intenzione
di metterne in luce i legami e le interconnessioni con le molteplici realtà
toccate o animate, in una determinata area dell'Italia manifatturiera dal
cotonificio.
Sulla scia dei modelli recenti, come quelli offerti da R. Romano rispetto
ai Caprotti, un altro casato tessile alquanto illustre, ma forse anche con
maggior forza, l'esame alternato di Levi, che è anche un esame integrato
delle vicende familiari e di quelle aziendali specie a partire dai
protagonisti della seconda generazione consente, quindi, di decodificare
l'ideologia apparentemente liberista "tour-court" dei Mazzonis.
Se essi, come d'altronde Paolo, il patriarca, accettarono gli indubbi
vantaggi del vincolismo doganale, non mostrarono mai di volersi
discostare, per il resto, dalle rigide visioni di tanti altri colleghi
piemontesi a cominciare da Luigi Einaudi e, meglio ancora, dal
setaiolo-economista di Bricherasio Edoardo Giretti.
Al tempo dei primi grandi scioperi d'età giolittiana e poi sotto il
governo Nitti, nel 1920, l'atteggiamento, conseguentemente mantenuto dai
Mazzonis, di contrarietà al principio della contrattazione collettiva
ovvero alle materiali rivendicazioni dei propri operai, ideologicamente
annessi in una visione ultrapaternalistica alla famiglia, fecero
soprattutto di Ettore il campione di posizioni che i socialisti piemontesi
(e più tardi i comunisti dell'"Ordine Nuovo") non esitarono a
bollare col titolo di "feudalismo industriale". L'etichetta era
da decenni d'uso frequente nelle polemiche antipadronali del ramo tessile
- basti pensare alle sfuriate degli operaisti lombardi e veneti contro i
Cantoni, i Rossi, i Marzotto ecc. - ma per una volta colpiva forse,
davvero, nel segno riscattando l'apparente melodrammaticità della
definizione. Che comprendeva poi, se non altro, l'accoglimento di un punto
di vista subalterno non necessariamente e sempre animato da spiriti di
rivalsa: ad ogni buon conto, ancora all'inizio del secondo conflitto
mondiale quel punto di vista risultava strettamente intrecciato al mistero
che la riservatezza imposta ai componenti della famiglia ingenerava
intorno a quanto potesse "accadere dietro le porte sprangate delle
ville" padronali. L'idea del buon padre, gestita e amministata in
prima persona dal patriarca industriale di turno, serviva infatti anche ad
inculcare i dettami di un'etica di comportamento rispettata, in linea di
massima, da tutti con scarse concessioni alla spettacolarità e allo
sfoggio d'una ricchezza d'altronde presupposta. Ma, come ben dice Levi,
"se si fosse saputo, ad esempio, che un Mazzonis nei dodici mesi del
'41 o del '42, spendeva per sé quanto 100-120 tessitrici di Pralafera
guadagnavano nello stesso periodo, forse un frammento di quel mistero
sarebbe stato svelato e, così, sarebbe svanito in parte il fascino che
l'ingiustizia riconosciuta, ma imperscrutabile, portava con sé".
La riservatezza e il mistero facevano parte tuttavia, della stessa
filosofia imprenditoriale vecchiotta ed arcigna che contribuì via via ad
isolare e più tardi a perdere i Mazzonis. C'è da dire, infatti, da
ultimo, che a partire dagli anni venti sempre più spesso essi avrebbero
dovuto misurare la disapprovazione di numerosi colleghi e d'imprenditori
"leader" come il senatore Agnelli, scontrandosi in più d'un
caso con le stesse autorità statali, dai prefetti nittiani ai gerarchi di
un regime, come quello fascista, prodigo per altri versi di sostegni e di
riconoscimenti, ma contraddittoriamente considerato in famiglia, così da
provocare, in qualcuno, la formazione d'un comprensibile atteggiamento
antidittatoriale. Fosse vero o no quello che scriveva nel corso delle dure
vertenze del biennio rosso Giuseppe Prato, inneggiando da solo ai quasi
soli Mazzonis, che avrebbero incarnato l'"optimum" del sistema
patronale e, cioè, che essi stavano provando l'inesausta vitalità d'un
antico metodo da troppi creduto superato o languente, è sicuro, d'altro
canto, che uomini come Ettore e come Giovanni impersonarono, con esiti
diversi, la figura dell'imprenditore che "reclama la cura di regolare
liberamente le condizioni del lavoro della propria azienda, facendosi nel
contempo un dovere di adottare le norme più adatte al benessere morale e
materiale degli operai".
Conservata, ma non reinterpretata dopo l'ultima guerra, una tale
filosofia, accanto, s'intende, a scelte tecnologiche e d'investimento
sbagliate, non resse all'impatto dei nuovi tempi e non poté superare la
congiuntura del biennio 1964-65, impedendo ai Mazzonis sopravvissuti
all'estinzione dell'azienda e alla diaspora della famiglia di raccogliere
vent'anni più tardi, ossia oggi, un altro titolo probabile di merito:
quello di precursori, in parte, della stagione reaganiana all'insegna del
liberismo rinato.
Ma, piuttosto che un'usurpazione e una giustapposizione strumentale di
titoli - vista l'apparente linearità della "reaganomics" e
considerata l'infida polivalenza delle misure di deregulation economica di
questi nostri anni ottanta - ci sembra meglio che alla dinastia dei
Mazzonis e alla loro idea di buon padre sia stato dedicato un buon libro
di storia.
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