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Pianeta operaio
di Rossana Rossanda
su il manifesto del 11/05/2010
«Quando il potere è operaio»,
un libro manifestolibri curato da Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto
sull'Assemblea autonoma di Porto Marghera. Saggi e testimonianze su una
pagina dello scontro di classe degli anni Settanta e che ha costituito una
rottura nella storia della classe operaia. E che continua a porre domande
irrinviabili per questo presente
Oggi tutti danno gli operai per
morti e sepolti. Ma fra gli anni Sessanta e Ottanta, in Europa, la sfida
per il potere è stata autentica, ha messo paura ai padroni ed essi hanno
dovuto rispondervi non solo in termini repressivi ma riorganizzando
brutalmente proprietà e tecnologia. Questa storia non è stata fatta con
qualche obbiettività. Si è per un poco accennato a un «caso italiano»,
ma è presto affogato nel concetto magmatico di globalizzazione, dove
tutti i gatti sono bigi e la classe operaia è un fantasma.
Quando il potere è operaio, a cura di Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto,
pubblicato ora dalla manifestolibri, ce ne rende la memoria. È di Porto
Marghera la storia densa, effettiva, che si incrocia appassionatamente con
le «grandi narrazioni» del secolo passato: ragioni di vita, speranze,
scontri fin mortali di classe che hanno modificato la scena antropologica
e politica del retroterra veneziano. La prima percezione che ne viene è
la complessità della fenomenologia operaia: Torino, Milano, Venezia e
dintorni hanno avuto proletariati di origine diversa - figli di operai da
due generazioni, figli di artigiani, figli di coltivatori diretti o
braccianti, figli di mezzadri, per parlare degli immigrati dal mezzogiorno
che penetrano nel nord e ne diventano parte integrante. Di più, come con
la sfida operaia al Nord nel primo dopoguerra, quella seguita al boom dopo
la ristrutturazione postbellica, ha segnato la politica del paese ben
oltre il terreno delle fabbriche in cui si è svolta. È stato uno scontro
con il capitale che si sarebbe potuto vincere? Forse no, certo non nelle
macchie di leopardo in cui si è presentato. Si poteva farla pagare più
cara al padronato, mantenendo l'essenziale delle conquiste che i salariati
avevano strappato? Credo di sì. Chi è responsabile che essa sia finita
nella disfatta e fin nella cancellazione dalla cultura del proletariato
industriale?
La sfida perduta
Colpa dell'estremismo delle rivendicazioni operaie, hanno risposto a caldo
partiti e sindacati, prima di consegnarsi alla «oggettiva» supremazia
del capitale produttivo propria della cultura liberista. Colpa del
cedimento dei partiti e dei sindacati, rispondono gli operai allora in
lotta e oggi dispersi. Mentre le sinistre a sinistra dei partiti storici
sguazzano nelle chiacchiere sul postmoderno, postindustriale, postfordista,
post e trans qualcosa.
Dalle letture dei due decenni brucianti a Venezia proposte da Cesco
Chinello, dalla parte di un pezzo inquieto del Pci (il manifesto 17/4/10
Un barbaro veneziano, Ed. Poligrafo, 2009) e da Gianni Sbrogiò, da parte
dell'autonomia, emergono invece sostanziose domande su quel che ci sta
alle spalle. Prima di tutte sulla natura di quel che chiamiamo la classe
operaia italiana, seconda su quella d'un capitalismo sempre ai margini di
una mondializzazione in atto ben prima di dichiararsi. Domande pesanti,
delle quali partiti, Pci e derivati per primo, si erano sbarazzati prima
dell'89 e sulle quali il sindacato - dopo i lavori di Vittorio Foa, che
peraltro sono andati mutando di ottica - resta reticente.
Ma se qualcuno si chiede se l'attuale crisi della politica e il trionfo
d'una inuguaglianza sociale, che non ha paragoni nella modernità, non
abbiano, per caso, radici in quella sfida perduta, dovrà passare da quel
ventennio. E in esso dalla vicenda dell'assemblea autonoma di Porto
Marghera. Essa ha una storia a sé. Ne testimonia Quando il potere è
operaio specie nei suoi due scritti principali: una storia dettagliata, a
momenti quotidiana, dei due decenni di conflitto di classe nella collana
di fabbriche fra Venezia e Mestre, petrolchimica e non solo, scritta da
Gianni Sbrogiò - che con Italo ne è stato un dirigente, cacciato per «estremismo»
dalla Cgil - e l'inchiesta sui protagonisti condotta adesso da Devi
Sacchetto, sociologo dell'università di Padova, una trentina di uomini e
donne che vi hanno partecipato. Tra fabbrica e percorsi individuali sta
quel terzo essenziale - di cui rende conto Mario Tronti in Noi operaisti (DeriveApprodi)
introducendo lo studio più completo sul tema - che è il formarsi di una
soggettività collettiva nel corso di un conflitto sociale alto, nel quale
uno dei contendenti resterà sul campo e neanche l'altro uscirà immune.
È nella dinamica di questa soggettività fulminante - simile al lontano
gruppo in fusione di Sartre e che pochi oggi conoscono (la comunanza dei
movimenti si tinge di colori meno severi, tra festa e disperazione) - che
i salariati scoprono gli obiettivi che crescono l'uno sull'altro, e nel
medesimo tempo aspetti di sé che ignoravano, e ogni volta qualcosa di più
intollerabile nella loro condizione. Dalla immediata percezione di essere
pagato poco per la fatica fisica e mentale alla coscienza di essere
inserito non in un vero contratto, di cui sei almeno formalmente free
agent, ma in un meccanismo di sfruttamento, il salto è breve; ma apre una
domanda dopo l'altra, perché quanto sarebbe invece un salario «giusto»,
e perché? Giusto rispetto al «bene» del «produrre» o dell'«impresa»,
o della «proprietà», o al bene «proprio»? Su che si misurano questi
«beni»? O non sono che l'esito di rapporti di forza di una serie di
relazioni fra capitale e lavoro, non solo asimmetriche ma che ti
disumanizzano, fanno di te una cosa, un accessorio vivente alla macchina,
è una finzione di contratto, da strappare? Ma come, quando, con quali
forze, precisamene a chi? Se cominci a chiedertelo le domande si
moltiplicano - in una acculturazione acerba che risale presto al nocciolo
duro del capitale e su questo sbatte.
Da Marghera a Berlino
L'«estremismo», che al radicalismo operaio rimprovera da vari spalti il
prudente marxismo italiano, sta tutto qui. Ma una lotta operaia autentica
è un vivente, sfugge a ogni controllo, tende ad andare oltre, impatta
necessariamente sul muro dei rapporti di produzione e ne sperimenta la
pesantezza. Fin dove può arrivare senza essere abbattuta a mitragliate?
Grande domanda. Ma, grande obiezione, prima della lotta che cosa c'era,
che cosa era? E dopo? L'assemblea autonoma è morta, ma la petrolchimica
non vive. A Torino, alla Fiat, in uno scontro condotto più a lungo e
diversamente, non è andata a finire diversamente.
A Sbrogiò e a Sacchetto si affiancano nel volume materiali di peso
diverso: poco più di una pagina di Massimo Cacciari, che spiega quel che
sull'assemblea operaia, secondo lui, era ma non sapeva di essere, un breve
saggio di Toni Negri, che distingue onestamente quel che ne ha avuto da
quel che ha dato, non senza tirarne differenti conclusioni; e l'intervento
di un compagno tedesco, Karl Heinz Roth, che da sempre si affanna a
individuare il filo di una coscienza operaia che sarebbe comune in
contesti così diversi come l'Italia e la Germania di quegli anni.
Il discorso più esposto è quello di Gianni Sbrogiò. Egli segue un filo
di ragionamento, che si ritrova anche negli scritti operaisti sul
supplemento del manifesto a vent'anni dall'autunno caldo. Agli inizi degli
anni Sessanta s'è sviluppata in Italia una specifica insorgenza di
classe, che è andata crescendo fino ai Settanta, ha indotto il movimento
studentesco del 1967-68, s'è scontrata col padronato e il sindacato ne ha
colpito senza complimenti i leader, perlopiù provenienti dal suo seno,
non senza il concorso dell'ala forcaiola del gruppo dirigente del Pci. Fra
Cgil, Pci e lotte stanno appunto i Chinello, gli esponenti di quell'ingraismo
senza Ingrao, non a caso esclusi da ogni ruolo dirigente quando Sbrogiò
ed altri sono espulsi dal sindacato.
Sbrogiò precisa: questa insorgenza spunta attorno al 1962 e non tanto
dalla Fiat, ancora tramortita, quanto nella lunga vertenza degli
elettromeccanici milanesi (staccavano del tutto ogni giorno a fine mattina
per riprendere del tutto l'indomani all'inizio del turno), e poi, su un
registro più elementare, nella tempesta di botte davanti alla sede della
Uil in piazza Statuto a Torino. Solo quest'ultima è rimasta nella memoria
collettiva, forse anche per l'esorcisma lanciatole contro dal Pci: si era,
va ricordato, a una crisi della guerra fredda, nel corso di una grande
modernizzazione del costume e alle soglie del primo centrosinistra. Di
questi processi Sbrogiò non parla; sono lontani dal perimetro delle
fabbriche fra Mestre e Venezia, come esse sono lontane per chi fa, o crede
di far politica. Nel 1962 il convegno dell'Istituto Gramsci sul
capitalismo italiano resta un'eccezione, e non sfugge agli amendoliani che
la azzittiranno definitivamente al IX Congresso, quattro anni dopo.
Nondimeno la mobilitazione cresce, esplode nel '68 fra gli studenti e in
un '69 soprattutto operaio. Da quel momento agli scontri con governo e
padronato si aggiunge, accavallandosi, il divaricarsi di teorie e pratiche
all'interno stesso delle sinistre alla loro sinistra. Un incontro tra
studenti e operai ha luogo ma durerà poco. In Francia i sindacati hanno
paralizzato il paese con lo sciopero generale quando i cortei studenteschi
sconcertano il potere invadendo Parigi, ma neppure incontreranno gli
studenti; gli sbattono sul muso i cancelli delle fabbriche e, appena
raggiunti i loro obiettivi, li lasciano di colpo cadere. Da noi invece il
Pci esita a condannarli, anzi per i primi momenti offre loro sedi e
qualche mezzo, ma gli operai non li amano, quei figli di borghesi, ne
diffidano, li tollerano soltanto come forza d'appoggio. Una specificità
della figura dello studente e della funzione della scuola nel capitale non
sono neanche intraviste. L'assemblea di Marghera non fa eccezione neanche
per le «Tesi della Sapienza», prodotte dal primo Potere Operaio. Essa,
che si è costituita fuori dai sindacati e fin dalla crisi delle
commissioni interne, si vuole realmente autonoma da ogni gruppo e partito,
anche quello più vicino, dal quale prende e lascia. Freddissimi sono, nel
suo documento programmatico, i richiami agli «alleati», femminismo e
ecologia - pur se il femminismo padovano di Maria Rosa della Costa è il
più legato al tema salariale, insistendo sull'occultamento del lavoro
femminile di riproduzione non pagato.
Oltre il lavoro
In verità, l'assemblea di Marghera sente il pericolo dell'isolamento; ma
il suo solo raccordo con il «fuori» è Potere Operaio, cui peraltro non
delega mai nulla. Finisce sempre con l'esprimere un «noi e solo noi»,
una irriducibilità che la separa e sulla quale il giudizio più acuto è
quello di Augusto Finzi, cui questo volume è dedicato. Finzi è un
personaggio pieno di fascino, ha gli occhi più azzurri che si possono
immaginare, proviene dall'alta borghesia veneziana, e la sua è una
milizia assoluta. Devi Sacchetto lo introduce fra le testimonianze anche
se non lo ha potuto raccogliere assieme ad esse perché spento anzitempo
(alto il livello di mortalità fra gli imputati del 7 aprile e dintorni).
Finzi ha ben chiaro che una acuta vertenza operaia è capace di durare ma
con operai che cambiano, per cui sarà stabile soltanto un'avanguardia, la
massa partecipando con forza ma per tempi brevi - o perché i singoli sono
colpiti e dispersi, o per il limite intrinseco di una coscienza proletaria
immediata e non sostenuta da una prospettiva di rivoluzionamento a breve
termine, neanche entro le mura dell'azienda. E come potrebbe entro quelle
sole mura? Ma chi pensa a orizzonti più vasti, su quelle mura non vuole
andare a sbattere, certo non ora: è la posizione, anche nel migliore dei
casi, del sindacato e del Pci che non cercheranno mai di fare massa
critica con l'assemblea. Questo è «il» problema che fra Pci e lotta
operaia si propone e ripropone, non senza che ciascuna parte si assolva
colpevolizzando l'altra. Quel che Chinello considera un errore del
partito, per Sbrogiò è un tradimento.
Finzi tenta di andar oltre quelle che considera le aporie del dilemma «autonomia-alleanze»
con un doppio salto mortale: è il lavoro umano come accesso alla
redistribuzione della ricchezza sociale che va abolito. Uomini e donne
devono aver diritto in quanto tali a un assegno di cittadinanza o di
esistenza - per Marc Augé finanziato con la spesa per l'attuale sistema
di welfare, raccolta dalla fiscalità generale.
Con questo assegno deve poter vivere. Se poi gli va anche di lavorare, lo
farà su un mercato del lavoro cui, caduto ogni ricatto, avrà tutt'altro
potere contrattuale dell'odierno. Questo tema sarà ripreso da vari gruppi
e studiosi, evitando per quanto ne so di precisare quale stato, o chi per
esso, ordinerebbe la fiscalità e deciderebbe dell'assegno. La rivoluzione
si ripresenta senza soggetto rivoluzionario.
L'assemblea autonoma di Marghera sarà battuta, come altre esperienze
operaie meno controverse. Il racconto di Sbrogiò sugli anni di resistenza
è impressionante. Tutte le resistenze di quegli anni sono battute, hanno
un aspetto eroico, ma suscitano fuori dalla fabbrica un modesto appoggio,
quando non, come a Torino, l'adesione alla contromanifestazione padronale.
Non diversamente va ora con i presidii operai contro le chiusure o
delocalizzazioni della crisi: in Italia gli operai salgono sui tetti, in
Francia sequestrano i direttori nei loro uffici. Raccolgono qualche
solidarietà nei borghi dove l'azienda è il perno dell'attività locale,
sono abbrutiti dalla polizia dove non lo è. Da soli non vincono mai; ma
chi è con loro? All'assemblea di Marghera daranno l'ultimo colpo le
Brigate Rosse, già ridotte agli estremi, uccidendo un paio di dirigenti e
fornendo il pretesto a qualche zelante magistrato di cercare
nell'autonomia il Grande Vecchio che cospirerebbe a una insurrezione
contro i poteri dello stato.
Ma questa, sempre da fare, sarebbe tutta la storia degli anni '70 e '80,
in Italia diversa da qualsiasi altro paese. Nella quale alle insorgenze
operaie è mancata ogni riflessone sulla sconfitte della rivoluzione nel
primo dopoguerra, come se Gramsci non ci fosse stato. Così come è
mancata nel Pci ogni riflessione sul risorgere del radicalismo operaio,
come se Marx non ci fosse stato. In questa duplice mancanza sono bruciate
non solo l'idea di rivoluzione ma quella di conflitto. |
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