UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004
ALFONSO BERARDINELLI
I QUADERNI PIACENTINI (II)
Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il
dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato
dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo,
Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.
"Ma si può sapere chi siete? - Noi siamo la donna
delle pulizie"
Alfonso Berardinelli è stato docente di Letteratura italiana contemporanea
all’Università di Venezia dal 1983 al 1995, ha svolto attività di critico
militante su diverse riviste, a cominciare dai Quaderni Piacentini, della cui
direzione ha fatto parte dal 1975 fino alla chiusura nel 1984. Con Piergiorgio
Bellocchio ha iniziato, nel 1985, la stesura di Diario, opera letteraria in
forma di rivista. Tra le sue ultime pubblicazioni L’eroe che pensa (Einaudi,
1997); Nel paese dei balocchi. La politica vista da chi non la fa (Donzelli,
2001) e La forma del saggio (Marsilio, 2002).
Chissà che cos’erano veramente i Quaderni Piacentini. Di questa rivista
circola ormai da tempo un’immagine assai confusa: i giornalisti oggi in
attività sono troppo giovani per averla potuta leggere; per altri più anziani
la rivista era come il fumo negli occhi, se ne sentivano offesi, non capivano
quanta moderazione e distanza critica ci fosse in quell’apparente estremismo;
altri, i marxisti ortodossi di allora, gli ideologi accaniti e davvero convinti
che una rivoluzione comunista, operaia, fosse alle porte, consideravano troppo
eclettica o sofisticata o politicamente impotente o radical liberale quella
rivista diretta da intellettuali poco comunisti e poco coinvolti, nonostante le
buone intenzioni, nella prassi militante. Oggi arrivano a ricordare solo qualche
articolo maoista per poterla condannare più facilmente, assimilandola al
peggiore dogmatismo. In realtà, la sinologa del gruppo, Edoarda Masi, è stata
nonostante tutto la più intelligente commentatrice italiana di quella che
allora si credeva fosse la linea di Mao; in molte cose sbagliava, tuttavia
sarebbe giusto ricordare che per almeno una decina di anni ebbero più o meno le
stesse convinzioni parecchi tra i più competenti sinologi di sinistra del
mondo. Nei Quaderni Piacentini tutte le forme ortodosse di marxismo (leninismo,
trotzchismo, maoismo, operaismo) erano marginali e per lo più guardate con una
certa ironia e diffidenza. Quando nel 1973 cominciai a collaborare alla rivista
e poi, due anni più tardi, mi fu proposto di entrare nel comitato direttivo, mi
sentivo un intruso. Tuttavia, venendo da Roma, dove dominavano ipermarxisti come
Lucio Colletti e Alberto Asor Rosa, arrivato a Piacenza in quelle riunioni mi
sembrò finalmente di respirare. Il gruppo era costituito da persone che si
conoscevano e collaboravano da anni. Io passai repentinamente dalla posizione
comoda del lettore devoto a quella di collaboratore attivo e poi di membro del
comitato direttivo. Alcuni saggi pubblicati dalla rivista negli anni ‘60 li
avevo addirittura studiati, letti e discussi in piccoli gruppi di amici o
militanti; ero allora il più giovane del comitato direttivo e mi sembrava di
poter solo imparare; inoltre ero molto curioso di osservare da vicino i
rapporti, per altro civilissimi, amichevoli, ma non sempre facili, tra
intellettuali così diversi. Che cos’avevano in comune Giovanni Jervis e
Michele Salvati, la sociologia politica francofortese di Carlo Donolo e Federico
Stame e il fervido empirismo enciclopedico di Francesco Ciafaloni? C’era poi
Fortini, che conoscevo meglio personalmente, che aveva ispirato la rivista fin
dai suoi inizi, ma che ora la guardava come si guarda un figlio indocile,
deviante, esposto a tentazioni illuministiche e vitalistiche libertine. Dunque
che cos’erano veramente i Quaderni Piacentini? Neppure chi ha fondato e
diretto la rivista riesce a darne una definizione esauriente e stabile.
Piergiorgio Bellocchio, che la fondò nel 1962 e la diresse con l’aiuto
determinante di Grazia Cherchi e di Goffredo Fofi fino a quando non si formò
una direzione più ampia, sembra sempre un po’ a disagio quando gli si chiede
di riassumerne la storia. Lui inventò qualcosa che poi, nel 1968, gli sfuggì
di mano, prese una piega diversa, si assunse e fu portata ad assumersi
responsabilità politiche maggiori, divenendo una sorta di organo informale,
semiufficiale e comunque abbastanza influente di quello che allora si chiamava
il movimento. L’inizio aveva riunito collaboratori più anziani, poeti,
critici, teorici marxisti, da Fortini a Sebastiano Timpanaro, da Cases a Renato
Solmi, il primo e migliore traduttore di Adorno e Benjamin, nonché poeti come
Giudici e Giancarlo Majorino, uno psicanalista teorico con interessi vastissimi
come Elvio Facchinelli. Col 1968, per una decina di anni, fu la volta di Donolo,
Salvati, Stame, Ciafaloni, Masi, ai quali soprattutto era affidata la
riflessione teorica e politica più caratterizzante; i collaboratori in quel
periodo tendevano a diventare più numerosi, anche se ogni tanto comparivano
comunque i numi tutelari della generazione più anziana. Cesare Cases diventò
uno scrittore satirico sempre più brillante ed esilarante quanto più
constatava la sconfitta del marxismo critico. Alcuni come Sergio Bologna e
Giovanni Jervis, a distanza variabile, scrivendo molto o poco, per amicizia o
per affinità culturale accompagnarono la rivista in tutta la sua parabola.
Negli anni ‘80 si aprì una nuova fase: il fondatore e direttore Bellocchio si
teneva sempre più da parte, già da qualche anno avrebbe forse, lo diceva,
preferito chiudere. La rivista però mostrava ancora di esercitare una notevole
attrazione su una nuova ondata di giovani seriamente intenzionati a continuare.
Arrivarono Franco Moretti, Gad Lerner, Filippo La Porta, Marcello Flores, Gianni
Riotta e intanto si infittivano i saggi letterari, di qualità spesso notevole
anche se un po’ accademica. Ricordo che prima della chiusura definitiva del
1984 andai a casa di Michele Salvati per valutare insieme la situazione e le
prospettive future. Io, che in linea generale ero piuttosto scettico, disponevo
tuttavia di un nutrito drappello di eccellenti letterati; lui, che invece aveva
assunto compiti più direttivi in quel momento, mi disse che faceva sempre più
fatica a trovare, e non solo in Italia, saggi di economia e sociologia politica
interessanti per la rivista. Eravamo alle soglie di quel periodo in cui la
conversione alla letteratura divenne un’epidemia: vinceva l’industria del
romanzo e vinceva l’accademia. Quando poi Bellocchio e io pensammo di fare
Diario, tra l’84 e l’85, il problema era questo: la ricerca di un diverso
linguaggio per la critica dell’ideologia, secondo un’espressione di
Piergiorgio Bellocchio “dal noi all’io”. Fu, quella di Diario, un’opera
letteraria a puntate tra satira, diario in pubblico, critica dell’ideologia,
scritta da due autori e pubblicata in forma di rivista; una sorta di giornalismo
anacronistico e rarefatto che evocava il giornalismo inattuale delle origini;
pensata come genere letterario, e destinata a un pubblico non di massa né di
ceti o di gruppi, ma di singoli e che sperimentava le possibilità della
tradizione saggistica applicandole alla sua vita. Questa potrebbe essere, un
po’ affastellata e confusa, una definizione sintetica della rivista che
appunto seguì, per quanto riguarda Bellocchio e me, i Quaderni Piacentini.
Diario si presentava a noi stessi che la facevamo così insolita che definire
quello che stavamo facendo non era affatto secondario. Dopotutto bisognava farsi
capire e non era facile, neppure con gli amici, neppure con le persone
culturalmente più vicine e affini, anzi, proprio da questa difficoltà o
facilità immediata di comprensione, ci venivano, soprattutto all’inizio, le
maggiori sorprese, strane sordità da parte di alcuni vicini e invece
entusiastiche adesioni da parte di persone sconosciute e anche culturalmente
credute fino a un momento prima lontane. Un nuovo e diverso pubblico insomma
emergeva ed era la stranezza della rivista a rivelarlo. Devo dire che non
avevamo nessun programma preciso, ogni numero che mettevamo insieme era una
sorpresa anche per noi. Raccogliendo poi più tardi una parte degli scritti di
Diario in un volume, Bellocchio ha scritto una breve nota introduttiva da cui
vorrei estrarre alcune righe perché contengono, insieme a una definizione di
Diario, anche una fulminea storia dei precedenti e delle intenzioni. Scriveva
Bellocchio, “conclusa l’esperienza dei Quaderni Piacentini, che mi aveva
assorbito per quasi vent’anni, ‘62-’80, fui tentato dall’idea di
rivolgermi a un pubblico più largo e indifferenziato, lavorai a Panorama, poi
all’Illustrazione italiana e a Tempo illustrato, non potevo trovare miglior
conferma a ciò che in astratto già sapevo: qualunque cosa tu scriva perde ogni
proprio significato per uniformarsi al contesto. Mai mi ero sentito così solo e
inutile come quando avevo avuto un pubblico potenziale, con Panorama, di
centinaia di migliaia di lettori”. Di qui l’esigenza di creare uno strumento
di comunicazione libero da ogni condizionamento, indenne dal rumore della
chiacchiera culturale, della pubblicità, dei falsi specialisti.
Una rivista necessariamente povera, che esce quando ha qualcosa da dire, che non
deve niente a nessuno, totalmente autogestita. Diario non ha voluto né vuole
essere altro che un luogo dove la parola non perda il proprio significato, dove
appunto chi scrive sia preso in parola. Una rivista che non è propriamente una
rivista, ma una specie di opera a puntate di due autori. Oltre a questa, la
rivista contiene, soprattutto nei primi numeri, altre autodefinizioni; le più
suggestive vengono proprio dai testi dei due primi classici antologizzati,
Kierkegaard e Leopardi. Questa pratica, iniziata quasi per caso nel primo
fascicolo, diventò poi un costume della rivista: ogni numero era composto da
due o più testi dei due direttori e di solito in fondo, salvo in alcuni casi
-Baudelaire e Simone Weil, che pubblicammo in apertura del fascicolo- questi
testi di classici. Si trattava di Sorau, Tolstoj, Herzen, Orwell, Rabelais...
beh, buoni collaboratori. Nel primo e nel secondo numero Kierkegaard e Leopardi
parlano anche loro di riviste; sia l’uno che l’altro erano poi gli autori di
straordinarie opere private, diari, zibaldoni in cui entrava di tutto, dal
racconto dei casi personali, dei propri guai (con un’analisi approfondita di
sentimenti poco analizzati dalla sinistra come malinconia, angoscia, noia), fino
alla riflessione filosofica, sociale, politica e letteraria. L’uno e l’altro
grandi autori della solitudine e nello stesso tempo diagnostici di mali sociali
e culturali tipicamente moderni. In polemica contro i giornali, contro la
superstizione del progresso, contro la già allora emergente classe media di
mediatori: preti, docenti, ecc. Quindi dei singoli che, in solitudine, cercano
d’inventare un loro mezzo di espressione pubblica, dal diario alla rivista,
anche se scritta interamente da chi l’ha fondata. Ecco qualche definizione,
quasi esclusivamente in negativo, per esempio questa mia: “- Ma in fondo che
cosa c’è in questa rivista che l’Espresso non potrebbe tranquillamente
pubblicare e nessuno se ne accorgerebbe? - Niente, quello che qui manca è
l’Espresso e chiunque se ne accorge”. Un’altra, che dà il titolo a tutto
il testo di Bellocchio è costruita in forma di un dialogo immaginario che così
si conclude: “Quel che mi lascia perplesso è che queste voci, demolizioni e
recuperi, rimozioni e smaltimento rifiuti, disinfestazioni, sgomberi sono
eccessive, fanno pensare a lavori in grande, mentre noi... cosa vuole. - Ma si
può sapere chi siete? - Noi siamo la donna delle pulizie”.
Sebbene non ortodosso, il marxismo dei Quaderni Piacentini era comunque ben
presente e attivo e determinava in quegli anni gran parte dei modi e
dell’orizzonte della sua critica della cultura. Che il riferimento di volta in
volta privilegiato fosse la classe operaia, il neoproletariato
tardocapitalistico, l’organizzazione politica da costruire, le masse in
rivolta e culturalmente il materialismo o la teoria critica di matrice
francofortese, comunque fosse la critica, si configurava come una variante e
continuazione della marxiana critica dell’ideologia. A garantirne
l’efficacia era la lucidità delle eleborazioni concettuali, ma non una
particolare attenzione al linguaggio. Era il punto di vista politico incarnato
da un movimento di massa e da una tradizione teorica e non erano i linguaggi di
tradizioni culturali, magari letterarie, estranee al marxismo. Non solo la
letteratura, ma l’interesse stesso per il linguaggio della critica, nei
Quaderni Piacentini era marginale. Forse proprio a misura della sconfitta
pratica della sinistra, che si andava profilando e dell’involuzione teorica
del marxismo, chi ha inventato di più sul piano del linguaggio è stato un
marxista critico, notevolmente ortodosso tra l’altro, come Cesare Cases.
Cases si era trasformato in un eccellente scrittore satirico; in lui l’eredità
di Lukàcs si era fortemente contaminata con l’influenza di Adorno, del Brecht
satirico e aforistico e soprattutto di Karl Kraus, autore con il quale siamo del
tutto fuori del marxismo. Per Kraus il linguaggio è doppiamente decisivo per
l’esercizio della critica sociale e culturale. Il linguaggio è infatti
oggetto privilegiato della critica ed è per la critica un mezzo
d’espressione. Del resto, com’è potuto accadere, mi chiedo, che io mi sia
messo a scrivere di questioni politiche, pur essendo con ogni evidenza poco
adatto a discuterle? Alla fine, soprattutto con Diario, mi è parso d’aver
trovato la migliore scappatoia, parlare cioè di politica non da appassionato
competente, ma da incompetente irritato, sconcertato e annoiato. In fin dei
conti, mi sono detto, con la mia avversione per la politica mi trovo in buona
compagnia; la mia posizione è la stessa della maggioranza che subisce la
politica, che non capisce, non sa, non conta, s’illude di contare. Tra
l’altro avevo maturato, all’inizio degli anni ‘80, una strana convinzione,
che cioè, proprio perché sanno farla e la fanno con tanta naturalezza, senza
vederne l’esasperante macchinosità e la sostanziale inettitudine, in realtà
i politici non capiscono la politica. Per questo mi sembrava che andassero
aiutati a capire meglio se stessi per quello che sono e per come appaiono a chi
è fuori e in basso. Che cosa fanno i politici, mi chiedevo; fanno davvero
qualcosa o cercano piuttosto di cavarsela facendo il meno possibile e dandosi un
gran daffare perché nessuno faccia di sua iniziativa e per conto proprio
qualcosa di preciso e di reale? I politici conoscono davvero i problemi pratici
che promettono di risolvere? Che tipo d’interesse hanno in quanto individui e
come gruppo sociale al miglioramento della sanità, dell’istruzione, dei
trasporti, dell’ambiente, delle poste, della giustizia? La loro vita
quotidiana si svolge per anni molto lontana dalla vita quotidiana di tutti.
Qualche volta vanno al cinema, in vacanza, qualche volta entrano in un museo, in
un ristorante, in un albergo, ma raramente pagano di tasca propria. Per quasi
tutto il tempo della loro vita attiva (sono sempre in piena attività) non si
trovano nella condizione di un qualsiasi cittadino medio e tantomeno
svantaggiato. I politici, coloro dunque che per professione agiscono, sono quasi
sempre le persone meno pratiche del mondo, le meno dotate di quella
immaginazione pratica indispensabile a ottenere buoni risultati con il minor
dispendio possibile di tempo e di denaro.
UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004
FRANCESCO CIAFALONI
I QUADERNI PIACENTINI (III)
Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il
dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato
dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo,
Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.
"Nel 900 gli intellettuali si sono sopravvalutati
alquanto"
Francesco Ciafaloni, ingegnere minerario, dopo un’esperienza di lavoro
all’Eni, è stato redattore presso Boringhieri e poi Einaudi. Attualmente è
ricercatore all’Ires Cgil del Piemonte. E’ stato tra i redattori principali
dei Quaderni Piacentini e ha fatto parte del comitato di redazione. Ha inoltre
diretto la rivista Ex Machina. Tra gli altri ha pubblicato Kant e i pastori.
Ovvero: il mondo e il paese (Linea d’Ombra edizioni).
Mantenere viva la speranza
in un mondo che non ci piace.
Forse il titolo dovrebbe essere invece un verso di Franco Fortini, che della
rivista di cui si parla è stato uno degli ispiratori e dei collaboratori
importanti: “Ma il mondo cambia e ti ammazza”.
Ma questa non è una giornata sul passaggio delle generazioni o sulla morte, che
ha già portato via alcuni dei migliori di noi, come sempre succede. E’ invece
una giornata su quello che abbiamo cercato di fare, su ciò che c’era di buono
in ciò che scrivevamo, sui problemi di oggi, su quello che facciamo oggi e che
ci sembra il proseguimento di ciò che facevamo allora.
In termini più aulici e più precisi, anziché speranza e mondo che non ci
piace, si potrebbe dire pensiero critico.
Le continuità e i cambiamenti
Personalmente non mi sembra di avere cambiato molto ciò che faccio negli ultimi
quarant’anni. O meglio, continuo ad avere a che fare con immigrati ed operai,
ad occuparmi di prevenzione e di incidenti sul lavoro, a leggere libri -meno di
quarant’anni fa, quando facevo il lettore di professione- a cercare di capire
quello che succede al mondo e come si potrebbe fare per opporsi alle tendenze
peggiori.
Nei fatti sono cambiate molte cose. Allora gli immigrati parlavano veneto o
qualche dialetto meridionale, gli operai crescevano in numero e in percentuale
ogni anno, la scuola autoritaria e conservatrice sembrava rovesciata, la libertà
e l’uguaglianza sembravano, se non raggiungibili, almeno desiderabili.
Oggi gli immigrati vengono da mezzo mondo, gli operai sono sempre di meno, le
persone in età di lavoro -dai 15 ai 65 anni- nate in Italia diminuiscono di
tre-quattrocentomila l’anno, i settori industriali chiudono -quei pochi che
c’erano ancora-, la libertà è sempre più merce per ricchi, l’uguaglianza,
o anche solo la giustizia, sembra una parolaccia.
Allora ci sentivamo ancora addosso il mondo contadino, in cui alcuni di noi
erano nati, con i cui problemi altri si erano identificati, fino a farne il
centro della propria giovinezza.
Oggi che ci fossero i contadini neppure ce lo ricordiamo più oppure abbiamo
bisogno -per ricordarcene- di guardare la morte e trasfigurazione di Rocco
Scotellaro o leggere Ernesto de Martino.
Allora eravamo quasi al massimo di una espansione della produzione e del consumo
dei beni materiali e dei servizi, che ci sembravano la gabbia -più o meno
luccicante- in cui il sistema ci rinchiudeva, la cui necessità indotta era il
fine e il mezzo della repressione o della tolleranza repressiva.
Oggi è evidente che di beni e di servizi non ce ne saranno abbastanza per
tutti. Non solo nelle sterminate periferie del terzo mondo ma anche in questa
affollata periferia in cui ci troviamo a vivere.
Allora ci sembrava che ci fosse bisogno di una resistenza, di una contestazione,
di una rivolta per rivelare la violenza implicita del sistema; ci sembrava che
le giustificazioni difensive o liberali fossero l’ipocrisia che mascherava la
violenza dell’imperialismo sempre vivo e vegeto.
Oggi le giustificazioni vengono appena abbozzate e lasciate cadere perché viene
esplicitamente affermato il diritto alla guerra preventiva in quanto è
nell’interesse della potenza militare dominante.
Allora le istituzioni, tutte, ci sembravano solo prigioni, rovesciando i decenni
precedenti in cui “istituzionalizzare” era sembrato il necessario
complemento di ogni rivolta, di ogni conquista. Molti di noi usavano eversivo e
rivoluzionario come qualificazioni positive, senza troppe precauzioni.
Poi, rapidamente ci siamo ricordati che le istituzioni della democrazia non sono
un dato di natura, ma una difficile eredità di cui siamo tutti parte, che anche
la nostra volontà è determinata, che l’eterogenesi dei fini è più
frequente della realizzazione dei desideri.
Bisogna dire che anche allora non eravamo proprio del tutto sprovveduti e che
appena ci siamo trovati -siamo stati costretti dai fatti- a scegliere e
precisare, abbiamo scelto e precisato con qualche saggezza.
Ma, a parte la nostra maggior saggezza, o maggior paura, o maggiore età, cosa
è cambiato davvero?
Che cosa è cambiato
Certo non l’importanza del lavoro; non universalmente. Al mondo non ci sono
mai stati tanti lavoratori, un po’ perché non ci sono mai stati tanti uomini
-e donne- un po’ perché non è stata mai così larga la sfera dei rapporti
economici in senso proprio. Non è diminuito, su scala mondiale neppure il
lavoro manuale.
Continua ad essere vero anche che è il lavoro la causa e la misura della
ricchezza delle nazioni.
Sono solo cambiati gli economisti, la maggior parte, la quasi totalità oggi
sembrano ridotti al ruolo di frate indovino, delle sibille, dei maghi -come
Vanna Marchi: cresce? Non cresce? Sul più diffuso dei media, in TV, Giorgio
Lunghini, che ricordava che le banche sono rendita e che la finanza, se non c’è
industria, non produce ricchezza e che la rendita, se è molto elevata, come in
Italia, è la più feroce e iniqua delle tasse, sembrava un marziano. Non
contraddetto da nessuno, ma pur sempre marziano.
Ed è cambiato il ruolo di questo paese nella divisione internazionale del
lavoro. Eravamo un paese manifatturiero, fondato sì sui bassi salari, ma non
privo d’ingegno. Avevamo un settore nucleare, uno elettronico-informatico, uno
elettrotecnico, uno chimico e farmaceutico, uno meccanico, uno siderurgico e
siamo rimasti con ben poco. Siamo decisamente usciti dalla società
tradizionale, dal mondo contadino, dalla povertà, abbiamo la struttura dei
consumi del mondo ricco, ma non abbiamo le competenze, la struttura, le
dimensioni aziendali per guadagnarci davvero quel livello di consumi. Forse
siamo più periferici ora che quarant’anni fa, quando gli operai aumentavano
ogni anno, in numero e in percentuale, e pensavamo al nostro paese come
subordinato alla maggior potenza del mondo e stretto nella morsa della guerra
fredda, ma in crescita, in produttività e diritti.
Oggi abbiamo la struttura dei consumi e la complessità della intermediazione di
un paese europeo, ma non abbiamo sviluppato la produzione di servizi e di
conoscenze che ci consentirebbero di avere, e meritare, un ruolo importante
nella divisione internazionale del lavoro. L’intermediazione, che è l’unica
cosa ben pagata in Italia, è spesso parassitaria.
E’ rimasto centrale il lavoro esecutivo non specializzato, meno fisicamente
pesante che in passato ma sempre esecutivo, subordinato, sottoposto alla
concorrenza dei grandi paesi emergenti, spesso classificato come servizi, anche
se avviene in stretta connessione con le poche grandi aziende di sempre.
Prendo un esempio particolarmente illuminante da una relazione di Luciano
Gallino.
Negli impianti di Monfalcone, a Trieste, per costruire una grande nave, venti
anni fa, lavoravano alle dipendenze dei cantieri navali dell’alto Adriatico
4.500 persone. Oggi i dipendenti diretti per costruire una grande nave sono un
migliaio. Ma ogni giorno ci sono più di 3.000 persone che vanno a lavorare a
Monfalcone per costruire navi. Le persone sono più o meno le stesse ma sono
dipendenti di piccole aziende, autonomi, precari, addetti ai servizi. Hanno una
miriade di contratti, quasi tutti non a tempo indeterminato. Guadagnano in
grande maggioranza molto meno dei dipendenti diretti e non sono classificati
come operai o impiegati dell’industria che perciò risultano enormemente
diminuiti.
La stessa cosa avviene nella pubblica amministrazione. I dipendenti diretti non
vengono licenziati ma non vengono sostituiti in misura sufficiente e si
riducono. Le attività vengono esternalizzate, sono svolte da cooperative,
associazioni, co.co.co., lavoratori a progetto, grappoli di enti e singoli
appaltanti e subappaltanti.
C’è stata una idealizzazione di questa diffusione e complicazione, a torto
ritenuta più vicina agli utenti e ai luoghi, il cosiddetto terzo settore.
In effetti c’è stata in molti campi una iniziale complementarità tra
pubblico e privato, tra privato retribuito e privato volontario, tra persone
motivate e risorse indirizzate.
Ma, almeno per quello che si riesce a vedere nella città in cui lavoro, l’outsourcing
sistematico ha letteralmente sbriciolato il mondo delle piccole e piccolissime
associazioni. Paradossalmente è possibile che sopravvivano proprio gli enti
meno motivati, gli intermediari puramente economici, che fanno intermediazione
retribuita, qualche volta ben retribuita, tra i fondi pubblici e il mondo del
precariato. Un po’ come è avvenuto nel mondo dell’edilizia, in cui non c’è
volontariato e perciò non c’è ambiguità, la motivazione è quella di
guadagnarsi la paga, ovviamente, ma la dimensione media delle aziende è
arrivata a due dipendenti e mezzo, il numero delle aziende subappaltanti è
enorme -per un solo grosso cantiere dell’alta velocità si può arrivare a 120
aziende stabili e 250 instabili- i manovali vengono pagati pochissimo e la
sicurezza va a farsi friggere.
E la qualità?
Nel caso dell’alta velocità e dei cantieri per la metropolitana e le
olimpiadi invernali si spera che ci pensi il committente: le ferrovie, il Toroc,
il Comune. Nel caso della sanità, dell’assistenza, la pretesa di far
funzionare il mercato in un campo in cui non c’è, non può esserci, un
consumatore finale consapevole, perché l’assistito tipicamente non sa cosa
deve essergli fatto, altrimenti non avrebbe bisogno di assistenza, vengono
rilevate tutt’al più le disfunzioni macroscopiche, di tipo alberghiero, non
il danno emergente, la mancanza totale di prestazione. Il controllo dovrebbe
essere fatto dalla pubblica amministrazione che, tipicamente, non è in grado
neppure di controllare se stessa e i propri tempi di pagamento ed ha una memoria
puramente burocratica di ciò che ha ordinato di fare.
Insomma da un paese in crescita di produzione ed esportazioni, con aziende
centrali in alcuni settori, ma con troppi morti sul lavoro e per lavoro, con
basse retribuzioni e un welfare insufficiente ma innovativo e in crescita, ci
siamo trasformati in un paese che non riesce a far quadrare la bilancia dei
pagamenti, non può più ricorrere direttamente ai bassi salari attraverso
svalutazioni competitive, è in rapido invecchiamento e vede il welfare
sfarinarsi con i meccanismi che ho cercato di descrivere, perché non riesce a
fornire i servizi direttamente e non riesce a controllare chi li fornisce.
La demografia e le migrazioni
I migranti, che sono stati la sorpresa degli anni ’80, il bersaglio della
xenofobia degli anni ’90, diventeranno sempre di più necessari negli anni
-nei decenni- prossimi.
Oggi ci sono circa 2.500.000 immigrati in Italia, il 4,2% della popolazione,
l’1% meno della media europea. Non possono che crescere, perché la fertilità
italiana resta la più bassa dell’Europa occidentale, dopo essere stata una
delle più basse, se non la più bassa del mondo.
Sono gli immigrati -le immigrate- che fanno i servizi che consentono il modesto
aumento della percentuale delle donne attive; sono loro che badano le vecchie,
lavorano nelle cooperative di pulizia, fanno le operaie e gli operai in tutti i
settori, dagli alimentari all’edilizia, fanno piccolo commercio e piccola
ristorazione.
E’ ovvio, ma va ripetuto, che gli immigrati non possono che crescere. La
transizione demografica che l’Italia ha attraversato tra il 1964 e il 1980
(che ha portato ad un dimezzamento dei nati ogni anno mentre la durata della
vita superava gli 80 anni per le donne e i 75 per gli uomini) ha inizialmente,
come sempre accade, aumentato il numero delle persone in età attiva rispetto al
totale, ma ormai da vari anni, da quando i nati nell’80 hanno raggiunto l’età
di lavoro, porta a una inevitabile riduzione. Se la fertilità resterà quella
attuale, ormai assestata da un quarto di secolo, il rapporto tra popolazione
attiva e popolazione totale ricomincerà a crescere quando moriranno i nati a
metà degli anni ’60, cioè a metà degli anni ’40 di questo secolo. La mia
generazione sarà morta da un pezzo, da più di un quarto di secolo.
Anche se la natalità, e quindi la fertilità, riprendesse, come è avvenuto in
Francia e Inghilterra, prima che i nuovi nati entrino nelle forze di lavoro
bisognerà aspettare tra quindici e venti anni. Dobbiamo aspettarci venti, forse
quaranta anni di immigrazione crescente, perché, almeno per i prossimi due
decenni, la popolazione attiva autoctona diminuirà marcatamente, come ho già
detto.
Da dove sono venuti, da dove verranno gli immigrati?
Sono venuti soprattutto dal Nordafrica, dall’America latina, dall’Europa
orientale, dalla Cina, dall’India. Ora vengono soprattutto dall’Europa
orientale, in particolare dalla Romania. Ma l’Europa orientale ha attraversato
una transizione demografica anche più rapida della nostra, e più drammatica
perché accompagnata da una diminuzione della vita media.
Oggi l’Italia è il quindicesimo paese dal basso per fertilità, con 1,23 nati
per donna, preceduta da Hong Kong, con un nato per donna, e da quasi tutta
l’Europa orientale -Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Russia- che ha 1,14
nati per donna e una vita media dei maschi sotto i sessant’anni, qualche anno
di meno dei marocchini maschi.
Questo vuol dire, anche se i fenomeni migratori non sono regolati dalla legge
dei vasi comunicanti, che è molto improbabile che il flusso dall’Europa
orientali resti ai livelli attuali.
Alcuni enti prevedono che in futuro crescerà soprattutto l’immigrazione
dall’Africa centrale, ma sembra una previsione ottimistica per l’Africa,
perché per emigrare ci vogliono risorse economiche, psicologiche, sociali che
l’Africa centrale non sembra avere.
In ogni caso, salvo guerre guerreggiate e catastrofi maggiori di quella
argentina, da qualche parte verranno.
Questo vuol dire che diventerà facile sfruttare il lavoro dei meteci e sarà
forte la tendenza a riprodurre situazioni da ancien régime.
Forse già ora la massima differenza tra sinistra e destra in Italia è quella
tra inclusione ed esclusione nei confronti dei lavoratori stranieri.
I mutamenti avvenuti, i crolli dei partiti, gli effetti secondari della caduta
del muro sui partiti della sinistra italiana, che almeno io avevo gravemente
sottovalutato, portano a ridiscutere le radici stesse della Repubblica.
La politica e il pensiero critico
Credo abbia ragione Sergio Bologna, che ha fatto circolare cortesemente il suo
pezzo in anticipo. Le riviste critiche appartengono irrimediabilmente al
passato. Forse è finito il rapporto tra radicalità e scrittura. Forse la crisi
profonda di alcuni dei filoni politici dominanti fino a una ventina di anni fa
rende inutile o impossibile la discussione politica in senso proprio perché
quello che tiene insieme i gruppi dirigenti e gli aderenti o elettori non sono
le idee ma direttamente gli interessi o le carriere e perciò è sempre più
profonda la divisione netta tra ragioni del potere occupativo e propaganda. I
dirigenti di partito pensano di essere, e in parte sono davvero, gli uffici del
personale del mondo. Sono sempre impressionato dall’automatismo che porta
molti a comunicare ai potenziali elettori strategie aziendali di partito come se
fossero programmi. Molti a sinistra, perché il proprietario dei media e del
governo fa solo televendita.
Ricordo una vecchissima intervista all’Espresso di Claudio Signorile -allora
lombardiano!- che diceva in buona sintesi: il serbatoio di voti del Psi segna
rosso. Bisogna fare il pieno!
E perché lo dici a me? E’ un problema tuo.
Occorre anche dire che nel ‘900 gli intellettuali si sono sopravvalutati
alquanto. Il gioco dell’influenza diretta, per conquista del potere o per
importanza della critica, è riuscito a pochi. Oggi non si sa bene chi abbia lo
sguardo lungo e la capacità di parola che renderebbe legittima l’attesa di un
risultato.
Penso di essere uno, come ho sempre detto, anche quando i Piacentini uscivano
ancora. Uno tra tanti. Penso che di giovani, precari, incerti, come forse
eravamo anche noi, a cui il mondo non piace e che sono disposti a rischiare
qualcosa per cambiarlo ce ne siano molti, forse più consapevoli di quanto non
fossimo noi della propria marginalità collettiva.
Non guasta sapere che non siamo l’ombelico del mondo, che non lo eravamo
neanche trenta anni fa. In questo forse dissento da Sergio Bologna, che però
non è un esaltato ottimista, non lo è mai stato e non me ne vorrà.
UNA CITTÀ n. 119 / Marzo 2004
SERGIO BOLOGNA
I QUADERNI PIACENTINI (IV)
Ai Quaderni Piacentini, che tanto influenzarono il
dibattito politico-culturale a sinistra negli anni Sessanta e Settanta è stato
dedicato un convegno a Piacenza. Pubblichiamo gli interventi di Carlo Donolo,
Alfonso Berardinelli, Francesco Ciafaloni e Sergio Bologna.
"Dei Quaderni Piacentini, ovvero del prodotto
“rivista”
come forma e delle condizioni della sua produzione"
Sergio Bologna, docente di Storia del movimento operaio dal ‘66 all’83, ha
partecipato a Classe operaia e ai Quaderni Piacentini dal 1963 al 1980.
Fondatore e direttore della rivista Primo Maggio, attualmente collabora con la
Fondazione di storia sociale del ventesimo secolo di Amburgo.
Che cosa rende i QP così lontani, così fuori dal nostro tempo? La disaffezione
degli intellettuali per il marxismo? Ma di marxisti ortodossi non ce n’era
manco uno. Di neomarxisti? Bravo chi è capace di definire cos’è il
neomarxismo. Forse il marxismo non c’entra per nulla. Più probabile che sia
cambiato lo statuto dell’intellettuale (ricordiamo la bella idea di Julien
Benda “gli intellettuali non possono creare il Bene ma possono almeno impedire
che il Male venga fatto con la coscienza tranquilla”).
1. E’ cambiato in particolare il rapporto tra intellettuali e politica o tra
pensiero e politica (tra l’altro la problematicità di questo rapporto sta
alla base della sociologia e della storiografia sugli intellettuali, dai
ragionamenti di un sociologo come Theodor Geiger negli Anni Trenta alle opere di
uno storico di oggi come Michel Winock). Si è estinto quello spazio intermedio
dove l’intellettuale poteva muoversi tra critica, utopia e profezia -le tre
dimensioni entro le quali agiva la parola di Franco Fortini, per esempio-
costruendo in tal modo una piccola agorà dove la politica era presente da
spettatore più che da interlocutore o da protagonista. Oggi questa agorà non
è più prevista nello spazio urbano della politica, che ha recintato
rigidamente il suo perimetro e lo fa controllare da nerovestiti buttafuori
testapelata/occhiali neri, un perimetro dove l’intellettuale per entrarvi
esibisce tessera di riconoscimento. E il lavoro dell’intellettuale ormai è
ridotto a procedura per ottenere questa tessera. Quasi non esistesse più una
dinamica di autoformazione, quasi il pensiero non fosse più condizione del suo
statuto sociale. Egli può essere solo cooptato, appunto il suo statuto gli
viene conferito dalla politica, in una parola: non ha più autonomia.
2. Ma anche la politica non ha più autonomia. Quanto maggiore è la sua “professionalizzazione”,
la sua costituzione come casta separata, tanto minore è la sua autonomia dai
poteri economici e finanziari. “E’ sempre stato così” -potrebbe dire
qualcuno. No, non è sempre stato così. Il ceto politico italiano, in
particolare quello democristiano, una sua autonomia ce l’ha avuta, fondata
indubbiamente sulla forte articolazione di organizzazioni d’interessi ma ancor
più sul suo potere discrezionale nei confronti di un’impresa e di una finanza
pubblica, che hanno rappresentato per più di mezzo secolo il 50% della
ricchezza prodotta e gestita nel nostro paese. E’ con la Seconda Repubblica,
con la sfrenata corsa alle privatizzazioni, che il ceto politico viene spogliato
di questi strumenti di potere (che ne consentivano la relativa autonomia) e
rimane ostaggio di un potere economico che dispone dei mezzi di legittimazione,
cioè della grande stampa quotidiana, che diventa la scena sempre più ristretta
dove il teatrino della politica si recita indisturbato. Anche le forze di
opposizione subirono lo stesso processo ma a differenza delle forze di governo
-che furono costrette a “mollare la presa” dalle inchieste di Mani Pulite-
sembrarono “cercare” la dipendenza, sembrarono volersi districare da quel
regime di “lacci e lacciuoli” che bene o male la base rappresenta, quel
sistema di vincoli rituali che rallenta il passo dei gruppi dirigenti. Il
“partito snello” così come “lo stato minimo” appartengono a un’epoca
ben precisa della nostra storia, quei fatidici anni 1992/1993 dove si è posto
fine a un ordinamento economico che durava da 60 anni e a un ordinamento
politico che durava dal dopoguerra1. Il Paese che è nato da quegli anni non è
più il paese nato dalla sconfitta del fascismo. Quale Paese? In parte la crisi
della Fiat, in parte il caso Parmalat, hanno messo a nudo alcuni suoi connotati.
3. Torniamo agli intellettuali. Per essere tali, dicevamo, il pensiero è
superfluo, basta il tesserino di riconoscimento erogato dalla politica. Tuttavia
l’intellettuale, come ceto sociale, non solo non è scomparso, anzi ha goduto
di un regime di compensazione per la sua rinuncia all’autoformazione e
all’autonomia. Si è “specializzato” pure lui, si è costituito in casta
separata, si è costruito un suo perimetro, non vigilato da testepelate
nerovestite ma da svogliati bidelli, da umili portaborse, da precari co.co.co.
Il pensiero trova limiti rigidissimi nella disciplina, anzi nella definizione
della materia, guai a chi si arrischia a dire una parola di troppo, ad usare un
vocabolo che appartiene alla disciplina del collega della porta accanto. La
libertà di pensiero e di parola si sommerge nella rigida divisione dei ruoli.
Salvo qualche politologo, cui per statuto professionale lo si concede, è
difficile che gli intellettuali così ridefiniti, inquadrati nei ruoli pubblici
della macchina universitaria, “esprimano un pensiero politico”. Potranno
solo parlare per metafore. La figura dell’intellettuale produttore d’idee e
di orizzonti mentali è scomparsa, lasciandosi dietro la legione degli
“esperti” (diceva Frank Lloyd Wright: “Un esperto è colui che ha smesso
di pensare - Lui sa”). E a questo proposito vale la pena citare un passo di
quello straordinario saggio sullo statuto dell’intellettuale, scritto da
Theodor Geiger nel 1938 pubblicato e commentato nel primo numero de
“L’ospite ingrato”, la rivista del Centro Studi Franco Fortini presso
l’Università di Siena2. Geiger ci invita a riflettere su
“quel grado di specializzazione e di approfondimento delle competenze che ha
finito per negare anche agli intellettuali l’accesso a una cultura universale,
quella cultura che oggi viene marchiata, per chi ne è portatore, di
dilettantismo. L’unità della cultura non sta più nella singola persona, ma
nella sfera della prestazione oggettivata, nel sistema organizzato della
cultura. L’ideale dell’acculturazione collettiva precipita nelle singole
sfere della società, dove si vive di cultura di seconda e terza mano. Nella
cerchia dell’Intellighenzia la figura dell’esperto competente in una
specifica materia soppianta lo spirito di cultura che abbraccia tutto. Dunque
non l’intellettuale come persona, ma la Intellighenzia come ceto si articola
per specialismi secondo la legge della divisione del lavoro e come tale si fa
portatrice della cultura ‘alta’ della sua epoca. A dispetto della
democratizzazione dello spirito, oggi si è aperto un nuovo abisso tra cultura
alta e cultura di massa” (p. 56).
4. Ma abbiamo il diritto di lagnarci della scomparsa dell’intellettuale? Non
ha contribuito forse la stessa generazione degli anni ‘60 e ‘70 a metterne
in crisi il ruolo, a delegittimarne l’autorità, a ridicolizzarne le movenze?
Prima con l’immersione nei “movimenti”, poi con il disprezzo per i grandi
orizzonti mentali, poi con quella grande recita a soggetto, con quel musical,
quel kolossal intitolato “La sconfitta”? Sarebbe ben curioso se oggi li
rimpiangessimo. La scomparsa dell’intellettuale è uno dei tanti fenomeni
-nemmeno tra i più significativi- con cui si chiude il Novecento (non a caso
definito da Michel Winock, Le siècle des intellectuels)3. E si apre il secolo
nuovo, quello dove la trasformazione più profonda -questa è una mia idea
fissa- è la trasformazione del lavoro, dello statuto del lavoro. Non c’è
globalizzazione o mutamento climatico che tenga; sono convinto che il mutamento
dell’antropologia del lavoro sia il fenomeno di maggior destabilizzazione
della cultura della società occidentale, in particolare della cultura europea e
specialmente della cultura di una middle class che sopravvive in parte grazie al
lavoro intellettuale, grazie al suo grado di istruzione, grazie alla superiorità
della conoscenza, grazie alle risorse immateriali di cui può disporre, grazie
ai linguaggi tecnici e specialistici che usa, grazie alla forza produttiva della
comunicazione. Se cambiano i parametri di quell’attività che occupa il tempo
maggiore della vita di un individuo, di quell’attività che gli consente la
riproduzione, di quell’attività che è stata alla base delle idee politiche
del liberalismo e del comunismo, come pensare che questo non produca una
fortissima destabilizzazione? Ben maggiore, a mio avviso, di quella prodotta
dall’invasione multietnica. Indagare queste trasformazioni dell’antropologia
del lavoro (magari cominciando dalle patologie, dalle nevrosi, dalle psicosi di
chi non ha retto all’impatto della trasformazione) rappresenta secondo me il
percorso più arduo per arrivare oggi a una ridefinizione della politica; arduo
ma obbligato. Della politica del terzo perimetro, quello che piacerebbe a noi
(se fossimo ancora capaci di costruirlo) dove ancora critica, utopia e profezia
avrebbero cittadinanza4. Che cosa è cambiato, nel lavoro? Per intanto il
rapporto tra tempo di lavoro e retribuzione: si retribuisce una determinata
prestazione, non un quantum di ore lavorate. E per intanto questo ha portato al
prolungamento di quella che Marx chiamerebbe “la giornata lavorativa
sociale” fino al punto di succhiare “il tempo della passione civile”. E
pare che questo sistema riguardi soprattutto il nucleo di middle class chiamato
-pomposamente- dei knowledge workers. “Più potere ai knowledge workers !”
-scrive un professore di Bologna sull’ultimo numero di una rivista che leggo
con interesse5.
5. Se così è, se la partita si gioca sul “capitale umano”, il terreno più
immediato delle contraddizioni (e delle innovazioni) può essere ancora quello,
come ai tempi di Palazzo Campana, della formazione, dell’istruzione, della
trasmissione del sapere. Mi ha fatto piacere leggere sui giornali che
all’università di Roma, un giorno di febbraio, si sono trovati a migliaia a
protestare. Spero che si sia aperto un fronte che ci porti ad interrogarci tutti
sulla nuova antropologia del lavoro. Mi ha fatto piacere ritrovare in quella
sede i vituperati co.co.co. Mi auguro soltanto che la protesta non si chiuda in
rivendicazioni corporative o nell’ipocrita conclusione che i mali
dell’Università sono dovuti al Ministro in carica6. Mi auguro che i
ricercatori precari non pensino soltanto all’immissione in ruolo ma cerchino
affinità e solidarietà con quegli altri due milioni e trecentomila circa
co.co.co., dei quali, secondo uno studio dell’Ires-Cgil, sei su dieci hanno un
reddito inferiore ai 20 milioni annui di vecchie lire. Mi auguro che cerchino
affinità e solidarietà con gli altri sei milioni circa di italiani che vivono
di redditi di lavoro autonomo, che guadagnano forse di più, ma non godono di
alcune tutele fondamentali dello stato sociale e soprattutto rappresentano il
segmento di forza lavoro cui si deve maggiormente “il prolungamento della
giornata lavorativa sociale” e al cui interno vive un settore consistente -se
non maggioritario- dei cosiddetti knowledge workers 7. Mi auguro che chi oggi si
dibatte e affronta la crisi nell’universo dell’istruzione (di base o
media-superiore o postuniversitaria) sappia trovare la strada dell’alleanza e
dell’innovazione con il mondo del lavoro postfordista -ancora largamente
incompreso dalla Sinistra e non rappresentato dai sindacati- come un tempo gli
studenti cercarono e trovarono l’alleanza con gli operai di fabbrica. La
strada per trovare questa alleanza, tuttavia, non dovrebbe percorrere un iter
strettamente rivendicativo, immediatamente “sindacale”, perché, a mio
avviso, è ancora necessario costruire un metodo d’indagine che ci porti alla
definizione della “prestazione di lavoro intellettuale”, o alla definizione
del “lavoro intellettuale come merce”, in maniera così dettagliata e
precisa com’è stata definita la prestazione di lavoro manuale. E’ dai tempi
di Taylor (o di Chaplin) che -sul tema del rapporto uomo-macchina- si è resa
evidente e comprensibile a tutti la natura della prestazione psicomotoria
dell’operaio-massa alla catena di montaggio, ma non mi sembra che sia stato
indagato a fondo il rapporto che lega un knowledge worker da un lato con il suo
PC portatile o con il suo committente o comunque con il soggetto giuridico da
cui dipende la sua retribuzione (ricordando che senza un discorso sulle forme
della retribuzione non esiste discorso sul lavoro come merce)8.
6. A ben vedere dunque non siamo poi così lontani dalle problematiche su cui si
sono esercitati i collaboratori di quella rivista che oggi con gratitudine
ricordiamo. Certo, i QP nel 2000 sembrano improponibili, non solo per le ragioni
che abbiamo detto ma perché la stessa “forma rivista” appartiene al passato
quanto la 500 Fiat. E’ cambiata la natura della comunicazione e la natura
della percezione, è cambiata la natura della passione civile. Non è vero che
ce n’è di meno, basta navigare sul web per scoprire quanta gente martella
contro il muro della menzogna, della mistificazione, del conformismo, quanta
gente si batte per cambiare i modi di pensare e le cose. La maggior parte di
questi contributi, che contestando le versioni ufficiali concorrono a formare
“le mentalità di emancipazione”, vengono proprio dal mondo
tecnico-scientifico, cioè dalla legione di “esperti”, i quali hanno
riempito in parte il vuoto lasciato dagli intellettuali “universali”. Il
discorso di Geiger si può rovesciare, il pessimismo della prima parte del mio
intervento può e deve essere compensato da considerazioni meno catastrofiste.
Tuttavia, se le orecchie non sono più ricettive a certe forme del discorso, in
particolare a quelle dalla nostra generazione predilette, cioè le “forme
generali” o “universali”, se i giovani preferiscono buttarsi su un
problema specifico e concreto, se il “discorso generalista” non attecchisce
più, ciò è dovuto anche al fatto che è cambiato l’ecosistema della
comunicazione. La ricerca della specificità, che avviene anche chiudendo
volutamente gli occhi dinanzi a letture “universali” o “generali”, può
essere interpretata, credo, come misura legittima di autotutela, di
autoprotezione, dalla massa incommensurabile di informazioni che circolano ed
urtano, travolgono qualsiasi soglia della percezione.
Conclusione: c’è stato un radicale mutamento, a mio parere, in questi quattro
settori:
- il rapporto tra politica e potere economico (il caso italiano mi sembra un
caso esemplare)
- il rapporto tra intellettuali e competenze
- l’antropologia della percezione
- il rapporto sociale di prestazione del lavoro intellettuale
Sul primo punto occorre affrontare una lettura dei fatti accaduti in Italia dal
1992 ad oggi, sul secondo punto è stato detto molto e in maniera convincente,
sul terzo punto ho la sensazione che sia già stato detto abbastanza, sul quarto
punto ho l’impressione che ci sia ancora molto da lavorare.
***
NOTE
1) Il bilancio degli anni della Seconda Repubblica resta un lavoro ancora in
gran parte da fare; un ottimo spunto è quello di partire da Massimo Mucchetti,
Licenziare i padroni? Feltrinelli, Milano 2003. Una proposta di lettura in Carlo
Tombola, Deindustrializzazione, caso Fiat e nuovo capitalismo, in “L’ospite
ingrato”, a. VI, n. 2, 2003, pp. 25-48.
2) L’articolo di Geiger intitolato Aufgabe und Schicksal der Intellektuellen
si trova in un testo di vari autori, Freie Wissenschaft. Ein Sammelbuch aus der
deutschen Emigration, curato da E.J. Gumbel e pubblicato a Strasburgo nel 1938
da Sebastian Brant Verlag; commento e parziale traduzione di questo testo di
Geiger in Sergio Bologna, Il ruolo e le caratteristiche degli intellettuali come
ceto in uno scritto di Theodor Geiger, in “L’ospite ingrato. Annuario del
Centro Studi Franco Fortini”, 1998, pp. 13-29.
3) Michel Winock è autore (con J. Julliard) del Dictionnaire des intellectuels,
Le Seuil, 1996, del saggio Le Siècle des intellectuels, Le Seuil, 1997 e del più
recente Les Voix de la Liberté, Le Seuil, 2001. Nel recensire per “Sozial
Geschichte” 1/2004 l’edizione tedesca de Le siècle des intellectuels,
pubblicata in Germania nel 2003, l’autore (Moebius) osserva che “Se il
termine ‘intellettuale’ in Francia ha suscitato un certo rispetto, in
Germania ha provocato derisione o diffidenza. Da noi ci si chiede perché gli
intellettuali non hanno avuto la risonanza pubblica di cui hanno goduto in
Francia e perché gli intellettuali francesi si sono esposti politicamente più
di quelli tedeschi”. A me pare questa una visione un po’ riduttiva e vittima
di un luogo comune, quello secondo cui gli intellettuali in Germania avrebbero
vissuto sotto la protezione di una torre d’avorio gelosamente custodita.
Basterà ricordare, senza scomodare Heine, Heinrich Mann che si schierò a
fianco di Zola nel dibattito sull’ “affare Dreyfus” (ed è proprio in
questo contesto che, secondo Winock, sarebbe stato coniato dalla Destra il
termine intellectuel come dispregiativo) o figure come Simmel, Zille, Tucholsky
ed in genere la maggioranza degli intellettuali e degli artisti dell’epoca
weimariana che non solo fecero dell’impegno sociale e civile la loro ragione
di vita ma del ruolo dell’intellettuale uno dei temi di fondo della loro
indagine; la maturità della riflessione sul ruolo del “lavoro
intellettuale” era data anche dal fatto che l’industria culturale,
l’editoria, il giornalismo, avevano raggiunto in Germania già nel primo
decennio del secolo un grado di sviluppo capitalistico e di divisione del lavoro
senza paragoni in Occidente; si pensi agli scritti di Max Weber sull’industria
musicale (sulla produzione in serie di pianoforti!) per capire come la
sociologia tedesca, assai prima dei movimenti rivoluzionari del 1918/19, avesse
una visione estremamente moderna della sussunzione del lavoro intellettuale al
capitale; questo prima ancora di Brecht, di Eisler, di Benjamin o del grande
cinema. Ma il momento più alto e più drammatico di questa vicenda lo si tocca
con l’emigrazione. Il contributo dato da personaggi come Emil Lederer o Paul
Lazarsfeld al rinnovamento delle scienze sociali negli Stati Uniti, la loro
partecipazione a progetti innovativi come l’University in Exile presso la New
School di New York, che propongono in alternativa alla macchina accademica un
diverso stile pedagogico, nasce da un forte ripensamento del rapporto tra
intellettuali e potere. Su questo si sofferma Mariuccia Salvati nell’edizione
italiana de Lo stato delle masse di Lederer, appena uscito da Bruno Mondadori.
Ma su questo tema, oltre a quelli citati dalla Salvati, si sofferma anche una
nutrita serie di saggi usciti negli Anni ‘60, ‘70 e ‘80, i più completi
dei quali a me paiono quelli di Lewis A. Coser, Refugee scholars in America.
Their impact and their experiences, Yale University Press, New Haven and London,
1984 e di Claus-Dieter Krohn, Intellectuals in exile: refugee scholars and the
new school for social research, Amherst, Univ. of Massachusetts Press, 1993. Tra
i contributi più recenti R. Blomert, Intellektuelle im Aufbruch. Karl Mannheim,
Alfred Weber, Norbert Elias und die heidelberger Sozialwissenschaften der
Zwischenkriegszeit, Monaco-Vienna, Carl Hanser Verlag, 1999. Per ultimo varrà
ricordare sul primo numero dei “Quaderni Rossi” la traduzione
dell’intervento di Brecht al Congresso Internazionale degli scrittori del 1935
e il commento di Franco Fortini.
4) Il riferimento qui è ovviamente al lavoro svolto nella sua breve e
sfortunata attività dalla Libera Università di Milano e del suo Hinterland (LUMHi)
ed al segno più forte che essa ha lasciato, il volume di vari autori Il lavoro
autonomo di seconda generazione, a cura di S. Bologna e A. Fumagalli,
Feltrinelli, Milano 1997. Per iniziativa di Carlo Tombola, Pierpaolo Poggio e
altri, tra cui il Centro Franco Fortini di Siena, da un anno circa è in atto un
tentativo di riprendere il lavoro interrotto della LUMHi.
5) Gian Paolo Prandstraller, Più potere ai ‘knowledge workers’ in “Next”,
18/2003. Sul tema della new economy o della net economy in generale uno dei miei
punti di riferimento sono gli scritti di Christian Marazzi, non solo per il
carattere innovativo della sua ricerca (es. Il posto dei calzini oppure
Capitalismo e linguaggio) ma anche per la sua attenzione alla letteratura
critica americana sui fenomeni della new economy, che diventa uno strumento
preziosissimo di trasmissione dell’informazione per chi non dispone di
strutture universitarie di ricerca.
6) Non mi pare invece che porti da nessuna parte, anzi, rischi di essere dannoso
l’atteggiamento e lo stile assunto dal “Movimento Università-Opinione”.
Il suo ossessivo antiberlusconismo non solo finisce per essere fastidioso ma
ormai svolge il ruolo di copertura di tutti gli errori commessi ieri ed oggi
dalla Sinistra variamente intesa. Si finisce quindi per mistificare la realtà e
costruire una visione del tutto manipolata e distorta della storia dell’Italia
della Seconda Repubblica. Le forsennate privatizzazioni, che hanno avviato il
Paese sulla strada del declino e lo hanno messo nelle mani di una nuova
generazione di avventurieri della finanza, privi di qualunque cultura
manifatturiera e sovranamente disinteressati alle relazioni industriali e
sociali che ne conseguono, non sono state certo opera del Polo delle Libertà ma
di uomini e forze rappresentativi del centro-sinistra (i quali oggi, dopo il
disastro Parmalat, ricorrono a una tardiva autocritica).
7) La cifra di sei milioni circa di lavoratori autonomi è riportata nel
“Rapporto sul mercato del lavoro 1997-2001” del Consiglio Nazionale
dell’Economia e del Lavoro (Cnel), Roma 2003. I redditi dei co.co.co. sono
riportati nel “Rapporto sui lavori atipici, 2003” dell’Ires-Cgil. Ho
commentato questi e altri studi sul mercato del lavoro usciti tra il 2001 e il
2003 in una serie di interventi di prossima pubblicazione. Nei miei commenti ho
messo in risalto l’uso confuso e contraddittorio dei numeri e l’enorme
deficit statistico per quanto riguarda le nuove forme di lavoro postfordista.
Sull’ultimo numero della rivista “Oltre il ponte” dedicato al ventennale
di questa importante pubblicazione, Bruno Anastasia, direttore dell’Agenzia
per l’impiego del Veneto, sembra condividere queste mie critiche all’uso
disinvolto dei numeri.
8) Sul superlavoro nell’epoca della net economy la sociologia americana ha
dato contributi brillanti, tanto per citarne due, il best seller di Juliet Schor,
The overworked american (Basic Books, 1992) e la raccolta di testimonianze di
Bill Lessard e Steve Baldwin, NetSlaves, True Tales of Working the Web (McGraw-Hill,
2000). Questo mentre la Sinistra “antagonista” italiana pendeva ancora dalle
labbra (o dalle pagine) di Rifkin (La fine del lavoro) e si chiedeva come
diavolo sarebbe stato possibile godere di tutto il tempo libero a disposizione.
Da Business Week riprendiamo alcuni dati sulla struttura dell’occupazione
negli Stati Uniti all’inizio del 2004: con 12.685.000 occupati il settore
Turismo e viaggi si colloca al secondo posto dopo il settore della sanità
(14.184.000 occupati), al terzo posto il settore del retail con 12.144.000
occupati. Il settore del consulting con i suoi 8.588.000 occupati non è molto
distante dai settori dell’industria pesante e delle costruzioni
(rispettivamente 9.491.000 e 9.488.000 occupati), ma è due volte il settore
dell’auto (4.239.000 occupati). I settori dell’istruzione, dei trasporti,
dell’energia, delle telecomunicazioni, dei media, stanno tra i 2 milioni e
mezzo e un milione e mezzo. Il settore banche e assicurazioni assorbe 6 milioni
di occupati. Se si escludono i tipici settori della new economy (It e Tlc), si
constata che il vero boom dell’occupazione negli ultimi quindici anni sta o
nei settori caratterizzati da una forza lavoro precaria, dequalificata,
iperflessibile (come il settore del retail e in parte del turismo&viaggi) o
nel settore del cosiddetto “capitalismo cognitivo” come il settore del
consulting. La cosa curiosa è che nella scala della produttività, prendendo in
considerazione il periodo 1998-2003, gli unici settori con trend negativo sono
quelli dell’istruzione e della produzione di software. Paradossi della
knowledge society!