INPS: decorrenza
della pensione di vecchiaia e dei trattamenti di anzianità
L’INPS,
con circolare n. 126 del 24 settembre 2010, fornisce istruzioni in merito alle
disposizioni introdotte dalla Legge
n. 122 del 30 luglio 2010, di conversione del decreto legge n. 78/2010.
In
particolare:
La
decorrenza della pensione di vecchiaia e dei trattamenti di anzianità.
Per gli eletti, per la prima volta con questa legislatura, bastano 5
anni di contributi, ma c’è anche chi riceve il vitalizio essendo stato in
Parlamento soltanto pochi giorni.
Lo squilibrio è evidente, eppure nessuno invoca nuove norme per riportare i
conti ad una situazione sostenibile. Né scaloni, né scalini, né revisione
dei coefficienti, né modifiche ai requisiti. Sono le pensioni dei nostri
parlamentari, ricche e generose a spese di tutti i cittadini.
A guardare i bilanci di Camera e Senato vengono i brividi. Nello scorso anno
abbiamo speso per le pensioni dei deputati 138,2 milioni di euro.
Per quelle dei senatori 81,2 milioni di euro. I contributi
versati sono stati 11 milioni e 835 mila per i deputati, 6 milioni e 100
mila per palazzo Madama. Un buco di 126 milioni di euro nel primo
caso e 75 milioni nel secondo.
Cifre che si sommano anno dopo anno fino a diventare vere e proprie
voragini. Tutto a carico della collettività, visto che i bilanci delle due
Camere sono alimentati dai trasferimenti del Tesoro.
E allora perché non si provvede? Semplice, perché a modificare le norme
dovrebbero essere gli stessi beneficiari dei privilegi.
Privilegi come quelli sui requisiti d’età. Alcuni parlamentari hanno
iniziato a ricevere l’assegno al 50esimocompleanno.
Ufficialmente, sia alla Camera che al Senato, un vitalizio, così è
denominata la loro pensione, si ottiene a 65 anni. Ma a conti fatti la norma
vale solo per chi è stato eletto per la prima volta con le ultime Politiche
del 2008.
Gli altri, a seconda degli anni di mandato, usufruiscono di sconti notevoli.
Alla Camera basta aver conquistato uno scranno prima del 1996 e totalizzato 20
anni di contribuzione, anche con il riscatto volontario degli anni
mancanti, per ottenere l’assegno all’età di 50 anni.
Al Senato è ancora più facile, sono sufficienti 15 anni di
contributi se si è stati eletti prima del 2001.
E che pensioni! Anche dopo le modifiche introdotte nel 2007, che valgono
solo per chi non era mai stato eletto prima delle politiche del 2008, la più
bassa è pari a 2.400 euro mensili, la più alta supera i
9.900 euro al mese.
Tra l’altro il vitalizio è cumulabile con altre pensioni, spesso maturate
con contributi figurativi, quindi mai versati.
Per non parlare dei requisiti minimi contributivi. Per i
neo parlamentari bastano 5 anni pieni. Per i veterani, con il giochino del
riscatto, molto meno, persino pochi giorni.
Il record spetta ad Angelo Pezzana, Pietro Graveri, Luca Boneschi e Renè
Andreani, ex parlamentari radicali: 1 solo giorno in Parlamento,
contributi volontari per 5 anni e un vitalizio mensile lordo di 3.108 euro.
RASSEGNA STAMPA WELFARE-PENSIONI
Aspettiamo i dati
della zona: ANTICIPAZIONI: I: METALMECCANICI NEL PINEROLESE SONO AL 70% DI NO,
solo nell'Ansaldo e nell'Italamec vincono i SI.
I
lavoratori dipendenti nel 2003 in Italia erano circa 16 milioni, 6
milioni gli indipendenti. Totale 22 milioni, Poi 4 milioni 2000 mila
disoccupati.
I
sindacati confederali dichiarano 4 milioni 800 mila iscritti fra gli
attivi.
Hanno
votato al referendum 4 milioni, SI 78,32%NO 21,68%.
I
NO nei metalmeccanici sono stati il 52%.
Sia
per gli attivi che per i pensionati (vedi scheda a parte) bassa
partecipazione al voto.
Anziani
SI/NO welfare
I
sindacati confederali dichiarano di avere in tutto nel 2006,
5milioni 600mila pensionati iscritti. I pensionati in Italia sono
circa 16 milioni. Hanno votato nel referendum sul welfare in 1
milione 100mila.
SI
93,5% NO 6,5%.
“Sono
sciocchi i sì al referendum delle tre
confederazioni
sindacali, che ha visto una crescente quantità di pensionati
dichiararsi d'accordo
che
la metà della loro propria categoria sia costretta a vivere al di
sotto del livello di povertà?(…) Non sono degli sciocchi. Bisogna
cominciare a capire come la mancanza di
coraggio,
la poca voglia di organizzarsi, il silenzio davanti a una cabina
elettorale o a un referendum,
di chi teme che votando no per lui vada a finire ancora peggio, sono
prove di una grande sofferenza - forse della maggior sofferenza.”
R.Rossanda
-
I sindacati
minacciano lo sciopero generale. In ballo fisco e contratti
di Fabio
Sebastiani
su Liberazione
del 25/11/2007
Milano, Cgil
Cisl Uil varano la piattaforma per una tassazione leggera sui lavoratori
«A scrivere la piattaforma ci
abbiamo messo quarantotto ore. Anzi no, un giorno e mezzo». Il segretario
generale della Cisl Raffaele Bonanni dal palco del teatro Smeraldo dove ieri
Cgil, Cisl e Uil hanno tenuto l'affollatissima assemblea dei quadri e dei
delegati (venuti nella stragrande maggioranza da Milano e dalla Lombardia) per
lanciare la grande piattaforma su fisco e politica dei redditi, probabilmente
vuole solo magnificare l'unità sindacale ma l'effetto che ottiene è di
ilarità generale.
Sarà pure una platea all'ottanta per cento di pensionati e pensionate,
"scongelati alla bisogna". Molti di loro, però, hanno capito
benissimo che questa vertenza nazionale lanciata dal cuore dell'insediamento
sindacale arriva un po' come calata dall'alto. C'era bisogno di sottolinearlo
nel modo in cui fa Bonanni?
Probabilmente, sarà pure una battaglia «ardua e difficile» tanto da
richiedere la minaccia di uno sciopero generale tra gennaio ed aprile - fatto
inconsueto per Cgil, Cisl e Uil che tra poco apriranno il tavolo sui modelli
contrattuali - ciò non toglie che delle due paginette fitte fitte che ad un
certo punto vengono fatte circolare nella sala nessuno sa niente né tantomeno
ha mai discusso di nulla.
Ma davvero c'era tutto questo bisogno di fare una iniziativa generale quando
il governo ha già annunciato che le tasse le vuole ridurre davvero? A porre
il dubbio non è un "pericoloso estremista" della Rete 28 aprile
della Cgil (che si è fatta vedere fuori dal teatro Smeraldo con tanto di
volantini in cui critica la piega presa dal confronto sui modelli
contrattuali, a fianco dei lavoratori Wind in lotta contro il trasferimento)
ma un membro della segreteria nazionale della Uilm, Marco Colonna.
Sembrano tante le valenze di questo azione di lotta. Stando a quanto dice
Bonanni, tra gli obiettivi ci sarebbe anche il Parlamento italiano, o meglio
quelle «minoranze» che rendendo più presentabile la parte del protocollo
sui contratti a termine «vogliono realizzare interessi particolari». Oppure,
come dice Angeletti, «rompere il punto di equilibrio raggiunto con l'accordo
tra le parti sociali». Come sembra di cogliere dalle parole di Guglielmo
Epifani, invece, che si guarda bene dal profferire parola su quanto è
accaduto in Parlamento, dovrebbe servire anche a dare una "spallata"
al rinnovo dei contratti, che interessa più della metà dei lavoratori e
delle lavoratrici italiane. Sarebbe la prima volta dal 1993 ad oggi. E' per
questo, forse, che molti hanno dei dubbi sul fatto che effettivamente si
faccia. Intanto, Bonanni estende l'invito a partecipare anche ai giornalisti,
che aspettano il rinnovo del contratto nazionale da mille giorni.
Vediamo cosa chiedono Cgil, Cisl e Uil «al governo e alle controparti».
Il dato di partenza, come ricorda anche lo slogan della manifestazione
"valorizzare il lavoro e far crescere il paese", è rappresentato da
un buco nei salari e negli stipendi che ammonta a circa settanta miliardi in
una manciata di anni che pressapoco partono dall'entrata in Italia nell'euro.
«Solo la guerra - sottolinea Angeletti nel suo intervento introduttivo -
riesce a spostare masse così ingenti di reddito da una classe sociale
all'altra». Tra tutti i fronti sui quali il lavoro è "svalorizzato"
(precarietà, buste paga, condizioni di lavoro) la piattaforma sindacale
inquadra il reddito, e nemmeno tutto. Perché, in buona sostanza, rivendica sì
una "nuova poltica dei redditi" «che miri a far crescere e
difendere il valore reale di stipendi e pensioni» (Epifani), ma solo sul lato
del trattamento fiscale. Come ha già detto lo stesso leader della Cgil in una
intervista a "Repubblica" pochi giorni fa, si tratta di spostare
l'1% del Pil. Servirà a cancellare la profonda ingiustizia che chi ha reddito
fisso paga più di chi esercita una professione?
Le richieste sono divise in cinque capitoli: riforma dell'Irpef, riduzione
delle tasse sugli aumenti contrattuali, federalismo fiscale, politiche fiscali
per la casa, prezzi e tariffe. Ovviamente si parla anche di lotta all'evasione
fiscale. Figura tra le premesse, come «obiettivo di questo fine decennio,
come fu per l'ingresso nell'area dell'euro alla fine degli anni '90».
I punti qualificanti della piattaforma sono sicuramente i primi tre. La
riforma dell'Irpef prevede innanzitutto «la maggiore detrazione delle spese
per la produzione del reddito, la no tax area a 8.000 euro e l'introduzione di
un bonus fiscale sotto forma di imposta negativa a favore degli incapienti»
la cui platea va epurata da elusori ed evasori fiscali. Seconda mossa sarà la
riduzione delle aliquote fiscali, «da realizzare in un arco temporale
pluriennale» e la dotazione fiscale per famiglie con figli fino a 18 anni,
ovvero l'unificazione delle detrazioni per carichi famigliari e più l'assegno
fiscale. Nel grande capitolo della riforma dell'Irpef compare anche una
diminuzione della tassazione sia sul Tfr che sulla previdenza complementare.
Tasse da ridurre, poi, anche sugli aumenti contrattuali «collegati ad
obiettivi di qualità e a indicatori di risultato». Per quanto riguarda il
federalismo fiscale, che Bonanni nel corso del suo intervento sottolinea con
particolare veemenza, le proposte non sono così specifiche. C'è piuttosto la
richiesta urgente di convocazione di un tavolo con tutti, Stato, Regioni,
Province e Comuni «per aprire una discussione, finora mai realizzata, sul
disegno di legge delega». Per i sindacati, in sostanza, si tratta di attuare
il principio che il fisco non deve sommarsi tra tutti i livelli istituzionali
ma armonizzarsi.
Tra gli altri, a parlare dal palco dello Smeraldo anche la segretaria generale
del Nidil Mena Trizio, che ha ricordato a tutti come ad alimentare il buco nei
redditi dei lavoratori è anche il dilagare della precarietà, che agisce di
fatto da calmiere. «Ai precari serve una azione sindacale confederale -
sottolinea la Trizio - e un rafforzamento delle tutele». Dal momento che l'età
media degli atipici ormai viaggia tranquillamente verso i 40 anni, non sembra
più possibile liquidare il fenomeno come «giovanile», né circoscriverlo a
qualche categoria o tetto numerico. Nella piattaforma sul "valore del
lavoro" di tutto questo non c'è traccia.
la stampa 18-10-07
Welfare, intesa su previdenza e precari
il nuovo testo approvato dal governo
Montezemolo: buon compromesso
Soddisfatti anche i sindacati. Ma in
Cdm Bianchi e Ferrero si astengono
ROMA
Torna il sereno tra Governo e parti sociali sul welfare, che siglano
l’accordo sul testo che traduce in norme di legge i contenuti del
protocollo sottoscritto il 23 luglio. Ma nella maggioranza scoppia il caso
del ministro del Commercio estero, Emma Bonino, che giudica «inaccettabile»
il modo di procedere di Palazzo Chigi, che ha convocato una riunione del Cdm
«senza nemmeno essere messa nelle condizioni di leggere un testo complesso,
quasi fossi un ministro-squillo».
Le astensioni
Il Ddl, che secondo i sindacati «recupera lo spirito e i contenuti» del
protocollo, è stato nuovamente licenziato dal consiglio dei ministri ha
recepito, con le astensioni dei ministri Paolo Ferrero (Solidarietà
sociale) e Alessandro Bianchi (Trasporti), le ulteriori correzioni decise
dalle parti dopo tre giorni di durissimo negoziato. Il responsabile del
Lavoro, Cesare Damiano, ha osservato che il testo definitivo «conferma la
solidità di tutto e l’obiettivo che avevamo raggiunto» con il protocollo
del 23 luglio. «Abbiamo fugato qualsiasi dubbio di carattere interpretativo
- ha aggiunto Damiano - il protocollo esce rafforzato e viene valorizzato
con lo straordinario referendum di lavoratori e pensionati a sostengo di
questa intesa».
Previdenza
Sulla previdenza, il Ddl ha chiarito i nodi interpretativi che avevano
sollevato la protesta del sindacato. In particolare, della Cgil. Nel testo
tornano infatti l’obiettivo di favorire un tasso di sostituzione del 60%
per le pensioni dei giovani; le quattro finestre di uscita per chi ha già
maturato il requisito dei 40 anni di contributi versati. Scompare, invece,
il tetto annuo dei 5 mila lavoratori usuranti; mentre l’aumento
dell’aliquota contributiva dello 0,09% torna a essere legata ai risparmi
che si otterranno con il riordino degli enti previdenziali.Viene poi
introdotta una norma per evitare che un contratto a termine possa essere
reiterato all’infinito.
I contratti a termine
Il testo stabilisce infatti che ai lavoratori che saranno assunti con
contratti a termine, dopo l’entrata in vigore della legge (il 1 gennaio
2008 se il Ddl sarà approvato dal Parlamento con gli stessi tempi della
Finanziaria) sarà applicato il limite dei 36 mesi, con la possibilità di
una sola proroga da concordare entro venti giorni dalla scadenza
contrattuale. In caso contrario e in mancanza di una risoluzione del
rapporto di lavoro, il contratto diventa a tempo indeterminato
automaticamente. I lavoratori stagionali sono esclusi dalla nuove norme. Le
correzioni decise oggi prevedono anche un periodo transitorio di 15 mesi per
i lavoratori che hanno avuto una successione di contratti con la stessa
azienda, ma che non hanno ancora raggiunto i 36 mesi comprensivi di proroghe
e rinnovi al momento dell’entrata in vigore della legge. In pratica, una
moratoria che scadrà il 1 aprile del 2009 quando si applicheranno anche a
questi lavoratori le nuove norme.
Soddisfatti Confindustria e sindacati
Un giudizio positivo sul nuovo testo è stato espresso dal leader di
Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, secondo cui sui contratti a
termine «è stato sciolto il nodo». Di «buon compromesso» ha parlato
anche il suo vice Alberto Bombassei, che ha annunciato a breve l’avvio di
un confronto con Cgil, Cisl e Uil sulla riforma del modello contrattuale.
Soddisfatti anche i sindacati, secondo cui «ora c’è un parere condiviso
tra le parti sociali nella trasposizione delle norme del protocollo nel Ddl».
Ora la parola passa alla Camere, dove il percorso non si annuncia dei più
agevoli. La sinistra radicale vorrebbe che il Parlamento apportasse
miglioramenti sulla parte del mercato del lavoro. Una spinta che arriverà
quasi certamente anche dalla piazza con la manifestazione di sabato contro
la precarietà e la legge Biagi.
17 ottobre 2007- il sole24ore.it
Sulla previdenza intesa tra Governo e Sindacati
Nel Governo «si lavora» ancora sul protocollo welfare, precisa il
presidente del Consiglio; ma una prima intesa sulla previdenza c'è. La
conferma arriva dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che sottolinea: «abbiamo
risolto le tematiche previdenziali, resta qualche discussione sul mercato
del lavoro». Per il ministro nella giornata di oggi si può arrivare ad una
soluzione. Damiano riferisce che «le osservazioni circa la trascrizione del
protocollo in norme di legge da parte di tutte le parti sociali» hanno
avuto «sostanzialmente una soluzione positiva».
Nel Ddl che recepirà il protocollo del 23 luglio tornano l'obiettivo di
favorire un tasso di sostituzione del 60% per le pensioni dei giovani e le
quattro finestre di uscita per chi ha già maturato il requisito dei 40 anni
di contributi versati; scompare, invece, il tetto annuo dei 5mila per i
lavori usuranti; mentre l'aumento dell'aliquota contributiva dello
0,09% torna ad essere legata ai risparmi che si otterranno con il riordino
degli enti previdenziali.
Tornano dunque le quattro finestre di uscita per le pensioni di anzianità,
per chi ha maturato i 40 anni di contribuzione, e di vecchiaia. Per entrambe
le categorie le uscite sono assicurate almeno fino al 2011, quando verrà
riesaminata la questione.
Resta aperto il problema dei contratti a termine su cui ancora le posizioni
sono lontane. Gli incontri proseguono, dopo le verifiche di questa mattina
condotte dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta e
dal ministro del Lavoro Cesare Damiano. Per Confindustria partecipano il
vicepresidente, Alberto Bombassei e il direttore generale, Maurizio Beretta.
Damiano, a chi gli chiedeva un commento sulle indiscrezioni secondo le quali
l'associazione degli industriali sarebbe pronta ad interrompere il
confronto, ha precisato: Confindustria non ha manifestato nessuna volontà
di rottura nella trattativa.
Di fatto le difficoltá politiche emerse nella maggioranza su un eventuale
ritocco al tetto delle proroghe previste per l'impiego dei contratti a
termine, rendono più complicata l'opera di mediazione del governo rispetto
alle richieste di Confindustria. La ricerca sembra orientata verso una
soluzione tecnica soft.
Economia- la stampa(Del 17/10/2007 Sezione: Economia Pag. 22)
Damiano: non c’è copertura per le pensioni al 60% del
salario
ROMA
Serata di lavoro per Romano Prodi, Enrico Letta, Cesare Damiano e Tommaso
Padoa-Schioppa. La sinistra preme, i diniani sono sul piede di guerra, il
sindacato mugugna, Confindustria protesta, Bankitalia martella. E proprio ieri
sera, a Palazzo Chigi, il premier con i due ministri direttamente coinvolti
nella interminabile telenovela del collegato sul welfare ha cercato la
complicata quadratura del cerchio tra le opposte esigenze. In realtà, quasi
tutti gli aspetti di merito sono marginali; il guaio è che ognuno dei
protagonisti ha «bisogno» di portare a casa un risultato per dimostrare che si
è saputo essere più forti degli avversari. Una manfrina che - si comincia a
sospettare a Palazzo Chigi - forse mira a far saltare il secondo governo Prodi.
È una partita che Prodi gioca su due tavoli, ambedue complessi. Ieri sera, ad
esempio, quello del confronto con le parti sociali (ci sono stati per tutta la
giornata confronti formali e informali) non portava la sperata «svolta»:
Confindustria insiste per eliminare ogni limitazione in tutti i settori al
ricorso dei contratti a termine per il lavoro stagionale. Allo stesso tempo,
Padoa-Schioppa sta provando a convincere i sindacati che indicare (senza
copertura finanziaria, peraltro) che le future pensioni dei giovani varranno
almeno il 60% dell’ultimo stipendio non è possibile. Del resto, Cgil-Cisl-Uil
non vogliono essere scavalcate a sinistra dalla «Cosa Rossa», e Bonanni e
Angeletti continuano a parlare di sciopero generale. Per il numero uno della
Uil, «non possiamo accettare che gli accordi vengano cambiati in maniera
unilaterale. Se questo avviene è chiaro che reagiremo». Sul fronte politico, i
problemi sono noti: la sinistra sta cercando di lanciare la manifestazione di
sabato (è stata chiesta la diretta televisiva) contro la precarietà, e si alza
la posta; a destra, si agitano i diniani, che potrebbero presentare emendamenti
votati dalla Cdl che - in caso di successo - rappresenterebbero il colpo di
grazia per l’Esecutivo. Del resto, già Fisichella ha dichiarato che valuterà
caso per caso il suo comportamento in Senato. Una strettoia - l’ennesima - per
Prodi. D’intesa con il ministro del Lavoro Damiano, il premier sta cercando di
evitare un nuovo passaggio per il Consiglio dei ministri prima del corteo di Prc
e Pdci di sabato. «Dopo le primarie - spiega Gennaro Migliore, presidente dei
deputati di Rifondazione - la manifestazione del 20 ottobre sarà un altro
grande processo democratico». Un corteo che per il ministro del Prc Paolo
Ferrero «serve per bilanciare i poteri forti». Prima di sabato la sinistra non
può accettare «peggioramenti» del protocollo rispetto a quanto stabilito in
Consiglio; meglio sarebbe ottenere «miglioramenti» da lunedì in poi.
Unificare le tre
sigle e sfrattare i «rompi»
di Francesco
Piccioni
su Il Manifesto
del 14/10/2007
E' l'orizzonte
unico che accomuna il nascente Pd e una visione collaborativa del ruolo del
sindacato. Con in più una forte torsione «autoritaria» nei confronti dei
«non allineati»
Chi è che spinge
per il «quarto sindacato«? O, meglio, per «il secondo»? A leggere la
grande stampa padronale e «democratica» sarebbe certamente la sinistra (la
«cosa rossa»), bisognosa di sponda sociale certa. Il nucleo d'acciaio di
questa scissione sindacale viene individuato ovviamente nella Fiom, l'unica
categoria della «triplice» a dire «no» al protocollo sul welfare. Lo
schema interpretativo sottostante è in fondo semplice, e neppure troppo
lontano dal vero: il Partito Democratico nasce dalla fusione delle «tre
grandi correnti popolari e di pensiero» del dopoguerra (democristiani,
socialisti e comunisti) e trascina con sé la «fisiologica» riunificazione
delle «cinghie di trasmissione» sociali. Ovvio, dunque, che chi non è
interno al percorso del Pd si collochi integralmente fuori da esso,
sindacato compreso.
Peccato che si stia assistendo al processo esattamente opposto: i «democratici»
mostrano la porta i «rompiscatole» non allineati ai tempi nuovi. Al punto
che diversi dirigenti (Cisl, soprattutto) hanno invocato l'uso della «spada»
contro i reprobi dissidenti. Se poi si dovesse dar conto delle «voci»
circolanti ai vari piani delle diverse confederazioni, ci sarebbe materia
per romanzi gialli.
C'è dunque un primo problema: la tentazione di usare politicamente il
risultato della consultazione sul protocollo per emarginare aree, categorie
e persone «non in linea». A costo di rischiare una ubriacatura
trionfalistica fuori luogo, tipo «il sindacato italiano non ha problemi di
rapporto con la base, tutto è ok», e via sottovalutando. Da questo punto
di vista, infatti, non esisterebbero difficoltà politico-sindacali, ma solo
«rompicoglioni» da emarginare. Ma l'imprevista impennata di Epifani, ieri
(«nella parte sulla previdenza il ddl sul protocollo welfare non rispetta
il testo originario: ne dovremmo ridiscutere con il governo e le imprese»),
sta lì a dimostrare che le cose sono più complicate di quanto non possa
descrivere la semplice lettura in termini di «aree politiche» di
riferimento.
Pure è palese - e rivendicata, almeno da Raffaele Bonanni, segretario
generale della Cisl - l'intenzione di andare «a una stagione di
rinnovamento sindacale» per raccogliere anche su questo terreno «la
riconfigurazione del quadro politico» messa in moto dalla nascita del Pd.
Senza finzioni, in direzione di un modello anglosassone di trade union (ed
è difficile dimenticare che la Cisl è nata su input di sindacalisti made
in Usa). Un sindacato che non solo «concerta», ma che indebolisce il ruolo
del contratto nazionale per adattarsi a una funzione (e un orizzonte)
aziendale, collaborativa, in cui gli aumenti retributivi variano a seconda
dei bilanci aziendali. E' lo scenario di una mutazione genetica vera, in cui
il rapporto con il Pd è altrettanto vero perché viene condiviso lo stesso
orizzonte unico: «il mercato».
Ma ciò che è quasi consequenziale per la Cisl è un trauma per la Cgil, il
sindacato nato da valori di solidarietà, contro le logiche del mercato, con
una visione sociale decisamente orientata al cambiamento dell'esistente. Il
percorso verso l'unificazione delle tre sigle principali non è insomma
un'autostrada senza curve. E richiederebbe, in una organizzazione con quella
storia, una discussione vera su cosa vuol dire rappresentanza sindacale in
una situazione del tutto nuova.
Ma di questo non si vedono molti segnali. E aleggia nell'aria - se non altro
al livello della classe politica - la propensione all'»uso della forza».
Riproducendo così, in forme nuove, l'ennesima anomalia italiana: un partito
«democratico» che nasce mostrando una pesante torsione «autoritaria».
13 ottobre 2007
il sole 24 ore
Intervista esclusiva. Epifani: «Sulla previdenza il protocollo
welfare non rispetta i patti»
di Alberto Orioli
«Nella parte sulla previdenza il ddl sul Protocollo welfare non
rispetta il testo originario: ne dovrenmo ridiscutere con il Governo e le
imprese». Gugliemo Epifani, segretario generale della Cgil, in una
intervista che comparirà domani su Il Sole 24 Ore apre un nuovo fronte dopo
l'ok in Consiglio dei ministri al disegno di legge attuativo del Procollo.
«Mi domando perchè siano necessarie 13 deleghe attuative e perchè non sia
mai prevista la formulazione consuenta "sentite le parti sociali".
Non ci sono tempi certi sulle finestre di anzianità e vecchiaia e nemmeno
sui lavori usuranti. Perchè, poi, è sparito il riferimento del 60% per il
tasso di sostituzione (rapporto tra pensione e ultimo stipendio ndr) per le
nuove generazioni?». Epifani continua: «Il Procollo prevedeva che si
arrivasse alla razionalizzazione degli enti e, in caso di mancato obiettivo,
un innalzamento degli oneri contributivi per evitare scompensi finanziari.
Ora il ddl prevede il contrario: prima gli aumenti poi, in caso di
razionalizzazione degli enti, uno sconto successivo. Spero sia solo frutto
di una applicazione burocratica del testo dell'accordo, ma ne dovremo
riparlare».
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La Cgil cambia anima: vuole
diventare Cisl
Ma per farlo deve eliminare la Fiom - liberazione 13-10
I commenti dei dirigenti contro i
"nemici" metalmeccanici, l'attacco di Epifani alla sinistra e al
20 ottobre, la gestione dei risultati del referrendum:
tutto (e in particolare il Pd) spinge verso un sindacato istituzionale,
che rinuncia al conflitto e si candida a gestire le compatibilità con
l'impresa
Rina Gagliardi
In queste ore, i dirigenti confederali trasudano soddisfazione da tutti i
pori - ricordano un po' gli allenatori che commentano in termini
trionfalistici la agognata conquista di uno scudetto o di una coppa.
Neppure Guglielmo Epifani si sottrae a un tale clima calcistico: e va
esprimendo in varie sedi il suo entusiasmo, proprio come se i
"problemi della squadra" - pardon, del sindacato e della Cgil -
fossero stati tutti superati in un colpo solo, nel match referendario,
nella partita vincente. Ma se il medesimo Epifani, Angeletti e Bonanni
hanno "vinto", chi è colui o chi sono coloro che hanno
"perso"? Chi erano, insomma, gli avversari di turno che hanno
alla fine dovuto subire il cappotto? La risposta è, ahimè, chiarissima:
gli operai metalmeccanici e il sindacato che in gran parte li rappresenta,
la Fiom.
Sembra incredibile doverlo scrivere, e anche doverlo pensare: ma per il
maggior sindacato italiano, l'organizzazione che nel bene e nel male
tutela il mondo del lavoro ed esercita un insopprimibile ruolo
democratico, la Fiom è ormai derubricata alla dimensione di un
"problema". Di un ingombro, fastidio, ostacolo. Di un sindacato
nel migliore dei casi da ridimensionare, mettere in riga, tacitare, perché
ancora troppo forte e rappresentativo: in effetti, il sindacato
metalmeccanico nel referendum non ha potuto né esprimere il suo No nelle
assemblee (in omaggio alle regole bulgare del centralismo democratico,
straordinario residuato bellico in pieno vigore nelle confederazioni) né
partecipare davvero al controllo del voto. Ciononostante ha
"vinto" al Nord, al Sud e in tutte le grandi aziende. Ma è
proprio questo che immalinconisce: che non i media, non i politici di
professione, non le destre, ma il segretario della Cgil non veda, dietro e
dentro il suo sindacato metalmeccanico insofferente, il segno corposo di
un disagio di massa nient'affatto risolto. Non veda le persone, in carne
ed ossa, i lavoratori che non ce la fanno più ad arrivare, con i salari
di oggi, alla fine del mese e che stanno perdendo, prima ancora del
salario, la pienezza della loro dignità.
Non li vede al punto tale che il primo incontro che ha ritenuto necessario
fare, all'indomani del referendum, è stato quello con Montezemolo - sia
pure, come ha precisato, nella sua veste di "presidente di
Confindustria" e non di capo supremo della Fiat (l'ipocrisia e il
formalismo a volte sfiorano e superano il ridicolo). Solo una domanda,
intanto, al leader della Cgil: si può davvero concepire una
confederazione all'altezza della sfida aperta oggi contro il mondo del
lavoro, senza i metalmeccanici, e con una guerra fratricida contro la
Fiom?
Ma c'era anche un altro "antagonista", nel voto referendario.
Epifani l'ha spiegato bene in un'intervista pubblicata ieri su La Stampa :
questo avversario nascosto era ed è la sinistra. La sinistra alternativa
e radicale, ma forse anche, molto più semplicemente, la sinistra che non
si rassegna a buttare alle ortiche le sue ragioni basiche di esistenza.
Dice Epifani che ora la manifestazione del 20 ottobre non ha più senso -
anzi, non l'ha mai avuto, anzi era "sbagliata", "identitaria",
priva di obiettivi riconoscibili. Anche qui, c'è di che restar
trasecolati. Cos'è, una scomunica, un diktat, una boutade ?
Un'indicazione imperativa (sempre secondo le regole bulgare di cui sopra)
ai tantissimi quadri della Fiom che hanno già annunciato la loro
adesione? Come se ogni iniziativa sociale e politica, per essere
dichiarata ammissibile, utile o legittima, dovesse ricevere il bollino blu
di Corso Italia. Ma soprattutto come se adesso ogni rivendicazione, ogni
istanza, ogni protesta fosse fuori corso, obsoleta e vivessimo nel
migliore dei mondi - dei governi e degli accordi - possibili.
Non c'è che dire: in Cgil la sindrome del governo amico è tornata ad
essere la legge dominante. Al punto che proprio Epifani aveva lanciato
l'allarme iperpolitico dalle colonne di Repubblica - "se non vincono
i Sì, cade il governo"- e ora scopre che il voto ha premiato non
Prodi, non Padoa Schioppa, ma un sindacato "autonomo, unitario e non
radicale". Al punto tale che se qualche centinaia di migliaia di
persone sceglierà di scendere in piazza per esprimere le ragioni della
sinistra, per rendere visibile il proprio disagio, per rivendicare una
svolta nella politica di governo, il segretario del maggior sindacato
italiano si preoccupa - e attacca, e scomunica. E arriva a dire - lo
ripetiamo perché ci ha particolarmente colpito - che il corteo del 20 è
"identitario". Ma come? Lo sa Epifani che, a stare alle adesioni
preannunciate, a Roma si raccoglierà un arcipelago variegatissimo che va
dai metalmeccanici al movimento femminista, dai giovani dei movimenti ai
militanti politici della sinistra, dall'intellettualità non omologata a
un mucchio di gente tout court delusa e incollerita? Cioè una somma, e un
intreccio di identità quasi tra di loro incomparabili?
«Troppe incursioni nella politica», lamenta il leader della Cgil. Ha
ragione: la principale di queste incursioni si chiama Partito Democratico
che, a quel che finora si capisce, propone un'idea di società nella quale
non c'è spazio per un sindacato capace di fare il proprio mestiere,
organizzare il conflitto maturo, tutelare i diritti del lavoro anche
contro e oltre le così dette "compatibilità dell'economia". E
chiede, nella sostanza, un sindacato tutto e solo istituzionale,
appiattito sulla logica concertativa, presente nella società solo come un
patronato, o una struttura di compensazione, o un gruppo, da tutelare, di
"soci" - l'idea cislina, da sempre. Dopo molti dubbi e molte
"riserve", non sarà che il vertice della Cgil sta subendo il
fascino di ipotesi come queste, che portano dritto al sindacato unico? Se
così fosse, sarebbe più chiaro perché tanto livore contro la Fiom. E
tanta paura per una manifestazione che si annuncia grande e pacifica.
“Abbiamo compiuto una prima stima sui votanti tra i
lavoratori attivi. Nel 1995 ci furono circa 3.600.000
lavoratori attivi votanti al referendum Cgil, Cisl, Uil. I metalmeccanici furono
circa 750.000 e i lavoratori della Funzione Pubblica 780.000.”
“Allo stato attuale il referendum tra i metalmeccanici si conclude poco sotto
i 600.000 partecipanti. Non sono disponibili i dati per le altre categorie, se non
quello parziale della Funzione Pubblica che parlava di 270.000 votanti.” “Abbiamo allora riproporzionato il voto del 1995 sulla base
dell’attuale partecipazione al voto dei metalmeccanici. Che resta sicuramente
non inferiore a quella delle altre categorie.” “Considerando il peso ponderale di circa il 24-25% del voto
dei metalmeccanici sui lavoratori attivi, risulta che la partecipazione
effettiva al voto, se tutte le altre categorie di lavoratori mantenessero un
livello di partecipazione corrispondente e non inferiore a quello del 1995,
dovrebbe essere di circa 2.600.0000 lavoratori attivi. Riteniamo questo dato plausibile, e forse sovrastimato, anche
perché tutti i dati in nostro possesso ci dicono che la partecipazione al voto
in molte realtà è inferiore a quella del 1995. D’altra parte, se la partecipazione al voto fosse superiore a
quella del 1995 e si dovesse raggiungere l’obiettivo di 5.000.000 di votanti
complessivo, i lavoratori attivi dovrebbero votare in almeno 4.000.000, i
metalmeccanici in almeno 900.000 e i pubblici in quasi 1.000.000. Non essendoci nessun riscontro reale su dati di questo genere è
assolutamente plausibile l’ipotesi che i votanti, tra i lavoratori attivi, si
aggirino intorno a 2.600.000.”
Roma, 11 ottobre 2007
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LA7: i pensionati votano al 90% per il SI
ANSA/ »
2007-10-11
19:19
SINDACATI, OLTRE 81% SI' A REFERENDUM WELFARE
ROMA - Il sì al referendum sul
welfare ha vinto con oltre l'81%. Secondo quanto si apprende da fonte
sindacale sugli oltre cinque milioni di votanti il sì al protocollo
firmato da Governo e sindacati avrebbe prevalso con l'81,59% mentre i no
si sarebbero fermati al 18,38%.
GUERRA DI CIFRE TRA METALMECCANICI
ROMA - E' guerra di cifre tra Fiom, Fim e Uilm sul risultato del voto tra
i metalmeccanici al referendum sul welfare. La Fiom-Cgil ha convocato una
conferenza stampa per annunciare che i no al protocollo si attestano al
53% ma il dato è stato contestato da Fim e Uilm che danno percentuali di
contrari all'intesa molto più basse. Secondo la Uilm avrebbe addirittura
vinto il sì con oltre il 51% mentre la Fim ha diffuso una tabella secondo
la quale sui 600.105 votanti nelle aziende metalmeccaniche i no sarebbero
il 50,6%. Dagli uffici organizzativi di Cgil, Cisl e Uil rinviano a domani
per i dati definitivi ma fanno sapere che per i metalmeccanici si va verso
un sostanziale "pareggio".
"I no prevalgono con il 53% ha detto il numero uno della Fiom, Gianni
Rinaldini che nelle scorse settimane si era pronunciato con il Comitato
centrale della sua organizzazione per il no al protocollo - è un dato
praticamente definitivo. Considero positivo che la posizione del gruppo
dirigente della Fiom abbia avuto un riscontro nelle scelte dei lavoratori.
Mi sarei preoccupato se ci fosse stato un riscontro diverso". Nella
consultazione del 1995 la Fiom si era espressa a favore della riforma
delle pensioni ma i metalmeccanici l'avevano bocciata (a differenza delle
altre categorie) con il 55% di no. Questa volta invece - ha spiegato
Rinaldini - la Fiom era in linea con le scelte dei lavoratori.
"Emerge un forte disagio - ha detto - nelle condizioni dei
lavoratori. Questo richiede una forte ripresa dell'iniziativa
sindacale". Intanto il segretario nazionale della Fiom, Giorgio
Cremaschi sottolinea come in questa consultazione si sia ridotto il numero
dei votanti attivi. "I metalmeccanici che votarono nel 1995 erano
750.000 - ha detto - adesso sono stati 600.000". La Uilm con il
segretario generale, Tonino Regazzi sottolinea che "il sì ha
prevalso anche tra i lavoratori metalmeccanici" e che secondo i dati
"ufficiosi" i favorevoli all'accordo nella categoria si
attesterebbero al 51,5%.
La Fim ha fatto sapere che i no vincerebbero con il 50,6% sul territorio
nazionale grazie alla forte affermazione in Piemonte
(67%), in Emilia Romagna (52,2%), in Basilicata (78,2%) e in Campania
(66,8%) mentre in Lombardia il no avrebbe preso il 47,4% e in Veneto il
45,8%. Nel Lazio il no, secondo i dati Fim si fermerebbe al 48,2% mentre
in Toscana le bocciature all'intesa avrebbero superato i sì con il 51,4%.
"I sì hanno vinto dappertutto - dice il segretario
organizzativo della Uil Carmelo Barbagallo- solo per i metalmeccanici
siamo di fronte a un sostanziale pareggio. Quando in un campionato una
squadra vince tutte le partite e ne pareggia una distanzia gli avversari e
vince il titolo. Qui hanno vinto i lavoratori".
TG3 14.20 : vittoria del SI oltre il 70%, Sicilia
90%.Incontro Epifani-Montezemolo. Metalmeccanici 53% vota NO.
Ansa. ROMA - Incontro tra i vertici dei sindacati e
di Confindustria stamani a Roma all'indomani de referendum sul welfare e alla
vigilia dell'atteso consiglio dei ministri che dovrebbe dare approvare il
protocollo. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani si è recato
dal presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo. Lasciando l'incontro, il
sindacalista non ha voluto rilasciare commenti.
Il sole 24 ore. Incontro tra i vertici dei sindacati
e di Confindustria stamani a Roma all'indomani de referendum sul welfare e alla
vigilia dell'atteso consiglio dei ministri che
dovrebbe dare approvare il protocollo. Il segretario generale della Cgil,
Guglielmo Epifani si è recato da Luca di Montezemolo. «Un incontro tra persone
che dialogano e che devono guardare avanti su dei temi importanti- ha commentato
il presidente di Confindustria- a maggior ragione all'indomani del referendum.
Ma anche perché credo che questo paese ha bisogno di dialogo e di condividere
delle cose importanti per il futuro».
In merito a possibili modifiche che il protocollo potrebbe avere in Parlamento
Montezemolo sgombra il campo da ogni incomprensione: «E' un tema - ha detto -
che non si pone. E' già paradossale che si parli di modifica dopo quello che é
successo. Quando si firma un contratto, é firmato ed é finito».
audio da repubblicaTV in diretta 11.10.07 ore 11 ( spezzone
dibattito sulla consultazione sindacale sul welfare)
In studio Paolo Ferrero,Ministro; Renata Polverini segretaria generale UGL
(sindacato fondato nel 1995 da Cisnal e vari sindacati autonomi)- intervengono
per telefono Paolo Griseri (giornalista Repubblica), Aldo Bonomi sociologo (Aaster),
Maridia Maolucci segretaria confederale CGIL- durata spezzone 31' - MB
28,8
a Montezemolo:
"Fai produrre le auto ai pensionati visto che sono per il SI" ( un
pensionato critico)
Comunicato CUB Referendum Welfare: Sul referendum per
l'approvazione del protocollo del Welfare ''si stanno dando letteralmente i
numeri'': lo afferma la Confederazione unitaria di base (Cub) nazionale che
parla di ''consultazione truffa'' e di ''al massimo il 15% di
partecipanti fra chi aveva diritto al voto''.
I sindacalismo di base conferma lo sciopero generale del 9 novembre
per la redistribuzione del reddito a favore di lavoratori, precari e pensionati
e contro il protocollo del 23 luglio. ''I dati sia pur raffazzonati che emergono fanno vedere
chiaramente che la quasi totalita' dei 36 milioni di lavoratori e pensionati che
avevano diritto al voto non hanno preso parte al referendum'', sottolinea il
sindacato di base. ''E poco meno della meta' dei lavoratori delle aziende che
hanno preso parte alla consultazione - dice la Cub - si sono astenuti secondo
gli stessi numeri diffusi nelle prime ore da Cgil, Cisl e Uil. Quindi i due veri dati che emergono sono: i pochi votanti reali, al
massimo il 15% degli aventi diritto, e l'astensione.
Ovviamente ora con una copertura mediatica senza precedenti si propaganderà una
vittoria dei 'si'' che nei fatti non esiste''. La Cub ora rilancia la mobilitazione contro il protocollo sul Welfare,
di cui chiede il ritiro della firma da parte dei sindacati confederali ''per
mancanza di mandato da parte di lavoratori e pensionati'', e per
una redistribuzione del reddito a favore dei ceti popolari. Per questo motivo e'
stato indetto lo sciopero generale il 9 novembre per tutta la giornata.
• di MAURIZIO ZIPPONI–
Il referendum e le assemblee prima, sono un importantissimo atto di
partecipazione democratica dei lavoratori alle decisioni delle
organizzazioni sindacali. Era sin dall’inizio evidente la vittoria del
sì, così come non era scontato che in tutte le grandi aziende
industriali, a partire dalla Fiat, da nord a sud, ci fosse un così
forte dissenso. Da una prima riflessione, mentre ancora non sono noti i
dati definitivi, emerge comunque, che laddove il sindacato è portatore
di una azione collettiva come i contratti collettivi, le lotte contro la
precarizzazione, le vertenze aziendali o territoriali, esiste una
dialettica molto vivace e forti sono i no. Mentre dove il sindacato è
più un sindacato di servizi all’individuo, al lavoratore, di
assistenza, dal 730 alle pratiche per la pensione, alle casse
partitetiche, dove c’è questo rapporto individuale lì è prevalente
il si. Questo pone dei problemi molto importanti innanzitutto al
sindacato, al suo ruolo, al rapporto con i lavoratori. La radiografia ad
un primo esame dell’andamento del voto in quanto ci mostra che è che
nei punti più rappresentativi e più combattivi vi è una maggiore
opposizione all’accordo. Quando sarà conosciuto l’esito definitivo
della consultazione e sarà possibile avere un quadro completo del voto
nei suoi vari aspetti e nelle sue varie componenti, con particolare
riferimento al lavoro dipendente, a partire dalle fabbriche
metalmeccaniche, emergeranno con chiarezza i problemi che si pongono,
non solo al sindacato. Alla politica, in particolare, questo voto
consegna il dovere di rappresentare in Parlamento i due grandi punti di
disagio usciti anche dalle assemblee, cioè una seria svolta contro la
precarietà, dal contratto a termine ad un migliore stato sociale, a
partire dalle pensioni. La sinistra oltre ad essere incentivata per far
riuscire al meglio la manifestazione del 20 ottobre a Roma, ha l’onere
e l’onore di dover rappresentare questa voce del lavoro dipendente, di
rappresentarla in tutte le sedi istituzionali, Parlamento in primo
luogo, sulla trasformazione del protocollo sul welfare in norme
legislative. Per noi è ancor più evidente che quel protocollo va
cambiato
IL NO IN 18 FABBRICHE FIAT
Aziende Fiat
I
Voti e percentuali
Alfa di Pomigliano
NO 90%
Fiat SATA Melfi
2.475 NO 85%
Fiat Cassino
NO 85%
Fiat Termini Imerese
NO 85 %
Mirafiori carrozzerie
2.840 NO 84%
Powertrain ex meccaniche
821 NO 80%
Fiat costruzioni sperimentali
260 NO 72%
Fiat Iveco Torino
1.427 NO 66%
Fiat Termoli
NO 60%
Fiat New Holland Modena
437 NO 63%
Ferrari Maranello
685 NO 55%
Maserati Modena
282 NO 68%
Marelli di Sulmona
NO 71%
Marelli di Bologna
NO 72%
Marelli di Corbetta (Mi)
368 NO 55%
Terziarizzate Fiat Cassino:
Ex TNT
279 NO 86%
Ex Collins
130 NO 70%
ITCA Produzione
222 NO 76%
Il NO in 50 fabbriche:
Voti e percentuali
Portuali di Genova
479 NO 96%
Fincantieri Napoli
932 NO 92%
Sammontana (nell’empolese)
261 NO 92%
Meritor Novara
415 NO 91%
Atesia Roma
353 NO 77%
Unilever di Casalpusterlengo
(Mi)
230 NO 75%
Nemc (novarese)
169 NO 75%
Ansaldo Napoli
414 NO 65%
Eunics Roma
254 NO 79%
Lottomatica Roma
242 NO 72%
Piaggio di Pontedera
1.241 NO 62%
Terim di Boggiovara
99 NO 68%
ITM di Potenza
217 NO 53%
Electrolux Firenze
198 NO 57%
Electrolux Forlì
553 NO 79%
Aziende artigiane Lucca (tutti
i settori) 177 NO 64%
Capgemini Roma
130 NO 75%
ARC Colleferro
67 NO 52%
TLM Padova
59 NO 98%
OTIS Caponago (Mi)
46 NO 63%
Alenia Aerospazio Caselle (To)
651 NO 64%
Alenia Spazio
262 NO 67%
Alcatel Rieti
NO 73%
Final Alluminio Padova
69 NO 91%
Ansaldo Breda Pistoia
NO 67%
Magona Piombino
NO 70%
Lucchini Piombino
NO 62%
Dalmine Piombino
NO 55%
Smith & Tool Volterra
167 NO 88%
Siemens Fauglia e S. Piero a
grado (Pisa) 648 NO 77%
SAMA Deutz Fahr Treviglio (Bg
)
NO 76%
Nokia Siemens Cass. De Pecchi
(Mi) 250 NO 52%
ST. Microelectronis di Catania
NO 70%
Ergom di Napoli
NO 75%
Pininfarina 4 fabbriche
Torinesi
851 NO 81%
IBM Roma
NO 60%
Ansaldo Camozzi (Mi)
109 NO 80%
Ondulit
15 NO 63%
Ficep Gazzada (Va)
112 NO 57%
Colgate Palmolive di Anzio
NO 70%
IKEA 2 filiali in provincia di
Milano
NO 90%
IKEA di Padova
NO 65%
Vodafone Bologna
234 NO 93%
Vodafone Ivrea
240 NO 69%
Vodafone Roma
181 NO 85%
Ericsson tlc Roma
52 NO 76%
Telecom Firenze
463 NO 60%
Telecom Italia
Sparkle Roma
279 NO 57%
Ipercoop Nova
di Bologna
218 NO 72%
Tsf Roma
(aziende fornitrici)
58 NO 68%
(Per alcune fabbriche cìè solo la percentuale dei
NO senza il numero dei voti).
Il dato di affluenza è di circa il 60%
Alla Fiat vince il "no" al protocollo.
Il Prc frena: «Così non lo votiamo»
ROMA- la stampa
web 10.10.07
Il "sì" prevale per oltre l’82%: è questo l’esito dai
primi dati che stanno affluendo dalle categorie e dalle strutture
territoriali. Lo comunicano in una nota Cgil Cisl e Uil.
Affluenza al 60%
I primi dati disponibili, spiegano i sindacati, riguardano un gruppo di
115 aziende di diversi settori produttivi, dislocati in differenti aree
del paese, per un totale di 96.400 lavoratori attivi. Il dato di
affluenza è di circa il 60%. Il sì prevale con una percentuale che
supera l’82%. Tuttavia a destare più impressione sono i
"no" schiaccianti di Mirafiori e dell'Iveco.
Alla Fiat vince il "no"
Secondo i primi dati forniti dai sindacati, alle ex Meccaniche dello
stabilimento Fiat, hanno votato 992 lavoratori: i no sono stati 821, i sì
162, 9 le schede bianche e nulle. All’Iveco di Torino su 2.790 aventi
diritto hanno votato 2.164 lavoratori: i no sono stati 1.427, i sì 708,
le schede nulle 19. I no hanno prevalso anche alle Costruzioni
sperimentali di Mirafiori dove i votanti sono stati 363 su 622 aventi
diritto: hanno bocciato il Protocollo 260 lavoratori, mentre i voti
favorevoli sono stati 103.
Rifondazione: «Così non lo votiamo»
Se non ci saranno modifiche, Rifondazione comunista si asterrà in
consiglio dei Ministri sul welfare. Lo dice il segretario del partito
Franco Giordano. Una posizione che, spiega, era già chiara e che esce
rafforzata dai primi risultati del referendum tra i lavoratori sul
protocollo dello scorso luglio. In particolare, dice, «i dati del
comparto metalmeccanico, soprattutto i dati della Fiat di Mirafiori e
Cassino, dimostrano che la posizione della Fiom non era strumentale e
coglieva invece un malessere reale diffuso tra gli operai». Per
Giordano «i sì prevarranno, ma il dato dei metalmeccanici va tenuto in
considerazione» e quindi anche il risultato complessivo andrà «interpretato».
E Giovanni Russo Spena chiarisce la linea di Rifondazione: «Se e solo
se i consensi dei lavoratori al pacchetto welfare supereranno il
settanta per cento, Rifondazione Comunista darà il suo assenso. Se non
si arriva al 70 per cento, ci riterremo impossibilitati a votare con la
maggioranza e dovremo rivedere tutto l’accordo».
Ecco un quadro dei primi dati relativo ad un gruppo di aziende di
diversi comparti:
Alla Nuova Pignone di Firenze dove hanno votato 2.030 lavoratori su un
totale di 2.530 il sì sono stati 1.587; nei Cantieri navali di Palermo
e nell’indotto i votanti (739 lavoratori su 791 addetti) i sì sono
stati 686; alla Whirpool di Varese hanno votato 2.059 lavoratori su
2.600 addetti e i sì sono stati 1.525. Alla St Microelectronics di
Agrate Brianza (3.227 addetti) i votanti sono stati 1.918, i sì 1.260.
A Napoli nella Finseda (azienda cartaria) i sì hanno prevalso per
l’89%, 645 su un totale di 725 votanti (gli addetti complessivi sono
981). Nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) su 1.826 addetti
i votanti sono stati 1.409 e i sì 1.117 con una percentuale di sì del
79,28%. Nell’azienda chimica Metzeler di Salerno (450 dipendenti)
hanno votato 410 lavoratori e i sì sono stati 392. Ad Anagni (Frosinone)
nell’azienda chimica Videocom (540 addetti) hanno votato in 432 e i sì
sono stati 349 (82%). E, ancora, alla Ferrero di Potenza su un totale di
addetti pari a 350 addetti hanno votato in 312 e i sì sono stati 264. A
Cesena nell’azienda alimentare Cafar (gruppo Martini), dove hanno
votato in 311 su un totale di 416 addetti, i sì sono stati 299. Sempre
in Campania a Caserta alla Cementir (157 addetti) su un totale di
votanti pari a 142 i sì sono stati 135. Al gruppo Natuzzi di Taranto su
un totale di 739 addetti hanno votato 499 lavoratori e i sì sono stati
489. Alla Coop di Milano su 2.831 hanno votato 1.371 e i sì sono stati
1.211, mentre al gruppo Carrefour Toscana su un totale di 959 addetti
hanno votato 395 lavoratori e i sì sono stati 337, l’85%. Per quel
che riguarda il settore tessile, al gruppo Loro Piana (920 addetti) i
votanti sono stati 650, i sì 570 (l’87,70%). Al gruppo Zenga su 641
addetti i votanti sono stati 483, i sì 410 (l’84,99%). Nel call
center Teleperformance di Taranto su un totale di 1.700 addetti i
votanti sono stati 1.161, i sì 1.115 (96,04%).
Welfare, primi risultati incerti I sindacati: «Il Sì all'82%»-
l'unità/web
Ma nelle grandi fabbriche vince il No
Arrivano i primi dati sul referendum sull'accordo di
governo e sindacati del 23 luglio. Qualche primo risultato è già
emerso, in particolare dalle grandi fabbriche dove le urne avevano già
chiuso i battenti martedì sera. E confermano le previsioni. All'Iveco
di Torino passa il No con circa il 67% dei voti.
Il "sì" «prevale per oltre l'82%»: è
questo l'esito dai primi dati che stanno affluendo dalle categorie e
dalle strutture territoriali. Lo comunicano in una nota Cgil Cisl e
Uil.
I primi dati a cui fanno riferimento i sindacati
riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi settori produttivi in
differenti aree del Paese per un totale di 96.400 lavoratori attivi.
«Una significativa prevalenza di sì al referendum
sul welfare - affermano Cgil, Cisl e Uil in una nota unitaria - emerge
dai primi dati che stanno affluendo dalle categorie e dalle strutture
territoriali di Cgil Cisl e Uil ai centri confederali. I primi
dati disponibili riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi
settori produttivi, dislocati in differenti aree del paese, per un
totale di 96.400 lavoratori attivi. Il dato di affluenza è di
circa il 60%. Il sì prevale con una percentuale che supera l'82%».
Un dato a cui non crede Giorgio Cremaschi, leader
della "Rete 28 aprile". «Mi assumo in toto le mie
responsabilità: l'ipotesi di un sì a oltre l'82% come sostengono
Cgil, Cisl e Uil, è un dato privo di qualsiasi credibilità reale».
Cremaschi ha anche reso note 42 denunce di irregolarità pervenute al
sindacato e che verranno inoltrate alla commissione elettorale
Cgil-Cisl-Uil dalla quale «mi aspetto - ha detto Cremaschi - che
venga una risposta a chi ha avuto il coraggio di presentare queste
denunce».
Nel frattempo però, «chiediamo a Cgil-Cisl-Uil di
mettere sotto verifica il voto proveniente dai seggi esterni e da
quelli itineranti e non sommarlo quindi al voto chiaro e trasparente
dei luoghi di lavoro». Cioè «uno scorporo tra il voto - ha
precisato Cremaschi - tra il voto sul luogo e fuori
dal luogo di lavoro».
A Mirafiori - dove hanno votato circa 9 mila tute
blu e oltre mille impiegati - i dati relativi al reparto meccaniche
bocciano l'accordo con una percentuale dell'80%. Avrebbe vinto il No
anche alla Zanussi di Pordenone, dove lavorano duemila persone.
Paradossalmente passa l'accordo nella sede nazionale dei sindacati
metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil (Fiom-Fim-Uilm). Le schede - tra
cui ci sono quelle dei segretari Gianni Rinaldini, Giorgio Caprioli e
Tonino Ragazzi - danno il Sì al protocollo sul welfare al 60%.
Nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat sono stati 2.475,
pari all'85 per cento, i voti per il «no» al protocollo sul welfare,
al «si» sono andati 415 voti, mentre le schede bianche e nulle sono
state 12. Secondo quanto riferito da fonti sindacali, su 6.036 aventi
diritto (hanno votato anche i lavoratori interinali e dipendenti del
magazzino) i votanti sono stati 2.902.
No al protocollo sul Welfare. Questo l'orientamento
dei lavoratori degli stabilimenti di Fincantieri sulla base dei dati
ancora provvisori del referendum.
Secondo quanto riferisce il responsabile della
cantieristica Uilm, Mario Ghini, nei tre stabilimenti dell'area
genovese (Sestri Ponente, Genova e Sestri Levante) e in quello di
Muggiano (La Spezi), dove hanno votato circa 3.200 lavoratori, i
"no" hanno raggiunto una percentuale attorno al 70%, il 55%
a Muggiano. Netta vittoria dei "no" anche a Monfalcone
(1.800 votanti) dove i contrari al protocollo sono stati il 70% e a
Marghera (1.200 votanti) dove i 'nò hanno raggiunto l'80%.
Alla Ferrero di Alba (Cuneo), la fabbrica dove si
produce la nutella, i lavoratori hanno in larga maggioranza approvato
l'intesa sul welfare. I voti favorevoli sono stati 1.886, quelli
contrari 377.
Secondo i primi dati trapelati dai sindacati, il sì
ha vinto anche in alcune altre aziende piemontesi significative, come
l'Alstom di Savigliano (504 sì, 349 no), la Teksid di Crescentino
(125 sì, 46 no), la Sorin di Saluggia (492 sì, 68 no), la Michelin
di Alessandria (310 sì, 197 no), la Loro Piana di Biella (410 sì, 64
no).
Alla Nuova Pignone di Firenze dove hanno votato
2.030 lavoratori su un totale di 2.530 il sì sono stati 1.587;
nei Cantieri Navali di Palermo e nell'indotto i votanti (739
lavoratori su 791 addetti) i sì sono stati 686; alla Whirpool di
Varese hanno votato 2.059 lavoratori su 2.600 addetti e i sì sono
stati 1.525. Alla STM di Agrate Brianza (3.227 addetti) i votanti sono
stati 1.918, i sì 1.260.
A Napoli nella Finseda (azienda cartaria dell'ex
presidente di Confindustria Antonio D'Amato) i sì hanno prevalso per
l'89%, 645 su un totale di 725 votanti (gli addetti complessivi sono
981).
Nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) su
1.826 addetti i votanti sono stati 1.409 e i sì 1.117, il 79,28%.
Nell'azienda chimica Metzeler di Salerno (450 dipendenti) hanno votato
410 lavoratori e i sì sono stati 392. Ad Anagni (Frosinone)
nell'azienda chimica Videocom (540 addetti) hanno votato in 432 e i sì
sono stati 349 (82%).
Alla Ferrero di Potenza su un totale di
addetti pari a 350 addetti hanno votato in 312 e i sì sono stati 264.
A Cesena nell'azienda alimentare Cafar (gruppo Martini), dove
hanno votato in 311 su un totale di 416 addetti, i sì sono stati 299.
Sempre in Campania a Caserta alla Cementir
(157 addetti) su un totale di votanti pari a 142 i sì sono stati 135.
Al gruppo Natuzzi di Taranto su un totale di 739 addetti hanno votato
499 lavoratori e i sì sono stati 489.
In Campania vittoria dei no nelle grandi aziende
metalmeccaniche, affermazione del sì nel settore dei trasporti, nel
pubblico impiego e nella sanità. Secondo una valutazione della Fiom
regionale, nelle aziende metalmeccaniche, i no sono al 70%
contro il 30% del sì. Per i responsabili della Fiom, la bocciatura
dell'accordo ha registrato una netta maggioranza negli stabilimenti
Alenia di Pomigliano (63,02%), Nola (69,61%), Capodichino (71,43%),
Casoria (54,01%), all'Ansaldo (6,03%), all'Avio di Pomigliano (71,08%)
e di Acerra (70,96%), in alcune azienda collegate Fiat, come la Dhl
(93,75%), Ergom Automotive Pomigliano e Napoli (rispettivamente 95,74%
e 70,09%), alla Ilmas (89,38%), alla Fincantieri di Castellammare
(91,82%). È ancora in corso lo scrutinio alla Fiat di Pomigliano.
Più equilibrato il risultato alla Whirlpool (49,13%
ai sì 50,87% ai no), alla Selex Fusaro e Giugliano (rispettivamente
57,54% ai sì e 42,46% ai no, 50,30% ai sì e 49,70% ai no). Netta
vittoria dei sì al Comune di Salerno (97,68%), alla Circumvesuviana
(90%), all'Anm (79%), all'Autorità Portuale di Napoli (89%) e
all'Ospedale Cardarelli (73%).
Alla Coop di Milano su 2.831 hanno votato 1.371 e i
sì sono stati 1.211, mentre al gruppo Carrefour Toscana su un
totale di 959 addetti hanno votato 395 lavoratori e i sì sono stati
337, l'85%.
Per quel che riguarda il settore tessile, al gruppo
Loro Piana (920 addetti) i votanti sono stati 650, i sì 570
(l'87,70%). Al gruppo Zenga su 641 addetti i votanti sono stati 483, i
sì 410 (l'84,99%).
Nel call center Teleperformance di Taranto su un
totale 1.700 addetti i votanti sono stati 1.161, i sì 1.115
(96,04%).
Buona l'affluenza: il 70% dei lavoratori ha espresso
la sua preferenza. Una momento di alta democrazia che ha fatto dire al
presidente del Consiglio Romano Prodi che si tratta di un messaggio «che
devo ascoltare con attenzione». Una prova di partecipazione che non
può essere infangata «per una comparsata in televisione», ha
aggiunto Carlo Podda della Cgil riferendosi alla denuncia dell'europarlamentare
del Pdci Marco Rizzo che ha denunciato presunti brogli nel salotto di
Bruno Vespa.
Ma un'altra polemica ha caratterizzato l'ultima giornata di voto. I
sindacati non hanno gradito le dichiarazioni del responsabile Lavoro
del Prc, Maurizio Zipponi, che, sulla base delle informazioni raccolte
nei 20 punti d'ascolto aperti dal Prc nelle fabbriche, aveva
preannunicato la vittoria del No.
Tasti dolenti, si sa, le pensioni e il lavoro flessibile, quelle che
la sinistra vuole riportare sul tavolo della discussione perché «se
l'accordo non cambia - hanno ribadito più volte il ministro della
Solidarietà Sociale Paolo Ferrero e il segretario di rifondazione
franco Giordano - non lo votiamo».
Rifondazione comunista si asterrà in consiglio dei Ministri sul
protocollo sul welfare, a meno che non vengano apportate delle
modifiche. Lo ribadisce il ministro per la Solidarietà Paolo Ferrero,
intervistato a Montecitorio. «Sul testo così com'è - spiega - non
ci può assolutamente essere alcuna condivisione. Sarebbe diverso se
ci fossero delle modifiche, ma questa discussione va fatta in
consiglio dei Ministri, non si può decidere prima». Continua il
ministro: «Il governo deve ascoltare cosa dicono i lavoratori.
Bisogna andare in consiglio dei Ministri e migliorare il protocollo,
in particolare rendendolo più incisivo sulla lotta alla precarietà».
Ferrero ricorda che le richieste di Prc riguardano
lo staff-leasing, un limite più netto ai contratti a tempo
determinato, la definizione dei lavoratori usuranti che sono esentati
dall'aumento dell'età pensionabile e l'esenzione dall'imposizione
fiscale degli aumenti contrattuali. «Chiediamo cose che sono nel
programma dell'Unione - sottolinea - non sono richieste di bandiera di
Rifondazione comunista».
La patata bollente, infine, passerebbe al Senato,
dove l'ipotesi di un provvedimento blindato dalla fiducia sembra
crescere giorno dopo giorno. L'aria, comunque, al momento è distesa.
Ferrero si dice convinto che «alla fine si troverà la quadra»,
Mussi assicura che «con l'impegno del governo a modificare il
protocollo in Parlamento, venerdì sono pronto a votare sì», e
Pecoraro Scanio chiede semplici «miglioramenti senza stravolgimenti».
Pubblicato il: 10.10.07
Modificato il: 10.10.07 alle ore 17.39
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Dove vince il no- unità web
Allo stabilimento Fiat di Mirafiori: no 5388 (pari al
76,12%) i sì 1690 (23,88%), ai reparti Meccanica e carrozzeria il No
è alll'84 per cento; anche fra gli impiegati 74% di no.
Nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat
sono stati 2.475, pari all'85 per cento, i voti per il «no» al
protocollo sul welfare, al «si» sono andati 415 voti, mentre le
schede bianche e nulle sono state 12. Secondo quanto riferito da fonti
sindacali, su 6.036 aventi diritto (hanno votato anche i lavoratori
interinali e dipendenti del magazzino) i votanti sono stati 2.902.
A Termini Imerese su 1.116 votanti i favorevoli sono
217, 882 i contrari. A Termoli, su 1.360 votanti, 535 sono i sì, 807
i no. Alla Fiat di Cassino 2.439 i votanti, 355 i sì, 2.059 i no.
All'Ansaldo Breda di Napoli su 633 votanti 213 sono i favorevoli, 414
i contrari.
Secondo quanto riferisce il responsabile della
cantieristica Uilm, Mario Ghini, nei tre stabilimenti dell'area
genovese (Sestri Ponente, Genova e Sestri Levante) e in quello di
Muggiano (La Spezi), dove hanno votato circa 3.200 lavoratori, i
"no" hanno raggiunto una percentuale attorno al 70%, il 55%
a Muggiano. Netta vittoria dei "no" anche a Monfalcone
(1.800 votanti) dove i contrari al protocollo sono stati il 70% e a
Marghera (1.200 votanti) dove i 'nò hanno raggiunto l'80%.
I lavoratori della Fiat Auto di Pomigliano d'Arco
(Napoli) respingono in maniera netta il protocollo sul welfare. Su
2.119 votanti su 5.055 aventi diritto i no sono stati 1.874 pari a
circa il 92%, mentre i sì appena 199 (bianche e nulle 46). La
partecipazione al voto è stata molto bassa.
In Campania Per i responsabili della Fiom, la
bocciatura dell'accordo ha registrato una netta maggioranza negli
stabilimenti Alenia di Pomigliano (63,02%), Nola (69,61%), Capodichino
(71,43%), Casoria (54,01%), all'Ansaldo (6,03%), all'Avio di
Pomigliano (71,08%) e di Acerra (70,96%), in alcune azienda collegate
Fiat, come la Dhl (93,75%), Ergom Automotive Pomigliano e Napoli
(rispettivamente 95,74% e 70,09%), alla Ilmas (89,38%), alla
Fincantieri di Castellammare (91,82%).
Più equilibrato il risultato alla Whirlpool (49,13%
ai sì 50,87% ai no), la Riello di Lecco dove hanno votato in 209 su
343 addetti e ci sono stati 93 'sì' (44,5%) e 113 'nò (54,1%).
Alla Fiat di Cassino la punta del "no" con
l'85%.
Una vera e propria Caporetto alla Fiat di Termini
Imerese (Palermo) per i sostenitori del protocollo sul Welfare. Alta
l'affluenza al voto: su 1.550 aventi diritto, hanno votato in 1.116,
il 72%: contrari l'82% (882), favorevoli 217 (19,4%), schede bianche e
nulle 17. Un andamento analogo nell'indotto: alla Ergom su 137
votanti, 80 sono stati i no e 51 i sì; alla Bienne Sud hanno detto no
56 dei 67 votanti; alla Lear hanno votato no 86 dei 135 votanti; alla
Tecnimpianti no da tutti i 25 votanti; alla Laica, infine, 14 contrari
su 20 operai che si sono recati alle urne.
Nelle principali industrie dell'ascolano, ha
prevalso il no. La bocciatura all'accordo è arrivata sia alla Manuli,
che alla Prysmian (ex Pirelli) e alla Cartiera di Ascoli, siti
produttivi dove lavorano oltre 2000 operai. Secondo fonti sindacali di
base, e rappresentanti interni allo stabilimento della Manuli, il no
ha comunque prevalso di misura, 173 voti contrari contro 171
favorevoli.
Pubblicato il: 10.10.07
Modificato il: 10.10.07 alle ore 20.25
repubblica.it
A fine giornata i sindacati confederali dichiarano la loro
"legittima soddisfazione"
Hanno votato per il protocollo a larghissima maggioranza le Pmi, i call
center e la P.A.
Welfare, il sì tra il 70 e l'80%
Ma la Fiat boccia l'accordo
Da Mirafiori a Melfi, le percentuali dei no sono altissime, fino all'80%
Tuttavia tra i metalmeccanici il no si ferma al 53% (dati Fiom)
ROMA - Accoglienza più che positiva per il protocollo sul
welfare, promosso da un'alta percentuale di lavoratori, tra il 70 e l'80
per cento. Lo attestano le rilevazioni dei sindacati confederali, che in
un primo momento, poco dopo la chiusura delle urne, avevano parlato di
una percentuale più alta, oltre l'80 per cento. Il sì prevale nelle
piccole e medie imprese, nella Pubblica Amministrazione, tra i
lavoratori dei call center e nei servizi. Il no è nettissimo in tutti
gli stabilimenti Fiat e in alcune grandi aziende, non solo
metalmeccaniche. Risultati che continuano a tenere vivo il dibattito
politico sulla questione.
I primi dati ad arrivare, quasi in coincidenza con la chiusura dei
seggi, alle 14, sono stati quelli della Fiat Mirafiori, un no che andava
oltre l'80 per cento (che in serata si è attestato intorno al 76), ma
che si è rivelato quasi subito di segno opposto rispetto alla tendenza
delle altre realtà. Infatti poco dopo da una prima rilevazione di Cgil,
Cisl e Uil è emerso che il sì sarebbe arrivato oltre l'82 per cento.
Dati "privi di credibilità", secondo il segretario nazionale
della Fiom, Giorgio Cremaschi. Dati specchio del tessuto produttivo
italiano, ha invece osservato il segretario generale della Fim-Cisl
Giorgio Caprioli, che ha rilevato come il no si sia "concentrato
nella grande fabbrica, più politicizzata", e come al contrario il
sì abbia prevalso nella piccola impresa.
Le piccole e medie imprese (dati Istat), costituiscono il 99,99 per
cento del tessuto produttivo italiano. Basterebbe questo dato a spiegare
dunque il successo del referendum, successo accolto con soddisfazione
dai tre leader confederali Epifani, Angeletti e Bonanni. "Siamo
molto soddisfatti - ha dichiarato il segretario generale della Cgil
Guglielmo Epifani - i primi dati sono già molto significativi e
confermano che si profila una netta vittoria dei sì , al di là delle
aspettative. I sì vincono in particolare tra i lavoratori attivi, tra
gli operai ed i precari."
In effetti però i confederali hanno pubblicato già nelle prime ore del
pomeriggio un'indagine effettuata su 115 aziende di diversi settori
produttivi, collocate in differenti aree del Paese, per un totale di
96.400 lavoratori attivi, dalla quale emerge una nettissima prevalenza
del sì anche nelle grandi imprese. All'interno del campione ci sono
soprattutto imprese con oltre 250 dipendenti: si va dalla Nuova Pignone
di Firenze dove hanno votato 2.030 lavoratori su un totale di 2.530 e i
sì sono stati 1.587, ai Cantieri navali di Palermo dove i sì sono
stati 686 su 739 votanti, alla Whirpool di Varese dove su 2.059 votanti
si sono contati 1.525 sì, alla St Microelectronics di Agrate Brianza
dove su 1.918 votanti i sì 1.260.
In molte grandi imprese il responso è stato sì, dunque, anche con
percentuali alte: nel gruppo chimico Solvay di Rosignano (Livorno) si è
arrivati al 79,28 per cento.
Mentre il no è stato ampiamente confermato da tutti gli stabilimenti
Fiat, da Nord a Sud, con punte del 90 per cento (è la percentuale
registrata a Pomigliano). A Melfi il protocollo è stato bocciato
dall'85 per cento dei votanti, a Cassino i no sono stati 2059 con una
percentuale dell'84,42 per cento. Stessa musica negli stabilimenti non
auto del gruppo, come l'Iveco di Torino, dove i no sono stati 1427, il
doppio dei sì (708). No massicci anche dall'Alenia Aerospazio di
Caselle, dove su 1.500 aventi diritto hanno votato in 1.015 e i no sono
stati 651, e alla Pininfarina i no sono stati 851, l'80 per cento,
contro 219 sì.
Ma a fine giornata è emersa nettamente la prevalenza del sì, che non
raggiungerà l'82 per cento del quale avevano parlato i sindacati nel
primo pomeriggio, ma sembra stabilizzarsi tra il 70 e l'80 per cento.
Infatti, a parte la plateale bocciatura del protocollo da parte del
Gruppo Fiat e di alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, dal resto dei
lavoratori dell'industria e del terziario il sì passa con una larga
maggioranza. I sindacati sottolineano l'alta affluenza alle urne con il
voto di oltre cinque milioni di lavoratori, pensionati, precari e
disoccupati.
Il no di tutti gli stabilimenti Fiat non deve far pensare a un no
generalizzato dei metalmeccanici: infatti su 484.507 voti espressi al
referendum, i no raggiungono il 53 per cento dei consensi, secondo il
dato, ancora provvisorio ma pressoché definitivo, diffuso in serata
dalla Fiom. Mediamente, nelle grandi fabbriche il no raggiunge il 65 per
cento dei consensi, mentre nelle piccole e medie aziende si attesta al
53 per cento.
Tra le altre categorie di lavoratori, hanno votato a grande maggioranza
sì i dipendenti dei call center, con una percentuale che supera l'80
per cento. "I giovani hanno capito che l'accordo riguardava
soprattutto loro e la loro speranza di futuro. Il dato è
incoraggiante", ha commentato Emilio Miceli, Segretario Generale
Slc-Cgil.
Secondo la Cgil Funzione Pubblica, si sono mostrati largamente
favorevoli al protocollo anche i dipendenti pubblici: su 265.313 votanti
il sì ha raccolto il 74,9 per cento ed il 'no' il 23,5 per cento,
bianche e nulle 1,6 per cento.
Ma anche oggi è stato avanzato il dubbio sulla legittimità delle
operazioni di voto, sia da parte di alcuni esponenti politici della sinistra
radicale che da parte di esponenti sindacali. "Per quanto
riguarda il voto all'esterno dei luoghi di lavoro, nei seggi
territoriali, riteniamo che le denunce formali e molte segnalazioni ci
possano far dire che esiste un'area grigia che va chiarita", ha
denunciato Cremaschi.
(
10 ottobre 2007
)
NO ad un bruttissimo accordo sulle
pensioni e stato sociale.
Boicottiamo
il referendum che disprezza la
democrazia e la dignità delle persone.
Le lavoratrici e i
lavoratori nei mesi passati hanno respinto alla grande il tentativo di
farsi rubare il TFR per metterlo nei fondi pensione.
Nonostante le
lusinghe (e le bugie) di Governo, Ministro del Lavoro, Confindustria,
Sindacati confederali, Banche, Assicurazioni e Finanziarie.
Non ostante la
grande campagna delle TV, Giornali, dove si sono spesi miliardi, le
lavoratrici e i lavoratori hanno detto che la loro pensione deve essere:
PUBBLICA,
SICURA e DIGNITOSA .
Con l'accordo del 23
luglio tra Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil non si émiglioratolo “scalone Maroni”,
anzi...nel 2013 tutti andranno in pensione a 62 anni, sui lavori
usuranti solo 5000 addetti all'anno potranno avere uno sconto.
I giovani avranno
una pensione tagliata perché saranno abbassati i coefficienti in modo
automatico ogni 3 anni.
Viene
confermata la legge sulla precarietà.
La riduzione dei contributi sullo straordinario danneggia l'INPS e
favorisce l'aumento degli orari di lavoro ai danni di salute e
occupazione.
Le modalità
di questo “REFERENDUM” sono vergognose,
nessuno saprà mai con certezza i risultati perchè tutti potranno
votare dove e quando vorranno, dalle sedi sindacali, al mercato, alle
feste, con nessuna regola e nessuna certificazione.
Per queste ragioni
ALP/Cub invita a votare NO nei
luoghi dove è possibile controllare i risultati e i votanti e boicottare
dove è possibile per
rimarcare un metodoche è
un insulto alla democrazia e alla dignità e intelligenza delle persone.
La CUB ( il
sindacato di base a cui ALP aderisce) era presente al tavolo delle
trattative ma NON HA FIRMATO e con gli altri sindacati di Base ha
dichiarato una giornata di sciopero Generale per il 9 novembre 2007.
NO all'accordo
del 23 luglio. Si alla Previdenza Pubblica
La lotta di tutti può
cambiare in meglio le coseattuali,
il nostro futuro e quello dei nostri figli.
●Se l'accordo è stato fatto
per le pensioni future, dei giovani, non sarebbe meglio far votare loro
magari dalle suole superiori, all'università?? O forsea qualcuno pare giusto che votino i pensionati che a sentire gli
autori dell'accordo hanno già una pensione molto più ricca delle
pensioni future???
BOICOTTAGGIO della CONSULTAZIONE TRUCCATA del 8-10 OTTOBRE sul
protocollo pensioni-mercato del lavoro e SCIOPERO GENERALE NAZIONALE IL 9
NOVEMBRE – 08-09-2007
ORDINE
DEL GIORNO COORDINAMENTO NAZIONALE CUB 07/09/07
Il Coordinamento nazionale della CUB, riunito a Sasso
Marconi il 7 settembre 2007, respinge la farsa democraticista della
consultazione blindata dei lavoratori sui contenuti dell’accordo
sul welfare sottoscritto il 23 luglio 2007 da governo, confindustria e cgil,
cisl e uil che la CUB non solo non ha sottoscritto ma ha contrastato sia ai
tavoli presso Palazzo Chigi che con lo Sciopero Generale del 13 luglio 2007. La Cub quindi invita tutti i lavoratori al boicottaggio di
tale consultazione.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile riprendere la lotta ai
contenuti e alla filosofia dell’accordo del 23 luglio e rilanciare la
propria piattaforma di lotta su cui da anni sta promuovendo iniziative e
scioperi.
Il C.N. CUB ritiene indispensabile quindi la costruzione di uno
SCIOPERO GENERALE NAZIONALE, da inserire in un programma di lotte
più ampio e duraturo, da attuarsi tenendo conto anche dei tempi di
discussione della Legge Finanziaria per il 2008 che dovrà anche recepire i
contenuti dell’accordo sul welfare e che già si annuncia pesante e
infarcita di ulteriori tagli e sacrifici. Il C.N. impegna pertanto tutte le strutture e i delegati
della CUB a dare vita immediatamente, in preparazione dello sciopero
generale, a momenti di confronto e di mobilitazione sul territorio e
nei luoghi di lavoro. Il C.N. CUB ritiene che tale sciopero generale possa essere
proclamato unitariamente con tutte quelle forze sindacali e sociali che
respingono l’accordo del 23 luglio e che intendono rilanciare il conflitto
nei confronti delle scelte economiche e sociali del Governo Prodi e lavorerà
alla realizzazione di questo obbiettivo. Il C.N. CUB ritiene che dopo la straordinaria riuscita della
campagna contro il trasferimento del TFR ai Fondi pensione e vista
la grave crisi finanziaria e borsistico che sta attraversando l’economia
mondiale, stiano maturando le condizioni per tornare a chiedere con forza il
rilancio della previdenza pubblica che è stata ulteriormente attaccata
dall’accordo del 23 luglio scorso. Il C.N. CUB ritiene altresì indispensabile proseguire
nell’iniziativa contro la guerra e le basi di guerra per cui il Governo
Prodi intende stanziare nuovi e importanti fondi, riconfermando così le
proprie scelte belliciste e di subordinazione agli interessi Statunitensi. La CUB sosterrà quindi le iniziative di mobilitazione
previste contro la costruzione della nuova base al Dal Molin
e per la chiusura della caserma Ederle a Vicenza, contro la
costruzione degli F35 a Cameri (NO), e tutte quelle
iniziative che abbiano chiaramente al centro il NO alla guerra, il
no alle spese militari, il no alla devastazione del territorio
( TAV, Rigassificatori ecc.) auspicando anche che tali iniziative si
dialettizzino con lo sciopero generale di autunno. Il C.N. CUB impegna tutte le proprie strutture a sostenere
concretamente le proprie organizzazioni impegnate nei prossimi mesi nel
rinnovo delle RSU.
Questa notte si consumata l’ennesima beffa a danno di lavoratori e
pensionati con un accordo a costo zero rispetto alla legge Maroni
con il risultato che aumenta l’età pensionabile, con una presa in giro
nei confronti dei lavoratori che svolgono lavori usuranti. L’introduzione di 2 sole finestre per accedere alla
pensione aumenta l’età effettiva di uscita dal lavoro per le pensioni di
vecchiaia (65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne) con una
contribuzione inferiore a 40 anni. La prevista revisione automatica ogni 3 anni dei coefficienti
in relazione all’aspettativa di vita porterà un continuo peggioramento
dei trattamenti previdenziali attesi. D’altro canto le pensioni in essere continueranno a perdere potere
di acquisto in quanto non vengono rivalutate automaticamente in
relazione all’aumento dei prezzi e alla dinamica delle retribuzioni. Situazione delle pensioni in essere è ulteriormente aggravata
dall’accordo del 10 luglio che prevede una vera e propria elemosina sulle
pensioni minime (al 15% degli attuali pensionati) e che sarà rimangiata in
breve tempo dall’aumento dei prezzi. La Cub è intenzionata a continuare nella lotta contro l’aumento
dell’età pensionabile, per il rilancio della previdenza pubblica
a partire dal calcolo, per i giovani, della pensione al 2% annuo sulle
ultime retribuzioni come avviene già oggi per tutti gli altri lavoratori e
per l’aggancio automatico delle pensioni alla dinamica dei prezzi e delle
retribuzioni.
Milano 20 luglio 07
Per info: Tiboni P.Giorgio 02 70631804
rassegna
stampa sullo strappo FIOM
Roma, 27 settembre 2007
Alla Commissione nazionale Cgil, Cisl, Uil sulla
consultazione
Alle Segreterie Cgil, Cisl, Uil
Carissime e carissimi,
con la presente sono a segnalarvi gravi
contraddizioni, mancanze di trasparenza,
disinformazioni e scorrettezze che stanno avvenendo
nella consultazione in atto sul
Protocollo del 23 luglio 2007. Segnalo in
particolare:
1. il materiale informativo che viene dato è
assolutamente incompleto ed in alcuni casi
inesatto, alcune successive correzioni, in
particolare sulle pensioni, non sono state in
nessun modo diffuse. In questo modo coloro che
vengono consultati non sono messi
a conoscenza dei reali contenuti della intesa.
2. In molte realtà sono state già avviate le
procedure di voto, senza la definizione di
sedi precise con le quali raccogliere, conservare,
fino alla spoglio, le schede votate.
3. Sono in atto procedure di voto con seggi
territoriali, di cui non sono conosciute le
ubicazioni, la durata e le modalità per poter
votare, chi e a quale titolo può votare.
4. Non è stata resa pubblica sino ad ora in gran
parte dei territori dove e quando sono
aperti i seggi per poter votare l’8, il 9 e il 10
di ottobre, né quali regole siano previste
per poter adempiere al voto.
5. Non sono state messe in atto procedure per
impedire che nei seggi territoriali le
persone possono votare più di una volta. Infatti,
se è chiaro nei luoghi di lavoro quali
possono essere le procedure di voto, di
registrazione e di certificazione, per i
pensionati, lavoratori precari, disoccupati ed in
generale per tutte e per tutti coloro
che non sono collocabili in un preciso posti di
lavoro, non sono state poste regole per
rendere corretta e trasparente la votazione.
6. La raccolta dei risultati e la loro
certificazione non è stata definita in maniera rigorosa
e trasparente per tutto il territorio nazionale. Non
esistono meccanismi che
permettono di verificare la corrispondenza alla
realtà dei verbali, evitando così il
ripetersi di quei verbali assurdi ove tutti i
lavoratori interessati erano tutti presenti e
hanno tutti votato.
7. C’è il rischio così di una forte disparità
di regole tra il voto dei grandi siti e dei posti di
lavoro, e tutte le altre realtà ove la correttezza
e la trasparenza del voto è affidata
unicamente ad un meccanismo di autocertificazione di
chi fa la consultazione.
Per tutte queste ragioni vi chiedo di intervenire
immediatamente per correggere quelle che
potrebbero diventare storture tali da non rendere
credibile il risultato della consultazione.
Giorgio Cremaschi
Comitato Direttivo Cgil
DELEGATI
CGIL: VOTIAMO NO ALL'ACCORDO DEL 23 LUGLIO
NELLA CONSULTAZIONE
VOTIAMO NO ALL’ACCORDO DEL 23 LUGLIO
APPELLO
Siamo delegate e delegati Rsu dell’Emilia-Romagna iscritti/e
alla Cgil e appartenenti a diverse categorie. Ci accomuna il
giudizio negativo sull’accordo del 23 luglio 2007 firmato da
Cgil, Cisl, Uil sia nel metodo che nel merito
Sul metodo consideriamo un precedente pericoloso il non avere
coinvolto le lavoratrici e i lavoratori nella discussione su
una vera piattaforma rivendicativa da presentare al governo e
il fatto di non averla validata con un loro voto. Questo apre
per la prima volta nella nostra organizzazione sindacale una
crisi profonda di partecipazione e di democrazia e nel
rapporto con le lavoratrici e i lavoratori.
Nel merito giudichiamo l’accordo negativo per le
lavoratrici, i lavoratori, i pensionati, i giovani e i
precari. Le poche luci (aumento delle pensioni più basse e
del sussidio di disoccupazione) a vantaggio di alcuni
pensionati e di una parte dei disoccupati, vengono pagate
integralmente da tutti gli altri lavoratori/trici e
pensionati/e con l’aumento delle tasse e dei contributi e
con il peggioramento dei diritti.
Sulle pensioni si passa dalla scalone Maroni agli scalini
portando l’età pensionabile a 62 anni, con 35 di contributi
o a 61 con 36, a partire dal 2013.
Sui lavori usuranti l’accordo si rivela una beffa: non più
di 5.000 lavoratori/trici all’anno saranno inizialmente
esentati dallo scalone, ma poi dovranno andare in pensione con
almeno 58 anni d’età e 36 di contributi.
Sui coefficienti si peggiora la stessa riforma Dini
tagliandoli, a partire dal 2010, del 6-8%. Da allora ogni tre
anni verranno rivisti automaticamente al ribasso, con una
scala mobile al rovescio. La commissione tra le parti potrà
solo, entro il 2008, decidere le esenzioni. Il limite del 60%
per le pensioni più basse dei precari è solo un’ipotesi di
studio.
A partire dal 2011, se non saranno fatti risparmi a
sufficienza con la ristrutturazione degli enti previdenziali,
aumenteranno ancora i contributi sulla busta paga dei
dipendenti e per i parasubordinati.
Vengono aumentate le pensioni più basse e l’indennità di
disoccupazione, utilizzando i soldi del “tesoretto”, cioè
le tasse in più pagate in primo luogo dai lavoratori/trici,
che ammontano a oltre 10 miliardi di euro. Di questi solo un
miliardo e mezzo tornano a una parte dei pensionati e dei
disoccupati.
Sulla contrattazione la scandalosa eliminazione della
sovracontribuzione per il lavoro straordinario costituisce un
grave incentivo all’aumento dell’orario di lavoro con un
danno all’occupazione e al bilancio dell’Inps; mentre la
detassazione del salario aziendale totalmente variabile
indebolisce fortemente la contrattazione collettiva e, in
particolare, il contratto nazionale.
In tema di mercato del lavoro viene confermata la Legge 30 e
con essa tutta la legislazione che in questi anni ha
precarizzato il mercato del lavoro. I contratti a termine
potranno durare anche oltre 36 mesi, senza alcun limite, con
procedure conciliative fatte presso gli uffici del lavoro con
l’assistenza dei sindacati. Nella sostanza i lavoratori
potranno subire all’infinito il succedersi dei vari
contratti precari.
Per queste ragioni invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i
lavoratori a votare NO nella consultazione.
Primi firmatari:
Rsu KPL PACKAGING-Bologna, Gabriele Cesari Rsu
VODAFONE-Bologna, Giorgio Paglieri Rsu VODAFONE-Bologna,
Daniele Americola Rsu VODAFONE-Bologna, Alessandro Borroni Rsu
VODAFONE-Bologna, Roberto Bozzi Rsu Fatro-Bologna, Stefano
Bozzi Rsu Fatro-Bologna, David Muñoz Rsu COOP Adriatica,
Roberto Santi Rsu Ipercoop-Bologna, Miriam Planesio Rsa
IKEA-Bologna, Luca Montebugnoli Rsu Eurodent-Bologna,
Gianplacido Ottaviano Rsu Bonfiglioli Riduttori-Bologna,
Ferruccio Benedetto Rsu Rizzoli Ortopedia-Bologna, Vincenzo
Guerrieri Rsu Titan-Bologna, Giovanni Anselmi Rsu
Titan-Bologna, Domenico Pirulli Rsu Titan-Bologna, Andrea
Costa Rsu OAM-Bologna, Gianpietro Montanari Rsu Cesab-Bologna,
Alessandro Matteo Rsu Cesab-Bologna, Davide Bacchelli Rsu
IMA-Bologna, Orlando Maviglia Rsu Motori Minarelli-Bologna,
Umberto Cotti Rsu SCIC-Parma, Paolo Belletti Rsu ENEL-Parma,
Guardiani Rsu Gazzetta di Parma, Claudio Adorni Rsu
Barilla-Parma, Cinzia Dondi Rsu Wittur-Parma, Paolo Brini Rsu
Smalti Modena, Michele Roncaglia Rsu Smalti Modena, Leonardo
Roverati Rsu Smalti Modena, Renzo Ferri Rsu Ferrari (Maranello),
Daniele Manzini Rsu Ferrari (Maranello), Paolo Ventrella Rsu
Ferrari (Maranello), Parlati Matteo Rsu Ferrari (Maranello),
Elvis Fischetti Rsu Ferrari (Maranello), Amedeo Cusano Rsu
Ferrari (Maranello), Santo Giuffreda Rsu Ferrari (Maranello),
Riccardo Nonnis Direttivo Modena Ferrari, Giuseppe Corveddu
Direttivo Fiom-Cgil Modena Ferrari, Claudio De Cicco Rsu
Macerati (Modena) Giuseppe Violante Direttivo Modena Maserati,
Giovanni Iozzoli Rsu PFB (Modena), Francesco Santoro Rsu Terim
(Modena), Piero Ficiarà Rsu Terim (Modena), Antonio Grimaldi
Rsu Inalca (Gruppo Cremonini) Modena, Pasquale Auciello Rsu
Inalca (Gruppo Cremonini), Santo Carderopoli Rsu Autogru PM
(Modena), Simona Bolelli Rsu Sps (Modena), Antonio Serena Rsu
Sirti, Giovanni Colletta Rsu GSM
Per adesioni:
no23luglio2007@alice.it
Cgil, la
democrazia alla prova dei territori
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del
18/09/2007
A Novara,
la Camera del lavoro approva un documento «negativo» sull'accordo
del 23 luglio. A Bologna è la Filcams a criticare il protocollo. Ma
in diversi territori si preferisce tacitare la dialettica
democratica. In attesa dell'esito della consultazione referendaria
E' convinto Cesare Damiano
che l'esito della consultazione referendaria tra i lavoratori sul
protocollo del 23 luglio, sarà positivo. Ammette, il ministro del
Lavoro, che il no della Fiom «potrà avere un'influenza, e in
alcune fabbriche anche importanti potrà prevalere un giudizio
negativo», ma non tale da sovvertire l'esito di una consultazione
di massa che riguarda milioni di lavoratori e pensionati.
Per conoscere l'esito della consultazione referendaria, e quindi il
giudizio di lavoratori - precari, cassintegrati e in mobilità - e
pensionati sull'accordo siglato tra il governo e le parti sociali su
pensioni, welfare e competitività bisognerà comunque aspettare il
12 ottobre. In preparazione ora ci sono le assemblee nei luoghi di
lavoro per spiegarne i contenuti. Quello che è certo però è che
in diverse camere del lavoro il no della Fiom sembra solo la punta
d'iceberg di uno scontento trasversale a diverse categorie.
Dialettica democratica, si dirà. Che però, fatto salvo il vincolo
costituito dal voto del direttivo nazionale, in alcune strutture
territoriali si preferisce occultare.
La notizia più forte arriva da Novara, dove il direttivo della
camera del lavoro ha approvato un documento che esprime un giudizio
negativo sull'accordo, perchè aumenta l'età pensionabile, «liberalizza»
gli straordinari e non combatte la precarietà. Due documenti simili
nei contenuti sono stati presentati anche dal direttivo regionale
della Cgil Piemonte e da quello della Camera del lavoro di Torino.
In entrambi i casi, la maggioranza del direttivo ha impedito che
venissero discussi e quindi messi ai voti. «Una decisione legittima
certo, ma è incredibile insistere tanto sulla consultazione dei
lavoratori senza che poi questi vengano messi nelle condizioni di
conoscere le posizioni del sindacato» commenta Claudio Stacchini,
della segreteria della camera del lavoro di Torino.
Anche in Lombardia, un ordine del giorno presentato dal direttivo
della camera del lavoro all'indomani della sottoscrizione
dell'accordo da parte della segreteria nazionale, è stato poi
giudicato dallo stesso direttivo «irricevibile». «Perchè, nella
più importante regione per numero di iscritti, non è stato messo
al voto il documento presentato?» domanda Dino Greco, membro del
direttivo nazionale Cgil e ex segretario della Camera del lavoro
bresciana.
A Brescia, dove l'accordo di luglio era già stato valutato
negativamente dall'assemblea dei delegati riunitasi alla fine di
luglio, il comitato direttivo, richiesto, ancora non è stato
convocato. Ciò che sembra preoccupare la segreteria è che un
eventuale posizione negativa sull'accordo possa poi diventare
l'alibi per la Cisl locale per frenare sul referendum. Una decisione
che Fausto Beltrami, della segreteria della Cgil bresciana, non
condivide. «Non si può parlare di democrazia se agli organismi
territoriali non è consentito esprimere posizioni dialettiche
rispetto al nazionale» chiosa Beltrami. Sempre a Brescia, le
rappresentanze sindacali unitarie di alcune fabbriche, ma anche del
pubblico impiego, hanno intanto convocato un'assemblea per venerdì.
Ordine del giorno: «votare no all'accordo del 23 luglio».
E che le criticità non provengono solo dalla Fiom lo dice anche
quanto successo a Bologna. Dove il direttivo locale ha approvato
quasi all'unanimità un documento che non dà una valutazione
sull'accordo ma ribadisce, in sintesi, l'impegno per la
partecipazione al voto dei lavoratori e quello della Cgil contro la
precarietà. «Un documento che nasce dall'esigenza di garantire
l'unità di azione pur nella diversità dei giudizi» spiega Cesare
Melloni, segretario della Camera del lavoro bolognese. Ma che non ha
impedito alla Filcams locale (categoria che rappresenta il
commercio) di votare, pochi giorni dopo, un documento in cui si
esprime un giudizio negativo sulla parte dell'accordo che riguarda
il mercato del lavoro.
E un giudizio negativo sull'accordo arriva anche dai metalmeccanici
della Uilm piemontese (la Uilm nazionale si è espressa ieri per la
«libertà di voto» dei lavoratori nel referendum su un'intesa «solo
parzialmente positiva»). E anche dal sindacato autonomo Fismic (che
è il secondo sindacato a Mirafiori). Criticità che, nel merito,
non riguardano tanto la parte sul mercato del lavoro, ma soprattutto
il capitolo pensioni. Dove lo «scalone» di Maroni è rimasto,
soltanto addolcito in più digeribili «scalini».
«Le
nostre ragioni contro la precarietà>>
di Loris Campetti
su Il Manifesto del
15/09/2007
Intervista
a Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, dopo lo «strappo»
con la segreteria della Cgil sul protocollo del 23 luglio. «L'unanimismo
non corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori. Ma né
io né la Fiom chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi
esprimo su un accordo sindacale»
Gianni Rinaldini il
reprobo, il dirigente sindacale che «rompe tutto», fa traballare
il governo «amico», spacca la sinistra, scatena il mondo dei media
e riceve dalla Cgil e dalle altre confederazioni una sorta di
scomunica. Ecco come è stato presentato il segretario generale
della Fiom, il maggior sindacato industriale italiano, dopo il voto
del comitato centrale che a stragrande maggioranza non ha approvato
l'accordo. Non potevamo non ascoltare il suo punto di vista,
consentendogli di rispondere a tante e così gravi accuse.
Rinaldini, avete provocato un bel casino con il vostro voto,
caricato di valenze politiche, sindacali, morali persino. Come hai
accolto queste reazioni?
Come reazioni impressionanti e spropositate. Se la Fiom avesse
votato - come è capitato in passato - un accordo confederale
valutandolo positivamente, nessuno avrebbe sollevato problemi di
regole. Invece una non approvazione sulla base di un'analisi attenta
dei contenuti ha provocato reazioni incomprensibili. Devo dedurne
che le regole stabiliscono che si può votare in un solo modo, cioè
positivamente?
La stessa Cgil vi accusa di violazione delle regole.
Alcuni dirigenti sindacali parlano in modo intimidatorio del
comportamento della Fiom e di violazione delle regole. Allora dico a
queste persone che non devono aspettare la fine della consultazione,
e tanto meno usare queste intimidazioni nei territori: abbiano il
coraggio delle proprie idee e mi mandino la commissione di
controllo. Non si può andare avanti così.
I giornali non sono stati certo più teneri nei vostri confronti.
Si è scatenata una campagna sostenuta da commentatori, politici e
giornalisti, giunta fino alla contrapposizione tra Lama ed Epifani,
o tra Trentin e Sabattini e l'attuale direzione Fiom. Non rispondo a
queste provocazioni, sono il puro aspetto degenerativo della china
presa dal paese negli ultimi decenni. Sono schemi berlusconiani che
hanno conquistato un radicamento di massa. Usare i morti rappresenta
una degenerazione morale.
Il voto della Fiom, ancorché legittimo e incentrato sui contenuti e
non sul governo, rappresenta comunque uno strappo.
Non sottovaluto il significato del voto del comitato centrale che
pone un problema di natura politica: le valutazioni diverse e il
giudizio dell'accordo aprono una discussione nella Cgil. Trovo
questo fatto «semplicemente» democratico. Sarei preoccupato per
una grande organizzazione di massa che vuole rappresentare milioni
di lavoratori e pensionati, che avesse un atteggiamento unanime: non
corrisponderebbe alla situazione reale tra i lavoratori che invece,
oggi, trova un riflesso positivo dentro l'organizzazione. Tenuto
fermo il rispetto delle regole, scritto nero su bianco nel nostro
documento. Che la situazione sia molto complicata lo dimostra il
fatto che il segretario generale della Cgil ha firmato l'accordo e
ha mandato una lettera per esprimere il suo non consenso su alcuni
punti. Anche questo non è mai successo, e testimonia che il
protocollo crea un rapporto complicato con la nostra gente.
Rispetterete le regole decise dalle confederazioni. Ciò vuol dire
che, dopo tutto questo casino, tu andrai nelle assemblee a sostenere
il punto di vista di Cgil, Cisl e Uil che la Fiom non ha condiviso.
Non è un paradosso?
Lo è, ma fa parte delle regole vigenti e siccome ritengo altamente
positivo che si vada a una consultazione generale che la Fiom ha
chiesto, e non era scontata, accetto tale condizione paradossale.
Però mi preme che i lavoratori - vista la campagna in atto -
vengano messi in condizione di valutare il merito dell'accordo con
un'informazione corretta su tutti i punti. Noi abbiamo apprezzato
parti del protocollo - gli aumenti delle pensioni basse e gli
ammortizzatori sociali, finanziati con l'extragettito - mentre
valutiamo negativamente che il superamento dello scalone di Maroni
sia totalmente autofinanziato. Ad esempio, il ripristino delle 4
finestre per chi ha 40 anni di contributi è completamente pagato
dalle pensioni di vecchiaia, si allunga l'età lavorativa per
recuperare 4 miliardi di euro. C'è addirittura una clausola di
salvaguardia: se nel 2010 i conti non saranno in regola, scatterà
un ulteriore onere contributivo dello 0,10% che graverà su tutti i
lavoratori. Dunque, quello 0,30% di oneri contributivi dell'ultima
finanziaria non servivano a superare lo scalone, come fu detto, ma a
ridurre il debito pubblico.
Poi c'è la precarietà...
Solo un esempio dei punti critici di cui sia la Fiom che «il
manifesto» hanno lungamente parlato. Essendo rimaste identiche le
causali che consentono l'accesso al lavoro «atipico», non è vero
che c'è solo una proroga di 36 mesi per i contratti a tempo
determinato, per di più in molti casi estendibili all'infinito.
Perché a tanti anni di lavoro interinale possono seguire altri tre
anni di contratti a termine, a cui possono aggiungersi i contratti
d'apprendistato. Una vita intera di precarietà.
Ma nella polemica di questi giorni si parla di tutto, tranne che di
contenuti.
E' così, nessuno parla del merito dell'accordo, ma solo di
ipotetici, eventuali, effetti politici del voto della Fiom. Ciò dà
un'idea della scomparsa dalla discussione delle condizioni concrete
di vita e di lavoro della gente. Non ci si può allora meravigliare
del distacco sempre più evidente dei lavoratori da quel mondo della
politica di cui la grande stampa è parte organica.
Non si può negare che il voto della Fiom produca effetti nelle
forze politiche, anche a sinistra del Partito democratico.
Certamente, ed effetti ancora maggiori li produrrà il voto di
milioni di lavoratori e pensionati nella consultazione. Ma insisto:
dal '96 la Fiom ha scritto la parola indipendenza nel suo statuto,
al termine di una discussione complicata anche con la Cgil. Vale per
il soggetto sindacale e cambia i suoi rapporti con le forze
politiche, a cui la Fiom non chiede di far proprie le sue posizioni.
Ma per qualsivoglia ragionamento sulla sinistra non può non essere
messa al centro la condizione dei lavoratori, di cui la precarietà
è un aspetto strutturale decisivo. E' ovvio che le forze di
sinistra dovranno tener conto di altri elementi. Né io né la Fiom
chiediamo la crisi di governo, è chiaro? Io mi esprimo su un
accordo sindacale.
Al punto di aderire alla manifestazione del 20 ottobre. Sei ancora
convinto della tua adesione?
Ritengo la manifestazione una scelta giusta e importante e non
capisco come un appuntamento che ha al centro la lotta alla
precarietà possa essere considerata contro il sindacato. E'
incomprensibile, a meno che non si ritenga che l'accordo del 23
luglio abbia risolto il problema. Ma sono altrettanto singolari le
argomentazioni che arrivano dall'altra parte, da settori del
cosiddetto «movimento»: non aderisco perché non è contro il
sindacato e non chiede la caduta del governo. Infine, mi preoccupa
molto che la mobilitazione e il coinvolgimento della gente venga
vissuto sempre in modo drammatico. Purtroppo ciò fa parte di una
storia della sinistra che tanti, a parole, dicono di voler superare.
Da più parti si agita lo spettro del congresso straordinario della
Cgil.
Io non l'ho chiesto, perché non mi interessa una resa dei conti. I
problemi emersi in questo governo di centrosinistra con la
finanziaria e il protocollo del 23 luglio evidenziano una questione
strategica per il futuro stesso del sindacato. Un problema presente
da tempo, anche con Cofferati, pur coperto dalla giusta battaglia
sull'articolo 18. Un problema di ruolo, di senso, di autonomia che
mette in gioco, in Italia come in tanti altri paesi, il futuro
stesso della rappresentanza sindacale. Il problema ha un nome: la
cultura della rappresentanza sindacale, la cultura della Cgil.
Vogliamo parlare di questo?
Dal
controllo delle urne alla trasparenza delle regole, il sindacato si
prepara al rerefendum
di Fabio Sebastiani
su Liberazione del
14/09/2007
Pensioni,
come nel '95 la sfida è sulla democrazia effettiva
Ancora oggi, negli articoli
di stampa e nelle ricostruzioni storiche, la riforma del '95, meglio
nota come "Dini", viene ricordata ancora come la
"madre di tutte le riforme" previdenziali.
Un appellativo conquistato "sul campo", tra polemiche a
non finire e scontri furibondi. Quella legge introdusse, va
ricordato, oltre al progressivo innalzamento dell'età a 40 anni, il
passaggio dal calcolo retributivo a quello contributivo. Insomma,
per dirla in breve, gli assegni mensili persero in una sola nottata
più del 30% del loro rendimento. Mentre prima, alla fine della
carriera lavorativa, si poteva sperare in un importo intorno all'80%
dello stipendio, con la Dini questa percentuale precipitò sotto il
50%.
La Cgil, allora il segreterio era Sergio Cofferati, puntò tutto sul
referendum, che si svolse nel giugno del '95 e al quale
parteciparono quasi cinque milioni di lavoratori. Anche perché era
un modo per tentare di uscire a testa alta da un periodo
particolarmente duro. Nel breve giro di tre anni ci furono una serie
di svolte importanti, sia sul salario (abrograzione della scala
mobile) che sull'intero sistema di relazioni industriali (accordo
del luglio '93 sulla concertazione). I segnali che venivano dalle
fabbriche erano tutti negativi, ovviamente. Anche se il Comitato
centrale della Fiom non si mise di traverso come oggi, i lavoratori
aspettavano al varco il sindacato, per regolari i conti presenti e
passati. E il mondo del lavoro non smentì poi più di tanto le voci
a proposito di una debacle piuttosto pesante per la Cgil. Non fu una
Caporetto, ma il mondo del lavoro manifatturiero, quello che oggi
viene indicato come "classe operaia" si espresse in
maniera nettamente contraria. «Emerse un profondissimo disagio -
sottolinea Maurizio Zipponi, della segreteria nazionale del Prc,
all'epoca segretario della Fiom - che non era solo sulle pensioni ma
su tutta la partita dei salari, così come era uscita dagli accordi
del '92 e del '93».
In alcune province, come a Brescia, il no fu vincente su tutta la
linea, compreso il pubblico impiego. Le tute blu riuscirono a
portare a casa a livello nazionale un risultato negativo tondo
tondo. Soprattutto in quelle che all'epoca veniva indicate come
"grandi industrie". Più difficile, invece, controllare il
voto nelle piccole e medie aziende. Se le tre confederazioni
riuscirono a spuntare un "salvifico" 60% fu soprattutto
per il plebiscito dei pensionati e del Mezzogiorno. Le polemiche sul
fatto di far votare i pensionati furono molto roventi. In compenso,
il sindacato ebbe la strana idea di non far votare coloro i quali
erano costretti a subire direttamente gli effetti di quella riforma,
gli studenti e i precari, presenti all'epoca in varie forme, come la
"ritenuta d'acconto" e i contratti a termine. Non solo,
chi ha sfogliato i verbali di quel voto assicura che i conti in
moltissimi casi non tornavano proprio.
Oggi, come nel '95, però, sottolnea il portavoce dell'area
programmatica Lavoro Società, Nicola Nicolosi, «questo referendum
si gioca tutto attraverso il controllo delle urne, e la definizione
delle regole». Se dodici anni fa la presenza del "fronte del
no"veniva in qualche modo tollerata, e anche contrastata con
energia, oggi non tira la stessa aria. Dino Greco, membro del
Direttivo nazionale della Cgil, sottolinea come all'epoca, a
differenza di oggi, ci furono ben tre tornate di consultazione:
presentazione della piattaforma sindacale, mandato a chiudere e
ipotesi di intesa. Il divario di partecipazione rispetto ad oggi, in
cui non è stato nemmeno discusso il documento unitario sul welfare,
è evidente.
Per quanto riguarda le regole, poi, gli spazi si vanno restringendo
sempre di più. Nicolosi è pronto ad esibire le sentenze della
Commissione dei probiviri che dodici anni fa riconobbero almeno il
«diritto di opinione». «L'articolo 4 dello Statuto - sottolinea
Nicolosi - parla della possibilità di far circolare all'interno
dell'organizzazione opinioni diverse». Oggi, invece, il fronte del
no sembra avere vita molto dura.
Il controllo delle urne, poi, si potrà effettuare stando nelle
Commissioni elettorali provinciali. Ma il punto è proprio su come
verranno composte queste commissioni. «In Lombardia riuscimmo a
spuntarla e infatti - racconta Nicolosi, che all'epoca si schierò
con il no - le percentuali furono in equilibrio».
Per Dino Greco, «oggi il tema essenziale è proprio quello del
pluralismo e della democrazia, perché la seconda non può vivere
senza il primo. Mi sembra di capire che addirittura ci sia chi ha
paura della democrazia».
Delegati
Fiom: tanti no, qualche sì
di Manuela Cartosio
su Il Manifesto del
13/09/2007
I
delegati Fiom: «Noi siamo coerenti, è la Cgil ad aver cambiato
linea». Il loro no all'accordo è «nel merito»: non soddisfa gli
interessi dei lavoratori. «Nel metodo», criticano la perdita di
autonomia: Epifani ha firmato per tenere in piedi il governo per
nulla amico. Un doppio errore
Un atto dovuto, una
liberazione, una scelta coerente, una dimostrazione di autonomia. I
delegati della Fiom rivendicano così il no della loro
organizzazione al Protocollo sul welfare. La maggior parte si
dichiara «tranquillo». Qualcuno ammette d'essere «preoccupato»:
non per il risultato del referendum che anche ai più ottimisti
appare scontato, ma per «il clima» che si creerà inevitabilmente
nei luoghi di lavoro. Nessuno fa salti di gioia. Quasi tutti
guardano alla manifestazione del 20 ottobre come l'ultima occasione
concessa al governo di centrosinistra per cambiare rotta. La lettura
mattutina dei quotidiani - che inchiodano la Fiom ai ruoli di
malvagia assassina del governo Prodi, irresponsabile sabotatrice
dell'unità sindacale, fomentatrice di scissioni in casa Cgil - per
loro non ha riservato sorprese. Ci sono abituati, il che non evita
le incazzature.
Non ci siamo dimenticati del 20% della Fiom che è per il sì
all'accordo del 23 luglio. I cagliaritani Alessandra Mura e Walter
Piludda lo sono a tal punto che alla «gretta» e «corporativa»
Fiom non verseranno più manco un centesimo. Vogliono restare
tesserati «solo» alla Cgil e, con una lettera ufficiale, ieri
hanno chiesto lumi alla confederazione su come «girare» a suo
favore le trattenute sindacali. Per evitare simili «abbandoni»
precipitosi Fausto Durante, che guida la minoranza riformista dei
metalmeccanici Cgil, lancia la campagna «Sono della Fiom e voto sì».
Lo slogan va a pennello per Claudio Giardi, delegato al Nuovo
Pignone di Firenze, mille tesserati alla Fiom, in prevalenza dell'«ala
destra». Premesso che a lui «non piace andare contro la Cgil»,
Giardi giudica il no della maggioranza Fiom «un grave errore», una
«sfida» alla confederazione dettata più da ragioni politiche che
sindacali. Il protocollo «non è il massimo», ma qualcosa è
meglio di niente; un sindacato «non può dare un calcio» a un
accordo che «comunque dà». I lavoratori del Nuovo Pignone il no
«non lo capiscono». Frecciata finale: «Mi piacerebbe capire chi
comanda nella Fiom. Rinaldini o Cremaschi?».
Con Nina Leone, delegata a Mirafiori, torniamo al fronte del no.
Racconta che in reparto ieri mattina la reazione dei lavoratori è
stata univoca: «La Fiom ha fatto bene». Nina definisce «ingiuste
e non meritate» le critiche che stanno piovendo sulla sua
organizzazione. «Il nostro giudizio negativo sull'accordo l'abbiamo
esplicitato subito. Il pane quotidiano del sindacato è difendere
gli interessi dei lavoratori. Se un accordo va in senso contrario,
va bocciato. Nelle assemblee dirò la mia come sempre, questa è la
democrazia. Dirò che non è la Fiom a rompere con la Cgil, è la
Cgil ad aver rotto con se stessa». Strappi in passato ce ne sono
stati, ma quest'ultimo «rende necessaria una discussione a tutto
campo con la Cgil». Nina non parla di congresso anticipato, si
limita a dire che «così non si può continuare».
E' più drastico Fausto Alborghetti, delegato alla Brembo (del
vicepresidente di Confindustria Bombassei), «simpatizzante» della
Rete 28 Aprile. «Ho partecipato a un direttivo della Cgil di
Bergamo e mi sono sentito molto a disagio. Ho ascoltato discorsi
identici a quelli che faceva la Cisl ai tempi del Patto per
l'Italia. Mi sento molto lontano da questa Cgil. Penso che anche la
Fiom debba porsi il problema di cosa fare nella Cgil. Il nostro no
all'accordo è coerente. Abbiamo tutti contro, ma sono tranquillo.
Il governo cosiddetto amico ha riservato solo delusioni per i
lavoratori che l'hanno votato». La piattaforma della manifestazione
del 20 ottobre non entusiasma Alborghetti. «Comunque, facciamola».
Annibale Viappiani, delegato alla Lombardini di Reggio Emilia,
richiama al «merito» del no della Fiom. «C'è eccome, basta
leggere la mozione Rinaldini». A questo si aggiunge il problema
della rappresentanza sociale, del ruolo del sindacato. «Vogliono
spazzare via tutto ciò che dà fastidio, che non collabora con il
liberismo e, in Italia, con il Pd». Annibale si arrabbia come una
biscia a sentir dire che la Fiom boccia l'accordo per reggere il
moccolo alla «Cosa Rossa»: «Semmai siamo noi a dettare la linea
alla sinistra radicale, non viceversa». E' convinto che lo
scontento nei luoghi di lavoro sia generalizzato: «Va ben oltre i
metalmeccanici e lo si vedrà nel referendum».
In Veneto sentiamo il segretario regionale della Fiom, Luciano
Gallo. Il fuoco mediatico non l'impressiona, «ci preoccupa di più
il fuoco dei bassi salari, della precarietà, degli infortuni
mortali». Respinge il ritornello intonato anche da Epifani secondo
cui, «alle condizioni date», non si poteva ottenere di più. «Date»
perché il sindacato non ha fatto nulla per modificarle. Scontata la
vittoria del sì, grazie al voto dei pensionati, qual è l'utilità
di una campagna per il no a un accordo che quasi tutti pretendono
immodificabile? I partiti della sinistra radicale faranno la loro
parte per modificare in parlamento il protollo, risponde Gallo. «A
noi compete far vivere nel rappporto con i lavoratori i problemi che
l'accordo non risolve e, in qualche caso, peggiora».
Scendiamo a Taranto per raccogliere le impressioni di Massimo
Battista, dell'esecutivo Fiom dell'Ilva. «Il no è più che giusto,
il protocollo non soddisfa le aspettative dei lavoratori». E però,
confessa Battista, «non faccio i salti di gioia». La fabbrica è
cambiata, i giovani badano solo «al soldo», nelle assemblee non
basterà far leva sull'autorevolezza della Fiom. Le ripercussioni
nei rapporti con la Cgil, da una parte, e con Fim e Uilm,
dall'altra, saranno pesanti. «C'è il contratto da rinnovare».
Il contratto è una ragione in più perchè i no siano «tantissimi»,
riprende il filo dalla Fiat di Termini Imerese Roberto Mastrosimone.
Approvare il protocollo, dice, equivale a rimangiarsi la piattaforma
unitaria. «Questa mattina un collega della Filcams mi ha chiesto se
la Fiom è ancora nella Cgil. Gli ho risposto che è la Cgil ad aver
cambiato idea, non noi». E l'ha cambiata, di questo è certo
Mastrosimone, «per non far cadere il governo». Un doppio errore:
l'accordo non basterà a tenere in piedi il governo che cadrà per
altre ragioni. E la Cgil avrà immolato inutilmante un'altra fetta
del suo patrimonio, il rapporto con i lavoratori.
Sciupagoverni,
sciupasinistra, Fiom crocefissa dai giornali
di Loris Campetti
su Il Manifesto del
13/09/2007
Maledetti
meccanici Il Sole 24 ore dà la linea a Rinaldini, Repubblica lo
mette sulla sedia elettrica, l'Unità lo richiama all'ordine. Un no
ha scatenato le ire dei media, ricompattati dalla difesa della
svolta moderata dell'esecutivo sulle politiche economiche e sociali
Ma allora gli operai
metalmeccanici esistono ancora, nel XXI secolo? Non solo loro
esistono, persino la Fiom è viva e a occhio e croce deve contare
ancora molto. E' questa la conclusione che si ricava dopo un'attenta
lettura dei giornali ieri in edicola. Lo «strappo» - è così che
viene chiamato da quasi tutti i quotidiani - del gruppo dirigente
dei meccanici Cgil non è né più né meno che un voto contrario a
un accordo, nel momento in cui le confederazioni vanno a chiedere a
tutti i lavoratori e i pensionati italiani di esprimersi con un sì
o con un no. Se a dire no è il comitato centrale della Fiom, però,
apriti cielo: quel no mette in pericolo Cgil, Cisl e Uil, la loro
unità e il loro futuro, fa traballare il governo che sul protocollo
pensioni-welfare-mercato del lavoro aveva ottenuto le firme di
Epifani, Bonanni, Angeletti, Montezemolo... e, dulcis in fundo,
offende il Partito democratico e scatena addirittura la zizzania tra
le varie componenti della «Cosa rossa». Crucifige.
«La Fiom contro il governo spacca la Cgil» è il titolo d'apertura
de l'Unità. Il «Quotidiano fondato da Antonio Gramsci» non si
accontenta della sventagliata di colpi contro Gianni Rinaldini e i
suoi compagni e affida alla sua migliore firma sindacale, Bruno
Ugolini, un commento al vetriolo: «Una pesante responsabilità».
«Nella storia dei metalmeccanici non sono mai mancate divergenze e
scontri, ma è sempre prevalso l'interesse generale». Se ne deduce
che la Fiom, con il suo no, è stato iscritto d'ufficio nell'elenco
dei sindacati corporativi. Ugolini tira in ballo l'ex segretario
Claudio Sabattini (purtroppo non può replicare) che mai avrebbe
fatto una scelta simile. Dimentica di ricordare che la linea
dell'autonomia e dell'indipendenza della nuova Fiom è figlia
proprio di Sabattini, il dirigente che ha portato la sua
organizzazione al G8 di Genova dove la Cgil era assente, ha
rifiutato di firmare contratti capestro siglati separatamente da Fim
e Uilm, ha lanciato i precontratti della Fiom.
Ma andiamo avanti, e passiamo a Repubblica. Anche il giornale
fondato da Eugenio Scalfari dedica l'apertura a «Welfare, lo
strappo della Fiom». L'editoriale è firmato dallo stesso Massimo
Giannini che qualche giorno fa ha intervistato il ministro Amato,
dove non si capiva se erano più forcaiole le domande o le risposte.
La Fiom rappresenta «la cultura operaista del vecchio pansicalismo
metalmeccanico di trent'anni fa... la vocazione frazionista della
parte che pretende di rappresentare il tutto...». Giannini se la
prende con chi, al governo, minimizza l'evento: «La prevedibilità
dello strappo non ne attenua affatto la gravità» della scelta
effettuata dalla «parte più estremista del sindacalismo italiano»
che boccia un accordo meraviglioso affossando «un'intesa che
semmai, se ha avuto un vero limite, è stato proprio quello di aver
contemplato troppe cose di sinistra». Per Giannini «la nuova
questione metalmeccanica è un aculeo velenoso piantato nel fianco
della maggioranza». Ce n'è per tutti, persino per Guglielmo
Epifani colpevole di aver firmato il protocollo con qualche riserva
«per presa d'atto». Cioè senza passione. E qui Giannini scomoda
Luciano Lama: «Non siamo convinti che il grande sindacalista di
Amelia, oggi, sarebbe troppo fiero dei suoi eredi». Negli articoli
di cronaca di Repubblica ce n'è anche per il manifesto, colpevole
di cattive frequentazioni (Rinaldini, ma la colpa è reciproca) e di
essere tra i promotori della manifestazione del 20 ottobre. Stessa
colpa ci viene imputata anche dal Corriere. Del resto, è un'accusa
molto diffusa anche ai piani alti della Cgil. Il giornale di via
Solferino dedica apertura e pagine alla Fiom, parla di «Svolta
movimentista delle tute blu» (ma la Fiom è movimentista o
politicista? Si mettano d'accordo) e tira in ballo la categoria
della «scissione» nella Cgil.
Apertura obbligata per quasi tutti i quotidiani, spesso accompagnata
da editoriali di fuoco. Il più divertente è il commento del Sole
24 ore in cui Alberto Orioli dà la linea a Rinaldini, gli spiega
che così danneggia gli operai. In fondo in fondo, la Fiom è armata
da sacro livore antioperaio, lascia intendere il giornale della
Confindustria: «Ma siamo sicuri che la Fiom faccia gli interessi
dei lavoratori?», si chiede Orioli che spiega come i salari si
siano impoveriti e per rigenerarli il protocollo del governo ha
giustamente scelto di legarli irrimediabilmente agli utili azienda
per azienda, te lo do io il contratto nazionale: se gli affari vanno
bene soldi in più, se vanno male si tira la cinghia. Come dice
Montezemolo, gli operai sono «collaboratori» del padrone. Orioli
lancia strali contro i «massimalisti da talk show», «irresponsabili»
colpevoli di «boicottaggio» che «potrebbe solo servire a ricreare
la società delle frammentazioni, dei micro-interessi, degli egoismi
furbastri, dei conflitti piccoli e grandi. Insomma, l'ennesima prova
di autolesionismo di chi a sinistra tenta di sfrattare il sindacato
dal monolocale del lavoro». Le cronache del giornale
confindustriale non sono da meno.
Questi i toni generali (fa eccezione Liberazione, mentre i giornali
ufficialmente di destra sguazzano nel pantano e accusano Prodi di
aver spaccato i sindacati). Come dicevamo, la Fiom è oltre che
sciupasindacati e sciupagoverni anche sciupa sinistra: «E il
sindacato divide anche la Cosa rossa», titola uno dei servizi della
Stampa. Un altro titolo del giornale torinese recita «La Fiom
scuote il governo/ Dopo il no sul welfare crescono i dubbi sulla
tenuta alle camere».
Così i giornali di ieri, sconvolti dal fatto che una sola categoria
di un sindacato confederale su tre si è permessa di esprimere un
dissenso su un accordo valutato nel merito e non in funzione delle
dinamiche governative. Cioè in piena autonomia. Ma che deve fare un
sindacato di fronte a un accordo, se non valutarlo nei suoi
contenuti? La risposta viene dal titolo di apertura del settimanale
della Cgil, Rassegna sindacale: «Il giudizio non può che essere
positivo. Buona consultazione democratica a tutti.
Diciamo
no perché non ci avete sconfitto
di Giorgio Cremaschi
su Liberazione del
13/09/2007
Le ragioni del no
all'accordo del 23 luglio 2007 sono squisitamente sindacali. Così
si spiega il voto, che tanto scandalo ha suscitato, del Comitato
Centrale della Fiom. Questa organizzazione, per pratica e storia, è
radicata nella contrattazione che, se rigorosa, comporta il calcolo
dei costi e dei benefici di un accordo. E quello dei metalmeccanici
non è il solo dissenso. Nel Direttivo della Cgil le due aree della
sinistra, Rete28Aprile e Lavoro-Società, hanno votato contro
l'accordo, dopo un lungo periodo di conflitti. Vuol dire che la
materia concreta del contendere è assai grave. Discutiamo allora
dei contenuti dell'accordo, dei fatti insomma, e non del solito
teatrino che si scatena sempre quando la realtà irrompe nella vita
politica del paese.
Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto l'intesa argomentando che essa
è comunque un miglioramento della realtà attuale e per questo va
accettata. E' il ragionamento di fondo che la giustifica, ma è
sbagliato.
Questo accordo produce sì alcuni risultati per una parte dei
pensionati e per una parte dei disoccupati, ma quei risultati sono
tutti a carico del mondo del lavoro, che paga oggi e pagherà ancor
di più domani. Nel protocollo del 23 luglio sono presenti guasti ad
azione ritardata e progressiva. I metalmeccanici della Fiom hanno
sviluppato una particolare sensibilità ad essi perché in questi
anni due volte hanno subito accordi separati. Erano accordi che pure
concedevano aumenti salariali, ma che contenevano insidie tali che,
se non contrastate, avrebbero compromesso il futuro. Lo stesso oggi
accade con il protocollo.
Partiamo dalle pensioni. Quante discussioni sul superamento dello
scalone Maroni. Ebbene, a partire dal 2013, un anno prima di quanto
era previsto dalla vecchia legge, si potrà andare in pensione solo
con 62 anni di età e 35 di contributi. E allora? Ma non si era
detto che un aumento dell'età pensionabile di questa portata
avrebbe provocato un danno sociale, che esso non era in nessun modo
giustificato dall'andamento dei conti dell'Inps? E invece lo scalone
viene confermato.
Le misure per i lavori usuranti, che dovrebbero attenuare questa
ingiustizia, sono poi una vera e propria beffa: non più di 5.000
lavoratori all'anno saranno dichiarati ufficialmente usurati. Con le
condizioni di lavoro, gli infortuni e i rischi sulla salute e la
sicurezza che ci sono oggi in Italia, questo è un vincolo
inaccettabile.
Si diceva: la pensione delle donne non si tocca! Invece è stata
toccata. Per ridurre le "finestre" di pensionamento per
chi ha 40 anni di contributi, si mettono analoghe finestre per la
pensione di vecchiaia. Così le donne e gli uomini che prima
potevano andare in pensione a 60 e a 65 anni dovranno aspettare
ancora. E non è finita qui.
Si dice che c'è un risultato per i giovani: ma quando mai! Il
sistema contributivo, che è già una vergogna in sé, viene
sottoposto a una scala mobile a rovescio. A partire dal 2010 ogni 3
anni i coefficienti di calcolo della pensione verranno tagliati. Si
comincia con il 6-8% in meno.
Questa è la parte certa dell'accordo, che vale sotto qualsiasi
governo. Poi c'è la promessa di discutere la garanzia del 60% del
salario per i precari con retribuzioni più basse. Ma questo si farà
compatibilmente, come hanno detto tutti i ministri, con le
disponibilità finanziarie e, aggiungiamo noi, a seconda di chi sarà
al governo. Insomma, aria fritta.
Dal 2011 aumenteranno ancora i contributi pensionistici nella busta
paga dei lavoratori dipendenti e dei parasubordinati, perché il
senso profondo dell'accordo è che si fa tutto in famiglia. Se una
parte di lavoratori e pensionati ottiene dei miglioramenti, un'altra
parte del mondo del lavoro deve peggiorare, in maniera che la somma
sociale sia zero: i ricchi restano ricchi e i poveri litigano tra
loro. Altro che redistribuzione delle ricchezze. Il punto più grave
dell'accordo, quello che ipoteca negativamente il futuro, è
sintetizzato dalla conclusione stessa del protocollo, una vera e
propria clausola di dissolvenza, che dichiara che tutto è
sottoposto alle compatibilità di bilancio decise dal governo. I
diritti diventano una variabile della politica monetaria.
Come sempre il rigore contiene anche un inganno: che fine hanno
fatto i 4 miliardi di euro di contributi pensionistici in più che,
a partire dalla scorsa finanziaria, ogni anno verranno tolti dalle
buste paga dei lavoratori dipendenti e dei parasubordinati? Questi
soldi sono spariti, sono stati assorbiti dalla spesa generale e non
figurano neanche nel famoso "tesoretto", che è frutto di
altri soldi usciti anch'essi in gran parte dalle tasche dei
lavoratori dipendenti. Di tutti questi miliardi solo una piccola
parte è tornata ai disoccupati e ai pensionati, mentre le imprese
hanno intascato la riduzione del cuneo fiscale e tanti piccoli e
grandi benefici, pari complessivamente a 7 miliardi di euro all'anno
secondo il ministro Bersani. Eppure la Confindustria non è ancora
contenta.
Peggio ancora va l'accordo sul mercato del lavoro e la competitività.
La sostanza è presto detta: il Patto per l'Italia del governo
Berlusconi e la Legge 30 sono confermati e rafforzati. Non solo per
la conferma dello staff-leasing, un rapporto di lavoro quasi
inesistente in Italia, ma simbolicamente mantenuto perché così
pretendeva la Confindustria. E neppure solo perché sui contratti a
termine si è riusciti a peggiorare la legislazione esistente: ora
quei contratti potranno essere prorogati oltre i 36 mesi con
conciliazione sindacale. Ma, soprattutto per il vuoto che c'è su
tutto il resto. Sul lavoro interinale, su quello a progetto, sugli
appalti, sul precariato diffuso non c'è niente di niente. Altro che
accordo per i giovani! Ma stiano tranquilli gli economisti liberisti
perché ce n'è anche per quei lavoratori che essi considerano
garantiti. Per tutti costoro c'è la promessa di una riforma degli
ammortizzatori sociali che rischia di introdurre in Italia una
variante povera del cosiddetto sistema danese, cioè una maggiore
facilità di licenziamento in cambio di un po' di cassa
integrazione. C'è poi lo scandalo della riduzione dei contributi
pensionistici per le ore di straordinario. Così si danneggiano sia
l'occupazione che il bilancio dell'Inps, mentre si chiarisce ai
lavoratori che per guadagnare di più si deve lavorare di più. La
riduzione delle tasse sul salario variabile aziendale, corona infine
quest'impostazione. Invece che ridurre le tasse sul salario del
contratto nazionale, che va a tutte le lavoratrici e i lavoratori,
si riduce il fisco solo per quella minoranza che gode del premio di
risultato. E si impone di peggiorare questo istituto, perché i
soldi detassati dovranno essere totalmente variabili, cioè dovranno
essere salario di rischio, come quando si investe in borsa.
Flessibilità del rapporto di lavoro, flessibilità degli orari,
flessibilità dei salari, questa è la filosofia che ispira la parte
sul lavoro dell'accordo, non a caso condivisa entusiasticamente
dalla Confindustria.
I gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Uil sostengono però che questo
è il miglior accordo possibile. E' un ragionamento che potrebbe
essere giustificato solo dopo una dura e lunga lotta sindacale. Ma
come sappiamo tutti, la vertenza non c'è stata, la mobilitazione
nemmeno e i risultati sono così negativi proprio perché Cgil, Cisl
e Uil non hanno esercitato alcuna pressione sociale. Il quotidiano
La Repubblica , in un suo editoriale, spiega che le tute blu sono
alla deriva, sono sconfitte dalla storia e dalla ristrutturazione
industriale e così i loro no sono solo nostalgia del passato. Cari
metalmeccanici, dice quel giornale, vi dovete rassegnare, non
contate più niente. E invece no. Il no a quest'accordo, rappresenta
un segnale di speranza e fiducia per il futuro. Si dice no a un
accordo ingiusto, rassegnato all'inevitabilità del peggioramento
delle condizioni sociali del mondo del lavoro. Solo con questa
rassegnazione si possono considerare come miglioramenti quei pochi
semplici ritocchi fatti alle scelte del governo Berlusconi. Si dice
di no perché si crede ancora alla possibilità di un cambiamento
delle condizioni sociali, dei lavoratori, dei giovani, dei
pensionati. Si dice di no perché in questa società profondamente
ingiusta, piena di inaccettabili privilegi, il mondo del lavoro ha
solo crediti da riscuotere e non debiti da pagare. E qui incontriamo
anche il nodo del rapporto tra sindacato e politica. Non
nascondiamoci dietro un dito, in ogni luogo di lavoro si rimprovera
al sindacato, alla Cgil in particolare, di accettare con Prodi
quello che si contrastava con Berlusconi. La risposta, che conferma,
è che più di così non si può fare altrimenti il governo cade. E'
da un anno e mezzo che Cgil, Cisl e Uil operano con questa paura. Il
risultato è che il governo Prodi è ai massimi livelli
dell'impopolarità e i risultati sindacali non ci sono. Se il
sindacato fa il suo mestiere anche la politica, forse, reimpara a
fare il suo. Anche per questo il no è un voto serio e sereno per
cambiare.
Gallino:
«La Fiom dice ciò che tanti pensano»
di S.B.
su Liberazione del
12/09/2007
Il sociologo del lavoro
e professore universitario: «E' una rottura forte che sollecita
alla sinistra soprattutto maggiore concretezza»
I metalmeccanici non ci
stanno. E hanno deciso di battersi contro l'intesa sul welfare.
Cambia qualcosa nel dibattito su quell'accordo? Il «no», il primo
no di una federazione di categoria al proprio sindacato dopo
sessantun anni, può riaprire uno spiraglio per modificare i
contenuti di un'intesa così lacunosa? Lo chiediamo a Luciano
Gallino, sociologo del lavoro, professore a Torino, editorialista.
Insomma, che segnale è quello venuto dalla Fiom?
E' un segnale molto marcato di insofferenza verso l'accordo del 23
luglio. Quello sulle pensioni e sul mercato del lavoro. Insomma a
molti quell'intesa è apparsa modesta...
Anche a lei?
Sì certo, anche a me quell'accordo è apparso subito poca cosa
rispetto a ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da un governo
dell'Unione, da una maggioranza di centro-sinistra. Ecco, mi pare
che i metalmeccanici della Cgil dicano a voce alta quello che molti
altri pensano. Ma che non hanno nè la voglia, nè la forza, nè il
coraggio di dire.
E perché questi "altri" non hanno il coraggio di dirlo?
Perché temono che qualsiasi giudizio critico possa arrivare a
mettere in discussione il cosiddetto quadro politico, l'alleanza. E
poi perché tanti, a cominciare dalle confederazioni, sono convinti
che quel protocollo sia il massimo che si poteva ottenere. E hanno
il timore anche di perdere quel poco, quel pochissimo che sono
riusciti ad ottenere.
Comunque, secondo lei, quel "no" parla solo e soltanto il
linguaggio sindacale?
Sono convinto che la posizione della Fiom dipenda molto dalla
valutazione di quell'accordo. Certo poi...
Certo, cosa?
E' evidente che un giudizio di questa portata, la rottura che
produce è una nuova spia del distacco che ormai s'è registrato fra
la coalizione di governo, che tante attese aveva alimentato nel
mondo del lavoro dipendente, e i suoi elettori. La sua base sociale.
Sì, credo che la decisione della Fiom racconti soprattutto questo:
di come il governo dell'Unione si sia allontanato dalle attese, dai
bisogni dei metalmeccanici. Dei lavoratori.
Onestamente, pensi che da oggi sia più facile riprendere
l'iniziativa per superare i limiti dell'intesa del 23 luglio?
No, francamente non mi faccio illusioni.
Che vuol dire?
Voglio dire che la vedo difficile. Assai difficile. Insomma, ho
qualche dubbio che ce la si possa fare. Del resto, è impossibile
quando hai i quattro quinti del mondo politico schierato a difesa di
quel testo. Io, ovviamente, mi augurerei che si possa modificare,
che si possano introdurre almeno alcune correzione nelle parti più
lacunose, ma non mi faccio molte illusioni.
E ora che accade nel sindacato?
Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere. Certo, la rottura
è significativa...
Ne ricorda altre simili?
No, così gravi no. Ma anche qui dubito che le tre confederazioni
avranno la forza per fare marcia indietro. Hanno scelto di
accontentarsi e probabilmente hanno messo nel conto di avere pezzi
importanti di dissenso.
E alla sinistra, il «no» dei metalmeccanici che cosa segnala?
In questo caso, credo che il messaggio venuto dalla Fiom sia
inequivocabile. I metalmeccanici chiedono una maggiore concretezza.
Concretezza? Che vuol dire?
Significa che non se ne può più di una discussione che non scende
mai sul terreno concreto. Penso al dibattito sulle pensioni. Per
settimane, per mesi ci hanno tenuti incollati ad un confronto fatto
solo di "scalini", "scalone", "curve",
"gobbe" e quant'altro. Per arrivare a quell'intesa così
modesta. Riportare tutto alla concretezza significa mettere da parte
tutto questo e cominciare col dire che i conti della previdenza
tutto sono meno che deficitari. Come ci hanno voluto far credere. E
lo stesso vale per la legge 30. Non credo che abbia molto senso
battersi per un ritocco, per una modifica a questa o a quella norma.
Bisogna andare molto più in là, cominciare ad aggredire,
finalmente, l'intero complesso di problemi che riguardano il mercato
del lavoro. Questo significa concretezza.
I
metalmeccanici non approvano
di Loris Campetti
su Il Manifesto del
12/09/2007
Il comitato centrale
della Fiom volta all'80% contro il protocollo del governo. Le
critiche di Epifani. «Per i contratti a termine e sullo staff
leasing siamo alla conferma della legge del governo precedente
sempre osteggiata dalla Cgil». Giudizi negativi anche sulla parte
pensionistica
Un evento previsto, non per
questo meno dirompente. Per la prima volta nella storia della Cgil
una categoria, per di più importante come la Fiom che è il maggior
sindacato industriale italiano, esprime un voto negativo su un
accordo siglato da Cgil, Cisl e Uil. Non è la prima volta che i
meccanici assumono posizioni diverse dalla propria confederazione.
Come dimenticare la manifestazione contro la precarietà del 4
novembre 2006, in cui sventolavano le bandiere della Fiom e non
quelle della Cgil? Oppure, andando indietro nel tempo, quando il
segretario dei metalmeccanici era Claudio Sabattini, al G8 di Genova
2001, un giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani: la Fiom c'era.
D'altro canto, lo stesso statuto della Cgil garantisce il diritto
d'espressione del dissenso e questo fa dire a Gianni Rinaldini che
«sarebbe paradossale interpretare una diversa valutazione di un
accordo come una rottura della Cgil. Non sottovaluto il significato
politico e sindacale del nostro voto, ma restiamo con i piedi per
terra. Nel documento finale votato dalla stragrande maggioranza dei
membri del comitato centrale è scritto che applicheremo
rigorosamente le modalità definite dagli esecutivi Cgil, Cisl e Uil
convocati per domani (oggi per chi legge, ndr). Chi va a fare le
assemblee con i lavoratori, a partire dal sottoscritto, ha il dovere
di rappresentare il protocollo e la posizione di Cgil, Cisl e Uil»,
ci dice il segretario generale della Fiom.
Due giorni di dibattito, un'attenzione altissima, decine di
interventi e infine le conclusioni di Rinaldini e il voto su due
documenti contrapposti: il primo della maggioranza Fiom in cui «non
si approva l'intesa» ha raccolto 125 voti favorevoli, il secondo
presentato da Fausto Durante e sostenuto dalla minoranza della Fiom
che condivide le valutazioni della maggioranza della Cgil ne ha
raccolti 31. 3 gli astenuti. I rapporti di forza congressuali sono
confermati fino all'ultimo voto, nonostante l'appello del segretario
generale della Cgil, Guglielmo Epifani che lunedì aveva preso la
parola per sostenere nel merito e nel contesto politico («le
condizioni date») la validità dell'accordo e chiamare i meccanici
alla loro responsabilità. In piene facoltà il gruppo dirigente
Fiom ha respinto il protocollo, sia sul versante pensionistico (pur
valutando positivamente l'incremento delle pensioni basse) che su
quello del mercato del lavoro. La critica riguarda l'assunzione dei
vincoli di spesa quasi fossero un dato oggettivo, fatto che
neutralizza persino gli aspetti positivi dell'accordo (solo 5 mila
lavoratori «usurati» potranno uscire annualmente con le vecchie
regole, 35 anni di contributi e 57 anni di età). Poco si salva
sotto il titolo welfare-mercato del lavoro: «Per i contratti a
termine e sullo staff leasing siamo alla conferma della legge del
governo precedente sempre osteggiata dalla Cgil». La riduzione del
peso fiscale sugli straordinari «è un preoccupante incentivo
all'aumento dell'orario di lavoro, mentre la detassazione del
salario aziendale totalmente variabile indebolisce la contrattazione
collettiva e, in particolare, il contratto nazionale».
Giorgio Cremaschi, nel chiedere «tantissimi no in tutti i luoghi di
lavoro», ha sostenuto che la Cgil con il governo Prodi ha firmato
quello contro cui si era battuta durante il governo Berlusconi, e
cioè il Patto per l'Italia. Il leader della Rete 28 aprile
condivide dunque la scelta del comitato centrale, rivendicando «la
difesa dei valori in cui si crede e per cui la Fiom si è sempre
battuta». Di parere opposto Durante, il cui documento a favore del
protocollo non va oltre il 21%: «Il voto conferma una mia
preoccupazione sulla china presa dalla Fiom, dopo l'adesione
sbagliata alla manifestazione del 4 novembre sulla precarietà e le
tesi alternative al congresso confederale. Una china che può avere
conseguenze nel rapporto con la Cgil, insomma rischiamo di diventare
un'organizzazione che sempre meno si riconosce nella Cgil». Nel
comitato centrale non si è discusso della manifestazione del 20
ottobre, «ma siccome moltissimi dirigenti della Fiom vi hanno
aderito io voglio dire che la ritengo sbagliata», ci dice ancora
Durante.
Oggi si terrà la riunione degli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil per
definire le regole che governeranno la consultazione dei lavoratori
dipendenti, precari e pensionati. Non dovrebbero emergere novità
rispetto a quanto si è già appreso dopo l'incontro tra i segretari
generali delle confederazioni: voto segreto e certificato, al
termine di una massiccia tornata di assemblee in tutti (si spera) i
posti di lavoro. A ogni assemblea un unico relatore per portare la
posizione, favorevole al protocollo, di Cgil, Cisl e Uil. L'accordo,
ha specificato ieri Epifani, «per la sua ampiezza e complessità,
va valutata assumendo una logica di confederalità che non ritrovo
nella scelta del comitato centrale Fiom».
La politica ha appreso con atteggiamenti opposti il voto della Fiom.
Il presidente Prodi ribadisce l'importanza della firma di Cgil, Cisl
e Uil e ritiene legittima quanto scontata una posizione di
minoranza. Idem il ministro Cesare Damiano, per il quale quel che
conta è la firma delle confederazioni e il voto di milioni di
lavoratori e pensionati. Piero Fassino non è toccato dal voto
negativo della Fiom e svela una vera passione per la base, i
lavoratori, che naturalmente voteranno come confederazioni, buon
senso, politica e Pd comandano. Applausi al voto della Fiom arrivano
invece da due sponde opposte: Prc e Pdci da un lato, destre
dall'altro che colgono l'occasione per attaccare le divisioni e
dunque la debolezza del go
Verso
l'accordo Cgil, Cisl e Uil, «ma non chiamatelo referendum»
di Loris Campetti
su Il Manifesto del
04/09/2007
Oggi si
incontrano Epifani, Bonanni e Angeletti sulla consultazione. Al voto
anche precari e pensionati, solo relatori per il sì al protocollo
nelle assemblee
Non si chiamerà referendum
ma «consultazione con voto certificato». Formalmente perché il
referendum è uno strumento che riguarda i cittadini, e non
specificamente i lavoratori e i pensionati. C'è anche da dire che
alcuni sindacati, come la Cisl, non hanno una smodata passione per
il coinvolgimento diretto di iscritti e non iscritti quando si
tratta di verificare il consenso su un accordo che pure riguarda
l'insieme del mondo del lavoro, presente e passato. Quel che conta
è la sostanza, e la sostanza è che Cgil, Cisl e Uil sono vicine a
un accordo per riconsegnare ai diretti interessati il diritto di
esprimersi sul protocollo governativo su pensioni e welfare, dunque
sul passaggio dallo scalone di Maroni agli scalini del
centrosinistra e l'estensione all'infinito, oltre i 36 mesi, del
precariato. Con tanto di «promozione» degli straordinari.
Il protocollo governativo che sarà sottoposto al giudizio di
lavoratori e pensionati è stato firmato dalle confederazioni
sindacali, nel caso della Cgil «per presa d'atto» come ha messo
agli atti Gugliemo Epifani. La consultazione dovrebbe riguardare
tutti i lavoratori che hanno la fortuna di avere un contratto
regolare ma anche i precari, i cosiddetti parasubordinati, e i
pensionati. A sua volta, la consultazione dovrebbe essere preceduta
dalle assemblee per concludersi entro la metà d'ottobre. Il
risultato del tasso di consenso al protocollo che divide la
maggioranza di governo verrebbe perciò reso noto in contemporanea
alle primarie del Partito democratico. Che c'entra? Forse niente.
Forse.
Una buona notizia, dunque. Le resistenze iniziali sembrerebbero
superate e oggi dovrebbe arrivare la conferma al termine di un
incontro tra Epifani, Bonanni e Angeletti. Ieri bocche cucite, al
termine della riunione della segreteria Cgil, in attesa del ritorno
del segretario della Cisl in «produzione». All'incontro a tre farà
seguito, la prossima settimana, la riunione dei consigli unitari di
Cgil, Cisl e Uil. Il meccanismo di voto prefigurato, per molti
aspetti simile a quello che contrassegnò il referendum del '95
sulla riforma pensionistica di Dini, dovrebbe consentire la
consultazione «libera» più ampia possibile. Naturalmente, chi
come la Cisl preferirebbe un coinvolgimento dei soli iscritti,
chiederà garanzie. La prima è che ogni assemblea si svolga con un
unico relatore con il mandato preciso di sostenere il protocollo e
chiedere ai lavoratori e ai pensionati un voto favorevole. Mentre
nelle consultazioni interne lo statuto della Cgil prevede il diritto
delle minoranze a presentare una controrelazione, nella prassi
unitaria (Cgil, Cisl e Uil) questo diritto non è riconosciuto.
Dunque, è probabile che sarà l'immarcescibile centralismo
democratico a regolare le assemblee, e anche i dirigenti contrari al
protocollo dovranno sostenerlo in assemblea. Sarà difficile
derogare da questo principio, dato che la posta in gioco è la
possibilità stessa di far dire la loro ai lavoratori.
In qualunque modo si chiamerà la consultazione, se mantenesse le
caratteristiche suddette, rappresenterebbe un fatto positivo. E
questa volta non è detto che dalle urne usciranno risultati bulgari
a favore dell'accordo. Già nel '95 alcune categorie di lavoratori
si espressero contro la Dini. Oggi si sa che il 25% del gruppo
dirigente Cgil non condivide punti sostanziali del protocollo (Fiom,
Lavoro e società, Rete 28 aprile), nulla si sa invece di quel che
si muove in casa Cisl e Uil. Forse perché non si muove, o non può
muoversi, o non può dirsi che si muova, proprio niente. E'
importante il contesto politico della consultazione. La maggioranza
è divisa sui contenuti e crescono le minacce e i ricatti della
destra unionista contro gli «irresponsabili» che hanno promosso o
aderito alla manifestazione del 20 ottobre. Le confederazioni
sostengono il protocollo e criticano esse stesse l'appuntamento di
piazza per migliorarlo. Ma la base sindacale è, prima che divisa,
amareggiata per la crescente distanza tra il programma dell'Unione e
gli atti del governo. Altri elementi sindacali interloquiscono con
la consultazione: dal rinnovo dei contratti per 8 milioni di
lavoratori, al le elezioni per le Rsu tra i 3,2 milioni di
dipendenti del pubblico impiego. Si tratta di appuntamenti
importanti che chiedono una scesa in campo diretta dei singoli
sindacati e che forse hanno ammorbidito le posizioni della Cisl sul
referendum. Pardon, sulla «consultazione con voto certificato».
una scheda del 2006:
Il piano Prodi dovrebbe arrivare tra martedì e mercoledì
Le ipotesi: "scalino" ogni 18 mesi, uno solo e poi incentivi,
soluzione mista
Un miliardo l'anno per scalini e quote
e potrebbero aggiungersi gli incentivi
Aumento dei contributi per i parasubordinati
Esclusi dall'aumento dell'età più lavori usuranti di ROBERTO MANIA
ROMA - Un miliardo di euro l'anno da trovare per sostituire lo scalone di
Maroni con gli scalini e le quote, esentando dalla riforma delle pensioni di
anzianità coloro che svolgono attività usuranti. È l'ultimo ostacolo che si
frappone alla definizione della proposta del premier, Romano Prodi. Risolto il
rebus della copertura finanziaria, i tempi per l'accordo sulle pensioni
potrebbero essere strettissimi.
Il piano Prodi dovrebbe arrivare al tavolo del negoziato tra martedì e mercoledì
ma le linee generali sembrano ormai piuttosto solide. Tuttavia, proprio il tipo
di intreccio che si sceglierà tra scalini (cioè l'aumento graduale dell'età)
e le quote (somma tra età anagrafica e anni di versamenti contributivi)
determinerà l'entità dei finanziamenti da recuperare con risparmi o nuove
entrate nel sistema previdenziale. In ogni caso si ragiona all'interno di una
forchetta tra 900 milioni e un miliardo.
Di certo è in arrivo un nuovo aumento delle aliquote contributive dei
lavoratori parasubordinati: dovrebbero salire al 25-26 per cento contro
l'attuale 23,5 per cento stabilito con l'ultima Finanziaria (era il 18,2 per
cento). Questa misura fa parte della strategia del ministro del Lavoro, Cesare
Damiano, di rendere il lavoro non standard più caro per evitare abusi. Risorse
via via crescenti dovrebbero pervenire dalle sinergie (inizialmente non proprio
una fusione) tra gli enti previdenziali. Inevitabile una sforbiciata sui
privilegi che ancora sopravvivono nel sistema previdenziale pubblico.
All'appello, però, mancherebbero ancora 500 milioni.