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di Francesco Piccioni
ITALIA /SINDACATO
Non è più tempo di «piccolo è bello». Nemmeno per il sindacalismo di
base, realtà ormai matura nel panorama del lavoro italiano, ma fin qui
caratterizzata da grande orgoglio di sigla e provenienza. I cambiamenti
rapidi nello scenario economico e politico, però, hanno convinto la
stragrande maggioranza dei quadri dirigenti di queste organizzazioni a
prendere la via del «processo unitario».
Non sono giovani estremisti, le centinaia di delegati che da tutta Italia
sono arrivati ieri a Roma; ferrovieri, tranvieri, insegnanti, dipendenti
(molti ormai cassintegrati) dell'Alitalia, personale della sanità,
statali e parastatali, telefonici e vigili del fuoco, ecc. Vengono dal
successo del 17 ottobre - uno sciopero generale riuscito al di là delle
aspettative e in piena sintonia con l'Onda studentesca - e da qualche
incertezza a ridosso del 12 dicembre (analoga iniziativa, ma della Cgil).
A maggio Cobas, Cub e Sdl vararono il «patto di consultazione permanente»;
oggi - in una situazione già decisamente differente - fanno un passo
avanti con il «patto di base».
«In molte assemblee abbiamo visto che su questa strada i lavoratori sono
ancora più determinati di noi; ci chiedono di accelerare il cammino verso
l'unità», spiega Fabrizio Tomaselli. Non siamo ancora a questo, ma
l'assemblea di ieri «è un passaggio importante - dice Paolo Leonardi -
perché getta le basi di un sindacato nuovo, non unico per ora, ma
unitario». Un sindacato che «ha l'obiettivo di essere adeguato alla
nuova fase dettata dalla crisi di sistema, capace di rispondere alla
mutazione genetica del sindacato confederale, mantenendo e migliorando la
funzione storica del sindacato; la difesa e l'emancipazione - che sarà
pure una parola ottocentesca, ma non ne è stata inventata un'altra - dei
lavoratori».
Hanno compreso subito la serietà della «frattura» tra la Cgil e
Cisl-Uil-Ugl sulla «riforma del modello contrattuale». Ne hanno avuto
anche verifiche pratiche (dal tavolo per le agenzie fiscali è stata
esclusa anche la Cgil, oltre all'RdB). Accolgono con calore il saluto di
Giorgio Cremaschi, leader della Rete28Aprile, che bolla il governo in
carica come «fascisti veri, non caricaturali; che in due giorni sono
capaci di vietare le cure agli immigrati e di imporre per legge
l'accanimento teraputico su Eluana per depistare il paese dal vero
problema: la crisi e le sue conseguenze sociali».
La crisi è il problema, ma anche l'occasione. Accelera tutti i processi e
svuota di senso molte delle vecchie abitudini. L'assemblea - per esempio -
indice una manifestazione nazionale per la fine di marzo. Una data che
nella discussione stessa sembra terribilmente lontana. Ci sono fabbriche
che chiudono, servizi che licenziano, lavoratori che chiedono risposte e
iniziative subito. Anche lo sciopero, nella crisi, diventa uno strumento
difficile da monovrare. A un lavoratore che entra in fabbrica una
settimana al mese, le altre tre sta in «cassa», come si fa a chiedergli
di perdere un giorno di stipendio pieno? Una domanda che pesa anche sulle
rivendicazioni da mettere in primo piano (più «ammortizzatori sociali»
o redistribuzione dei carichi di lavoro, in modo da dare a più gente la
possibilità di campare?).
La piattaforma unitaria indica intanto «blocco dei licenziamenti,
riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, aumento consistente
per salari e pensioni, reddito minimo garantito per i disoccupati, cig
all'80% del salrio, un piano straordinario per lo sviluppo di energie
rinnovabili, investimenti per la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro».
Eccetera. Utopia? Non tanto. La crisi rivela che il «sistema» non è in
grado di stare in piedi. Cambiare ottica non è un sogno, ma un obbligo. |
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