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Il console di Genova
di Loris Campetti
su Il Manifesto del 24/04/2009
Ci ha lasciato l'uomo del
porto, leader carismatico che incorpora decenni di lotte. Un ragazzo con
la maglia a strisce del '60 che il 20 luglio andava a piazza Alimonda con
i fiori per Carlo Giuliani
Per la prima volta dal 2001, il
prossimo 20 luglio Paride non andrà in piazza Alimonda per salutare Haidi
e Giuliano con il coscinetto di fiori «bianchi e rossi che sono i colori
sociali della Compagnia». Per un'unica ragione non ci sarà, a ribadire
la vicinanza dei camalli genovesi ai genitori di Carlo Giuliani, il
ragazzo ucciso in piazza Alimonda dall'odio di stato per mano del
carabiniere Mario Placanica: Paride, il Console Paride Batini, ci ha
lasciati. Ha lasciato Genova, la città di cui è stato per decenni uno
dei simboli. Era un uomo di parte, un compagno rispettato da tutti, amato
da molti e da altri temuto come si può temere un irriducibile che non si
è mai piegato. E' passato attraverso mille conflitti, non ha mai smesso
di essere un capo operaio, neanche quando è diventato manager, così come
la Compagnia unica lavoratori merci varie è rimasta sempre, anche quando
è diventata impresa, il cuore pulsante dell'esercito genovese dei camalli.
Spregiudicato, coraggioso, ha cambiato la ragione sociale della Culmv per
evitare che cambiasse natura. Persino uno strumento classico del
capitalismo può diventare un luogo di lotta contro il capitalismo se si
hanno le idee giuste, se non ci si toglie il cappello al cospetto
dell'armatore o della burocrazia o della politica, e Paride il cappello
non lo toglieva davanti a nessuno. Cambiare tutto perché nulla cambi,
diceva il principe di Salina («Il Gattopardo»): provate a leggere in
positivo questa filosofia, quasi rovesciandone il senso: cosa non si fa
per salvare una storia, una cultura, una lotta collettiva. Sapeva
combattere e sapeva trattare e mediare, il Console. Con il sindaco, con il
cardinale Siri, con gli armatori. Con le forze politiche del suo campo,
sempre e comunque la sinistra, e anche chi, comunista come lui, vedeva
nella trasformazione della comunità dei camalli in un'azienda sul mercato
un «cedimento borghese», faceva attenzione a criticarlo, per rispetto e
talvolta persino per paura di buscarsele. Non andava per il sottile,
Batini.
Aveva 75 anni, Paride, era malato da tempo ma non aveva mai smesso, fino
all'ultima settimana di vita, di pensare alla sua Compagnia. Oggi a
Genova, naturalmente nella Sala chiamata del porto con i suoi camalli,
saranno celebrati i funerali «laici». Non è una contraddizione, è anzi
ovvio che a dare l'ultimo saluto a un uomo che di sé e dei suoi compagni
diceva «non siamo farina da fare ostie», sia un prete, un prete speciale
come don Andrea Gallo, amico e compagno di Batini.
La prima volta che incontrai Paride fu molti anni fa. Franco Carlini mi
aveva portato a un dibattito a una festa dell'Unità a discutere di lavoro
con il mitico Console. Presentandomi, Paride (faceva tutto lui:
presiedeva, interveniva, dava e toglieva la parola), disse «il manifesto
ha mandato da Roma il direttore». Io timidamente precisai che non ero
direttore e lui, di rimando, «il manifesto ha mandato il vicedirettore»,
e io a spiegare che non lo ero. A questo punto, si ricomincia da capo: «Questo
è Loris Campetti, l'uscere del manifesto». L'ultima volta che lo
incontrai, accompagnato dal viceconsole Amanzio Pezzolo, un amico antico
di questo giornale, fu in occasione dell'anniversario dell'assassinio di
Carlo Giuliani, pochi anni fa. Quando gli chiesi un ricordo sui fatti di
Genova mi rispose seccamente: «Quali?». Per lui di «fatti di Genova»
ce n'erano almeno due. E partì dal racconto del 30 giugno 1960, «una
storia nostra», quando i ragazzi con la Genova delle magliette a strisce
insorse contro il governo Tambroni e dopo giorni di scontri nelle piazze e
nei carrugi, riuscì a impedire che nel «santuario dell'antifascismo» si
tenesse il congresso del Movimento sociale italiano. Servì la mediazione
di Amanzio per portare il ricordo dal '60 al 20 luglio 2001, alle
manifestazioni e agli scontri («Voi G8 noi 6 miliardi»): «E' destino
che ogni quarant'anni questa città debba espoldere».
Paride avanzava una critica ferma, e affettuosa come quella che può fare
un padre a un figlio, agli organizzatori della protesta: «Hai portato la
gente a buscarle. Nel 2001 è mancata l'organizzazione, o almeno quella
che c'era era insufficiente a reggere il livello dello scontro. Dall'altra
parte - ci aveva detto precisando «io stavo e sto dalla parte dei ragazzi
che contestavano il G8» - c'era un gigantesco accumolo di forza: Genova
era stata blindata, imprigionata, spaccata dalle grate che chiudevano la
zona rossa. Cavalli di frisia, migliaia di militari in assetto da guerra.
I ragazzi dicono che la mentalità del movimento è diversa dalla nostra,
che i giovani non sono incasellabili dentro un servizio d'ordine.
D'accordo. Però, se vai allo scontro devi avere un'organizzazione
adeguata, qualcuno che ti dica adesso vai avanti, ora colpisci, ora scappa
e ritirati, adesso si riparte. Mi spiego?».
Si spiegava benissimo Paride, ma nel dubbio che il suo interlocutore non
avesse capito preferiva essere ancora più preciso, ritornando agli
scontri del '60 in cui i protagonisti erano altri ragazzi, quelli con le
magliette a strisce: «I no global erano 200 mila ma senza comando, di
fronte a una forza repressiva tremenda. Noi invece eravamo organizzati, in
una città dove solo 15 anni prima erano stati uccisi dai fascisti tanti
compagni, tanti partigiani, tanta gente comune, i fascisti non dovevano
parlare. Noi ragazzi con le maglie a strisce e le braghe consumate - mica
firmate come quelle di adesso - avevamo delle guide, dei punti di
riferimento. Alle spalle avevamo l'organizzazione del Pci, dell'Anpi,
della Cgil. Quando cominciarono gli scontri, i partigiani - quelli della
montagna che tutti si rispettava - si misero i bracciali e presero il
comando impedendo qualsiasi degenerazione, tenendo a bada le teste calde.
Mi capisci? A me in un certo senso giravano i coglioni, però stavo alle
regole. Alla fine della fiera ci fu un riconoscimento nei nostri confronti
e, scampato il pericolo, impedito il congresso del Msi, fummo tutti
tesserati all'Anpi».
Genova nel cuore aveva Paride, e la raccontava con grande grinta, pensando
ai giorni terribili del G8: «Te la dico così: Genova si è vista
catapultare addosso una carica enorme di violenza, di quei giorni ricorda
la militarizzazione della città, i tombini saldati e le grate davanti
alla porta di casa. Ricorda anche le stronzate di qualche ragazzotto che
spaccava tutto. Vedi, si dice che i genovesi sono spilorci, non è vero ma
certo non ci piace veder bruciare le cose a cui teniamo. Metti che io ho
una macchina e ci sto ancora pagando le rate. Se un blac bloc me la brucia
m'incazzo, è naturale. Ma se il giorno dopo vedo dei ragazzi inseguiti
dalla polizia come il topo col gatto, è ovvio che apro la porta al topo
per metterlo in salvo. Ecco, questa è Genova». Ma prima che io lasciassi
la sua stanza, dalla cui finestra si domina il porto di Genova con i
container e i «suoi» camalli al lavoro, Paride volle la garanzia di non
essere stato frainteso, come successe ai tempi del G8 con un altro
giornalista che lo mise in contrapposizione con i giovani no global: «Sia
chiaro che io sto, oggi come sempre, dalla stessa parte della barricata di
chi si batte contro le ingiustizie. Le critiche sulla carenza di
organizzazione non hanno a niente a che vedere con la condivisione degli
obiettivi. Carlo è un ragazzo che ha militato per la libertà, in difesa
degli interessi dei più deboli. Un ragazzo generoso, com'è generosa la
nostra gioventù».
Volevo raccontare Paride Batini e invece eccomi a parlare di Genova. Era
inevitabile che succedesse. E' una forma di riconoscenza nei confronti di
un uomo che l'ha rappresentata e spesso anche diretta. Il Console ci ha
lasciati, e anche chi l'avrebbe raccontato meglio di tutti e che mi ha
insegnato a conoscerlo, Franco Carlini, non è più con noi.
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