I
Popoli del Papua Occidentale"Mi hanno tolto i capelli, ma non sono ancora soddisfatti. Quindi hanno cominciato a prendersi la mia carne ed hanno perfino iniziato ad estrar rmi il cuore. Presto la mia anima sarà fatto a pezzi, ridotta in poltiglia".
(Uomo Papuaso Tsinga a proposito della miniera della Freeport, Papua Occidentale, 1990)
L’isola e i suoi abitanti
Gli
abitanti del Papua Occidentale sono circa due milioni. Fino al censimento del
2000 si conoscevano 250 tribù. Oggi, invece, se ne contano 312, tra cui alcune
composte ormai da appena quattro persone. È probabile, tuttavia, che ve ne
siano altre che non hanno ancora avuto contatti con l’esterno. Papua è la metà
occidentale dell’isola della Nuova Guinea, che gli Indonesiani chiamano Irian
Jaya; la parte orientale è invece costituita dalla nazione indipendente del
Papua Nuova Guinea. I Papuasi occidentali sono etnicamente e culturalmente
distinti dagli indonesiani che li governano da Giacarta, cioè da quasi 5.000
chilometri di distanza. Nella Nuova Guinea convivono sorprendentemente lingue e
culture diverse: sebbene vi abiti solo lo 0,01 % della popolazione mondiale, vi
si parlano il 1 5% delle lingue conosciute oggi nel mondo.
La Nuova Guinea è la seconda isola del mondo per grandezza. Il Papua occidentale, con i suoi abitanti, è diviso in due zone distinte: gli altopiani (highlands) e le pianure (lowiands). Negli altopiani centrali vivono le tribù delle highland, spesso conosciute come kotecas dal nome della zucca con cui gli uomini si coproro il pene. Allevano maiali e coltivano patate dolci. Fanno parte di queste tribù gli Amungme, nel cui territorio si trova la miniera Grasberg del gigante americano Freeport, e i Dani della valle di Baliem. I popoli delle pianure, come gli Asmat e i Kamoro, vivono nelle zone costiere, paludose e malariche, ricche di palme da sago e di cacciagione.
La storia
Gli Olandesi colonizzarono Papua nel 1714, ma in realtà la loro presenza fu sempre limitata. Quando, nel 1950, cedettero all’Indonesia le loro colonie delle Indie Orientali, non inclusero Papua (che non ha nessun legame, nè etnico nè geografico con l’Indonesia) con l’intento di prepararla all’indipendenza. I Papuasi cominciarono così a scegliere un nome (Papua), una bandiera e un sistema di governo. Ma l’Indonesia insistette perché gli Olandesi consegnassero tutte le loro ex-colonie. Nel 1962, sottoposti alle pressioni degli Stati Uniti spaventati dalla prospettiva di un’alleanza indonesiano-Sovietica, gli Olandesi accettarono un accordo mediato dalle Nazioni Unite. Secondo questo accordo, l’ONU avrebbe dovuto amministrare la “Nuova Guinea Occidentale” in attesa di un referendum, chiamato “Atto di Libera Scelta”, con il quale i Papuasi avrebbero potuto scegliere fra l’indipendenza o l’annessione all’Indonesia.
Nei 1963, l’ONU consegnò il territorio agli indonesiani che lo ribattezzarono Irian Barat, poi Irian Jaya, prima di accettare finalmente il nome di Papua nel 2002. Nel 1969, finalmente, ebbe luogo l'"Atto di Libera Scelta” (Act of Free Choice), comunemente noto nel Papua occidentale come “Atto Senza Scelta” (Act Free of Choice) poiché fu consentito di votare a solo 1.025 Papuasi accuratamente selezionati. Qualcuno di questi aveva letteralmente le armi puntate alla nuca: non meraviglia, dunque, che abbiano votato all’unanimità per l’annessione all’Indonesia.
Lo scontento popolare per la cessione del territorio all’Indonesia determinò la nascita di un movimento indipendentista armato, l’Organisasi Papua Merdeka (OPM - Movimento di Liberazione del Papua), attivo ancora oggi. Nel 1969, conquistò le prime pagine dei giornali mondiali per aver preso in ostaggio per quattro mesi un gruppo di scienziati europei e indonesiani: al momento della liberazione degli ostaggi da parte dell’esercito indonesiano, furono uccisi due Indonesiani.
Minacce
La minaccia più
seria che incombe su tutte le tribù del Papua occidentale è la repressione
dell’esercito indonesiano, protagonista di una lunga e terrificante storia di
violazioni contro i Papuasi e i loro diritti: assassinii, stupri, massacri e
torture. Per la sua ferocia e le sue vaste proporzioni, il trattamento riservato
dall’Indonesia ai Papuasi si distingue come il peggiore degli abusi perpetrati
sui popoli tribali in tutto il mondo.
L’"Operazione Annientamento", lanciata nel 1977, fu, in effetti,
un’aggressione inaudita contro i popoli degli altipiani centrali. I militari
bombardarono i villaggi dagli aeroplani; altri attaccarono da terra, sparando a
caso sulla popolazione, I capi tribali sospettati di essere solidali con l’OPM
(Movimento per la Liberazione di Papua) furono lanciati dagli elicotteri sui
villaggi tribali come “avvertimento” (a memento di ciò che sarebbe potuto
ancora accadere). I fiumi erano pieni di cadaveri, e quasi ogni famiglia, negli
altopiani, dovette piangere un parente. Molte famiglie furono completamente
distrutte.
Oggi i militari operano in maniera più sottile, e l’esercito bandisce tutti gli estranei, inclusi i Papuasi, dalle molte aree in cui opera. Le notizie che riescono a trapelare suggeriscono che gli abusi, sebbene non eguaglino le dimensioni raccapriccianti di fine anni settanta, sono ancora orrendi. La Chiesa e i gruppi per i diritti umani raccolgono prove evidenti di omicidi, sequestri di persona e torture di persone innocenti, come rappresaglia per la reale o presunta simpatia per il movimento indipendentista. Nelle aree dove opera l’esercito, si è venuti a conoscenza di centinaia di persone che muoiono di fame o malattia, perché hanno troppa paura a lasciare i loro nascondigli per cacciare o far provvista di cibo. Donne, ragazze e bambine fin dai tre anni hanno subito sistematicamente stupri singoli o di gruppo. In totale, si stima che dal 1993 ad oggi, le forze armate indonesiane abbiano ucciso circa 100.000 Papuasi.
Un altro
problema gravissimo per le popolazioni del Papua occidentale è lo sfruttamento
delle loro risorse naturali. La famosa miniera Grasberg, i cui proprietari
principali sono la compagnia americana Freeport McMoRan e l’inglese Rio Tinto
(ex RTZ), è la più grande miniera d’oro e rame del mondo. Il suo impatto è
stato devastante sia sugli Amungme degli altopiani, che abitano sul territorio
in cui si trova, sia sui Kamoro delle pianure, contaminate da più di 200.000
tonnellate di rifiuti minerari riversati ogni giorno nei fiumi. A nessuna delle
due tribù sono stati riconosciuti i loro diritti nè è stata data qualche
sorta di compensazione per la perdita delle terre e delle montagne sacre.
Attualmente, la Freeport sta compiendo esplorazioni lungo quasi tutto il
complesso montuoso centrale. Molte altre tribù temono di dover abbandonare a
loro volta la terra e il loro stile di vita.
A minacciare la terra, l’economia e la vita dei Papuasi sono anche i piani di
taglio e trasporto di piantagioni di palma da olio, la costruzione di una strada
attraverso la provincia e impianti di energia idroelettrica.
Trasmigrazione
Il governo
Indonesiano mira, con il programma di trasmigrazione, a spostare milioni di
persone dalle isole centrali dell’Indonesia, densamente popolate, verso le
isole esterne, fra cui Papua. Il programma presuppone che su queste isole ci
siano vaste distese di terra non abitata; in realtà, queste sono abitate da
popoli tribali che dipendono dalla loro terra per la sopravvivenza.
Il programma ha anche un proposito ben più sinistro e razzista:
‘indonesizzare’ i popoli tribali. Gli ufficiali del governo hanno parlato
chiaramente di estinguere i Papuasi. Il governatore di Papua si è espresso in
questi termini: “I matrimoni misti daranno origine a una nuova generazione
senza capelli ricci, gettando i semi di una maggiore bellezza”.
Nonostante il programma ufficiale di trasmigrazione sia rallentato negli ultimi
anni, le migrazioni spontanee costituiscono per i popoli tribali di Papua un
problema serio e costante: centinaia di coloni arrivano ogni settimana via mare,
marginalizzando sempre di più i Papuasi sulle loro stesse terre.
Il futuro
Nonostante i molti
problemi, per i popoli di Papua possiamo continuare a nutrire delle speranze.
L’opposizione locale e le campagne internazionali hanno fermato alcuni fra i
peggiori progetti di “sviluppo” varati sulle loro terre. Survival, per
esempio, ha sostenuto il popolo Auyu contro la realizzazione di un progetto
della Scott Paper per la produzione di polpa di carta che avrebbe devastato
l’ambiente e minato il loro stile di vita: grazie alle pressioni, la Scott
Paper si è ritirata.
Dopo molti anni di campagne da parte di Survival
e altre organizzazioni, la Banca Mondiale ha smesso di finanziare il programma
di trasmigrazione, rallentando cosi il suo processo. I popoli tribali di Papua,
inoltre, si stanno organizzando: nel 2000, numerosi leader tribali provenienti
da tutto il paese si sono riuniti e hanno dato vita al "Consiglio di
Presidio". Tale organismo preme per una risoluzione pacifica dei problemi
di Papua, così come fanno altri leader. Insieme, i popoli tribali di Papua
invocano con voce sempre più forte il loro diritto di decidere del loro futuro,
di essere indipendenti dall’Indonesia e di vivere in pace nelle loro terre.
"È difficile descrivere cosa sia accaduto al popolo Amungme. A me, di ‘Amung’, è rimasto solo il nome. Le montagne, i fiumi, le foreste, ora tutto appartiene alla Freeport e al governo. lo non ho più nulla".
(Anziano Amungme)
"Per gli Amungme la terra è fonte di vita"
(Leader Amungme)
Gli Amungme vivono sugli altipiani della parte centro-meridionale del Papua Occidentale (chiamato dagli Indonesiani Irian Jaya). Negli ultimi 30 anni, a seguito della costruzione della miniera anglo-americana Grasberg, hanno assistito impotenti alla distruzione delle loro montagne sacre e all’eccidio dei loro parenti per mano dell’esercito indonesiano che “difende” la miniera.
Sebbene il termine “Amungme” sia ora comunemente utilizzato dagli stessi indigeni per indicare indistintamente uomini e donne, in realtà, il nome si riferisce propriamente agli uomini amung; la parola esatta per le donne è invece amung-in. ‘Amung’ significa “primo” o “vero” popolo. Così come gli altri circa 312 popoli tribali che abitano il Papua occidentale, i 13.000 Amungme sono assolutamente distinti dagli Indonesiani che governano la loro terra. Essi sono infatti di origine melanesiana, mentre gli Indonesiani sono malesi; inoltre, parlano lingue distinte, hanno religioni diverse e provengono da continenti differenti.
Gli Amungme
abitano gli altopiani intorno alla gigantesca miniera Grasberg. Il clima della
regione è freddo e umido.
Per la loro sussistenza dipendono dall’agricoltura a rotazione, dalla raccolta
di radici, bacche e noci, dalla caccia e dall’allevamento dei maiali. Uomini e
donne vivono in case separate: i primi negli Hitongi (case degli uomini), mentre
le donne insieme ai loro figli. Le case sono di forma circolare e vengono
costruite con materiali ricavati dalla foresta, come cortecce e foglie di palma.
La dimora rappresenta il punto d’incontro dove riunirsi per mangiare e
dormire.
Tra i principi fondamentali che ispirano la vita degli Amungme vi sono: la reciprocità, la libertà personale, la generosità e il rapporto con il mondo spirituale. Questi principi costituiscono la trama implicita e naturale di ogni aspetto della loro vita: dalle relazioni sociali alla religione, fino alla proprietà della terra. Gli stranieri che giungono nei loro villaggi vengono accolti calorosamente: la reciprocità è fondamentale, e venir meno a questo principio significa meritare la punizione degli spiriti della terra o di Dio. Una delle ragioni del risentimento degli Amungme verso le compagnie minerarie deriva proprio dal mancato rispetto della reciprocità. Essi hanno infatti dato la loro terra, il loro rame e il loro oro, senza ricevere praticamente nulla in cambio.
Le donne amungme passano gran parte della giornata negli orti, in compagnia dei figli più giovani. I bambini vengono portati sulle spalle in morbidi zainetti di rete, che servono anche al trasporto dei maialini. Prima di essere riutilizzati, i campi vengono lasciati a maggese per un certo numero di anni. Gli Amungme dispongono di campi da coltivare a sufficienza e, dunque, non sentono la necessità di creare ulteriori appezzamenti abbattendo la foresta, che può quindi continuare a essere sfruttata per la raccolta e per la caccia. I numerosi tabù che caratterizzano la cultura amungme dettano ciò che può o non può essere sfruttato preservando efficacemente la foresta (è proibito, infatti, abbattere certi particolari alberi e uccidere animali indiscriminatamente). Tuttavia, da quando la Freeport ha occupato le loro terre, molti dei loro tabù sono stati violati e gran parte dei luoghi a loro sacri sono andati distrutti.
Le sommità delle montagne e i ghiacciai rappresentano i luoghi più sacri agli Amungme. Essi, infatti, credono che gli spiriti degli avi vi dimorino per sorvegliare la loro terra: "Le alture hanno per noi un significato molto speciale. Quando i nostri vecchi muoiono, le loro anime migrano sulle montagne e nei fiumi vicino alle vette".
Gli Amungme, inoltre, possiedono un sistema sofisticato per
disciplinare la proprietà della terra, regolato attraverso la sua appartenenza
ai clan e alle famiglie. I clan possiedono aree definite, entro cui singoli
appezzamenti vengono assegnati come proprietà individuali a quegli uomini e
donne che li coltivano. La legge amungme proibisce la vendita della terra; a
questo proposito, per esempio, se un terreno dovesse essere abbandonato per
permettervi la costruzione di una scuola (o di una miniera) i legittimi
proprietari, l’intero clan, avrebbero diritto ai profitti di tale terra, siano
essi patate dolci, rame oppure oro.
La miniera Grasberg
Grasberg è la miniera di rame e oro più grande del mondo, e produce un utile
di oltre un milione di dollari al giorno. La società americana Freeport McMoRan
detiene l’80% della proprietà, mentre il secondo azionista è la società
inglese Rio Tinto (ex RTZ) con il 12%. Lo stesso ex presidente dell’indonesia,
Suharto, e suo figlio maggiore, hanno grandi interessi finanziari nella miniera.
La Freeport opera nell’area dal 1967, e molti Amungme che abitavano l’area interessata dalla miniera sono stati trasferiti nelle valli, dove hanno contratto malattie come la malaria, verso cui non avevano difese immunitarie. Gli indigeni hanno anche dovuto subire l’invasione di numerosi stranieri giunti nel loro territorio in cerca di lavoro. Gli stessi Kamoro, che abitano nelle vicine pianure, sono stati sfollati a causa delle oltre 125.000 tonnellate di rifiuti minerari che vengono scaricate ogni giorno nei loro fiumi. Ciò ha provocato l’esondazione dei corsi d’acqua e la morte dei pesci e degli alberi di sago di cui gli indigeni si cibano. Il progetto della Freeport di ampliare gli scavi grazie al contributo di 750 milioni di dollari da parte della compagnia inglese Rio Tinto, non potrà che aumentare gli effetti devastanti della miniera sui popoli indigeni.
Il governo indonesiano considera la miniera un “progetto vitale”, e la protegge con circa 6.000 soldati facendo dell’area circostante la miniera la regione più militarizzata dell’Indonesia. La massiccia presenza militare nella zona ha provocato moltissime violazioni dei diritti umani. Secondo le testimonianze degli abitanti del luogo, anche il personale di sorveglianza della Freeport è complice degli assassini, delle torture e delle sparizioni che avvengono nel territorio. Tra l’agosto e il settembre del 1997, per esempio, hanno perso la vita in circostanze sospette nove indigeni, e il personale della Freeport è stato accusato di essere corresponsabile di tre di queste morti.
Ciò nonostante, gli Amungme si sono organizzati e cercano di resistere. Hanno dato vita a LEMASA, il Consiglio Tribale Amungme formato dai capi di tutti i loro clan, e hanno riunito le loro forze per reclamare il rispetto dei loro diritti e un risarcimento adeguato per la perdita della loro terra e la distruzione delle loro montagne sacre. Il presidente di LEMASA ha citato in giudizio la Freeport negli Stati Uniti, chiedendo un risarcimento di 6 miliardi di dollari.
Il desiderio principale degli Amungme è di essere riconosciuti come ‘popolo'. Vogliono che tutti sappiano della loro esistenza, e chiedono il rispetto del loro diritto a mantenere il proprio credo e la propria terra. Quando la compagnia mineraria ha offerto loro l’1% dei profitti della miniera, gli Amungme hanno respinto la proposta, giudicandola offensiva e incapace di cogliere la vera causa del loro malcontento: "I problemi che gli Amungme affrontano da più di 28 anni non possono essere risolti solo con il denaro. Le ferite subite dal nostro popolo non potranno mai rimarginarsi se i nostri diritti in quanto Amungme non verranno riconosciuti".
Bibliografia
Tapol, West Papua: The Obliteration of a People, London, 1983.
Anti-Slavery International, Plunder in Paradise, London, 1990.
Monbiot, G., Poisoned Arrows, Abacus Books, London, 1989. (fuori stampa, disponibile presso Survival)
Start, D., The Open Cage, Harper Collins, London, 1997.